Carlo Molinaro

Se fossi diventato grande


SE FOSSI DIVENTATO GRANDELei mi dice che se fossi diventato grande sarei stato un uomo meraviglioso, lo dice in forma dubitativa aggiungendo un chissà, me lo dice con un sms stamattina mentre fuori nevica e un po' lavoro un po' guardo la neve che è bella, è asciutta, scende lentamente però non mi eccita, non sono più così eccitato dalla neve come da bambino, mi piace, intendiamoci, mi piace molto ma non mi eccita - suonano alla porta per propormi di cambiare gestore dell'elettricità, dico che non m'interessa e me ne torno a scrivere - e se la neve mi piace ma non mi eccita più vuol dire che sono diventato grande un po' ma non so se ne sono contento, non la capisco ancora questa storia del piacere calmo non la capisco ancora, non tanto. Anche da bambino ero strano forse, non mi bastava mai, quando nevicava ero eccitato ma anche ansioso, perché quando cominciava vedevo già che finiva, che non avrebbe sommerso la città fino al terzo piano delle case come la sognavo io, veniva per qualche ora poi cessava, era un dolore che cessasse, odiavo gli adulti che dicevano meno male che ha smesso stronzi. Adesso sono meno ansioso, ho capito che la neve dura quel che dura, sono anche meno eccitato, non so cosa è meglio, comunque è così. Ci fu un'alluvione a Vercelli quand'ero ragazzino che sommerse alcuni quartieri ma non tutta la città: anche questa fu una delusione ma ero furbo e mi guardai bene dal dirlo, non si scherza sulle tragedie, io poi mica scherzavo, dunque peggio ancora. Questa cosa del piacere calmo senza eccitazione che a me sembra una contraddizione forse c'entra con l'amore adulto, forse, ma non sono sicuro. Alcuni giorni fa ho scritto una poesia in una lingua straniera e contrariamente al solito non l'ho messa né sul blog né su Facebook né l'ho mandata alla musa ispiratrice, non so se è una bella poesia ma ho percepito che dava fastidio praticamente a chiunque: alla musa stessa, a una donna che amo, a una ragazza che amo, agli amici che quasi mi compiangono per le mie ossessioni. Le ossessioni: la neve che dovrebbe arrivare al terzo piano, l'alluvione che dovrebbe sommergere tutto e non solo metà. Ero un bambino già ossesso, probabilmente. Non lo so, a volte non capisco e non mi capisco. Le poesie possono stare nei cassetti, so di autori di altri tempi che le hanno tenute tutta la vita nascoste, dando disposizione che fossero pubblicate dopo la morte, non solo la loro morte ma anche la morte di altre persone che da quei versi potevano essere ferite. Una lodevole sensibilità, quegli autori, mi dico, e però nello stesso tempo non capisco come possano esserci persone ferite da un sentimento altrui: vuol dire che non ci amiamo davvero, nessuno, vuol dire che siamo tutti un manipolo di stronzi, che in fondo nessuno accetta mai nessuno così com'è, c'è sempre da nascondere. La neve sta aumentando, forse ha sentito che da bambino non volevo che smettesse. È così contraddittorio diventare adulti! Dovresti conservare l'emozione della neve e nello stesso tempo ammettere che è meglio se non sommerge la città fino al terzo piano. Dicono che questo sia «imparare la misura», una cosa lodevole e necessaria. Ho sentito però anche dire, da persone apparentemente adulte, sagge, mature, che l'amore vero non ha una misura. Poi però lo misurano, li ho visti che lo fanno. E la neve? Davvero la neve può piacere così con misura, senza eccitazione? Non riesco a essere sicuro che sarebbe un male se arrivasse al terzo piano delle case. Certo ci sarebbero alcuni danni, molto da lavorare e scavare e spalare, poi. Però si interromperebbe questo ridicolo trantran di stupidaggini della città che senza voglia va e viene, le automobili, i caffè. I vicini dei piani più bassi sarebbero ospitati nei piani più alti. Ci si conoscerebbe. Ci si adatterebbe nell'alloggio. Ci si organizzerebbe, si deciderebbe di volta in volta chi va a prendere l'acqua nel punto di soccorso. Succederebbero delle cose vere. Comunque poi arriverebbe marzo che scioglie anche tre piani di neve. I telegiornali dovrebbero tacere, sia per mancanza di energia elettrica, sia perché finalmente resterebbero senza parole, avendo sprecato in modo ridicolo tutti i nomi e gli aggettivi (eccezionale emergenza) per nevicate del cazzo, da cinquanta centimetri. Non so. Ho cinquantasei anni e non riesco a convincermi che sarebbe proprio un male se la neve arrivasse al terzo piano delle case. Sarei molto eccitato, ma sgombrerei anche il divano da tutti i libri e il ciarpame per metterci a dormire quell'imbecille del secondo piano e parlerei con lui e scoprirei che forse non è poi così imbecille. Ma cessa la neve, si resterà distanti. Non so se questo è un pensiero da bambino. Certo sono anche egoista, una volta ho pensato che se io e una ragazza che mi piace fossimo rapiti da una cellula di Al Qaeda e dopo sei mesi liberati con un blitz sarebbe una bella occasione per stare finalmente un po' vicini; però se invece la uccidono, ci uccidono, allora non va bene. Questo è quasi certamente un pensiero da bambino. E allora è da bambino anche volere tre piani di neve perché la città si fermi e si voglia più bene. Probabilmente ho le carenze affettive, e i traumi infantili, tutte quelle cose lì, però adesso mi sono rotto anche di scrivere questa specie di poesia, devo finire il lavoro e consegnarlo, perché di fatto sono un adulto, c'è scritto sulla carta d'identità. E se divento o non divento o divento in parte grande, e anche se non sono meraviglioso, io un po' d'amore spero sempre di darlo e prenderlo. E poi sia come sia.