Creato da najim il 13/08/2007

un tè alla menta

storie dal mondo arabo...

 

 

giuha

Post n°32 pubblicato il 12 Giugno 2008 da najim
 

Giuha e il gatto


Un giorno Giuha aveva voglia di una cena speciale, così comprò tre chili della carne migliore e la portò a sua moglie.
Sua moglie che era una brava cuoca, mise sul fuoco i pezzi di carne, aggiunse delle verdure e preparò il cuscus.
Mentre preparava il pranzo, una vicina, attirata dal profumo, venne a vedere che cosa stesse cuocendo di buono. Le due donne si misero a chiacchierare e poi assaggiarono ciascuna un pezzetto di carne, che era davvero squisita.- Assaggiamone un altro pezzetto - disse la vicina.
E così fecero. Un pezzo dopo l'altro, le due donne gatto-webmangiarono tutta la carne.
Quando Giuha tornò a casa, la moglie gli disse che era molto spiacente ma che per cena c'erano solo verdure e un po' di cuscus.
- E dov'è finita tutta la carne che ho comprato questa mattina? - chiese Giuha.
- Mentre ero girata, il gatto ha mangiato tutta la carne - rispose la donna.
Giuha la guardò sospettoso e uscì in cerca del gatto. Quando lo trovò, rientrò a casa con una bilancia e lo pesò. Il gatto pesava esattamente tre chili.

Allora Giuha si volse verso la moglie e disse:
- O moglie, se questo è il gatto, dov'è la carne? E se questa è la carne, allora dov'è il gatto?
 
 
 

 

Post n°31 pubblicato il 28 Maggio 2008 da najim
 

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:
abaya

L'abaya è un indabayaumento femminile utilizzato nei paesi musulmani. Si tratta di un lungo  mantello che la donna indossa sopra il vestito quando è in pubblico. Copre tutto il corpo ad eccezione della testa, delle mani e dei piedi. Tradizionalmente è nero in quanto un decreto religioso (fatwa) ordina che l'abaya sia confezionato con "un tessuto spesso, opaco e ampio, per non rivelare le parti del corpo", può essere portato con lo  hijab  o con il niqab( velo che copre il viso della donna). . Alcune donne scelgono anche portare i guanti neri lunghi, in modo che le loro mani siano coperte. Si usa soprattutto nei paesi del Golfo Persico. In Arabia Saudita le donne sono obbligate a portare l’abaya mentre il niqab è facoltatiivo. In Iran ne esiste una variante che prende il nome di chador. 

 

 
 
 

Post N° 29

Post n°29 pubblicato il 12 Maggio 2008 da najim
 

Sulla terra c’è posto per tutti.



                                   

                                 Sur terre, ily a place pour tous.

                                  There is enough room on earth for everyone.

                                  En la tierra hay sitio para todos.

Calligraphy © Hassan Massoudy

 

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Il cammello e la formica

Post n°28 pubblicato il 26 Aprile 2008 da najim
 

cammello

Una volta un cammello, mentre attraversava la steppa, vide ai suoi piedi nell'erba una minuscola formica.

La piccolina trasportava un grosso fuscello, dieci volte più grosso di lei. Il cammello restò un bel pezzo a guardare come la formica si dava da fare, poi disse:

- Più ti guardo e più ti ammiro. Tu porti sulle spalle, come se niente fosse, un carico dieci volte più grosso di te. lo invece non porto che un sacco, e le ginocchia mi si piegano. Come mai?
- Come mai? - rispose la formica, fermandosi un momento. - Ma è semplice: io lavoro per me stessa,mentre tu lavori per un padrone.
Si rimise il fuscello sulle spalle e riprese il suo  cammino.

www.lefiabe.com
   

 
 
 

Proverbio arabo

Post n°26 pubblicato il 07 Aprile 2008 da najim
 

Colui che non sa, e non sa di non sapere, è uno sciocco: evitalo.

Colui che non sa, e sa di non sapere, è un ignorante: istruiscilo.

Colui che sa, e non sa di sapere, è addormentato: sveglialo.

Colui che sa, e sa di sapere, è un saggio: seguilo.


 
 
 

Il maestro di preghiera tra i berberi

Post n°25 pubblicato il 19 Marzo 2008 da najim
 

In mezzo alle alte montagne dell'Atlante, vivevano molte tribù berbere che parlavano solo la loro lingua e non conoscevano una sola parola in arabo. Avevano una vaga idea del Corano e delle preghiere, ma si sentivano musulmani e si addoloravano di non poter pregare con le parole del Libro Sacro.
Durante una riunione annuale, un anziano di una di queste tribù propose di recarsi dal sultano per chiedergli di mandare nei villaggi una persona colta in grado di istruirli almeno sulle cose essenziali.
I notabili del paese si recarono quindi dal Sultano di Fès, il quale si commosse di tanto zelo religioso e promise che avrebbe mandato uno degli uomini più sapienti della famosa e antichissima università di Fès.
La tribù accolse quest'uomo con entusiasmo e grande ospitalità. Nel pomeriggio l'Imam convocò la gente alla preghiera, tutti fecero le abluzioni e si disposero in file; in prima posizione si mise il maestro e stava già per iniziare quando si accorse che il terreno era bagnato e fangoso. Per non sporcare l'abito bianco prese un pezzo di una porta le cui assi erano però sconnesse e formavano delle fessure e vi salì sopra. Sollevò le mani come prescrive la tradizione ed esclamò: " Allahu Akbar " (Dio è grande) e tutti gli uomini schierati dietro di lui ripeterono: " Allahu Akbar ". Dopo la Fatiha e la Sura del Corano, l'Imam si inchinò e tutti ripeterono le sue parole. Quindi si prostrò a terra fino a toccare le assi con la fronte e tutti lo imitarono e ripeterono le sue parole in arabo senza capire nulla. Purtroppo le fessure delle assi si allargarono e il naso del sapiente rimase nello spazio tra le due assi e quando si volle rialzare lo spazio si chiuse e il naso rimase intrappolato. A nulla valsero i suoi sforzi per liberarlo. Allora gridò ad alta voce: "Ho il naso imprigionato!" e tutti ripeterono in arabo: "Ho il naso imprigionato". Gridò ancora: "Venite ad aiutarmi!" e tutti ripeterono con fervore: "Venite ad aiutarmi!". Sempre più esasperato e dolorante l'Imam urlò: "Ma allora non capite proprio niente?" e tutti ripeterono con partecipazione "Ma allora non capite proprio niente?".
A questo punto l'Imam diede un forte strattone e si liberò, terminò la preghiera, salì sull'asino per ritornare in città e furioso disse: "Prima imparate l'arabo, poi ritornerò ad insegnarvi a pregare!".

 

Imam: "Colui che sta davanti", dirige la preghiera e si mette da solo in prima fila.

Fatiha : "La Aprente" prima Sura (capitolo) del Corano usata per iniziare la preghiera e in molte cerimonie.


www.arab.it

 
 
 

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente :

Post n°24 pubblicato il 03 Marzo 2008 da najim
 

hijab

hijab
Per hijab si intende comunemente il foulard che copre il capo e le spalle delle donne musulmane. Il termine deriva dal verbo arabo “hajaba” (nascondere) e indica, nel suo significato originario, ogni ostacolo posto davanti a un oggetto o ad un individuo per sottrarlo alla vista altrui. In questo caso l’hijab ha lo scopo di proteggere le donne dagli sguardi lascivi e dalle attenzioni non richieste. In generale può essere composto da due pezzi: una prima cuffia che raccoglie e copre i capelli, tenendoli fermi, e un velo vero e proprio che viene appoggiato su questa, spesso lasciando che la cuffia sporga da sotto il velo. L’hijab può essere di qualsiasi colore, alcune donne lo preferiscono nero, altre bianco altre a fantasia e viene appuntato sotto il mento con una spilla. Le punte del foulard possono essere lasciate cadere morbidamente sul corpo oppure, per ragioni di praticità, avvolte attorno al collo come una sciarpa, in particolare quando si devono svolgere attività di tipo pratico. In generale è accompagnato da una tunica o da uno spolverino, ma può essere indossato anche con abiti normali, gonne camicie e pantaloni purché “adeguati”. La gonna deve essere lunga, la camicia larga, con maniche che arrivano sotto i gomiti e se indossata sui pantaloni, non troppo corta. Il velo è considerato una parte integrante dell’Islam da un gran numero di musulmani. Attaccare l’uso dell’hijab è come attaccare il diritto di un cristiano di portare la croce, o il diritto di un ebreo di indossare lo yarmulke.

 
 
 

L'amore comprende tutte le lingue

Post n°23 pubblicato il 13 Febbraio 2008 da najim
 

                          

                           Calligraphie © Hassan Massoudy

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                         Love understands all languages

                         L'amour comprend toutes les langues

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Le mille e una notte di Shahrazàd

Post n°22 pubblicato il 20 Gennaio 2008 da najim
 

Si racconta che c'era nel tempo dei tempi e negli anni passati un potente sovrano, il suo nome era Shahriyàr. Il suo regno si estendeva alle Indie, alla Cina e alla Gran Tartaria, ma se egli era potente e ricco, certo non era felice, anzi, deluso ed infuriato per il tradimento della moglie, iniziò a concepire un odio mortale per l'intero genere femminile.

Ordinò così al visir di condurgli ogni sera una giovane fanciulla vergine, dopo aver trascorso con lei l’intera notte, la mattina seguente ne avrebbe ordinato l’ esecuzione. La strage continuò per tre anni propagando nella città un indescrivibile panico: molte famiglie per salvare le belle e innocenti fanciulle dal pericolo di essere scelte come spose del sovrano e da lui votate ad una morte precoce, fuggirono lasciando la capitale. Una sera il re ordinò al visir, come al solito, di portargli una nuova fanciulla. Il visir girovagò per tutta la città, ma non riuscì a trovare nemmeno una vergine; triste e avvilito, tornò a casa temendo l'ira del sovrano.

Ora bisogna sapere che il visir aveva due bellissime figliole, la maggiore si chiamava Shahrazàd che in arabo significa “figlia della luna” e la minore Dunyazad ,“ preziosa come l’oro”. Shahrazàd era anche molto istruita, aveva letto parecchi libri e conosceva una quantità di storie e leggende relative alle età passate, ai re antichi e ai poeti. Sapeva parlare molto bene ed era un piacere starla ad ascoltare. Alla vista del padre ella disse: " Perchè, padre mio, ti vedo chino in tal modo sotto il fardello delle pene e delle afflizioni? Sappi, o padre, che il poeta dice: < 0 tu che ti affliggi consolati! Niente dura: ogni gioia svanisce, ogni dolore si dimentica! > " Quando il visir udì queste parole, le raccontò dal principio alla fine come stavano le cose. Fu allora che Shahrazad si offrì di sposare il sultano.

Il visir tentò in tutti i modi di dissuaderla, ma niente la fece desistere dal suo progetto. Dal canto suo la fanciulla aveva un piano prestabilito che includeva anche l’aiuto di Dunyazad.

Il giorno del matrimonio, dopo il pranzo, quando gli sposi si ritirarono nella camera nuziale, il re vide che Shahrazad piangeva e le chiese il motivo.

" 0 re misericordioso, ho una sorellina alla quale vorrei dire addio! " Allora il re ordinò che venisse condotta Dunyazàd, e quando costei arrivò si gettò fra le braccia della sorella e poi si mise a sedere in fondo al letto.

 " Per Allàh, sorella mia, raccontaci una storia che ci faccia passare lietamente la nottata! " E Shahrazàd rispose: " Lo farò ben volentieri se me lo concederà questo re cortese. "

Il sultano che non chiedeva di meglio che di essere distratto dai suoi cupi pensieri, acconsentì. Shaharazad allora iniziò a raccontare una lunga storia, parlava lentamente e con grazia ed il re ne fu conquistato. Al mattino la storia non era ancora finita, ma la fanciulla si interruppe e disse ;” mio sovrano, vedo che ormai sei stanco e desideri riposare, terminerò la novella un’altra notte se me lo concedi”

E così per mille e una notte, Shahrazad destò la curiosità del sovrano con i suoi racconti straordinari, ora incatenati l'uno all'altro come anelli di una collana, ora rinchiusi l'uno nell'altro come in un sistema di scatole cinesi. Quando Shahrazàd smise di raccontare, il re Shahriyàr aveva ormai dimenticato per amor suo l'antico odio per le donne; il tempo e la fantasia l'avevano riconciliato con la vita e così Shahrazàd salvò se stessa e ben più di mille e una fanciulla.

 
 
 

Proverbi arabi

Post n°21 pubblicato il 30 Dicembre 2007 da najim
 

Esamina ciò che viene detto, non quello che parla.


L'avido è calvo e pretende un pettine.


Un beneficio rinfacciato vale quanto un'offesa.


Un uomo può valerne cento e cento non valerne uno.


Meno il cuore è nobile, più la testa è eretta.


Si può vivere senza fratelli, ma non senza amici.


Se ti fermi ogni volta che un cane abbaia, non finirai
mai la tua strada.


Il genere umano si divide in tre classi: gli inamovibili,
quelli che sono mossi, e quelli che muovono.


Il frutto della pace è appeso all'albero del silenzio.


Sotto il sole del deserto il cammelliere fa i suoi
progetti,
ma li fa anche il cammello
cammelliere

 
 
 

 

Post n°20 pubblicato il 13 Dicembre 2007 da najim
 

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente : 

haik

haik

Era il velo tradizionale delle donne in alcune regioni del Marocco e dell’Algeria. Fece la sua comparsa nel xv secolo ed era indossato per nascondere la bellezza delle ragazze cittadine che attraversavano i vicoli della casbah o erano alle prese in altre attività pubbliche. L’indumento permetteva inoltre, di fare una distinzione sociale tra le cittadine e la gente modesta. Il suo colore bianco immacolato, si dice, attenuasse il calore del sole e proteggesse la pelle. Alla fine del XVI secolo, le Algerine lo abbinarono ad una veletta per evitare di restare troppo a lungo occupate a portarsi il velo a livello del viso nel momento in cui pensavano di essere vicine ad uno straniero o per non essere riconosciute per strada. Oggigiorno sta scomparendo. Soltanto qualche anziana signora continua a portarlo, le altre preferiscono portare l’hijab o la djellaba marocchina, più pratici e funzionali, utilizzandolo solo nelle occasioni speciali: per esempio le spose, lo usano come mantello per coprire l’abito all’inizio della cerimonia. Il termine deriva dal verbo haka, che significa ‘tessere’ ed indica una stoffa tessuta in maniera tradizionale, in casa. A seconda delle diverse usanze possono essere usati fili di seta, come in Algeria, o di lana, come in Tunisia.  Lhaik è una pezza di tessuto bianco rettangolare, alta non più di un metro e mezzo, tre volte più lunga, solitamente a tinta unita ma a volte anche a righe colorate. L’ indossavano sia gli uomini che le donne, gli abitanti delle città e dei villaggi ed, essendo priva di cuciture, poteva essere drappeggiata direttamente sul corpo.


 
 
 

Non dire due parole se una è sufficiente

Post n°19 pubblicato il 01 Dicembre 2007 da najim
 

 ( proverbio arabo)   non dire 2 parole se 1 è sufficiente

Don't use two words whereone will do.Arabic proverb
Ne dépense pas deux mots si un seul te suffit. Proverbe arabe
 
                                                    
                                                                           Calligraphie © Hassan Massoudy
 
 
 
 
                             
 
 
 

Partire

Post n°18 pubblicato il 20 Novembre 2007 da najim
 

                                 A Tangeri, d’inverno, il Caffè Hafa si trasforma in un osservatorio dei sogni e delle loro conseguenze. I gatti della terrazze, del cimitero e del forno più importante del Marshan si danno appuntamento lì come per assistere a uno spettacolo silenzioso da cui tutti si fanno incantare. Le lunghe pipe di kif circolano da un tavolo all’altro, e i bicchieri di tè alla menta si raffreddano circondati da api che finiscono per caderci dentro, nell’indifferenza degli avventori persi ormai da tempo nelle volute dell’hascisc e di fantasticherie da quattro soldi. In fondo a una delle sale, due uomini preparano scrupolosamente la pozione che dischiude le porte ai viaggi. Uno di loro seleziona le foglie e le sminuzza con una tecnica rapida ed efficace. Nessuno dei due solleva la testa.Gli altri, seduti sulle stuoie e con le spalle al muro, fissano l’orizzonte come a interrogare il proprio destino. Guardano il mare, le nuvole che si confondono con le montagne, e aspettano l’apparizione delle prime luci della Spagna. Le seguono senza vederle, e talvolta le vedono proprio quando sono velate dalla bruma e dal cattivo tempo.Tutti tacciono. Tutti hanno l’orecchio teso. Stasera forse farà la sua comparsa, parlerà loro, canterà loro la canzone dell’annegato trasformato in una stella marina sospesa sopra lo stretto. Hanno stabilito di non nominarla mai. Nominarla significherebbe annientarla, oltre a causare una sequela di disgrazie. Quindi tutti si guardano l’un l’altro senza dire niente. Ciascuno entra nel proprio sogno senza dire niente. Solo il maestro del tè, il proprietario del posto, e i suoi servitori sono esenti dall’incantesimo, intenti come sono a preparare e a servire con discrezione le bevande, andando e venendo da una terrazza all’altra senza disturbare il sogno di nessuno. […]Lasciare il paese. Era un’ossessione, una specie di chiodo fisso che lo tormentava giorno e notte. Come fare? Come farla finita con quell’umiliazione? Partire, lasciare questa terra che non ne voleva più sapere dei suoi figli, voltare le spalle a un paese così bello per poi tornare, un giorno, a testa alta e forse ricco, partire per salvarsi la pelle, pur rischiando di perderla….ci pensava, e non capiva come fosse potuto arrivare fino a quel punto; quell’ossessione ben presto era diventata una maledizione

Tratto dal romanzo “Partire “ di Tahar Ben Jelloun

 

 
 
 

QUANDO SI VUOLE ACCONTENTARE TUTTI

Post n°17 pubblicato il 06 Novembre 2007 da najim
 

favola1

Il figlio di Giuha era sempre preoccupato del giudizio della gente e non voleva far nulla che non incontrasse l'approvazione degli altri, così suo padre decise di insegnargli che accontentare tutti è impossibile.

Prese il suo asino, vi salì sopra e disse a suo figlio di seguirlo a piedi.

 Passarono vicino ad un gruppo di donne, che cominciarono a borbottare contro di loro e una disse: - Che razza di uomo sei, hai il cuore favola2di pietra? Tu cavalchi l'asino e quel povero ragazzo ti segue a piedi...! Allora Giuha fece salire suo figlio sull'asino e si mise ad andare a piedi dietro di lui.

 Dopo un po', incontrarono un gruppo di anziani che li guardarono con disapprovazione, pensando che non era questo il modo di educare i figli e dissero a Giuha: - Ma come, alla tua età vai a piedi e lasci che il tuo giovane figlio cavalchi l'asino? È così che si insegna il rispetto delle persone anziane?

 Giuha guardò suo figlio e disse: - Hai sentito? Forse è meglio che cavalchiamo l'asino assieme, e si avviarono nuovamente.favola3

 Passarono vicino ad un gruppo di amici di Giuha, che non riuscirono ad esimersi dall'esclamare: - Non vi vergognate? Come fate a cavalcare in due quella povera bestia, se insieme pesate più di lei?

Così Giuha disse a suo figlio: - Scendiamo dall'asino e andiamo a piedi tutti e due, così non si arrabbieranno più con noi né le donne, né gli anziani, né i miei amici

La scenetta, a quel punto, era esilarante: due uomini che seguono a piedi, quasi con reverenza, un asino che trotterella davanti, veloce libero favola4di ogni  carico.

Un gruppo di ragazzi scoppiò a ridere: - Perchè fargli fare la fatica di camminare, povero asino? Non è meglio, a questo punto, che lo trasportiate voi?

 Allora Giuha prese un grosso ramo di albero e vi legò l'asino, poi mise un'estremità del ramo sulle sue spalle e l'altra sulle spalle del figlio e così
trasportarono l'asino.

La gente li vide e si radunò a loro ridendo,finchè non arrivò la poliziafavola5 che prese Giuha e suo figlio e li portò al manicomio

Quando furono lì Giuha guardò suo figlio e disse: - Hai visto dove si finisce, quando si vuole accontentare tutti?

 

http://www.arpnet.it/petra/asino.html

 
 
 

QUANDO SI VUOLE ACCONTENTARE TUTTI ( versione in arabo )

Post n°16 pubblicato il 05 Novembre 2007 da najim


 
 
 

Tre consigli

Post n°15 pubblicato il 27 Ottobre 2007 da najim
 

uomo e uccelloUn giorno un uomo catturò un uccello. L'uccello gli disse; "Non posso esserti utile finché sono prigioniero. Liberami e ti darò tre preziosi consigli".
L'uccello promise di dare il primo consiglio ancora nelle mani dell'uomo, il secondo quando avrebbe raggiunto il ramo di un albero e il terzo una volta raggiunta la cima di una montagna. L'uomo accettò e sollecitò il primo consiglio.
"Se perdi qualcosa", disse l'uccello, "anche se ci tieni quanto la tua vita, non rimpiangerlo".
L'uomo lasciò la presa e l'uccello andò ad appollaiarsi su un ramo.
"Non credere mai a cose contrarie al buonsenso senza chiedere prove", elargì come secondo consiglio.
Poi l'uccello volò in cima alla montagna, dalla quale dichiarò: "Oh, sventurato! Il mio corpo racchiude due enormi gioielli. Se solo mi avessi ucciso, ora sarebbero tuoi!".
L'uomo si tormentò al pensiero di ciò che aveva appena perso e chiese all'uccello: "Dammi almeno il terzo consiglio!".
"Sei proprio un idiota!", rispose l'uccello. "Sei ancora qui a chiedermi altri consigli, quando non ti sei nemmeno soffermato per un attimo sui primi due! Ti ho detto di non tormentarti per la perdita di qualcosa e di non prestare fede a cose contrarie al buonsenso. Ed è proprio ciò che stai facendo in questo momento! Ti stai lasciando andare a credere in ridicole assurdità e ti stai tormentando perché hai perso qualcosa! Non vedi che non sono abbastanza grande da contenere due enormi gioielli? Sei uno stupido! Pertanto, continuerai a essere prigioniero degli abituali limiti imposti a ogni uomo".

 
 
 

Il tempo non è che un fluire e rifluire. La vita dolcezza ed amarezza.

Post n°14 pubblicato il 19 Ottobre 2007 da najim
 

 

                                           Calligraphie © Hassan Massoudy

                            http:/perso.orange.fr/hassan.massoudy/galerie.htm

 
 
 

  cous cous

Post n°13 pubblicato il 12 Ottobre 2007 da najim
 

 

cous cous

Un uomo di nome Nabil invitò un amico a mangiare il cous cous a casa sua. Quando furono seduti a tavola, l'ospite notò che mancava l'acqua e chiese allora al padrone di casa se poteva andarla a prendere. Non fidandosi dell’amico, Nabil rispose che, se fosse andato a prendere l'acqua, lui avrebbe potuto mangiargli tutto il cous cous e per risolvere la situazione gli propose di battere le mani fino a che non fosse tornato, così non avrebbe potuto mangiare.
L'ospite, però, con una mano si battè la nuca e con l'altra mangiò tutto il cous cous il più velocemente possibile.
Quando il padrone di casa vide il piatto vuoto. gli chiese come avesse fatto a mangiare il cous cous ed a battere le mani contemporaneamente; l'ospite allora rispose che quando lo avesse scoperto, lo avrebbe invitato a casa sua a mangiare il cous cous.

 
 
 

Proverbio beduino

Post n°12 pubblicato il 06 Ottobre 2007 da najim
 

tè nel deserto
                                           Un bicchiere di tè è niente,
                                           due bicchieri è da poveri,
                                           tre vanno bene,
                                           quattro fanno piacere,
                                           cinque sono proibiti,
                                           sei sono meglio di tre.

 
 
 

Il pane e i sogni

Post n°11 pubblicato il 28 Settembre 2007 da najim
 

in viaggioDurante un lungo ed estenuante viaggio, tre uomini avevano stretto amicizia. Avevano condiviso piaceri e difficoltà e messo in comune tutto ciò che possedevano.
Dopo aver camminato per giorni e giorni, i tre viaggiatori si accorsero che non rimaneva loro altro che un boccone di pane e un sorso d'acqua in fondo alla borraccia. Cominciarono a discutere per sapere a chi toccava consumare le ultime provviste. Non riuscendo ad accordarsi, cercarono di dividere il pane e l'acqua, ma la divisione si rivelò impossibile.
Mentre la notte stava calando, uno di loro suggerì di andare a dormire; al risveglio, colui che avrebbe fatto il sogno più significativo avrebbe deciso sul da farsi.
La mattina seguente, i tre uomini si alzarono all'alba.
"Ecco il sogno che ho fatto", raccontò il primo. Sono stato trasportato in luoghi così meravigliosi e sereni che non ho parole per descriverli. Ho incontrato un saggio che mi ha detto: 'Il cibo è tuo di diritto, perché la tua vita, passata e futura, è meritevole e suscita, giustamente, ammirazione".
"Che strano!", disse il secondo. "Nel mio sogno ho visto svolgersi tutta la mia vita passata e futura. In quest' ultima ho incontrato un uomo che conosceva tutte le cose e che mi ha detto: 'Sei tu che meriti di mangiare questo pane, perché sei più sapiente e più paziente dei tuoi amici. Devi essere ben nutrito, perché è tuo destino guidare gli uomini'".
Il terzo viaggiatore, a sua volta, disse: "Nel mio sogno non ho visto nulla, non ho udito nulla e non ho detto nulla, ma ho sentito una forza irresistibile che mi ha spinto ad alzarmi, a prendere il pane e l'acqua e a consumarli all'istante. E così ho fatto".

 
 
 

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