Un’amica mi scrive: «Anch’io mi comporto come una ventenne che ha bisogno di essere rassicurata, di sentirsi dire che è amata, e mi sento scema». Il concetto non è nuovo, è qualcosa che ho già sentito: la crescita, l’indipendenza forse, questioni così. Ma all’improvviso mi sembra un concetto vuoto, sbagliato. Mi viene da ribattere con foga: ma siamo sicuri che con l’età questo debba passare? forse impariamo a farci fronte meglio, però, di base, perché mai anche a cent’anni uno non dovrebbe più sentire il bisogno di essere rassicurato, di sentirsi dire che è amato? chi è che ha tirato fuori questa strana ipotesi per cui crescendo uno non dovrebbe più avere bisogno di rassicurazione? e se fosse un’ipotesi tremendamente sbagliata? un inganno addirittura? e se forse solo lo anestetizziamo, quel bisogno naturale di ogni essere a qualunque età? Ho un terribile bisogno di essere rassicurato, di sentirmi amato, ma non ho la minima idea di come fare per «smettere», e non so neppure se ha senso... Ho imparato a fare dei lavori, ho imparato (forse) a vedere meglio dentro me stesso e dentro gli altri, ho imparato ad arrangiarmi in tante circostanze della vita, ho approfondito sensazioni e sentimenti, ho trovato verità più consistenti, nel cammino della mia esistenza: credo di essere cresciuto almeno un po’, sì, credo di sì. Ma in tutto quello che ho imparato, non trovo nulla che sia utilizzabile per non sentire più il bisogno di essere rassicurato, di essere amato. A me non sembra che esistano ragionevoli strumenti per ottenere quel risultato. Forse essere amati è come respirare: campassimo pure duecento anni, mica impariamo a fare a meno di respirare. Ci sono cose di cui non si impara affatto a fare a meno, non c’è niente di strano in questo. E sarebbe poi davvero utile raggiungere quell’indipendenza dall’amore degli altri, quella specie di atarassia, di fiera imperturbabilità? Un’atarassia che assomiglia alla morte nella solitudine, come esprime bene Chiara Borghi in una frase del suo libro che in certi punti è molto più profondo di quel che sembra: «Si raggiunge l’atarassia, non quella di Epicuro, né quella di Seneca, l’atarassia intesa come metodo per estraniarsi fino alla morte cerebrale, concretizzando il rifiuto, il silenzio, il vuoto. Lì si incomincia a imparare a vivere dentro sé stessi, soli» (Il tempo è scaduto, pag. 12). E viceversa non è solo l’amore, vissuto e sognato, a farci vivere, come scrive Clara Vajthò nella poesia intitolata appunto Amore? «L’amore che hai vissuto / non è tempo perduto / l’amore che hai sognato / è tempo anticipato» (Poesiole doppiosensuali, pag. 45). O non sarà che confondiamo lo sgomento del vuoto con il naturale bisogno d’amore? E crediamo di liberarci dal vuoto liberandoci dal bisogno di essere amati? Scrive Alice Suella: «I vuoti non si colmano con l’amore. I vuoti sono lì, in attesa del primo momento buio» (L’oro in bocca, pag. 136). E allora non è meglio tenere in noi, con più equilibrio possibile, ancorché precario, il desiderio di rassicurazione, il desiderio di essere amati, e non estremizzare le cose? Scrive Grazia Buono: «Per amarsi di più si commettono errori, per la paura di perdere l’altra si perde davvero. È una messa in discussione continua, l’eterna domanda: “Ti amo anche oggi?”. E se la risposta è “no”, la caduta è rapida» (Sessanta masturbazioni per Bianca, la pag. non la so perché non ho ancora in mano la stampa definitiva del libro). E io che partendo da una riflessione sono arrivato a citare quattro libri non di Heidegger o Goethe o Kant o Shakespeare ma di quattro amiche che conosco e ho abbracciato, l’ho fatto per amore o per il bisogno di essere amato e rassicurato, o per nessuno di questi motivi?Ma cazzo, dimenticavo! È la notte di Natale! A Natale ci amiamo tutti. Lo dice Gesù bambino. Il problema non esiste. Amore, amore! Buon Natale.
Il bisogno di essere amati
Un’amica mi scrive: «Anch’io mi comporto come una ventenne che ha bisogno di essere rassicurata, di sentirsi dire che è amata, e mi sento scema». Il concetto non è nuovo, è qualcosa che ho già sentito: la crescita, l’indipendenza forse, questioni così. Ma all’improvviso mi sembra un concetto vuoto, sbagliato. Mi viene da ribattere con foga: ma siamo sicuri che con l’età questo debba passare? forse impariamo a farci fronte meglio, però, di base, perché mai anche a cent’anni uno non dovrebbe più sentire il bisogno di essere rassicurato, di sentirsi dire che è amato? chi è che ha tirato fuori questa strana ipotesi per cui crescendo uno non dovrebbe più avere bisogno di rassicurazione? e se fosse un’ipotesi tremendamente sbagliata? un inganno addirittura? e se forse solo lo anestetizziamo, quel bisogno naturale di ogni essere a qualunque età? Ho un terribile bisogno di essere rassicurato, di sentirmi amato, ma non ho la minima idea di come fare per «smettere», e non so neppure se ha senso... Ho imparato a fare dei lavori, ho imparato (forse) a vedere meglio dentro me stesso e dentro gli altri, ho imparato ad arrangiarmi in tante circostanze della vita, ho approfondito sensazioni e sentimenti, ho trovato verità più consistenti, nel cammino della mia esistenza: credo di essere cresciuto almeno un po’, sì, credo di sì. Ma in tutto quello che ho imparato, non trovo nulla che sia utilizzabile per non sentire più il bisogno di essere rassicurato, di essere amato. A me non sembra che esistano ragionevoli strumenti per ottenere quel risultato. Forse essere amati è come respirare: campassimo pure duecento anni, mica impariamo a fare a meno di respirare. Ci sono cose di cui non si impara affatto a fare a meno, non c’è niente di strano in questo. E sarebbe poi davvero utile raggiungere quell’indipendenza dall’amore degli altri, quella specie di atarassia, di fiera imperturbabilità? Un’atarassia che assomiglia alla morte nella solitudine, come esprime bene Chiara Borghi in una frase del suo libro che in certi punti è molto più profondo di quel che sembra: «Si raggiunge l’atarassia, non quella di Epicuro, né quella di Seneca, l’atarassia intesa come metodo per estraniarsi fino alla morte cerebrale, concretizzando il rifiuto, il silenzio, il vuoto. Lì si incomincia a imparare a vivere dentro sé stessi, soli» (Il tempo è scaduto, pag. 12). E viceversa non è solo l’amore, vissuto e sognato, a farci vivere, come scrive Clara Vajthò nella poesia intitolata appunto Amore? «L’amore che hai vissuto / non è tempo perduto / l’amore che hai sognato / è tempo anticipato» (Poesiole doppiosensuali, pag. 45). O non sarà che confondiamo lo sgomento del vuoto con il naturale bisogno d’amore? E crediamo di liberarci dal vuoto liberandoci dal bisogno di essere amati? Scrive Alice Suella: «I vuoti non si colmano con l’amore. I vuoti sono lì, in attesa del primo momento buio» (L’oro in bocca, pag. 136). E allora non è meglio tenere in noi, con più equilibrio possibile, ancorché precario, il desiderio di rassicurazione, il desiderio di essere amati, e non estremizzare le cose? Scrive Grazia Buono: «Per amarsi di più si commettono errori, per la paura di perdere l’altra si perde davvero. È una messa in discussione continua, l’eterna domanda: “Ti amo anche oggi?”. E se la risposta è “no”, la caduta è rapida» (Sessanta masturbazioni per Bianca, la pag. non la so perché non ho ancora in mano la stampa definitiva del libro). E io che partendo da una riflessione sono arrivato a citare quattro libri non di Heidegger o Goethe o Kant o Shakespeare ma di quattro amiche che conosco e ho abbracciato, l’ho fatto per amore o per il bisogno di essere amato e rassicurato, o per nessuno di questi motivi?Ma cazzo, dimenticavo! È la notte di Natale! A Natale ci amiamo tutti. Lo dice Gesù bambino. Il problema non esiste. Amore, amore! Buon Natale.