Enzo Biagi era evidentemente un maestro, ma non è questo il vuoto che lascia. Quella generazione, dei Biagi, Montanelli, Gorresio, Cederna, Monelli, Pietra, o di quelli fortunatamente ancora con noi come Bocca e Scalfari, sarà insostitubile perché portava in sè, e aveva vissuto, l'esperienza reale di un'Italia senza libertà civili, senza libertà di stampa, dove si poteva finire in galera per avere detto o scritto la cosa sbagliata e i cittadini potevano leggere e ascoltare soltanto i comunicati della Stefani e la retorica di stato. E' facile, in questa sovraesposizione mediatica sguaiata e becera, ascoltare soloni del nullasupercompresso che disquisiscono di libertà, di democrazia, di giustizia, come se tutto ciò non fosse il risultato di lotte vissute davvero fino in fondo, con l'ideale di vedere crescere i propri figli in un mondo migliore. Che è questo.Anche chi fra di loro aveva simpatizzato in gioventù con il regime in buona fede, o aveva dovuto farlo, visto che l'eroismo non è un obbligo, aveva attraversato un percorso che le generazioni successive di giornalisti, come la mia, o di cittadini, come lei, non hanno sperimentato, ma soltanto conosciuto per "sentito dire" o vista attraverso le lenti della politica, della propaganda o del revisionismo. Qualcuno fa ancora finta di non ricordare che il fascismo voleva dire, tra innumerevoli cose, assenza di libertà di stampa e di opinione, leggi razziali, etc.Come il malato che guarisce, loro sapevano, e sanno, che cosa fosse la malattia e quali fossero i sintomi. Ci sono molti, eccellenti, onesti, coraggiosi giornalisti cresciuti nel dopoguerra, anche se è sempre più difficile sopravvivere con integrità alla droga del successo televisivo, al veleno dell'auditel, alle carriere pilotate dagli "amici" o alla tentazione di irresponsabilità offerta dal web, ma nessuno potrà più trasmetterci l'angoscia e l'orrore di vivere in un'Italia nella quale un ometto in orbace, un gerarca qualsiasi, poteva, dalla mattina alla sera, chiuderti la bocca con una telefonata perché avevi passato una notizia, dico una notizia non un editoriale, sgradita o non autorizzata. Questo fu il trauma personale che spinse Biagi a sopravvivere, a resistere, a tornare in televisione anche quando fisicamente non ce la faceva più e a farsi seppellire col distintivo da partigiano Per testimoniare che si può, e si deve resistere alla prepotenza, e che tutte le nottate passano. vittoriozucconi
e se invece di reality parlassimo di ideality?
Enzo Biagi era evidentemente un maestro, ma non è questo il vuoto che lascia. Quella generazione, dei Biagi, Montanelli, Gorresio, Cederna, Monelli, Pietra, o di quelli fortunatamente ancora con noi come Bocca e Scalfari, sarà insostitubile perché portava in sè, e aveva vissuto, l'esperienza reale di un'Italia senza libertà civili, senza libertà di stampa, dove si poteva finire in galera per avere detto o scritto la cosa sbagliata e i cittadini potevano leggere e ascoltare soltanto i comunicati della Stefani e la retorica di stato. E' facile, in questa sovraesposizione mediatica sguaiata e becera, ascoltare soloni del nullasupercompresso che disquisiscono di libertà, di democrazia, di giustizia, come se tutto ciò non fosse il risultato di lotte vissute davvero fino in fondo, con l'ideale di vedere crescere i propri figli in un mondo migliore. Che è questo.Anche chi fra di loro aveva simpatizzato in gioventù con il regime in buona fede, o aveva dovuto farlo, visto che l'eroismo non è un obbligo, aveva attraversato un percorso che le generazioni successive di giornalisti, come la mia, o di cittadini, come lei, non hanno sperimentato, ma soltanto conosciuto per "sentito dire" o vista attraverso le lenti della politica, della propaganda o del revisionismo. Qualcuno fa ancora finta di non ricordare che il fascismo voleva dire, tra innumerevoli cose, assenza di libertà di stampa e di opinione, leggi razziali, etc.Come il malato che guarisce, loro sapevano, e sanno, che cosa fosse la malattia e quali fossero i sintomi. Ci sono molti, eccellenti, onesti, coraggiosi giornalisti cresciuti nel dopoguerra, anche se è sempre più difficile sopravvivere con integrità alla droga del successo televisivo, al veleno dell'auditel, alle carriere pilotate dagli "amici" o alla tentazione di irresponsabilità offerta dal web, ma nessuno potrà più trasmetterci l'angoscia e l'orrore di vivere in un'Italia nella quale un ometto in orbace, un gerarca qualsiasi, poteva, dalla mattina alla sera, chiuderti la bocca con una telefonata perché avevi passato una notizia, dico una notizia non un editoriale, sgradita o non autorizzata. Questo fu il trauma personale che spinse Biagi a sopravvivere, a resistere, a tornare in televisione anche quando fisicamente non ce la faceva più e a farsi seppellire col distintivo da partigiano Per testimoniare che si può, e si deve resistere alla prepotenza, e che tutte le nottate passano. vittoriozucconi