HO DATO CINQUE ALLA POESIA DI UN AMICO IN UNO SLAM Ho dato cinque alla poesia di un amico in uno slam, è un voto basso e non è così che si fa: quando ti capita in sorte di essere in giuria in un poetry slam dove ci sono degli amici li favorisci, è normale, fanno tutti così, è come ai concorsi di bellezza paesani con voto popolare, dove le aspiranti miss mobilitano legioni di amici e spasimanti e non vince la più bella ma quella che ha più amici. Io poi se mi succede di essere in giuria in uno slam dove partecipano degli amici normalmente non ho problemi di coscienza perché i miei amici, diciamolo, sono poeti molto bravi e i voti alti se li meritano e infatti li ricevono, di solito, da tutti. Ho dato cinque alla poesia di un amico in uno slam e mi sono accorto che ho le mie fissazioni, ho le mie fissazioni anche violente - ma probabilmente l'hanno già capito tutti - sulle donne e sull'amore, sul libero amore delle libere donne e dei liberi uomini, e quando salta fuori qualcosa che mi sembra un luogo comune reazionario in questo campo vado giù duro, vado giù troppo duro, non c'è poesia né amicizia che tenga, ho dato cinque a quella poesia perché dice che sei un cretino (mi pare - cito a memoria) se sposi le amiche che te la davano e poi dice anche un'altra cosa sull'essere martiri nel sopportare donne, qualcosa così. Ora ecco, la mia è un'esagerazione, non dovrei farmi condizionare così, ma ognuno ha la sua esperienza, non possiamo prescindere: io quand'ero ragazzino uno dei principali motivi che mi facevano perdere stima per mio padre, oltre al fatto che litigava con i vigili che gli davano multe giustissime (aveva una guida, diciamo, sportiva) e cercava di intimorirli, una volta è arrivato quasi a un «lei non sa chi sono io» e io ero in macchina e avrei voluto sprofondare, cazzo papà, mille lire, hai sorpassato sulla doppia striscia continua, hai torto marcio e sei un professionista e questo è un semplice vigile proletario che fa il suo lavoro e lo fa bene, cazzo papà, mille lire, come puoi? - avrei voluto dirgli, ma ero timido e tacevo - comunque a parte questa faccenda dei vigili c'era, più grave, che lui divideva le donne in categorie, come squadre di calcio: in serie A le brave ragazze, meglio se vergini, da sposare al momento opportuno; in serie B le amiche che la danno e che poi sicuramente non le sposi, che mica vuoi prendere «roba usata», certo che no, poi casomai le sposa qualche coglione - magari il vigile urbano di cui sopra, quel mezzo uomo che si sfoga a dare multe per il divieto di sorpasso. Ora ecco, le cose che impediscono di stimare veramente il proprio padre per un adolescente già incasinato di suo non sono una faccenda di lieve entità (è uno dei problemi che poi mi sono posto verso i miei figli, ma coi miei figli per fortuna comunico meglio che mio padre con me): sono cose che ti restano dentro e allora se sento uno che dice o scrive cose così, di non sposare le amiche che te la danno, mi sento ricacciato nel mondo oscuro di mio padre, nel mondo brutto e violento degli Anni Cinquanta, e non ce la faccio, magari la poesia nel complesso non è cattiva, e l'autore è un amico, ma io già cinque mi sembra fin troppo: io a mio padre e alla sua generazione quando dicevano cose così (e le dicevano e, peggio, le facevano) davo zero, stavo male e davo zero. Ecco, probabilmente sono troppo fissato su queste cose, ma anche di fissazioni ognuno ha le sue, d'altronde l'amico un po' misogino lo è, che dice che se rinascesse (sul filo di quelle fiabe orientali delle reincarnazioni) non vorrebbe rinascere femmina, mai, non gli interessa neppure fare un po' di alternanza nelle due esperienze, io invece se per assurdo fossero vere quelle baggianate vorrei sì rinascere femmina, provare l'altro modo, certo che lo vorrei. Quindi insomma basta, va bene, ognuno ha le sue fissazioni, io ho le mie, e comunque un poetry slam è solo un gioco per stare un pomeriggio insieme: c'era un bel prato, rondoni sopra i tetti, aria serena e qualche ragazza bella, intorno, da guardare.
Ho dato cinque alla poesia di un amico in uno slam
HO DATO CINQUE ALLA POESIA DI UN AMICO IN UNO SLAM Ho dato cinque alla poesia di un amico in uno slam, è un voto basso e non è così che si fa: quando ti capita in sorte di essere in giuria in un poetry slam dove ci sono degli amici li favorisci, è normale, fanno tutti così, è come ai concorsi di bellezza paesani con voto popolare, dove le aspiranti miss mobilitano legioni di amici e spasimanti e non vince la più bella ma quella che ha più amici. Io poi se mi succede di essere in giuria in uno slam dove partecipano degli amici normalmente non ho problemi di coscienza perché i miei amici, diciamolo, sono poeti molto bravi e i voti alti se li meritano e infatti li ricevono, di solito, da tutti. Ho dato cinque alla poesia di un amico in uno slam e mi sono accorto che ho le mie fissazioni, ho le mie fissazioni anche violente - ma probabilmente l'hanno già capito tutti - sulle donne e sull'amore, sul libero amore delle libere donne e dei liberi uomini, e quando salta fuori qualcosa che mi sembra un luogo comune reazionario in questo campo vado giù duro, vado giù troppo duro, non c'è poesia né amicizia che tenga, ho dato cinque a quella poesia perché dice che sei un cretino (mi pare - cito a memoria) se sposi le amiche che te la davano e poi dice anche un'altra cosa sull'essere martiri nel sopportare donne, qualcosa così. Ora ecco, la mia è un'esagerazione, non dovrei farmi condizionare così, ma ognuno ha la sua esperienza, non possiamo prescindere: io quand'ero ragazzino uno dei principali motivi che mi facevano perdere stima per mio padre, oltre al fatto che litigava con i vigili che gli davano multe giustissime (aveva una guida, diciamo, sportiva) e cercava di intimorirli, una volta è arrivato quasi a un «lei non sa chi sono io» e io ero in macchina e avrei voluto sprofondare, cazzo papà, mille lire, hai sorpassato sulla doppia striscia continua, hai torto marcio e sei un professionista e questo è un semplice vigile proletario che fa il suo lavoro e lo fa bene, cazzo papà, mille lire, come puoi? - avrei voluto dirgli, ma ero timido e tacevo - comunque a parte questa faccenda dei vigili c'era, più grave, che lui divideva le donne in categorie, come squadre di calcio: in serie A le brave ragazze, meglio se vergini, da sposare al momento opportuno; in serie B le amiche che la danno e che poi sicuramente non le sposi, che mica vuoi prendere «roba usata», certo che no, poi casomai le sposa qualche coglione - magari il vigile urbano di cui sopra, quel mezzo uomo che si sfoga a dare multe per il divieto di sorpasso. Ora ecco, le cose che impediscono di stimare veramente il proprio padre per un adolescente già incasinato di suo non sono una faccenda di lieve entità (è uno dei problemi che poi mi sono posto verso i miei figli, ma coi miei figli per fortuna comunico meglio che mio padre con me): sono cose che ti restano dentro e allora se sento uno che dice o scrive cose così, di non sposare le amiche che te la danno, mi sento ricacciato nel mondo oscuro di mio padre, nel mondo brutto e violento degli Anni Cinquanta, e non ce la faccio, magari la poesia nel complesso non è cattiva, e l'autore è un amico, ma io già cinque mi sembra fin troppo: io a mio padre e alla sua generazione quando dicevano cose così (e le dicevano e, peggio, le facevano) davo zero, stavo male e davo zero. Ecco, probabilmente sono troppo fissato su queste cose, ma anche di fissazioni ognuno ha le sue, d'altronde l'amico un po' misogino lo è, che dice che se rinascesse (sul filo di quelle fiabe orientali delle reincarnazioni) non vorrebbe rinascere femmina, mai, non gli interessa neppure fare un po' di alternanza nelle due esperienze, io invece se per assurdo fossero vere quelle baggianate vorrei sì rinascere femmina, provare l'altro modo, certo che lo vorrei. Quindi insomma basta, va bene, ognuno ha le sue fissazioni, io ho le mie, e comunque un poetry slam è solo un gioco per stare un pomeriggio insieme: c'era un bel prato, rondoni sopra i tetti, aria serena e qualche ragazza bella, intorno, da guardare.