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Una poesia per Ignazio Marino

Post n°10 pubblicato il 10 Ottobre 2016 da monari1
Foto di monari1

Mia lettera 'poetica' per Ignazio Marino
pubblicata il 10.10.2016 dal "Corriere Romagna"


Un motivo lo troveranno
Dalla mia raccolta (sul web) di presunti componimenti poetici "Note al testo", offro con stima al prof. Ignazio Marino questa lirica, condividendo la sua opinione: "La mia cacciata una pagina buia della democrazia".

Quando si dice la combinazione.
Sfogli un giornale e trovi
che "dare carta bianca" significava
una cosa molto semplice:
lo sconfitto mandava il foglio vergine
al "suo" vincitore, per fargli dettare
le condizioni della pace.
Morale della favola: per stare in pace
devi stare zitto, ti chiamano sconfitto
e l'altro fa di te quello che vuole.
Dopo secoli o millenni cercheranno,
se ne avranno voglia, di accertare
le cause della vittoria altrui
e della sconfitta tua. Ed il verdetto
potrebbe rovesciare l'esito storico:
povero fesso (penseranno senza dirlo)
ti hanno fregato, condannato, vilipeso,
mentre avevi tutte le ragioni del mondo.
Tutte, insomma molte, penseranno altri.
Poi verrà chi ridurrà quelle molte
alle poche che veramente sono tue,
se alla fine non verrà il Sommo Realista
a sostenere: se ha perso, un motivo ci sarà.

 
 
 

Rimini 1061, una guerra dimenticata

Post n°9 pubblicato il 27 Giugno 2013 da monari1

L'elogio funebre di Pier Damiano per Benno "padre della Patria". La nuova lettura di quei versi offre un'immagine diversa della storia del tempo
Rimini 1061, una guerra dimenticata
["il Ponte", n. 20, 26.05.2013]

 


Nel 1964 a Stoccolma Margareta Giordano Lokrantz (1935-2004) pubblica "L'opera poetica di S. Pier Damiani", contenente la descrizione dei manoscritti e la loro edizione. Tra i componimenti più famosi, c'è il n. XCIX, ovvero il "Bennonis Epitaphium", come è intitolato nella "Opera omnia" apparsa "Parisiis, Sumptibus Caroli Chastellain, MDCXLII", e riedita nel 1743 sempre a Parigi.

Rimini, piangi
Eccone il testo completo (ed. 1964): "Ariminum, luge, lacrimarum flumina funde;/ Laus tua Benno fuit, pro dolor ecce ruit./ Benno decus regni, Romanae gloria genti,/ Ipse pater patriae, lux erat Italiae./ Hunc socium miseri, durum sensere superbi;/ Lapsos restituit, turgida colla premit./ Fit leo pugnanti frendens, tener agnus inermi;/ Hinc semper iustus perstitit, inde pius./ Hic fidei dum iura colit, dum cedere nescit,/Firma tenens rigidae pondera iustitiae,/ Reticolae iugulus prauorum pertulit ictus./ Per quem pax uiguit, bellica sors perimit./ Obsecro, tam diram sapientes flete ruinam/ Et pia pro socio fundite uota Deo".
Il v. 12 è edito da Lokrantz come "per quem pax uiguit, bellica sors perimit", anziché il classico "bellica sors periit", per cui abbiamo: "la guerra uccise colui per merito del quale fiorì la pace" (anziché "per lui fiorì la pace, la guerra cessò"). Questa traduzione è contenuta in un testo pubblicato nel 1965 dal prof. Scevola Mariotti, in cui si ricorda come la nuova lettura del v. 12 offerta da Margareta Lokrantz, comporti conseguenze "di ordine storico". Mariotti precisa: "…a quanto pare, Bennone fu ucciso in un fatto di guerra". D'ora in avanti chiamiamo Benno il personaggio detto Bennone da Mariotti, seguendo lo stesso Pier Damiano che inizia così l'epitaffio: "Ariminum, luge, lacrimarum flumina funde; / Laus tua Benno fuit".

Luce dell'Italia
L'accenno contenuto nell'epitaffio sarebbe l'unica testimonianza pervenutaci di lotte locali tanto violente da giungere all'uccisione di un capo politico cittadino. Benno infatti è definito da Pier Damiano "onore del regno, gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia" ("Benno decus regni, Romanae gloria genti, / Ipse pater patriae, lux erat Italiae", vv. 3-4). Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal Conte, il quale era un delegato pontificio od imperiale. Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è quindi dato da Pier Damiano per ucciso nel corso di una "guerra": "lui, per merito del quale fiorì la pace", fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto ipotesi, connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.
Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiano non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi originale tra mondo laico ed ecclesiastico, per conciliare gli interessi "particulari" cioè cittadini con quelli della sede di Pietro.
I riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del Pontefice (come il Conte) che della loro stessa comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma. Nell'additarlo pubblicamente come traditore, sarebbe stata così scritta la sua condanna a morte. Portata ad esecuzione nell'anno stesso della fondazione del monastero di San Gregorio in Conca, il 1061.

Antonio Bianchi
Delle lotte precomunali a Rimini si occupa Antonio Bianchi all'inizio del cap. 12 della sua "Storia di Rimino dalle origini al 1832", come necessaria introduzione alla raccolta delle notizie elencate in successione cronologica: "Se la prima metà di questo secolo non fu totalmente pacifica pel nostro paese, peggiore di molto dovett'essere l'altra metà, giacché alleggeritosi in Italia il predominio dell'autorità imperiale, crebbe talmente lo spirito d'indipendenza, che ogni città, ogni vescovo ed ogni conte, insomma qualsiasi persona potente, che avesse mezzi da sostenersi voleva farla da padrone assoluto…".
Bianchi scrive sul ruolo del "pater civitatis": "Oltre i conti, altra autorità esisteva nelle nostre città col titolo di "pater civitatis", che doveva essere il capo della magistratura civile; il più antico di cui ci sia rimasta memoria è un certo Bennone, morto fra il 1028 e il 1061; del medesimo abbiamo un pomposo elogio scritto da San Pier Damiano, il quale aveva ottenuto dallo stesso Bennone e da altri di sua famiglia molti terreni, sopra uno dei quali fabbricò il monastero di San Gregorio in Conca, che nel 1071 lo stesso San Pier Damiano mise sotto la protezione del vescovo di Rimini e dei suoi successori. Molto ricca e potente era la famiglia di quel Bennone, possedendo castelli e molti terreni", come si ricava dai documenti pubblicati dal canonico Angelo Battaglini nel 1783.
Sotto l'anno 1060, Bianchi osserva: "Goffredo duca di Toscana […] fa eseguire un concordato fra l'abbate di Pomposa ricorrente contro alcuni ivi nominati, i quali promisero di non recare alcuna molestia tanto nelle persone che ne' beni di detta abbazia esistenti nel Contado di Rimini: vi erano presenti, fra molti altri" il vescovo di Rimini e due giudici della stessa città, uno dei quali è "Petrus de Benno", ovvero Pietro figlio del Benno da cui siamo partiti. Nel 1060 il Pater Civitatis ricordato è Bernardus. Pietro figlio di Benno è divenuto celebre per un'altra donazione del 1069 a favore dello stesso Pier Damiano. Nel 1070 Pier Damiano dona il monastero di San Gregorio in Conca al Vescovo di Rimini.

Battaglini e Tonini
Nelle "Memorie istoriche di Rimino e de' suoi signori" pubblicate da Francesco Gaetano Battaglini (fratello di Angelo) a Bologna nel 1789, leggiamo un ricordo sia di Benno ("Bennone di Vitaliano") sia di suo figlio Pietro. Battaglini osserva su Benno che non si può "credere, che ad un uom sì giusto, e sì reputato, e che pel governo da sé fatto meritò encomio sì degno, fosse prima di sua morte tolta di mano la bilancia della giustizia".
Carlo Tonini (1835-1907) nel primo volume del suo "Compendio della Storia di Rimini" (1895), presenta una pagina del tutto originale. Dall'elogio che ne fa Pier Damiano, "risulta chiaramente che questi fu un intrepido e sapiente amministratore di pubblica giustizia; quanto mite e pio verso i miseri, altrettanto rigido e severo coi superbi […]. E non potrebbe forse inferirsi da ciò, che ei cadesse vittima delle vendette d'alcun nemico potente, che avesse provato i rigori di quella sua cotanta ed inflessibile giustizia? E non varrebbe per avventura a confermarci in questo sospetto segnatamente il penultimo verso dell'elogio – Obsecro tam diram sapientes flete ruinam? A noi pare che il Damiani non avrebbe usata una simile espressione, se il grand'uomo fosse morto placidamente nel suo letto e nella pienezza de' giorni suoi".
Tonini ricorda: Damiano scrive di Benno che "pravorum pertulit ictus". Il problema non è, come è stato scritto, di dare una "versione più neutra, che esclude ogni riferimento a effettive vicende politiche riminesi" nella traduzione dell'epitaffio. Ma d'intendere il senso di quello che si legge nel passo così ben spiegato da Tonini: "pravorum pertulit ictus". Tonini cominciò a dubitare che "il grand'uomo fosse morto placidamente nel suo letto". Non si possono scrivere le storie di quei momenti ignorando le pagine di chi se ne è già occupato, addirittura nel 1895, con una prospettiva innovatrice per interpretare i fatti e le figure di cui si parla.

Lena Vanzi

Sul tema:
Chiesa riminese, storia. Quel secondo volume... (2012)
Benno trascurato? Una risposta (2012)
Benno trascurato come al solito (2010)
Rimini medievale


Rimini 1061, una guerra dimenticata, saggio integrale inedito [26.05.2013]

 
 
 

Il fondo Gambetti

Post n°8 pubblicato il 21 Dicembre 2012 da monari1

Quarantacinque anni di lavoro nel tempo libero lasciatogli dal suo impegno sacerdotale, sono testimoniati dal fondo bibliotecario conservato nella Gambalunga di Rimini, e che prende il titolo da lui, Zeffirino Gambetti (1803-1871).
"Gambetti ha raccolto e ordinato tutto quanto riguardasse la città e il territorio di Rimini, la sua storia e i suoi abitanti, noti e meno noti, del passato ma anche coevi e contemporanei, salvando dall'oblio non solo importanti autografi ma anche ricevute di pagamento, promemoria temporanei, modulistica d'uso quotidiano, effimeri avvisi a stampa, pregiate edizioni e pubblicazioni occasionali e devozionali, incisioni e dipinti", scrive Maria Cecilia Antoni nel suo saggio dedicato al sacerdote, appena pubblicato in "Studi Romagnoli", LXII, 2011.
Tutti i materiali descritti, le famose "Schede Gambetti" della Gambalunga, si possono consultare anche su Internet dal sito della stessa biblioteca riminese.
Come scrive Antoni, si deve a Gambetti, il salvataggio e la conservazione in Gambalunga del patrimonio manoscritto di Giovanni Bianchi, e di parte di quello a stampa.
Il significato di tutto il lavoro di Gambetti è così riassunto da Antoni: esso consente "di recuperare aspetti esistenziali minuti e domestici" di molti personaggi. Questi elementi "illuminano il contesto sociale e privato, contribuendo in modo determinante alla ricostruzione della storia locale".
A Maria Cecilia Antoni si deve pure il saggio (2010) sul fondo gambalunghiano intitolato a Michele e Michelangelo Rosa, apparso su "Studi Montefeltrani". Esso offre uno strumento di corredo, un inventario sommario, per consentire agli studiosi di conoscere e valorizzare un ricco patrimonio documentario che altrimenti sarebbe silenzioso ed inerte, realizzando l'essenziale funzione degli addetti ai "beni pubblici".
Un'osservazione marginale ma non per questo secondaria. Lavori così significativi ed importanti come questi di Maria Cecilia Antoni, una studiosa accurata e discreta, non possono trovar spazio in nessuna "sede" ufficiale riminese, mancando per l'editoria ogni iniziativa pubblica cittadina.

 

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
 
 

Le indignate del Risorgimento

Post n°7 pubblicato il 22 Novembre 2011 da monari1

Un'idea nuova di Risorgimento emerge da quanto la prof. Annamaria Graziosi Ripa scrive su Rimini nel volume "La voce delle donne", curato da J. Bentini (ed. Allemandi): le fonti storiche, solo in parte qui pubblicate per esigenze di spazio, "fanno pensare a una presenza costante ed a una partecipazione quotidiana delle donne di ogni ceto alla piccola storia della cittā, che si sta intrecciando con la storia della nazione che nasce". L'autrice ha potuto illustrare la vita di due sole figure, suor Maria Elisabetta Renzi (1786-1859) e Maria Boorman Wheeler Ceccarini (1840-1896).
A madre Renzi si deve la fondazione delle Maestre Pie dell'Addolorata (1839), tuttora presenti a livello locale, nazionale (con 32 case) e mondiale (23 centri missionari in America Latina, USA, Africa e Bangladesh). Di lei, beatificata nel 1979, papa Giovanni Paolo II disse: "Elisabetta si accorse, con intuito profetico, che stava sorgendo un'epoca in cui le donne avrebbero assunto nuove responsabilitā sociali". Graziosi Ripa ricorda il debutto di madre Renzi nel 1824 a Coriano, dove esiste dal 1818 un "Conservatorio per le ragazze povere". Maria Elisabetta "mette subito a frutto le sue doti preziose, il rigore morale, la capacitā organizzativa e la grande generositā di cuore", nel contesto di una grave miseria che affligge la campagna riminese.
Lo stesso contesto caratterizza gli interventi di Maria Boorman Wheeler moglie di Giovanni Ceccarini, medico e patriota la cui famiglia abita a Riccione. Dopo la morte del marito (1888), la signora che era nata a New York dove l'ha conosciuto, si adopera in vari modi per aiutare i poveri e tutta la popolazione: distribuzioni di minestre, un giardino d'infanzia, l'ospedale, l'illuminazione pubblica, ed infine il piccolo porto concedendo al Comune di Rimini un importante prestito senza interessi. Il suo ricordo, scrive Graziosi Ripa, č ancora vivissimo a Riccione: "Donna colta e schiva, intelligente e lungimirante ha lasciato una traccia profonda in una piccola e povera borgata che si sarebbe trasformata in un centro balneare prestigioso".
Anche nell'Ottocento risorgimentale esistono le "indignate" di cui parlano le cronache odierne. Sono ad esempio le ragazze che nel 1831 "portano in trionfo il tricolore" per le strade di Rimini fin sotto il Vescovado, applaudendo il Vescovo Ottavio Zollio che "si affaccia ed acclama alla libertā e alla religione".

 
 
 

Voltaire e noi

Post n°6 pubblicato il 11 Novembre 2010 da monari1

Esce oggi 11 novembre l'intervista immaginaria di Giulio Giorello a Voltaire, che comincia: "Monsieur le philosophe...".

 

La settimana scorsa Sergio Romano, introducendo il trattato "Sulla tolleranza" dello stesso Voltaire, lo definiva invece "giornalista" ("anche se la parola può sembrare riduttiva") perché "non fu mai un filosofo, nel senso corrente della parola". Anche se, osserva, lo stesso Voltaire si sarebbe definito "philosophe".

Silvia Ronchey nelle recenti "Vite più che vere di persone illustri" (raccolte sotto il titolo de "Il guscio della tartaruga"), lo chiama "un aristocratico del pensiero" perché così ritiene che lui si considerasse. E lo riassume in questi termini: "François-Marie Arouet fu un avvocato, un libertino, un detenuto, uno speculatore, un viaggiatore, un polemista, un cortigiano, un filosofo, un commediografo, un tragediografo, un narratore. Si chiamò anche Voltaire".

Forse il problema di tutte le biografie sta qui, in quell'essere "anche" quello che poi una persona appare ai posteri.
L'editore di Ronchey spiega alla fine del libro il senso del titolo ("Il guscio della tartaruga"): il guscio è più largo del corpo della tartaruga ed è coperto da un mosaico di scaglie. "Anche queste vite sono un mosaico".
Come (aggiungiamo) forse quelle di tutti noi. Il guaio della Storia è che spesso delle vite ordinarie si perdono le tessere, e nessuno si cura di recuperarle.

Per le esistenze straordinarie, invece, si fa a gara a cercar etichette. Ronchey insegna che è meglio abbondare nell'elenco.
Giorello, che bisogna adottarne una per semplificare le cose, usando l'immagine più semplice e per questo efficace.
Invece Romano cancella tutto il nuovo che la nuova filosofia dei nuovi filosofi del Settecento suggerisce. Il "giornalista Voltaire" agli occhi di Romano ha però una missione politica da compiere, quella di insegnare a contemporanei e posteri il valore della tolleranza, negata dal processo a Jean Calas, accusato d'aver ucciso il figlio per non farlo convertire alla fede cattolica, e poi condannato a morte.

Recente è anche l'edizione del trattato curata da Sergio Luzzato, in cui si racconta come nel 1949 esso divenne un "testo di riferimento" dell'allora Pci, per la traduzione che ne fece Palmiro Togliatti.
Lo storico Luzzato scrive un'intelligente pagina provocatoria che conclude efficacemente: "il paradosso italiano di un Voltaire confiscato dai comunisti", deriva dalla "relativa indifferenza (per non dire l'altezzosa sufficienza) con cui il liberalismo nostrano", tutto "impregnato di umori spiritualisti", aveva guardato "alla materialistica epoca dei Lumi".

 
 
 
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