il garage patafisico

A tratti


A tratti mi chiedo quale sia il mio tratto distintivo. Ossia ciò che fà di me, me. Sempre che ne abbia uno. Però so di averne uno. Tutti ne hanno uno. Io stesso saprei dire di ogni persona che conosco quale sia il suo tratto distintivo. Nel peggiore dei casi me la caverei con tre quattro aggettivi (quando la conosco poco o quando ha una personalità, come si dice, complessa), ma spesso uno è sufficiente. C. è empatica, A. è controllata, B. è insicura e paurosa (due), S. è dolcemente triste (uno più avverbio). Io a volte sono empatico, ma altre volte non m'importa molto di chi ho davanti, alcune volte sono controllato, ma altre mi lascio andare. Poi sono insicuro ed ho anche spesso delle paure, ma altre volte sono stratosfericamente certo di me ed ho un coraggio da leone. Poi sono dolcemente triste certo, ma anche amaramente allegro o amaramente triste o dolcemente allegro o allegramente dolce o tristemente allegro. Altre volte non sono semplicemente né allegro né triste, e magari neanche dolce o amaro. Insomma dipende molto da com'era il caffé la mattina. Nei profili e nei blog molti si descrivono. Io ci ho provato, ma non ne è venuto fuori più di quel che potete leggere. Sono perplesso. Figlio di questa società dell'apparire, spesso sono tentato di credere che il mio tratto distintivo coincida o almeno abbia a che fare con l'aspetto fisico che dopotutto è la prima cosa che volente o nolente mostriamo agli altri. Ma il fatto che abbia gli occhi marroni o una certa curvatura del collo o la barba rada o ancora il piede sinistro più lungo del destro immagino che non dica poi molto di me. Forse qualche vecchia fidanzata mi ricorderà come "quello che aveva un neo sulla pancia", ma dubito che sia la prima cosa che tutti possano pensare di me, anche perché di solito non giro in costume da bagno. Per un periodo ho anche lasciato che il mio aspetto dipendesse strettamente dalla lunghezza dei miei capelli. Li portavo lunghi, lunghissimi, legati spesso in una coda che arrivava oltre metà schiena. Pensavo che finché avessi avuto i capelli così non ci fosse stata possibilità di ingannarsi riguardo i miei tratti psicologici distintivi. Ero giovane, avevo poco più di vent'anni. Anche se i capelli lunghi li ho portati ancora per un bel pezzo, pur avendo smesso di credere che potessero conferirmi di diritto un certo tratto anziché un altro. Ogni tanto (lo faccio meno di prima) mi guardo allo specchio. E a volte cerco di capire cosa fuoriesca dal mio volto e dalle mie espressioni. Non ci capisco molto, anche perché dopo un po' mi sorprendo di averlo, un volto. E proprio quello. Finisce che mi domando se mi riconoscerei incontrandomi per strada e dopo essermi risposto che davvero non lo so mi allontano turbato dallo specchio. Ma l'interrogativo è irrisolto. Allora mi concentro sui miei tratti psicologici ed emotivi, rivolgendomi anche alle mie esperienze, alla vita fin qui vissuta. Ripasso con la mente le mie vicende sentimentali, scolastiche, universitarie, professionali, sociali. I rapporti con la famiglia, con gli amici. I viaggi, le solitudini. Rintraccio tanti aspetti che potrei definire primari, e spesso anche i loro opposti, ma forse proprio il fatto che sia stato in varie occasioni e riesca ancora ad essere calmo e furibondo, razionale ed emotivo, avaro e generoso, sincero e diplomaticamente omissivo, attento e superficiale dopo un po' mi svia dalla possibilità di isolare qualcosa che da solo mi dia un'immagine di me.Come ultima risorsa cerco di pensare a ciò che possono pensare gli altri di me. Ma anche qui, se mi guardo indietro o chiedo in giro, trovo che sono al contempo sensibile e insensibile, intelligente e stupido, comprensivo e intollerante, egocentrico e premuroso, probabilmente a seconda di ciò che ci aspettava da me ed io ho puntualmente capovolto. Un caleidoscopio di immagini, di tratti, di effimera consistenza.Abbandono anche questo pensiero.Al termine di quest'analisi rimango affaticato, confuso, dubbioso. Ho bisogno di qualcosa che mi determini, che dia consistenza a tutto questo agitarsi di sinapsi. Comincio a pensare che probabilmente non esisto. E che l'unico vero tratto distintivo che possiedo è questo vuoto che riesco a malapena a percepire di me. A tratti.