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“Quale che sia il suo significato, la Tabula smaragdina è uno dei documenti alchimistici più antichi e di più persistente durata. Si presumeva che nella sua stesura originale fosse stata rinvenuta, in una caverna, incisa su di una lastra di smeraldo tenuta fra le mani della salma di Ermete Trismegisto, il tre-volte-grande Ermete [trismegisto vuole in realtà dire tre-volte-grandissimo]. Come particolari ornamentali della leggenda, si aggiungeva che era scritta in caratteri fenici, che la fortunata scopritrice era stata Sara, moglie di Abramo, alla quale era toccata la ventura di penetrare nella grotta tanto tempo dopo il Diluvio. Un'altra versione della leggenda ne attribuisce la scoperta ad Alessandro il Grande o ad Apollonio di Tiana, fiorito nel I secolo dell'èra volgare. Avvolta com'è dalle nebbie della leggenda l'origine della Tabula, non è possibile stabilirne l'autore; ma durante questi ultimi anni molte nuove circostanze hanno gettato su di essa nuova luce.[...] una versione araba in riassunto fu scoperta dallo scrivente nel 1923 in uno dei libri del corpus geberiano. Poco dopo un'altra versione araba fu rinvenuta dal Ruska in un libro intitolato Il segreto della creazione attribuito ad Apollonio; lo stesso Geber [latinizzazione di Jâbir ibn Hayyân, ~721/22-815/833] nel riportare la  Tavola avverte che egli cita da Apollonio. Adesso, il Kraus ha potuto dimostrare che Il segreto della creazione era stato scritto o almeno redatto nella sua forma definitiva durante il califfato di al-Mamùn (813-833) e che rivela alcune coincidenze con un libro, scritto nello stesso periodo, da Giobbe di Edessa, uno studioso le cui traduzioni, dal siriaco in arabo, avevano meritato la lode di un critico severo come Hunain ibn Ishàq. Sembra probabile perciò, che anche se Giobbe di Edessa non ne fosse l'autore, tanto egli quanto l'autore avessero attinto alle stesse fonti più antiche una delle quali - a quanto dimostra il Kraus -  è l'opera di Nemesio, vescovo di Emesa (Homs) di Siria, nella seconda metà del IV secolo. Nemesio scrisse in greco, ma il suo libro Della natura dell'uomo non contiene la Tabula. Da tutti questi elementi si può concludere che la più antica redazione della Tabula oggi conosciuta, cioè quella in lingua araba, fu probabilmente tradotta dal siriaco, ma, in definitiva, derivata da un originale greco. Se poi essa si possa retrodatare fino al tempo di Apollonio è questione che rimane finora insoluta; è però naturale che egli, come neo-pitagorico e scrittore di meravigliosa fecondità, si sia occupato d'alchimia.Comunque sembra probabile che la Tabula sia pervenuta alla cultura musulmana dalla Siria piuttosto che da Alessandria, perché nei racconti arabi della scoperta di essa si ricorda di consueto il Diluvio (Noè l'avrebbe presa con sé nell'Arca) mentre in Egitto il Diluvio era sconosciuto.”Da: E. John Holmyard, Alchemy, Penguin Books, 1957, trad. it.: Storia dell'Alchimia, Sansoni, Firenze, 1972, pp. 104-105