Lo collocherei nella primavera del 2002, perché il cappuccino ricordo che lo pagai un euro e 35 e l'euro è la nostra moneta dal 1° gennaio 2002, e d'altronde lo percepisco come accaduto prima della storia con Marì, cominciata nell'estate del 2002, e quindi sì, doveva essere per forza la primavera del 2002. Sette anni fa. Eseguita questa faticosa e inutile datazione su basi valutarie e amorose, passiamo oltre.Presi un cappuccino alla stazione di Milano Centrale, a un prezzo da ladri (1,35 appunto). Lo bevvi, pagai e feci per allontanarmi. Il barista mi apostrofò: «La bustina, nel cestino!». Avevo lasciato la bustina di zucchero, vuota, nel piattino accanto alla tazza. Il barista era davvero incazzato, mi guardava con un misto di odio e disprezzo. Presi la bustina e la buttai nel cestino, senza dire nulla. Andai al binario e salii sul treno per Torino.Questa cosa mi torna in mente, da allora, almeno cinque o sei volte all'anno, con stizza. E mi fa rabbia che mi torni in mente. Perché devo sprecare periodicamente memoria, tempo, pensiero e fastidio per un barista stronzo che lavorava per dei ladri maledetti, capaci di vendere un cappuccino a un euro e trentacinque nel 2002? Eppure la questione è più complessa.Da quel giorno, di fatto, butto sempre la bustina di zucchero vuota (e i tovagliolini eventuali e tutto) nel cestino. Addirittura, se non c'è un cestino, me la metto in tasca. Perché penso: se l'ho fatto per quello stronzo, devo farlo per tutti gli altri, che stronzi magari non sono. Perché in fondo è giusto: si allevia il lavoro del barista, lavoro faticoso e credo non remunerato con sacchi d'oro; gli si evita di dover liberare dalle scorie tutti i piattini di tutti i clienti, prima di infilarli nella lavastoviglie o nel lavandino.Non so se esista un galateo condiviso su questa tematica. Voi la bustina vuota la lasciate nel piattino o la buttate nel cestino? E perché? Io, dalla primavera del 2002 in qua, la butto nel cestino. Se sono in compagnia di qualcuno che mi fa fretta, mi trascina via e non mi dà tempo di cestinare la bustina, provo disagio. Questo, s'intende, quando prendo il cappuccino al banco. Al tavolino la situazione è diversa: assomiglia di più a un ristorante, non è che quando ti alzi dopo cena, al ristorante, sparecchi, vuoti i rimasugli nella pattumiera, togli le briciole dalla tovaglia eccetera. Solitamente no. Quindi al tavolino la bustina la lascio nel piattino.Beh, in realtà ci sono delle situazioni al limite, anche lì, borderline, come dicono adesso. Per esempio il bar che ha i tavolini ma non fa servizio camerieri: prendi la roba al banco e te la porti tu al tavolino. In quel caso normalmente, dopo bevuto, riporto tutto al banco, e cestino la bustina: trovo logico che, se non c'è servizio camerieri sul percorso banco-tavolo, non ci sia nemmeno sul percorso tavolo-banco, e dunque l'intera gestione del movimento, andata e ritorno, sia compito dell'avventore. Forse è una logica solo mia, perché noto che la maggior parte della gente molla tutto sul tavolino e se ne va.Ma invece, prima di quel fatale giorno della primavera del 2002, la bustina la lasciavo sempre nel piattino, senza essere sfiorato da dubbi. Quindi il barista stronzo (davvero odioso, una merdaccia) di Milano Centrale mi ha cambiato la vita - insomma, una piccola parte della mia vita. E ha contribuito a rendere più lieve, sia pur minimamente, il lavoro di centinaia di suoi colleghi che, in giro per l'Italia, mi hanno versato cappuccini in questi sette anni. Non so se in tutto questo ci sia una morale, tipo che a cambiare il mondo sono gli stronzi. Però a quello là ancora adesso avrei voglia di dargli un pugno sul muso. È quello il modo di trattarmi, cazzo? Che se la ficchi nel culo, la sua maledetta bustina vuota di zucchero.[L'immagine in alto a destra è un importante documento storico, anche se non sembra. È stata scattata infatti giovedì scorso, di mattina, al bar pizzeria di Porta Susa. Stamattina ci sono passato e ho visto che è chiuso per sempre, "cessata attività". Quindi non si potrebbe mai più fare quella foto. Peccato, era un buon posto. Sic transit.]
Il barista stronzo di Milano Centrale
Lo collocherei nella primavera del 2002, perché il cappuccino ricordo che lo pagai un euro e 35 e l'euro è la nostra moneta dal 1° gennaio 2002, e d'altronde lo percepisco come accaduto prima della storia con Marì, cominciata nell'estate del 2002, e quindi sì, doveva essere per forza la primavera del 2002. Sette anni fa. Eseguita questa faticosa e inutile datazione su basi valutarie e amorose, passiamo oltre.Presi un cappuccino alla stazione di Milano Centrale, a un prezzo da ladri (1,35 appunto). Lo bevvi, pagai e feci per allontanarmi. Il barista mi apostrofò: «La bustina, nel cestino!». Avevo lasciato la bustina di zucchero, vuota, nel piattino accanto alla tazza. Il barista era davvero incazzato, mi guardava con un misto di odio e disprezzo. Presi la bustina e la buttai nel cestino, senza dire nulla. Andai al binario e salii sul treno per Torino.Questa cosa mi torna in mente, da allora, almeno cinque o sei volte all'anno, con stizza. E mi fa rabbia che mi torni in mente. Perché devo sprecare periodicamente memoria, tempo, pensiero e fastidio per un barista stronzo che lavorava per dei ladri maledetti, capaci di vendere un cappuccino a un euro e trentacinque nel 2002? Eppure la questione è più complessa.Da quel giorno, di fatto, butto sempre la bustina di zucchero vuota (e i tovagliolini eventuali e tutto) nel cestino. Addirittura, se non c'è un cestino, me la metto in tasca. Perché penso: se l'ho fatto per quello stronzo, devo farlo per tutti gli altri, che stronzi magari non sono. Perché in fondo è giusto: si allevia il lavoro del barista, lavoro faticoso e credo non remunerato con sacchi d'oro; gli si evita di dover liberare dalle scorie tutti i piattini di tutti i clienti, prima di infilarli nella lavastoviglie o nel lavandino.Non so se esista un galateo condiviso su questa tematica. Voi la bustina vuota la lasciate nel piattino o la buttate nel cestino? E perché? Io, dalla primavera del 2002 in qua, la butto nel cestino. Se sono in compagnia di qualcuno che mi fa fretta, mi trascina via e non mi dà tempo di cestinare la bustina, provo disagio. Questo, s'intende, quando prendo il cappuccino al banco. Al tavolino la situazione è diversa: assomiglia di più a un ristorante, non è che quando ti alzi dopo cena, al ristorante, sparecchi, vuoti i rimasugli nella pattumiera, togli le briciole dalla tovaglia eccetera. Solitamente no. Quindi al tavolino la bustina la lascio nel piattino.Beh, in realtà ci sono delle situazioni al limite, anche lì, borderline, come dicono adesso. Per esempio il bar che ha i tavolini ma non fa servizio camerieri: prendi la roba al banco e te la porti tu al tavolino. In quel caso normalmente, dopo bevuto, riporto tutto al banco, e cestino la bustina: trovo logico che, se non c'è servizio camerieri sul percorso banco-tavolo, non ci sia nemmeno sul percorso tavolo-banco, e dunque l'intera gestione del movimento, andata e ritorno, sia compito dell'avventore. Forse è una logica solo mia, perché noto che la maggior parte della gente molla tutto sul tavolino e se ne va.Ma invece, prima di quel fatale giorno della primavera del 2002, la bustina la lasciavo sempre nel piattino, senza essere sfiorato da dubbi. Quindi il barista stronzo (davvero odioso, una merdaccia) di Milano Centrale mi ha cambiato la vita - insomma, una piccola parte della mia vita. E ha contribuito a rendere più lieve, sia pur minimamente, il lavoro di centinaia di suoi colleghi che, in giro per l'Italia, mi hanno versato cappuccini in questi sette anni. Non so se in tutto questo ci sia una morale, tipo che a cambiare il mondo sono gli stronzi. Però a quello là ancora adesso avrei voglia di dargli un pugno sul muso. È quello il modo di trattarmi, cazzo? Che se la ficchi nel culo, la sua maledetta bustina vuota di zucchero.[L'immagine in alto a destra è un importante documento storico, anche se non sembra. È stata scattata infatti giovedì scorso, di mattina, al bar pizzeria di Porta Susa. Stamattina ci sono passato e ho visto che è chiuso per sempre, "cessata attività". Quindi non si potrebbe mai più fare quella foto. Peccato, era un buon posto. Sic transit.]