Le canzoni del De Andrè più maturo sono intense e profonde, ma ce ne sono alcune del De Andrè più giovane che restano dei classici, fuori dal tempo. La città vecchia è del 1962. Ma com’è vicina al 2008! Ci sono ancora quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi: e chi è strano resta fuori dalla società, in ogni epoca. Ci sono ancora disperazioni chiuse dentro i bar, fra una birra e un videopoker. Ci sono bambine inesperte, magari venute da lontano, a cui gli aguzzini fanno cantare la canzone antica della donnaccia; e sull’altro lato della via ci sono vecchi – anche ventenni, vecchi – che sputano sulle donne che desiderano, terrorizzati dalla loro libertà. E, nonostante qualche ristrutturazione, c’è ancora quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori, nei vicoli della Genova che amo. E che quindi è mia, anche se non sono genovese, mi appartiene: l’amore è l’unica appartenenza sana. Ho le mani vuote ma sono un grande conquistatore: sono mie grandi città industriali, piccoli paesi fra mari e colline, borghi sperduti, una buona metà delle repubbliche marinare, placide pianure e larghi fiumi. Sono uno degli uomini più ricchi del mondo. Nel video qui sotto Fabrizio dice delle cose, anche importanti, prima di cantare. Lo dedico a Federica, ove mai leggesse, e torno al mio lavoro.
La città vecchia
Le canzoni del De Andrè più maturo sono intense e profonde, ma ce ne sono alcune del De Andrè più giovane che restano dei classici, fuori dal tempo. La città vecchia è del 1962. Ma com’è vicina al 2008! Ci sono ancora quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi: e chi è strano resta fuori dalla società, in ogni epoca. Ci sono ancora disperazioni chiuse dentro i bar, fra una birra e un videopoker. Ci sono bambine inesperte, magari venute da lontano, a cui gli aguzzini fanno cantare la canzone antica della donnaccia; e sull’altro lato della via ci sono vecchi – anche ventenni, vecchi – che sputano sulle donne che desiderano, terrorizzati dalla loro libertà. E, nonostante qualche ristrutturazione, c’è ancora quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori, nei vicoli della Genova che amo. E che quindi è mia, anche se non sono genovese, mi appartiene: l’amore è l’unica appartenenza sana. Ho le mani vuote ma sono un grande conquistatore: sono mie grandi città industriali, piccoli paesi fra mari e colline, borghi sperduti, una buona metà delle repubbliche marinare, placide pianure e larghi fiumi. Sono uno degli uomini più ricchi del mondo. Nel video qui sotto Fabrizio dice delle cose, anche importanti, prima di cantare. Lo dedico a Federica, ove mai leggesse, e torno al mio lavoro.