Avevo pochi anni e vent'anni sembran pochi quando uscii da questo mondo per la prima e ultima volta. Non che non avessi già perso l'innocenza, quella l'avevo persa diverse volte, la prima a quattro anni per colpa di mia madre. E ogni donna che avessi incontrato dopo non aveva che inciso il suo bisturi in una stessa ferita che non si sarebbe comunque più rimarginata. Solo un po' di sangue in più che ne sarebbe sgorgato. L'avrei semplicemente lavato via come avevo sempre fatto. Giravo da solo per periferie metafisiche, circonvallazioni logiche e aree religiose dismesse. Attraversavo campi di alte erbacce teologiche e di notte mi soffermavo a guardare insondabili panorami astrofisici col naso rivolto alla comprensione delle stelle. Paludi e paludi sociologiche e psicologiche rallentavano il mio cammino, impulsi biologici modificavano le mie traiettorie, paradossi fisici mi piegavano i sensi. Incrociavo solo cani bastardi e bastardi scrittori di realtà con cui potevo scambiare sì e no qualche parola. Stavo per cedere alla finitezza e allo sfinimento. Ogni passo sembrava ingabbiato in se stesso, ogni movimento già fatto e già descritto miliardi di volte, ogni slancio atterrato dal buon senso della logica. Caddi, come corpo morto cade. E piansi la mia innocenza perduta e le mie passioni così accese e ogni donna che mi avesse ferito. Ogni delusione, ogni amarezza, ogni senso di inadeguatezza ed ogni paura che avessi provato. Sapevo che sarebbe stata l'ultima circostanza in cui lo avrei fatto. Credevo che da lì a poco sarei morto di ogni istante che avevo vissuto e di ogni istante che non avevo saputo vivere. Ne morii. Uscii da quel mondo che non aveva saputo conservare la mia innocenza, alimentare la mia crescita, innalzare la mia coscienza. Caddi qui, dove non ci sono problemi perché non ci sono soluzioni, dove la terra non gira, dove la testa è rotonda per permettere alle idee di cambiare direzione, dove il calcolo della superficie di dio è uguale a zero. Dove la verità è la più immaginaria di tutte le soluzioni. Dove regna l'ultimo pensiero disponibile. Ah ah ah. (come avrebbe detto Alfred)
Morti
Avevo pochi anni e vent'anni sembran pochi quando uscii da questo mondo per la prima e ultima volta. Non che non avessi già perso l'innocenza, quella l'avevo persa diverse volte, la prima a quattro anni per colpa di mia madre. E ogni donna che avessi incontrato dopo non aveva che inciso il suo bisturi in una stessa ferita che non si sarebbe comunque più rimarginata. Solo un po' di sangue in più che ne sarebbe sgorgato. L'avrei semplicemente lavato via come avevo sempre fatto. Giravo da solo per periferie metafisiche, circonvallazioni logiche e aree religiose dismesse. Attraversavo campi di alte erbacce teologiche e di notte mi soffermavo a guardare insondabili panorami astrofisici col naso rivolto alla comprensione delle stelle. Paludi e paludi sociologiche e psicologiche rallentavano il mio cammino, impulsi biologici modificavano le mie traiettorie, paradossi fisici mi piegavano i sensi. Incrociavo solo cani bastardi e bastardi scrittori di realtà con cui potevo scambiare sì e no qualche parola. Stavo per cedere alla finitezza e allo sfinimento. Ogni passo sembrava ingabbiato in se stesso, ogni movimento già fatto e già descritto miliardi di volte, ogni slancio atterrato dal buon senso della logica. Caddi, come corpo morto cade. E piansi la mia innocenza perduta e le mie passioni così accese e ogni donna che mi avesse ferito. Ogni delusione, ogni amarezza, ogni senso di inadeguatezza ed ogni paura che avessi provato. Sapevo che sarebbe stata l'ultima circostanza in cui lo avrei fatto. Credevo che da lì a poco sarei morto di ogni istante che avevo vissuto e di ogni istante che non avevo saputo vivere. Ne morii. Uscii da quel mondo che non aveva saputo conservare la mia innocenza, alimentare la mia crescita, innalzare la mia coscienza. Caddi qui, dove non ci sono problemi perché non ci sono soluzioni, dove la terra non gira, dove la testa è rotonda per permettere alle idee di cambiare direzione, dove il calcolo della superficie di dio è uguale a zero. Dove la verità è la più immaginaria di tutte le soluzioni. Dove regna l'ultimo pensiero disponibile. Ah ah ah. (come avrebbe detto Alfred)