Creato da middlemarch_g il 24/01/2008
'Fallisci meglio' è il mio secondo nome
 

Messaggi di Giugno 2011

You might as well live

Post n°669 pubblicato il 29 Giugno 2011 da middlemarch_g
 

Nascondere la passione.

E poi abituarsi a farne a meno.

Se solo ci avesse pensato Dorothy Parker scommetto che l'avrebbe aggiunto all'elenco.

I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi;
l’acido macchia; i farmaci danno i crampi.
Le pistole sono illegali; i cappi cedono;
il gas fa schifo. Tanto vale vivere.

 

dottie

 
 
 

Che poi oltretutto il parmigiano manco mi piace

Post n°668 pubblicato il 27 Giugno 2011 da middlemarch_g
 

Sono stata a Parma. Erano quindici anni che volevo andarci. Non so bene il perché e il percome delle cose ma avevo grandi aspettative. Saranno state le buone letture e gli studi classici, suppongo. Avevo orecchiato del Parmigianino, sapevo dell'augusto transito del Correggio, Benedetto Antelami mi faceva venire l'acquolina in bocca perché la scultura romanica mi commuove più della lirica di certi versi perfetti, e poi il teatro Farnese che insomma, si sa. E' una robina notevole, nel suo genere.

Poi chissà perché m'è sempre mancata l'occasione di quagliare, anche se Padova saranno nemmeno 250 chilometri di distanza. Stavolta invece c'è stata, e siccome io non sono una che si fa sfuggire un kairòs dalle mani - più facile che lo acchiappi con poca creanza piantandogli un tacco nella coda e crocifiggendolo al suolo - non me lo sono fatta dire due volte.

Cosa devo dire? Correggio, Benedetto Antelami e il teatro Farnese c'erano. Parmigianino solo in parte, perché qualcuno ha pensato bene di mandare la schiava turca a spicciare la polvere all'estero proprio mentre arrivavo io, ma insomma, di per sè la concentrazione ottimale c'era. Era altro quello che mancava.

Il senso della decenza, per esempio. Quella capacità minima di far fruttare un giacimento artistico di questa portata in maniera che al visitatore non prudano le mani dalle rabbia. Siamo italiani, nessuna s'aspetta il bookstore del Centre Pompidou o della Portrait Tate Gallery, non foss'altro perché - mi piace ricordarlo per coloro che si fossero messi in ascolto solo in questo momento - il ministro del turismo in questo paese fa Brambilla di nome. E stronza, brutta e mignotta di cognome. Che non lo dico io, sia chiaro. Sto citando. E' Bisignani. E se non lo sa lui a chi vuoi che si debba chiedere conferma?

Ma l'indecoroso spreco di risorse nella città dove ho visto il maggior numero di Ferrari dopo Honk Kong questo no, questo non lo perdono. Se c'è un dio dell'arte e della bellezza, sia pure un dio minore senza portafoglio e privato delle deleghe più rappresentative, be' prima o poi dovrà venire a chiedervi il conto e a spararvi tanti calci nel culo quanti ve ne meritate. E sono tanti.

Lo sporco, l'abbandono, il lerciume e la trascuratezza, la Galleria Nazionale che chiude alle 14 e per giunta con un'ala chiusa per assenza di personale. L'assenza di ogni indicazione, e nei rari casi in cui era presente, di ogni sia pure sommaria traduzione in una qualsiasi lingua parlata in un paese diverso da questo. L'erba incolta che cresceva ovunque, da piazza della Pace alla sede del Comune. La merda di piccione che infestava la scalinata principale del palazzo della Pilotta (scalinata che è chiusa, puttana merda! Non è piazza Dei Cinquecento alle cinque del pomeriggio preda degli storni! Lo vedo anch'io che le volte sono alte, me lo immagino che i piccioni qualche volta ci passino dentro, ma sono certa che non è ancora diventata una rotta migratoria per gli aironi come la Camargue! Ammesso che caghino - il che è evidente - per evitare la palude di guano basta passare il mocio una volta all'anno). Il senso di sfacelo, di carestia mentale in un posto che a dargli sostegno per l'equivalente di due soldi di cacio ne avrebbe da non sapere a chi dare i resti. Una città che se ipoteticamente si potesse parcellizzare in cento parti lasciando ad ognuna solo la porzione di bellezza equivalente, e poi si distribuisse in omaggio ad altrettanti sindaci provenzali o andalusi, ci costruirebbero intorno un festival della cultura da attirare gente dai quattro angoli del mondo.

Nella Galleria Nazionale c'era un ritratto - cito dall'etichetta - di Margherita d'Asutria, moglie di Ottavio Farnese. Era scritto proprio così: Margherita d'Asutria. L'ho guardata bene l'etichetta. Avrà avuto come minimo vent'anni. In vent'anni non c'è stato uno a cui sia venuto in mente che magari si poteva correggere il refuso. Così, per vedere l'effetto.

Per cui in fondo, a pensarci bene, per cosa mi sto incazzando esattamente? Dico a parte il gusto di indulgere all'invettiva che come al solito è un vizio consolidato a cui non so resistere. In una certo senso è una esplicita dichiarazione di intenti. Realisticamente, da una città dove in vent'anni a nessuno viene in mente di correggere un refuso, c'è davvero qualcosa di diverso da questo che puoi aspettarti?

 

schiava turca

 
 
 

Penelope alla guerra

Post n°667 pubblicato il 22 Giugno 2011 da middlemarch_g
 

La Maurizia è una di quelle signore carine carine che solo a guardarla ti viene da sorridere e farle una carezza. Perché non ha nulla di aggressivo, nulla di scompensato o fuori posto, nulla che la metta in evidenza come una che cerchi di farsi notare. Si capisce che non ama disturbare. Vuole solo che la si lasci in pace, ed è disposta a investire un patrimonio di tenerezza e disponibilità in cambio di quel che le serve.

La Maurizia è di quelle che si capisce subito che non si sanno difendere, che deve solo sperare di non imbattersi mai nel genere di uomo, o collega, o vicino di casa dai modi troppo diretti, perché vederlo e cominciare a incassare mazzate sul naso è quasi sempre una cosa unica. Lei non fa in tempo a dire 'piacere' che già l'altro, o l'altra, hanno armato la mano per frantumarle la faccia.

E la vita è fatta in questo modo qui. Le piace la simmetria. E' un'incontestabile legge universale. Tu dalle uno a cui prudono le mani per spaccare il muso a un cristiano, e garantito al limone che lei gli porgerà all'istante una faccia da disintegrare. Conan il barbaro, o la barbara, può essere uno a caso. Per la Maurizia non fa mai molta differenza dato che la faccia comunque è sempre la sua.

La cosa buffa è che la Maurizia spara. Non in via di metafora, va letto proprio alla lettera. Maurizia va al poligono di tiro. Per anni ha tirato con una calibro 22 ma poi ha dovuto smettere perché ha avuto una trombosi e non riusciva più a restare in piedi troppo a lungo. Pare che con la 22 le gare durino un paio d'ore, e lei non se lo poteva più permettere. Adesso ha una calibro 10. Che per quel che mi riguarda vuol dire niente, sia chiaro. Già la parola 'calibro' è piuttosto impoderabile. Se ci appicichi un numero per me può indicare qualunque cosa, dalla lunghezza del calcio in centrimetri, al numero di scarpe che devi indossare per non cascare a faccia avanti mentre spari. Comunque mi fa la sua bella impressione: calibro 22. Calibro 10.

E' questo che trovo buffo. La Maurizia che spara. Lei che ne ha prese tante e non ne ha mai restituite a nessuno, un bel momento decide che prende la pistola e spara. Io fossi al posto suo ci vedrei un drive inconscio di una certa portata. Cos'altro deve fare il tuo Io profondo per comunicarti il concetto che l'aggressività la devi tirare fuori, e non continuare a stuzzicarla in ogni persona che incontri finchè non te la vomita addosso, consegnarti il messaggio col corriere espresso?

Non funziona in questo modo, Mauri. E tutto qui ed è molto semplice. Ascolta, è così: o tu, o loro.

Forza, allora, che io faccio il tifo per te. 

 
 
 

Cosa non si fa per aggirare un freno inibitore

Post n°666 pubblicato il 16 Giugno 2011 da middlemarch_g

Mi sento un po' in colpa perché non ho tempo di commentare, e neppure di rispondervi. Però, vabbè, insomma, lo sapete no?

Abbiate pazienza. Ieri sera ho fatto le due e mi sono sbronzata. Uno spritz bello carico alle otto e mezza, e una sambuca doppia alle dieci. Di cui lo spritz a stomaco vuoto. Tra spritz e sambuca nessuna libagione che compensasse a livello epatico la ricaduta fermentante. Due involtini di melanzane e un piatto di verdure spadellate, che non è proprio la variante gastronomica dei Giardini Pensili di Babilonia. Magari l'alcool pare poco. Ma c'è che io sarei astemia, tendenzialmente. Lo reggo come una suora laica.

Ora come ora mi sento una creatura risucchiata nella spirale del vizio. Il mio anatema mi si legge in faccia. 

E non date retta. Non esiste fondotinta a prova di peccatrice.

 
 
 

Ma chi cazzo te l'ha chiesto il feedback?

Post n°665 pubblicato il 16 Giugno 2011 da middlemarch_g
 

Perché le mie ossessioni cercano sempre le parole? Perché avvolgo le ferite che pungolano in una garza sterile di definizioni? Perché un dolore mi sembra sempre meno acuto quando riesco a fargli cavalcare una descrizione appropriata? Cos’è che attutisce il colpo nella pratica perversa della verbalizzazione?

 

E perché l’unica paura che mi uccide, quella per evitare la quale sarei disposta a prostituirmi, a mentire, a prendere psicofarmaci, è il terrore del male indistinto che non riesci a ridurre a proporzioni gestibili tramite il modo in cui te lo racconti?

 

Perché, perché, perché il dolore che ha un senso è più sopportabile? Sarebbe come dire che quando hai solo caffè di cicoria la situazione migliora se lo puoi aromatizzare alla cannella. Ma il caffè di cicoria fa schifo comunque, cazzo vuoi che cambi se lo annaffi di cannella? Eppure è così che funziono io, perché invece di cercare l’uscita, continuo a girarmi il film della ricostruzione dei fatti senza capire qual è la soluzione, avendo la matematica certezza di essere un cieco che brancola a un millimetro dalla porta. Spendo ogni energia a cercare di capire quando qui si tratta invece di cercare di uscire.

 

Mi sento come una che ha preso a capocciate il muro di una stanza fetente per anni e anni, coltivando seriamente la speranza di riuscire a sfondarlo con la forza del pensiero.

 

Ma aprire la porta no?

 
 
 

Great expectations

Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

Samuel Beckett

 

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