Il titolo è preso da un sms di un’amica, che mi parla stasera di una mia «recalcitrante consapevolezza», di cui coglie sprazzi in progresso, nel capire tipicamente l’impossibilità di certi miei amori e la vacuità di certe mie fantasie. L’espressione «recalcitrante consapevolezza» mi ha colpito e mi è piaciuta, esprime molto, e mi ha scatenato tutta una serie di pensieri.Direi che l’umanità è piena di recalcitranti consapevolezze. La principale credo sia quella della nostra animalità e mortalità. Dopo Darwin, ma in fondo anche prima, lo capisce anche l’ultimo dei deficienti che siamo animali che hanno a poco a poco evoluto un’autocoscienza (cioè si sono accorti di vivere – pare che gli altri animali vivano senza accorgersene, beati loro – e quindi di morire), restando però inesorabilmente animali. La vita di una zanzara e quella di un uomo hanno la stessa chimica, carbonio idrogeno ossigeno, e gli stessi programmi di funzionamento (il DNA è più uguale che diverso, fra un uomo e una zanzara). Nel fluire del tempo una chimica ci fa nascere e una chimica ci dissolve. Come le zanzare, non esistiamo prima di nascere e non esistiamo dopo morti. Questa cosa è di assoluta evidenza, non c’è il minimo indizio ragionevole di qualcosa di diverso. Trascendenze, aldilà, vite oltre la morte, eternità, paradisi vari e altra metafisica paccottiglia sono soltanto fantasmi, fantasie, favole, farneticazioni (comincia tutto per fa-, curioso). Ma a questa consapevolezza recalcitriamo. Io per primo recalcitro eccome, anzi non la accetto per niente. Non potrei vivere senza fantasticare un oltre, un’eternità, un senso ultimo, un perpetuarsi di me stesso e di tutto. E quindi me lo fantastico, eccome se me lo fantastico. Ciò non è in contraddizione con il fatto che detesto le religioni: le religioni servono a trasformare in strumento di potere e sopraffazione questo semplice onesto fantasticare, questo (per me) necessario recalcitrare a una consapevolezza tanto evidente quanto inaccettabile. Insomma, credo fermamente, con fede incrollabile, in un dio di cui dichiaro l’inesistenza. Non potrei vivere senza questa fede, ripeto.So che c’è invece chi ci riesce, ci sono certi atei hard core che quasi si compiacciono di accettare il nulla dopo la morte dell’individuo (e quindi anche il nulla dopo la morte della specie, il nulla dopo la fine di una civiltà o di un pianeta o di un sistema solare: insomma il nulla e basta). Non ho idea di come facciano. Diciamo che mi sento lontano da loro come mi sento lontano dai religiosi: li trovo entrambi aggressivi: gli uni vorrebbero uccidere il mio personale fantasticato dio, gli altri vorrebbero strumentalizzarlo, spiegarmi com’è e come non è. Le percepisco come due violenze opposte o parallele, quindi mando affanculo sia gli atei che i religiosi. Lasciatemi recalcitrare a modo mio alla consapevolezza evidentissima di essere una zanzara, di essere un insensato chimico nulla. È evidente che lo sono ma non potrò mai convincermene. Io ho un senso e sono immortale, tutto ha un senso e nulla finisce. Amen.Poi ci sono altre recalcitranti consapevolezze minori. Come quando una persona che ami ti fa del male e lo vedi benissimo però non lo vedi affatto, perché recalcitri a quella consapevolezza. O come, per dire una cazzata leggerina, quando un tifoso di calcio vede benissimo che è rigore per gli avversari, ma invece non lo vede affatto, e grida «arbitro venduto», perché recalcitra alla consapevolezza evidente che è proprio rigore per gli altri, eccome se lo è. Tutte cose molto naturali.Su alcune consapevolezze si possono fare passi avanti, diventare meno recalcitranti, e forse migliorare la propria esistenza, creando lo spazio per progressi ulteriori di comprensione. Su altre forse no. Dipende se vedi o no una luce oltre la consapevolezza. Se non la vedi, chi te lo fa fare di acquisire una consapevolezza che ti farà solo star male? Recalcitrare allora è una difesa immunitaria.Per gli amori impossibili non so. La loro impossibilità è spesso evidente, anche se mai evidente come l’animalità, la mortalità e la finitezza dell’uomo. Sul fatto che siamo solo animali non c’è nessun dubbio (anche se io lo nego con la massima forza: non è vero che siamo solo animali: è vero sì: ma non è vero no: insomma non lo ammetterò mai). In un amore impossibile, invece, uno si immagina sempre uno spiraglio concreto. Sì, è vero, lei non mi caga neanche di striscio. Sì, è vero, è persino infastidita dal mio farle la corte. Sì, è vero, mi manda affanculo. Sì, è vero, sta con un altro. Sì, è vero, magari se lo sposa. Però, però, magari domattina, proprio domattina 18 gennaio 2008, si sveglia con una repentina folgorazione, come Saulo sulla via di Damasco, s’illumina d’immenso, spalanca le braccia commossa e mormora: «Improvvisamente capisco. Non sapevo cosa provavo veramente. Ora a un tratto me ne rendo conto. Sono perdutamente innamorata di Carlo». E corre a lanciarsi fra le mie braccia, felice.Sì, va bene, va bene, le possibilità sono all’incirca quelle dell’esistenza di dio, cioè nessuna. Però. Uno recalcitra.Ma forse sì, davanti a certe impossibilità è meglio non recalcitrare, acquisire la consapevolezza (non mi caga neanche di striscio), perché questo può liberare spazio ad altre cose, anche ad altri amori (magari un po’ più possibili e reali). Godere meglio di quel che c’è, lasciar da parte quel che non c’è. Sì, poi dal dire al fare... Ma, insomma, la vita è piena di recalcitranti consapevolezze, ecco. Come al solito non c’è una ricetta, su qualcuna si recalcitrerà sempre, perché è la consapevolezza di qualcosa di ontologicamente inaccettabile; su qualcun’altra si può smettere di recalcitrare. E consapevolizzarsi. E vivere meglio. Dipende. Credo. Forse. Boh.
La recalcitrante consapevolezza
Il titolo è preso da un sms di un’amica, che mi parla stasera di una mia «recalcitrante consapevolezza», di cui coglie sprazzi in progresso, nel capire tipicamente l’impossibilità di certi miei amori e la vacuità di certe mie fantasie. L’espressione «recalcitrante consapevolezza» mi ha colpito e mi è piaciuta, esprime molto, e mi ha scatenato tutta una serie di pensieri.Direi che l’umanità è piena di recalcitranti consapevolezze. La principale credo sia quella della nostra animalità e mortalità. Dopo Darwin, ma in fondo anche prima, lo capisce anche l’ultimo dei deficienti che siamo animali che hanno a poco a poco evoluto un’autocoscienza (cioè si sono accorti di vivere – pare che gli altri animali vivano senza accorgersene, beati loro – e quindi di morire), restando però inesorabilmente animali. La vita di una zanzara e quella di un uomo hanno la stessa chimica, carbonio idrogeno ossigeno, e gli stessi programmi di funzionamento (il DNA è più uguale che diverso, fra un uomo e una zanzara). Nel fluire del tempo una chimica ci fa nascere e una chimica ci dissolve. Come le zanzare, non esistiamo prima di nascere e non esistiamo dopo morti. Questa cosa è di assoluta evidenza, non c’è il minimo indizio ragionevole di qualcosa di diverso. Trascendenze, aldilà, vite oltre la morte, eternità, paradisi vari e altra metafisica paccottiglia sono soltanto fantasmi, fantasie, favole, farneticazioni (comincia tutto per fa-, curioso). Ma a questa consapevolezza recalcitriamo. Io per primo recalcitro eccome, anzi non la accetto per niente. Non potrei vivere senza fantasticare un oltre, un’eternità, un senso ultimo, un perpetuarsi di me stesso e di tutto. E quindi me lo fantastico, eccome se me lo fantastico. Ciò non è in contraddizione con il fatto che detesto le religioni: le religioni servono a trasformare in strumento di potere e sopraffazione questo semplice onesto fantasticare, questo (per me) necessario recalcitrare a una consapevolezza tanto evidente quanto inaccettabile. Insomma, credo fermamente, con fede incrollabile, in un dio di cui dichiaro l’inesistenza. Non potrei vivere senza questa fede, ripeto.So che c’è invece chi ci riesce, ci sono certi atei hard core che quasi si compiacciono di accettare il nulla dopo la morte dell’individuo (e quindi anche il nulla dopo la morte della specie, il nulla dopo la fine di una civiltà o di un pianeta o di un sistema solare: insomma il nulla e basta). Non ho idea di come facciano. Diciamo che mi sento lontano da loro come mi sento lontano dai religiosi: li trovo entrambi aggressivi: gli uni vorrebbero uccidere il mio personale fantasticato dio, gli altri vorrebbero strumentalizzarlo, spiegarmi com’è e come non è. Le percepisco come due violenze opposte o parallele, quindi mando affanculo sia gli atei che i religiosi. Lasciatemi recalcitrare a modo mio alla consapevolezza evidentissima di essere una zanzara, di essere un insensato chimico nulla. È evidente che lo sono ma non potrò mai convincermene. Io ho un senso e sono immortale, tutto ha un senso e nulla finisce. Amen.Poi ci sono altre recalcitranti consapevolezze minori. Come quando una persona che ami ti fa del male e lo vedi benissimo però non lo vedi affatto, perché recalcitri a quella consapevolezza. O come, per dire una cazzata leggerina, quando un tifoso di calcio vede benissimo che è rigore per gli avversari, ma invece non lo vede affatto, e grida «arbitro venduto», perché recalcitra alla consapevolezza evidente che è proprio rigore per gli altri, eccome se lo è. Tutte cose molto naturali.Su alcune consapevolezze si possono fare passi avanti, diventare meno recalcitranti, e forse migliorare la propria esistenza, creando lo spazio per progressi ulteriori di comprensione. Su altre forse no. Dipende se vedi o no una luce oltre la consapevolezza. Se non la vedi, chi te lo fa fare di acquisire una consapevolezza che ti farà solo star male? Recalcitrare allora è una difesa immunitaria.Per gli amori impossibili non so. La loro impossibilità è spesso evidente, anche se mai evidente come l’animalità, la mortalità e la finitezza dell’uomo. Sul fatto che siamo solo animali non c’è nessun dubbio (anche se io lo nego con la massima forza: non è vero che siamo solo animali: è vero sì: ma non è vero no: insomma non lo ammetterò mai). In un amore impossibile, invece, uno si immagina sempre uno spiraglio concreto. Sì, è vero, lei non mi caga neanche di striscio. Sì, è vero, è persino infastidita dal mio farle la corte. Sì, è vero, mi manda affanculo. Sì, è vero, sta con un altro. Sì, è vero, magari se lo sposa. Però, però, magari domattina, proprio domattina 18 gennaio 2008, si sveglia con una repentina folgorazione, come Saulo sulla via di Damasco, s’illumina d’immenso, spalanca le braccia commossa e mormora: «Improvvisamente capisco. Non sapevo cosa provavo veramente. Ora a un tratto me ne rendo conto. Sono perdutamente innamorata di Carlo». E corre a lanciarsi fra le mie braccia, felice.Sì, va bene, va bene, le possibilità sono all’incirca quelle dell’esistenza di dio, cioè nessuna. Però. Uno recalcitra.Ma forse sì, davanti a certe impossibilità è meglio non recalcitrare, acquisire la consapevolezza (non mi caga neanche di striscio), perché questo può liberare spazio ad altre cose, anche ad altri amori (magari un po’ più possibili e reali). Godere meglio di quel che c’è, lasciar da parte quel che non c’è. Sì, poi dal dire al fare... Ma, insomma, la vita è piena di recalcitranti consapevolezze, ecco. Come al solito non c’è una ricetta, su qualcuna si recalcitrerà sempre, perché è la consapevolezza di qualcosa di ontologicamente inaccettabile; su qualcun’altra si può smettere di recalcitrare. E consapevolizzarsi. E vivere meglio. Dipende. Credo. Forse. Boh.