il garage patafisico

Milano (un altro ringraziamento)


Milano fuggiva veloce sotto i suoi occhi. Palazzi, alberi, fili del tram, raggi improvvisi di sole che gli planavano negli occhi, liberandosi in sequenza dal finestrino. Il sole caldo quella domenica pomeriggio, caldo come a Milano non l'aveva mai sentito, neanche d'estate. Ma a Milano non c'è sempre la nebbia?, si chiese con tutta la banalità di cui voleva essere capace. Lei accanto guidava veloce, sicura e un po' spericolata. Sentiva che aveva fretta. Aveva fretta di lasciarlo partire. Fretta di poter piangere da sola, forse, pensò ancora con tutta la stessa banalità di prima. San Siro, la vecchia Fiera, Parco Sempione, l'Arena, il Castello Sforzesco. Milano si snocciolava davanti ai suoi occhi senza pudore in quella giornata di sole, città non più livida, scura, nascosta nella sua bellezza nascosta, orgogliosa e inquinata. Il sole gli parlava di mare, sale, e aria pulita. Poche parole, la fretta incombeva come un ospite indesiderato ma necessario quando si vuol concludere un affare. "Ti ricorderai la ricetta degli straccetti?", le chiese. Lei sorrise, grata della domanda che le spezzava il pensiero diventato troppo denso. "Sì". E accompagnò la parola con un movimento largo del viso, una piccola recita che approntava con immenso sollievo. "Metti per primi i pomodori. Così si macerano meglio". Sapeva bene di dire qualcosa di completamente inutile. Ma sapeva di poterselo permettere. Nulla di inutile in quei tre giorni. Non una parola, non un pensiero, non un sorriso. Qualche lacrima, forse. Qualche lacrima di troppo, e qualche abbraccio in meno. E questo pensiero lo zittì. Non una parola di troppo. E sì che avevano parlato tanto, avevano parlato sempre, parlato ininterrottamente per ore e ore. E anche quando non sapevano bene di che stessero parlando, nessuna parola era stata di troppo. Mai. Non se n'erano accorti. Avevano fatto l'amore per tre giorni, anche quando lei gli aveva accarezzato i capelli e lui era solo un naufrago nella notte aggrappato ad uno scoglio che non conosceva e a cui giurare eterna gratitudine. Anche quando si guardavano soltanto e si stupivano di trovarsi lì, asola e bottone, chiodo e martello. Dove le avrebbe messe ora tutte quelle parole? Avrebbe voluto chiederglielo mentre Milano gli girava intorno a velocità folle e le strade erano solo palazzi, alberi e infiniti fili del tram che portavano fuori porta. Gliene avrebbe volute chiedere altre, che soffocassero tutte quelle che già non riusciva a trattenere. Un bacio, serio e tenero come non gliel'aveva mai dato. Scese. Non si voltò. E' questo che fanno gli uomini, spesso. Partire, per non sapere dove andare. Partire per avere un posto a cui pensare che sia un altrove, in cui riporre desideri e speranze e ricordi. Desideri che fanno paura, speranze che fanno male, ricordi che dilatano il tempo e lo rendono insensibile, temerario, incerto. E partire ancora, di nuovo, con una sacca sulle spalle che è sempre più piena e che si sa solo che si vorrebbe più leggera. La stazione lo accolse come un perfetto estraneo. Solo uno di passaggio. L'ordine reclamava le sue urgenze. Il biglietto. Il treno pieno. Un' ora di attesa per il prossimo. Non ha mangiato ancora, ma la fame si presenta solo come un vuoto allo stomaco indolenzito e nessun desiderio di masticare. Si risolve per un panino. Mentre cerca dove sedersi due bamboline giapponesi gli sfilano accanto con minigonne vertiginose e un trucco troppo sofisticato per essere a Milano la domenica pomeriggio in stazione. Si volta a guardarle, quasi un automatismo. Un pensiero che deve correre via. Con una punta di sollievo vede altri visi che rispondono allo stesso modo. Mastica. E manda giù. Ma sempre con più fatica. Finché quel maledetto disturbo che lo affanna da un po' non lo costringe a gettare nel cestino gli ultimi morsi. La gola stretta, la deglutizione impossibile, il cibo che si ferma nel gozzo e non va né su né giù. Tossisce forte due o tre volte. Sputando pezzettini di pane e di mozzarella. Ma il grumo resiste. Si accende una sigaretta, a volte il fumo fa miracoli. Ha sete, ma non vuole bere. Un ragazzo dall'accento chiaramente barese si avvicina per chiedergli dei soldi. Dice d'aver bisogno d'aiuto. Lo guarda e non gli crede. Capisce che tra i due il più bisognoso d'aiuto non è il ragazzo in tuta rossa e orecchino. Scuote la testa. Semplicemente si chiede perchè non sia venuto ad offrirglielo invece che a chiederglielo. Continua a tossire, e a fumare. E il tetto della stazione comincia a sembrargli troppo basso per respirare compiutamente. Esce. La piazza davanti alla stazione è piena di gente. Sfaccendati che passano la domenica pomeriggio seduti sui gradini delle aiuole o sulle rare panchine. Il sole è sempre caldo e il Pirellone risplende. Conta i piani. Trenta, trentuno se si considera che l'attico è praticamente il doppio di un piano normale. Si accende un'altra sigaretta. La fuma guardando distrattamente una bancarella di libri. Rientra. Andò dritto verso il binario, senza incontrare bamboline giapponesi o cavallone slave. Il treno lo aspettava al suo numero preferito. La coincidenza lo mise di buon umore. Curiosamente notò che partiva cinque minuti prima di quando era arrivato. Tre giorni. E in realtà non era ancora arrivato. Le immagini di Milano che fuggivano davanti ai suoi occhi diventavano tante piccole fotografie. Ma dove le aveva viste? Il biglietto non aveva bisogno di essere convalidato, pensò. Volle accertarsene. Si avvicinò al capotreno e glielo chiese. "No", rispose fintamente sollecito, "non ce n'è bisogno. Ha visto la carrozza?". "Sì, grazie. E' la cinque." Altrettanto curiosamente notò che la sua gola sembrava essersi liberata del suo impedimento. Il primo movimento del treno non lo colse di sorpresa.