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Per chi crede nella scuola

 

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Il segreto della riuscita della professione docente

Post n°618 pubblicato il 18 Maggio 2014 da PROF.PIER

Quando sento dai colleghi l’ormai stereotipato ritornello che gli allievi di oggi "non sono più quelli di una volta", che "sono poco motivati e senza iniziativa" mi cadono le braccia. Tendiamo a ripetere gli stessi errori ormai dalla notte dei tempi.

Su una tavoletta d'argilla di 5000 anni fa un maestro della Mesopotamia scrisse in caratteri cuneiformi: " La gioventù di oggi è pigra, cattiva e senza scrupoli". Nell’antica Grecia secondo il parere di  Aristofane, gli allievi d'allora: " sono fiacchi e senza carattere, mancano sovente alle lezioni, la loro motivazione è debole e la disciplina durante l'insegnamento lascia a desiderare". Nel Medioevo un monaco domenicano descrisse i propri allievi come "ridicoli, pieni di problemi comportamentali e difficilmente motivabili".

Ai giorni nostri la scuola, plasmata ancora sui modelli economici dell’industrializzazione, costretta all’utilizzo di test e curricoli standard,  non può che continuare a sfornare solo due tipi di prodotti: ragazzi studiosi o svogliati, ragazzi che vanno bene o che vanno male.

Le conseguenze di questo ritardo minano fortemente lo sviluppo del rapporto tra discente e docente,  che è il segreto della riuscita  della professione docente, e molti ragazzi che potrebbero essere veramente brillanti penseranno di non esserlo affatto perché sono stati giudicati attraverso una visione ormai da tempo superata.

No, decisamente i responsabili politici della Scuola Pubblica non si meritano i nostri alunni e le nostre alunne e non si meritano neppure noi.

 
 
 

IL MANIFESTO DEGLI INSEGNANTI

Post n°617 pubblicato il 02 Maggio 2014 da PROF.PIER

Dal sito "La scuola che funziona"

 

1. Amo insegnare. Amo apprendere. Per questo motivo sono un insegnante.

2. Insegnerò per favorire in ogni modo possibile la meraviglia per il mondo che è innata nei miei alunni. Insegnerò per essere superato da loro. Il giorno in cui non ci riuscirò più cederò il mio posto ad uno di loro.

3. Insegnerò mediante la dimostrazione e l'esempio, il riconoscimento dei miei errori illuminerà il mio percorso.

4. Accompagnerò i miei alunni alla scoperta della realtà che li circonda, assecondando e stimolando in ognuno di loro la curiosità e la ricerca, le domande e la passione.

5. Non potendo trasmettere ai miei studenti la verità, mi adoprerò affinché vivano cercandola.

6. Incoraggerò nei miei studenti l’impegno e la volontà di migliorarsi costantemente e di non rassegnarsi mai di fronte alle difficoltà. Io stesso provvederò a formarmi e aggiornarmi continuamente.

7. Farò in modo che la scuola sia il mondo, e non un carcere.

8. Non trasmetterò ai miei studenti saperi rigidi e preconfezionati. La mia visione del mondo mi guiderà, ma non sarà mai legge per loro. Il dubbio e la critica saranno i pilastri della mia azione educativa.

9. Promuoverò lo studio per la vita e contrasterò lo studio per il voto.

10. Raccoglierò elementi di valutazione, rifiutando approcci semplicistici e meccanici che non tengano conto delle situazioni di partenza, dei progressi, dell’impegno e della crescita complessiva del singolo alunno.

11. Lotterò affinchè la scuola sia la scuola di tutti, la scuola in cui ogni studente possa apprendere seguendo tempi e tragitti individuali. Farò in modo che i miei studenti mi scelgano e non mi subiscano.

12. Aiuterò i miei alunni a illuminare il futuro leggendo il passato e vivendo in pienezza il presente. Li aiuterò a stare nel mondo così com'è, ma non a subirlo lasciandolo così com'è.

13. Resterò fedele a questi punti in ogni momento della mia azione educativa, pronto ad affrontare e superare tutti gli ostacoli formali e burocratici che si presenteranno sulla mia strada.

 
 
 

LA DERIVA DELL'INSEGNAMENTO

Post n°616 pubblicato il 21 Aprile 2014 da PROF.PIER

Quali requisiti occorrono in Italia per ottenere un certificato di abilitazione all'insegnamento nelle scuole secondarie? La risposta è: dipende.

Se, affidandoti alle leggi del caso ed alla fortuna, per anni hai scelto la provincia giusta o ti sei
inserito in una paritaria per semplice colloquio allora puoi ottenere l'abilitazione solo grazie al
servizio di docenza prestato, e sulla qualità dello stesso si può soprassedere totalmente.
Con buona pace del merito, che dovrebbe stabilirsi secondo regolari e sistematiche selezioni.
Di cosa stiamo parlando? Di una procedura di abilitazione, quella del TFA “Speciale”, con antenati
vecchi di quarant'anni, quando il reclutamento degli insegnanti, viste le “vacche grasse”, poteva
essere tutt'altra cosa. Procedura così tanto caldeggiata da forze politiche e sindacali da indurre il
Ministro della Pubblica Istruzione Francesco Profumo, la stessa persona che ha parlato spesso di
“merito” e di “svecchiamento” della classe docente, a gravose modifiche al DM 249/10
concernente i nuovi criteri di reclutamento e formazione degli insegnanti.

Mancano ormai poche ore per sapere che destino avrà questa nuova proposta formativa: una convocazione della Commissione VII del Senato è prevista per giorno 29 c.m. proprio per discutere anche dei regolamenti sul percorso di abilitazione riservato, visto che il Consiglio di Stato ha espresso parere positivo con “osservazioni”. Parere che delude coloro i quali si apprestano a seguire, o in molti casi stanno già seguendo, i corsi per l'abilitazione alla docenza erogati dalle università, dopo essersi sottoposti alle selezioni del TFA Ordinario.


Il perché di questo disappunto salta subito all'occhio: l'accesso al percorso di tirocinio abilitante “Speciale”, proprio in quanto governato da criteri riguardanti esclusivamente la durata del servizio prestato negli istituti di istruzione, non prevede alcuna prova di ingresso volta a verificare le conoscenze da parte dei candidati. Eppure la possibilità di partecipare alle selezioni in ingresso del percorso ordinario, per le classi di concorso per cui esso è stato bandito dopo ben cinque anni di vuoto normativo, è stata naturalmente concessa anche a chi avesse già avuto i requisiti per il percorso “riservato”, insieme ad un riconoscimento senza tetto massimo del servizio a selezioni ultimate .

Perché possesso delle conoscenze disciplinari ed esperienza non stridono affatto: bisogna solo che si sappia che sono concetti distinti.

Il Tirocinio Formativo Attivo Ordinario (TFA)  prevede infatti l'apprendistato, ma solo dopo che si sia controllato con il processo selettivo che l'aspirante docente abbia conoscenze sui contenuti di insegnamento. E la giustificazione di questo iter ha un fondamento semplice: una cosa è “sapere” o “saper fare”, un'altra essersi trovati in condizioni fortunose di “fare”, anche per molti anni di seguito, grazie alla convocazione di un preside sprovvisto di personale abilitato.

Oltre al danno anche la beffa per chi si appresta a seguire i corsi di TFA ordinario: i due titoli abilitanti saranno, ovviamente, equipollenti, e nelle graduatorie di reclutamento per i contratti a tempo determinato la persona abilitata dopo una selezione si troverà sempre in posizione meno utile rispetto a chi ha usufruito del percorso “speciale”, semplicemente perché ha prestato meno servizio. Nemmeno una voce politica che si sia alzata per difendere pubblicamente questi cittadini penalizzati. Il silenzio più cupo.

Detto questo, non si vuole correre il rischio di essere equivocati: lungi dal pensare che chi non abbia superato una selezione sia automaticamente un cattivo insegnante, e lungi dal pensare che chiunque ne abbia superata una sia un esempio di perfetto docente, rimane il fatto che bisogna stabilire un accesso programmato all'abilitazione alla professione. E dei criteri che regolino tale accesso; criteri che sembreranno sempre ottimali per alcuni, accettabili per altri, pessimi per altri ancora. Ma che devono essere comunque uguali per tutti.

Perché mai in un Paese qualcuno dovrebbe sottoporsi ad un concorso e qualcun altro no per ottenere la medesima idoneità all'esercizio della medesima professione? E, in un Paese che procede già lentamente verso la modernizzazione e la competitività, è giusto continuare a concedere titoli professionalizzanti per sola “anzianità” di servizio?

Proviamo a riflettere: avete mai sentito parlare di chirurghi che vengono riconosciuti tali solo in base alle ore trascorse in sala operatoria? Di avvocati in base alle ore trascorse in tribunale? Di architetti o ingegneri in base alle ore trascorse a progettare? E mandereste, pertanto, vostro figlio a scuola sapendo che i suoi insegnanti, talentuosi o no che siano, si sono rifiutati di essere valutati in ingresso, a maggior ragione quando finalmente una regolare procedura è stata messa in atto allo scopo a partire da questo anno accademico? Stando ai fatti nessuna commissione può certificare nulla riguardo le conoscenze di un docente che non si sottopone a verifica. Nè tantomeno è tenuto a farlo un dirigente scolastico che attinge da una graduatoria di aspiranti insegnanti alla quale si accede semplicemente con il possesso del titolo di laurea.

Prima di lamentarci della qualità dei docenti dei nostri figli dovremmo porci quindi delle domande sul sistema di reclutamento degli stessi che alcune procedure al vaglio in questi giorni vorrebbero perpetuare. Proviamo a ripartire da qui, affinché la questione della formazione degli insegnanti, ritenuta tradizionalmente “di settore”, diventi finalmente ed una volta per tutte una questione di opinione pubblica. Anzi, siamo pronti a ripartire da qui, utilizzando in questa diatriba “TFA Ordinario Vs TFA Speciale” tutti i mezzi che il diritto mette a nostra disposizione.

Perché la scuola non sia più merce di scambio, rimanga fuori dalle diatribe politico-sindacali e si inizi a concepirla come il naturale albergo del merito. Per il bene dell'intero Paese.

Domenico Prellino

per il Coordinamento Nazionale Studenti TFA ordinario

 
 
 

UN AUGURIO PER LA SCUOLA ITALIANA

Post n°615 pubblicato il 22 Dicembre 2013 da PROF.PIER

Un augurio e tanti auspici per la Scuola Italiana:” Cancellare la riforma Gelmini,  piantarla di dirottare risorse pubbliche a sostegno del privato; utilizzare per la scuola la montagna di soldi che governi di ogni colore sperperano ogni anno, per acquistare armamenti e finanziare operazioni di guerra; chiudere un baraccone inutile e costoso come l’Invalsi; tornare ai principi base di una buona scuola: continuità didattica e rapporto alunni classe vincolato a parametri di efficienza e sicurezza, presidi invece di manager; blocco della “sperimentazione” che accorcia i percorsi di studio; stipendi europei per il personale scolastico“.

 

 

 
 
 

DECISIONI INSIPIENTI

Post n°614 pubblicato il 06 Aprile 2013 da PROF.PIER

 

L'Italia possiede da sempre il più alto numero al mondo di beni, patrimonio dell'umanità. Un paese normale in crisi sfrutterebbe il suo tesoro. Punterebbe sulle sue risorse uniche al mondo. Invece che fa? Destina alla cultura: appena l'1,1% del Pil contro il 2,2% medio dell'Ue e risultando per questo all'ultimo posto in Europa dietro anche alla disastrata Grecia che spende l'1,2% del Pil.

Un paese normale punterebbe anche sulla Scuola sul suo futuro, invece investiamo appena  l'8,5% del Pil contro il 10,9% medio dell'Unione europea. Siamo al penultimo posto (questa volta davanti alla Grecia) nella spesa per l'istruzione. Chi prende queste decisioni dovrebbe essere riportato sui libri di storia come esempio di insipienza politica.

 

 
 
 

LA RIVOLUZIONE DEL SISTEMA SCOLASTICO

Post n°613 pubblicato il 04 Aprile 2013 da PROF.PIER

Sir Ken Robinson è un signore inglese che vive negli Stati Uniti, si occupa di educazione e innovazione e sta denunciando la necessità improrogabile di una rivoluzione culturale che sconvolga i principi su cui un po’ in ogni parte del mondo si è abituati a concepire il percorso formativo scolastico, dall’asilo all’università.

Dato che da tempo sono convinto che il mondo va come va anche perché l’uomo non ha ancora imparato a educare sotto molti aspetti la propria discendenza, vi vorrei parlare un poco di questo filosofo dell’educazione.

Robinson nota che milioni di persone vivono mediocremente la propria esistenza, pensando di non avere talenti e tirando avanti senza trasporto per quello che fanno, aspettando di arrivare al fine settimana. Altre persone, invece, non riuscirebbero neanche a immaginare di fare qualcos’altro dal loro lavoro, perché vi s’identificano con grande passione. Per i primi, cinque minuti di lavoro sembrano un’ora, per i secondi, un’ora di lavoro passa come cinque minuti. Cosa differenzia questi due destini?

Per Robinson ciò accade poiché i percorsi scolastici allontanano il più  delle volte le persone dai propri talenti e passioni naturali.

Proprio in questi anni, molti Paesi cercano di riformare i propri sistemi educativi per aiutare i giovani a tenere viva e trasmettere la propria identità culturale nella civiltà globale e a trovare un loro posto nel sistema economico del XXI secolo, ma non riflettono sul fatto oggettivo che, per esempio, non sappiamo neanche come sarà l’economia fra due settimane. Figuriamoci come possiamo con gli attuali criteri organizzare il percorso di crescita delle persone di qui ai prossimi 25 anni, quando si laureeranno. Ne consegue che le attuali riforme semplicemente riformeranno un sistema già fallimentare, mentre è necessaria una rivoluzione che lo trasformi radicalmente. Per far ciò, dovremo però avere il coraggio di mettere in discussione qualcosa che diamo per scontato e ciò sarà davvero arduo.

Molte idee che oggi diamo per assodate non sono nate per far fronte alle circostanze del nostro secolo, ma di quelli precedenti. Ciò vale anche per molte idee postulate nell’educazione, così cerchiamo oggi di rispondere a fondamentali quesiti continuando a riflettere secondo assunti del passato, con la conseguenza di alienare milioni di ragazzi che, i fatti lo dimostrano, non vedono più motivi così validi nell’andare a scuola.

Per esempio il concetto tradizionale di istruzione che tutti accogliamo si basa su un’idea di “linearità”, che si debba cioè cominciare un percorso da un punto iniziale, l’asilo, per giungere a quello finale prefissato, l’università, e “se farai tutto giusto sarai sistemato”. I ragazzi di oggi non credono più a questo modello, forse in parte hanno ragione. In realtà, infatti, la vita non è lineare, ma organica: «noi creiamo le nostre vite organicamente mentre esploriamo i nostri talenti in relazione alle circostanze che essi hanno contribuito a creare» afferma Sir Robinson con acume. Spesso andare a scuola costringe invece a marginalizzare cose estremamente importanti per l’essere umano. Oggi siamo ossessionati dal mandare le persone all’università come traguardo finale di un percorso lineare, quando non tutti dovrebbero andarci, o non subito. “L’università comincia dall’asilo” si dice in taluni documenti programmatici dei college americani… non è così, così come un bambino di 3 anni non è la metà di uno di 6. Noi possiamo cioè essere “adulti” e “competenti” in ogni fase della nostra età, in base a come le circostanze ci permettono di mettere a frutto le nostre naturali attitudini.

Un’educazione da catena di montaggio secondo Sir Robinson, il punto è che il nostro sistema educativo è stato progettato per un’epoca diversa, nella cultura intellettuale dell’Illuminismo e nello scenario economico della Prima rivoluzione industriale. Prima del XVIII sec., non c’era istruzione pubblica, al massimo si poteva essere istruiti dai Gesuiti e l’idea di un’istruzione sostenuta dalle tasse e per tutti fu rivoluzionaria. Quello però fu un sistema sviluppato sulla base di una concezione guidata da un imperativo economico di quell’epoca e dal modello cognitivo illuminista, secondo il quale l’intelligenza è basata sul ragionamento deduttivo e sulla conoscenza dei classici, per sviluppare un’abilità di tipo accademico. Il modello che abbiamo è quindi plasmato sugli interessi e criteri dell’industrializzazione. Tanto è vero che la scuola è organizzata su quello di una linea di fabbrica: ci sono campane che suonano, spazi divisi per sesso,i bagni, luoghi specializzati in materie, gli studenti sono divisi per gruppi basati sull’età. Perché lo facciamo? Perché crediamo che la cosa più importante che i ragazzi hanno in comune sia l’età. Ma ci sono ragazzi più bravi in certe materie, o in certi momenti della giornata, alcuni vanno meglio se lavorano i gruppi piccoli o grandi, altri se lavorano da soli… Se siamo davvero interessati a un modello educativo non possiamo allora partire dall’idea di una “linea di produzione”, che prevede una crescita omologante e conformista (sempre più si usano test e curricula standard ovunque). Questo però è nei cromosomi dell’istruzione pubblica attuale, che divide fra accademici e non accademici, fra intelligenti e non intelligenti. La conseguenza è che molte persone brillanti pensano di non esserlo affatto. Questo modello ha funzionato bene per alcuni, ma per molti altri no, ha causato caos, frustrazioni e diffuso una sorta di peste moderna genericamente definita “disturbi dell’attenzione”.

Risposte personalizzate a bisogni personali Robinson propone pertanto di andare nella direzione esattamente opposta, di cambiare il paradigma, partendo dal concetto di “pensiero laterale”, che non è la stessa cosa della creatività. “La creatività – afferma – è un processo che genera idee originali che hanno valore; il pensiero laterale è una capacità (essenziale per la creatività) di vedere molteplici risposte a una medesima domanda”. È la realtà stessa che dovrebbe guidarci: secondo studi effettuati, i bambini della scuola materna superano al 98% i test sulla brillantezza del pensiero laterale, trovando per esempio centinaia di risposte diverse se viene chiesto loro di pensare utilizzi possibili alternativi di strumenti di uso quotidiano; gli stessi bambini riesaminati a 8-10 anni e poi a 13-15 peggiorano in modo esponenziale nelle performance di risposta.

Crescendo cioè si spengono nella loro capacità di variare le risposte a quesiti uguali. Bambini cui sono successe molte cose in quegli anni, ma quella principale è che sono andati a scuola, dove gli viene detto che a un quesito c’è una risposta sola, nei libri, che li devono guardare solo quando gli sarà detto e dove non dovranno “copiare”, mentre fuori dalla scuola copiare, passarsi il compito, significa “collaborazione”. Robinson denuncia il nostro sistema educativo, il suo conformismo sul modello del fast-food, dove tutti mangiano le stesse cose ovunque, in opposizione alla creatività della gastronomia diversa luogo per luogo. «Noi ci siamo venduti a un modello standardizzato dell’educazione stile fast-food e come il fast-food impoverisce i nostri corpi, stiamo impoverendo il nostro spirito e le nostre energie creative. La ragione per cui molte persone rinunciano ancora all’istruzione e per cui molti giovani subiscono gli anni degli studi anziché viverli attivamente è perché non nutriamo le loro passioni».

Dobbiamo quindi passare da un modello “industriale” dell’educazione, di produzione, basato sulla linearità, sul conformismo e sulla segmentazione standardizzata delle persone, a uno ispirato a quello dell’agricoltura, non meccanico, organico, che non pretenda di prefigurare lo sviluppo della persona, ma che crea le condizioni entro cui le sue attitudini potranno crescere e svilupparsi in modo originale, personalizzando i percorsi.

 
 
 

L'ACCOUNTABILITY SCOLASTICA

Post n°612 pubblicato il 26 Marzo 2013 da PROF.PIER

Un governo dei tecnici, avallato dai mercati e dai diktat  dell’Unione Europea, nomina un ministro  che scambia la Scuola Pubblica per un board of directors (consiglio di amministrazione aziendale). Il neo ministro, per affrontare la sfida del nuovo millennio, in tempo reale, implementa dall’alto una riorganizzazione dell’ente , senza impatto monetario, ispirata alla governance neoliberale e mirata alla creazione di un sistema della valutazione basata sull’accountability (rendicontabilità).

Il nuovo sistema si baserà sulla valenza strategica dell’Invalsi,( sigh!), sulla consulenza a tutto campo dell’Indire, (sob!)  e sul monitoraggio proattivo di un «contingente» di ispettori che avranno il ruolo di guidare i nuclei di valutazione esterna, (crash!).  Eureka! Era proprio quello che ci voleva, la Scuola Pubblica ringrazia ( patacrash!). Intanto gli insegnanti-contabili con appositi briefing (gulp!)  si allineeranno  e definiranno gli “indicatori di efficienza” che entreranno in sinergia con i presidi manager (ops!). Verrà valutata e tabulata l’efficienza delle performance e se non si perverrà al virtuosismo produttivo si passerà ad approntare i «piani di miglioramento» per innalzare e ottimizzare il rendimento (grunt!). Per ottimizzare il testo, ed essere in sinergia con il nuovo che avanza,  ho utilizzato l’aziendalese neolingua scolastica (voilà).

P. s.

Nella nuova scuola per reperire personale ausiliario:  Cercasi Human Resources Manager For Basic School (bidello ). Al candidato sono richieste competenze pregresse nel campo del  Corridor Controlling, della Bathrooms Bonification e della Food and Drugs Administration. Al ruolo primario si aggiunge anche l'incarico di Sales Manager per il settore Snacks and Soft Drinks (vendita di merendine e bibite). Remunerazione base con integrazione di Stock Option.

 
 
 

LA STORIA

Post n°611 pubblicato il 24 Febbraio 2013 da PROF.PIER

 

"La storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare."



 
 
 

SCUOLA PUBBLICA: IL DOVERE DI RICORDARE

Post n°610 pubblicato il 20 Febbraio 2013 da PROF.PIER

È l’Italia  che ha inventato l’università copiata poi in tutto il mondo,  quando è diventato un paese unito, dopo il 1861,  il ministro dell’economia di allora, Quintino Sella, il ministro delle finanze, tagliò tutto, ma disse Una cosa non si può tagliare: la scuola!”.
Invece i nostri ultimi governi hanno fatto esattamente il contrario, hanno tagliato la scuola, ma anche l’istruzione e la formazione.  I dati sconcertanti sono tantissimi, un italiano su due non va oltre la licenzia media, abbiamo pochi diplomati, anche tra i giovani, abbiamo pochi laureati, siamo ultimi in Europa in compagnia della Romania, ultimi per numero di laureati.
Il paradosso, ma non è un paradosso, è che i pochi laureati non trovano lavoro, non guadagnano abbastanza, non vengono considerati!
Perché in Italia il sapere non è considerato. La conseguenza di tutto questo? Molto semplice, dal 2003 in poi, nel disinteresse delle istituzioni, della classe dirigente dell’Italia, diminuisce il numero delle immatricolazioni, sempre meno giovani si iscrivono all’università, forse questo è il dato più drammatico.   
Non solo non ci si è accorti che stavamo andando a marcia indietro, ma anzi scientificamente si è voluta peggiorare la situazione, colpi e colpi sulla scuola pubblica, un giorno dopo l’altro. Negli ultimi tre anni sono stati tolti dal governo Berlusconi 80 insegnanti, mandati a casa, e 40 dipendenti tecnici ausiliari.
Ebbene, è arrivato il governo dei professori, il governo di Monti appoggiato dal PD da Casini, Fini , Berlusconi ma il disastro si è perpetrato. Hanno cancellato la cultura e distrutto la Scuola Pubblica.

Ora è arrivato il momento di avere presente tutto questo. Chi opera nella Scuola, ma anche i genitori, i giovani e tutti quelli che hanno a cuore il futuro del nostro paese hanno il dovere di ricordare.

Il testo è liberamente tratto da uno scritto del giornalista e scrittore Roberto Ippolito

 
 
 

LA SCUOLA MADE IN ITALY

Post n°609 pubblicato il 14 Gennaio 2013 da PROF.PIER

 

Università di Princeton:
"considerare lo studio letterario come «utile» per la formazione professionale nei settori scientifici, economici, medici."
"La letteratura è «utile» per fare bene cose che nulla hanno a che fare con la letteratura. "
Dunque, mentre nelle più prestigiose università americane si scopre l'utilità dell'"inutile" (gli studi umanistici), in Italia che è la culla di quegli studi che si fa?
Si gioca con i quiz di logica e di memoria come quelli dell'INVALSI; l’accesso alla professione di insegnante è affidato preliminarmente a strumenti come quelli che servono per conseguire la patente di guida o a quelli che molti decenni fa si facevano in America per rilevare il quoziente di intelligenza. I teorici del Q.I. pensavano l'uomo avesse solo una intelligenza logico-matematica, di tipo astratto, analitico. Gardner nel suo "Frames of Mind: The Theory of Multiple Intelligences" (Basic Books,1983) rivoluziona, oltre trent'anni fa, la teoria del Q.I. scoprendo che la mente ha non una sola ma ben 9 tipi di intelligenza per cui scriveva:
"Scrivendo questo libro, mi proposi di minare la nozione comune di intelligenza come capacità o potenziale generale che ogni essere umano possiederebbe in misura più o meno grande. Nello stesso tempo intendevo mettere in discussione l'assunto che l'intelligenza, comunque venga definita, possa essere misurata da strumenti verbali standardizzati, come test con carta e matita e fondati su risposte brevi e batterie di domande".
Mentre noi in Italia ci affrettiamo a scopiazzare e adottare modelli vecchi e superati dagli altri, quegli altri scoprono ed adottano come modello il made in Italy, l'immensa portata culturale e formativa della cultura umanistica e letteraria, la nostra migliore tradizione della quale noi vogliamo sbarazzarci perché ritenuta vecchia, inutile, non adatta ai "mercati", improduttiva, idealistica, astratta.

 

 
 
 
 
 

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Un blog di: PROF.PIER
Data di creazione: 02/01/2008