Interrompo la pausa per scrivere la recensione di un film che ho visto ieri sera. Una cosa neutra e innocua, una recensione. Ma già prima di scriverla mi accorgo che non è vero. Non essendo questo un giornale né una rivista e non essendo io un giornalista né un critico cinematografico, la recensione di un film risulta, qui, personale e intima, né più né meno che raccontare con chi faccio l’amore o di che angosce soffro o quali gioie provo nella vita. Aspetti diversi del medesimo esistere. A me viene così, se sia normale non lo so, e alla fine chi se ne frega.Credo che ci sia anche un destino nelle scelte e nelle combinazioni. Del film non sapevo nulla (in questo periodo non leggo neanche i giornali), sono andato a vederlo semplicemente perché in genere mi piace Nanni Moretti. Non avevo idea, neppure alla lontana, di quale fosse l’argomento trattato. E ho trovato un film che parla delle cose su cui più sto meditando in questi giorni o in questi mesi. Ovvero il sentire (preferisco evitare la parola sentimento, è troppo connotata, forse è stata infettata dal suo corrispondente aggettivo sentimentale, che fa cagare – spesso gli aggettivi sono pericolose mine vaganti), il comunicare ciò che si sente, e il capire ciò che sente l’altro.Il film tratta diversi temi (fra cui la ferocia consueta del mondo del lavoro e gli effetti devastanti delle fusioni tra aziende, di solito esaltate come successi dalle mosche del capitale – come le chiama Volponi – ma, di fatto, vere macellazioni e decimazioni per i lavoratori) ma il nocciolo, mi pare, è quello: sentire, comunicare, capire.Detto così suona un po’ generico e universale, lo so, ma il pregio di Moretti è saper scavare in modo ancora originale in questa universalità, cogliendone gli aspetti più legati al vivere della società contemporanea.Lo spunto di partenza della storia si collega in qualche modo a La stanza del figlio: là è un figlio che muore lasciando i genitori a gestire il lutto (trovo feroce questa locuzione però si usa, pare sia lessico della psicanalisi, a me gestire ricorda sempre qualcosa di gelido, tipo ufficio del personale, ma tant’è, adattiamoci), qui è una moglie che muore lasciando da solo l’uomo con una figlia in età di scuola elementare.Non si capisce (o almeno io non ho capito: altri spettatori più intelligenti magari sì) se la morte della moglie sia malore, incidente o suicidio. La si vede a terra nel prato di casa, e basta. La bambina grida «mamma è caduta», ma questo è compatibile con tutte e tre le ipotesi, che si sia accasciata al suolo o che sia volata dal balcone, volontariamente o no.Pietro, il marito (Nanni Moretti), probabilmente non la amava molto: ed è fondamentalmente su questo, oltre che sul rapporto con la figlia Claudia, che si interrogherà per tutto il film. Poi ci sono un suo (di lui) fratello Carlo un po’ trullo, che di lavoro indossa dei jeans, se ho ben capito (insomma, fa della pubblicità), una sua cognata (sorella della moglie morta) schizzatina di cui già ho scordato il nome (la interpreta Valeria Golino), e altri personaggi di contorno abbastanza ben tratteggiati, fra cui i capoccioni della ditta (impegnati appunto in una fusione aziendale, con i coltelli che svolazzano), un ragazzino spastico che transita tutte le mattine trascinato da una donna bruna, una ragazza con un cane, il gestore di un chiosco che mette troppo pecorino nei broccoli, una donna che all’inizio del film viene da Pietro-Moretti casualmente (nel senso che lui passava di lì per caso, non si conoscevano) salvata da un probabile annegamento (chissà se Nanni Moretti nella vita reale sa davvero nuotare così bene!) e che verso la fine del film scopa con lui (ma resta una storia collaterale un po’ appiccicata lì: non ho capito che cosa spinga quei due a scopare, lei è pure alquanto ciospa, e nel film non si vede né si lascia intuire che essi approfondiscano reciproci sentimenti: boh!), e poi altri personaggi ancora.Dunque dopo la morte della moglie, quando la figlia ricomincia la scuola a settembre, Pietro smette di andare in ufficio e passa le giornate davanti alla scuola, a pensare, osservare, sentire, comunicare, capire. La scena principale del film è il piazzale davanti alla scuola, un angusto ritaglio d’erba assediato dal traffico selvaggio (siamo a Roma), con un chiosco e qualche panchina. Un luogo dove si sta bene, come dice lo stesso protagonista. Un luogo dove cercare di ritrovare sé stessi e i rapporti con gli altri e con la vita. Il film è sostanzialmente questo: una breve intensa recherche di un tempo-spazio perduto (o mai trovato prima).Piccolo inciso: ho trovato un po’ strano, come deformato, il naso di Moretti, ma adesso non so dire se è sempre stato così e non ci avevo mai fatto caso, o se gli è diventato così invecchiando, o se è deformato con un trucco per il film (ma non ne capirei tanto il motivo).Insomma, Caos calmo mi è piaciuto. Non ho letto il romanzo di Sandro Veronesi (che nei titoli di testa del film deve comparire molto di sfuggita, se compare: io non l’ho visto citato, ma magari mi ero distratto quell’attimo: al cinema Medusa di via Livorno, il più vicino a casa mia, ti rintronano con un’overdose di pubblicità e trailer prima di concederti il film: e poi già m’ero innervosito perché mi sono dovuto spostare perché come al solito m’ero dimenticato che in alcuni di questi cazzo di multisala moderni i posti sono numerati, manco fossimo alla Scala, che palle! – ed è pure caro, per essere di lunedì, cinque euro e venticinque, e la coda rallentata da quei venticinque centesimi da cercare in tasca, minchia, non gli bastavano cinque euro tondi, che poi il lunedì sarebbe già fin troppo quattro?) e dunque non so quanto il film vi aderisca, ma la storia è intensa, e dice bene quel che dice.Così l’ho percepito io, almeno. Sono anch’io in una sorta di recherche, forse, nei rapporti umani. C’è un’amica che si sta allontanando da me accusandomi di negligenza e disattenzione – adesso non vuole proprio più comunicare con me. Un processo iniziato l’estate scorsa, forse, e sul quale non riesco a intervenire in alcun modo. Mi spiace molto perché è una buona amica, da oltre un decennio. Ma, a suo giudizio attuale, io non sono un buon amico per lei. Forse il primo segnale fu appunto l’estate scorsa, una sera che camminavo con lei – andavamo al cinema Centrale in via Carlo Alberto – e risposi a una chiamata al telefonino di una ragazza a me cara. Rimasi al telefono sei o sette minuti, certo non di più (se no saremmo arrivati tardi per il film, cosa che non accadde), ma lei giorni dopo mi fece notare la cosa come se fosse stata una grave indelicatezza: quando sei con un’amica non puoi metterti a parlare al telefono con qualcun altro mollandola lì da sola. Mi parve una reazione del tutto esagerata, ma chissà.Da allora in poi è saltato fuori abbastanza (troppo) spesso il discorso se io fossi X avresti per me ben altra attenzione, dove X può stare per il nome di una qualunque donna di cui io sia innamorato-invaghito-attratto-preso-desideroso – o dite un po’ voi come vi pare, che non so fare certe sottili distinzioni – insomma una di quelle che mi s’illuminano gli occhi se le vedo o le penso (ecco, forse questa è una buona definizione, saltata fuori adesso così per caso).Non so perché stia accadendo questo con la (ex?) buona amica (con la quale non c’è mai stato nulla di diverso dall’amicizia, tanto che io a volte la chiamavo scherzosamente una dei miei migliori amici). Non mi sembra di essere disattento. Dopo quella faccenda della (pur breve) telefonata in via Carlo Alberto, le sere che sono stato da lei ho quasi sempre spento il cellulare (a non rispondere mentre squilla non sono capace, sono fatto così, è come se mi squillasse dentro un’angoscia della persona che chiama e non sente rispondere, sente suonare a vuoto, e magari invece quella persona non si angoscia affatto, e l’ho capito che coi cellulari funziona così – tante volte non rispondono a me! – ma non ce la faccio: o lo spengo o, se suona, rispondo, e a chiunque, non guardo nemmeno il nome o numero sul display – forse anche perché senza occhiali col cazzo che lo leggo), e no, davvero non mi sembra di essere disattento o avaro o stitico (parole sue) con lei. Ma se sembra a lei, una ragione ci sarà, ci deve essere, ed è su questo che medito e rimugino.(Cercando di osservare la cosa come da fuori, con l’ordinaria malizia dell’oggettività [in verità in vita mia non ho trovato nulla mai di più malizioso che le osservazioni cosiddette oggettive], mi sembrano quasi scenate di gelosia, ma se le dicessi una cosa del genere mi sputerebbe in un occhio. Comunque siamo molto complicati. Sì.)Va bene. Fine della recensione. Certo, tutto questo messaggio è la recensione di Caos calmo, perché una recensione, se non è quella fredda cosa che mettono i critici sui giornali, è un discorso vasto e personale, sempre: un film (poesia, libro, quadro, musica, scultura, paesaggio) «è» l’interazione con chi lo guarda, legge, ascolta, osserva. Buona settimana a tutti.
Caos calmo
Interrompo la pausa per scrivere la recensione di un film che ho visto ieri sera. Una cosa neutra e innocua, una recensione. Ma già prima di scriverla mi accorgo che non è vero. Non essendo questo un giornale né una rivista e non essendo io un giornalista né un critico cinematografico, la recensione di un film risulta, qui, personale e intima, né più né meno che raccontare con chi faccio l’amore o di che angosce soffro o quali gioie provo nella vita. Aspetti diversi del medesimo esistere. A me viene così, se sia normale non lo so, e alla fine chi se ne frega.Credo che ci sia anche un destino nelle scelte e nelle combinazioni. Del film non sapevo nulla (in questo periodo non leggo neanche i giornali), sono andato a vederlo semplicemente perché in genere mi piace Nanni Moretti. Non avevo idea, neppure alla lontana, di quale fosse l’argomento trattato. E ho trovato un film che parla delle cose su cui più sto meditando in questi giorni o in questi mesi. Ovvero il sentire (preferisco evitare la parola sentimento, è troppo connotata, forse è stata infettata dal suo corrispondente aggettivo sentimentale, che fa cagare – spesso gli aggettivi sono pericolose mine vaganti), il comunicare ciò che si sente, e il capire ciò che sente l’altro.Il film tratta diversi temi (fra cui la ferocia consueta del mondo del lavoro e gli effetti devastanti delle fusioni tra aziende, di solito esaltate come successi dalle mosche del capitale – come le chiama Volponi – ma, di fatto, vere macellazioni e decimazioni per i lavoratori) ma il nocciolo, mi pare, è quello: sentire, comunicare, capire.Detto così suona un po’ generico e universale, lo so, ma il pregio di Moretti è saper scavare in modo ancora originale in questa universalità, cogliendone gli aspetti più legati al vivere della società contemporanea.Lo spunto di partenza della storia si collega in qualche modo a La stanza del figlio: là è un figlio che muore lasciando i genitori a gestire il lutto (trovo feroce questa locuzione però si usa, pare sia lessico della psicanalisi, a me gestire ricorda sempre qualcosa di gelido, tipo ufficio del personale, ma tant’è, adattiamoci), qui è una moglie che muore lasciando da solo l’uomo con una figlia in età di scuola elementare.Non si capisce (o almeno io non ho capito: altri spettatori più intelligenti magari sì) se la morte della moglie sia malore, incidente o suicidio. La si vede a terra nel prato di casa, e basta. La bambina grida «mamma è caduta», ma questo è compatibile con tutte e tre le ipotesi, che si sia accasciata al suolo o che sia volata dal balcone, volontariamente o no.Pietro, il marito (Nanni Moretti), probabilmente non la amava molto: ed è fondamentalmente su questo, oltre che sul rapporto con la figlia Claudia, che si interrogherà per tutto il film. Poi ci sono un suo (di lui) fratello Carlo un po’ trullo, che di lavoro indossa dei jeans, se ho ben capito (insomma, fa della pubblicità), una sua cognata (sorella della moglie morta) schizzatina di cui già ho scordato il nome (la interpreta Valeria Golino), e altri personaggi di contorno abbastanza ben tratteggiati, fra cui i capoccioni della ditta (impegnati appunto in una fusione aziendale, con i coltelli che svolazzano), un ragazzino spastico che transita tutte le mattine trascinato da una donna bruna, una ragazza con un cane, il gestore di un chiosco che mette troppo pecorino nei broccoli, una donna che all’inizio del film viene da Pietro-Moretti casualmente (nel senso che lui passava di lì per caso, non si conoscevano) salvata da un probabile annegamento (chissà se Nanni Moretti nella vita reale sa davvero nuotare così bene!) e che verso la fine del film scopa con lui (ma resta una storia collaterale un po’ appiccicata lì: non ho capito che cosa spinga quei due a scopare, lei è pure alquanto ciospa, e nel film non si vede né si lascia intuire che essi approfondiscano reciproci sentimenti: boh!), e poi altri personaggi ancora.Dunque dopo la morte della moglie, quando la figlia ricomincia la scuola a settembre, Pietro smette di andare in ufficio e passa le giornate davanti alla scuola, a pensare, osservare, sentire, comunicare, capire. La scena principale del film è il piazzale davanti alla scuola, un angusto ritaglio d’erba assediato dal traffico selvaggio (siamo a Roma), con un chiosco e qualche panchina. Un luogo dove si sta bene, come dice lo stesso protagonista. Un luogo dove cercare di ritrovare sé stessi e i rapporti con gli altri e con la vita. Il film è sostanzialmente questo: una breve intensa recherche di un tempo-spazio perduto (o mai trovato prima).Piccolo inciso: ho trovato un po’ strano, come deformato, il naso di Moretti, ma adesso non so dire se è sempre stato così e non ci avevo mai fatto caso, o se gli è diventato così invecchiando, o se è deformato con un trucco per il film (ma non ne capirei tanto il motivo).Insomma, Caos calmo mi è piaciuto. Non ho letto il romanzo di Sandro Veronesi (che nei titoli di testa del film deve comparire molto di sfuggita, se compare: io non l’ho visto citato, ma magari mi ero distratto quell’attimo: al cinema Medusa di via Livorno, il più vicino a casa mia, ti rintronano con un’overdose di pubblicità e trailer prima di concederti il film: e poi già m’ero innervosito perché mi sono dovuto spostare perché come al solito m’ero dimenticato che in alcuni di questi cazzo di multisala moderni i posti sono numerati, manco fossimo alla Scala, che palle! – ed è pure caro, per essere di lunedì, cinque euro e venticinque, e la coda rallentata da quei venticinque centesimi da cercare in tasca, minchia, non gli bastavano cinque euro tondi, che poi il lunedì sarebbe già fin troppo quattro?) e dunque non so quanto il film vi aderisca, ma la storia è intensa, e dice bene quel che dice.Così l’ho percepito io, almeno. Sono anch’io in una sorta di recherche, forse, nei rapporti umani. C’è un’amica che si sta allontanando da me accusandomi di negligenza e disattenzione – adesso non vuole proprio più comunicare con me. Un processo iniziato l’estate scorsa, forse, e sul quale non riesco a intervenire in alcun modo. Mi spiace molto perché è una buona amica, da oltre un decennio. Ma, a suo giudizio attuale, io non sono un buon amico per lei. Forse il primo segnale fu appunto l’estate scorsa, una sera che camminavo con lei – andavamo al cinema Centrale in via Carlo Alberto – e risposi a una chiamata al telefonino di una ragazza a me cara. Rimasi al telefono sei o sette minuti, certo non di più (se no saremmo arrivati tardi per il film, cosa che non accadde), ma lei giorni dopo mi fece notare la cosa come se fosse stata una grave indelicatezza: quando sei con un’amica non puoi metterti a parlare al telefono con qualcun altro mollandola lì da sola. Mi parve una reazione del tutto esagerata, ma chissà.Da allora in poi è saltato fuori abbastanza (troppo) spesso il discorso se io fossi X avresti per me ben altra attenzione, dove X può stare per il nome di una qualunque donna di cui io sia innamorato-invaghito-attratto-preso-desideroso – o dite un po’ voi come vi pare, che non so fare certe sottili distinzioni – insomma una di quelle che mi s’illuminano gli occhi se le vedo o le penso (ecco, forse questa è una buona definizione, saltata fuori adesso così per caso).Non so perché stia accadendo questo con la (ex?) buona amica (con la quale non c’è mai stato nulla di diverso dall’amicizia, tanto che io a volte la chiamavo scherzosamente una dei miei migliori amici). Non mi sembra di essere disattento. Dopo quella faccenda della (pur breve) telefonata in via Carlo Alberto, le sere che sono stato da lei ho quasi sempre spento il cellulare (a non rispondere mentre squilla non sono capace, sono fatto così, è come se mi squillasse dentro un’angoscia della persona che chiama e non sente rispondere, sente suonare a vuoto, e magari invece quella persona non si angoscia affatto, e l’ho capito che coi cellulari funziona così – tante volte non rispondono a me! – ma non ce la faccio: o lo spengo o, se suona, rispondo, e a chiunque, non guardo nemmeno il nome o numero sul display – forse anche perché senza occhiali col cazzo che lo leggo), e no, davvero non mi sembra di essere disattento o avaro o stitico (parole sue) con lei. Ma se sembra a lei, una ragione ci sarà, ci deve essere, ed è su questo che medito e rimugino.(Cercando di osservare la cosa come da fuori, con l’ordinaria malizia dell’oggettività [in verità in vita mia non ho trovato nulla mai di più malizioso che le osservazioni cosiddette oggettive], mi sembrano quasi scenate di gelosia, ma se le dicessi una cosa del genere mi sputerebbe in un occhio. Comunque siamo molto complicati. Sì.)Va bene. Fine della recensione. Certo, tutto questo messaggio è la recensione di Caos calmo, perché una recensione, se non è quella fredda cosa che mettono i critici sui giornali, è un discorso vasto e personale, sempre: un film (poesia, libro, quadro, musica, scultura, paesaggio) «è» l’interazione con chi lo guarda, legge, ascolta, osserva. Buona settimana a tutti.