È una sensazione che ho da molto, quella che il "politicamente corretto", il "buonismo" e una specie di "impegno etico" si stiano trasformando in una vera e propria censura, non tanto diversa da quella della "buona piccola borghesia" di mezzo secolo fa. E condivido abbastanza i contenuti di questo articolo, dal "Corriere della sera" di oggi 22 maggio, che mi permetto di riportare qui sotto.(Nel frattempo, si scopre che anche negli uffici dell'ONU se una donna denuncia una molestia sessuale viene licenziata lei, e resta impunito il molestatore: come dire: tante belle parole corrette e impegnate, ma poi... "buona piccola borghesia" appunto, proprio quella cantata da Claudio Lolli, ancora e ovunque.)[Nell'immagine in alto a destra, Paradigma di galassie in un dettaglio del corpo di una mia amica, semplice foto, arte povera, 1997. Torino, collezione privata.]Quei neopuritani contro le «Lolite»di ALESSANDRO PIPERNOMi chiedo se oggi opere come I canti di Maldororo Lolita troverebbero un editore. Se, cioè, libricosì eticamente equivoci, che non si vergognanodi mettere in scena abusi su bambini eadolescenti in modo sarcasticamente inequivoco (e senzasottotitoli di condanna), non susciterebbero il rifiuto di unambiente intellettuale forgiato su tabù liberali. L’aggressionesubita da Le Benevole di Littell negli Stati Uniti mostra comela critica americana (per molti di noi un punto di riferimento)sia ormai schiava di quel sentire comune così interessato aidiritti umani quanto indifferente alla forma artistica.Ma, Dio santo, guardatelo lo scrittore d’oggi: non fa cheprofessare pubblicamente e impudicamente una lividareligione dell’indignazione: contro la pena di morte, contro ilriscaldamento globale, contro i massacri in Darfur... Almenogli scrittori engagé di una volta (i Sartre, i Brecht) avevano lepalle e la classe di prendere colossali cantonate sostenendospudoratamente lo stalinismo. Lo scrittore d’oggi, invece,somiglia sempre più a quelle scimmiette ammaestrate diHollywood impegnate in grandi cause umanitarie inveceche nella realizzazione di qualche buon film. Mi chiedo:quanti tra gli scrittori contemporanei sono ancorainteressati al giro di frasi, ovvero al valore metafisico dellasintassi? Quanti tra loro sono alle calcagna di unpersonaggio memorabile? Temo che si contino sulle dita diuna mano quelli ancora persuasi che il lavoro artisticoconsista nel risolvere praticissimi problemi formali. E che laletteratura non sia altro che un modo elegante,appassionato, originale, inedito di esprimere verità che,d’altra parte, da millenni sono di pubblico dominio.Soffia un vento gelido dagli Stati Uniti. Un neopuritanesimocritico. Nelle cui maglie è incappato uno dei pochi veriscrittori di questi anni: Jonathan Littell. Qualcuno dirà: è unproblema loro, non di Littell. In linea teorica sonod’accordo. Se non fosse che tale sensibilità — plasmata daipredicatori della decenza umanitaria — rappresenta unostacolo per la creatività universale. Sarà per questo che daqualche anno la narrativa nordamericana (con l’eccezionedei soliti grandi vecchi) non produce niente di bello, diferoce, di necessario, d’innovativo, ma solo fichetterie pienedi buonsenso e di sani princìpi?
Dal "Corriere della sera" di oggi
È una sensazione che ho da molto, quella che il "politicamente corretto", il "buonismo" e una specie di "impegno etico" si stiano trasformando in una vera e propria censura, non tanto diversa da quella della "buona piccola borghesia" di mezzo secolo fa. E condivido abbastanza i contenuti di questo articolo, dal "Corriere della sera" di oggi 22 maggio, che mi permetto di riportare qui sotto.(Nel frattempo, si scopre che anche negli uffici dell'ONU se una donna denuncia una molestia sessuale viene licenziata lei, e resta impunito il molestatore: come dire: tante belle parole corrette e impegnate, ma poi... "buona piccola borghesia" appunto, proprio quella cantata da Claudio Lolli, ancora e ovunque.)[Nell'immagine in alto a destra, Paradigma di galassie in un dettaglio del corpo di una mia amica, semplice foto, arte povera, 1997. Torino, collezione privata.]Quei neopuritani contro le «Lolite»di ALESSANDRO PIPERNOMi chiedo se oggi opere come I canti di Maldororo Lolita troverebbero un editore. Se, cioè, libricosì eticamente equivoci, che non si vergognanodi mettere in scena abusi su bambini eadolescenti in modo sarcasticamente inequivoco (e senzasottotitoli di condanna), non susciterebbero il rifiuto di unambiente intellettuale forgiato su tabù liberali. L’aggressionesubita da Le Benevole di Littell negli Stati Uniti mostra comela critica americana (per molti di noi un punto di riferimento)sia ormai schiava di quel sentire comune così interessato aidiritti umani quanto indifferente alla forma artistica.Ma, Dio santo, guardatelo lo scrittore d’oggi: non fa cheprofessare pubblicamente e impudicamente una lividareligione dell’indignazione: contro la pena di morte, contro ilriscaldamento globale, contro i massacri in Darfur... Almenogli scrittori engagé di una volta (i Sartre, i Brecht) avevano lepalle e la classe di prendere colossali cantonate sostenendospudoratamente lo stalinismo. Lo scrittore d’oggi, invece,somiglia sempre più a quelle scimmiette ammaestrate diHollywood impegnate in grandi cause umanitarie inveceche nella realizzazione di qualche buon film. Mi chiedo:quanti tra gli scrittori contemporanei sono ancorainteressati al giro di frasi, ovvero al valore metafisico dellasintassi? Quanti tra loro sono alle calcagna di unpersonaggio memorabile? Temo che si contino sulle dita diuna mano quelli ancora persuasi che il lavoro artisticoconsista nel risolvere praticissimi problemi formali. E che laletteratura non sia altro che un modo elegante,appassionato, originale, inedito di esprimere verità che,d’altra parte, da millenni sono di pubblico dominio.Soffia un vento gelido dagli Stati Uniti. Un neopuritanesimocritico. Nelle cui maglie è incappato uno dei pochi veriscrittori di questi anni: Jonathan Littell. Qualcuno dirà: è unproblema loro, non di Littell. In linea teorica sonod’accordo. Se non fosse che tale sensibilità — plasmata daipredicatori della decenza umanitaria — rappresenta unostacolo per la creatività universale. Sarà per questo che daqualche anno la narrativa nordamericana (con l’eccezionedei soliti grandi vecchi) non produce niente di bello, diferoce, di necessario, d’innovativo, ma solo fichetterie pienedi buonsenso e di sani princìpi?