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Quelli che sognano di giorno sono consapevoli di tante cose che sfuggono a quelli che sognano solo di notte. (Edgar A. Poe)

 

 

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ULTIMO CHILOMETRO A KLAG

Post n°710 pubblicato il 13 Gennaio 2016 da sciffo

Running over the same old ground,
what have we found?
The same old fears.
Wish you were here.

E’ stata una lunga giornata, oggi.

Mi sono svegliato all’alba, dopo una notte quasi insonne, posseduto da una strana e potente magìa, io come altri duemila mezzi matti provenienti da tutto il mondo. Ci siamo tuffati tutti assieme in un lago la cui acqua ha un incredibile color turchese, e nel quale si specchiano montagne maestose, che abbiamo poi scalato pedalando tra gli abeti, in un radioso mattino di inizio estate. Infine, il pomeriggio è trascorso lento e caldo, correndo per le strade e i sentieri attorno al lago, punteggiato dai mille sorrisi e dal tifo allegro di passanti e familiari.

Per la prima volta, e già so che non sarà l’ultima, ho percorso quasi quattro chilometri a nuoto, centottanta in bicicletta e quarantuno di corsa. Tutti di seguito, senza mai fermarmi. Duecentoventicinque chilometri tutti con le mie sole forze.

Me ne manca ancora uno. E’ l’ultimo, ed ho tutta l’intenzione di godermelo a fondo.
Ma il percorso che mi ha portato fino qui non è iniziato stamattina, è stato più lungo, molto più lungo.

Inizia quasi trent’anni prima.

 

E’ una domenica d’inverno, uno di quei classici inverni padani, umido e insipido come quell’albume d’uovo che mia nonna mi dice sempre di scartare, quando prepariamo assieme le tagliatelle.

Ho dodici anni, sono un ragazzino un po’ robusto e che non ama particolarmente lo sport, anzi che non capisce proprio che gusto ci sia, a faticare come schiavi nubiani. Preferisco leggere un romanzo di Salgari dopo l’altro, anziché affannarmi dietro un pallone. In palestra ci vado ma, diciamo la verità, solo perchè costretto a calci nel sedere dai miei genitori, preoccupati che “da grande” io possa diventare una sorta di palla di lardo.

La verità è che mia madre cucina benissimo, le mie nonne pure, e a me mangiare piace proprio. Non che sia un ciccione, avrò massimo due o tre chili addosso di troppo. Ma, oltre a dover frequentare il corso di judo, vengo a volte sottoposto a sedute extra di ginnastica fantozziana, certe svogliatissime sudate in mutande e canottiera a coste sul terrazzo di casa.

Mio padre invece è uno sportivo, come dice sempre mia mamma con un piccolo lampo d’orgoglio, che da ragazzo faceva lotta libera e adesso gioca a tennis praticamente tutti i giorni. Come se non bastasse, da qualche tempo si è convertito ad una nuova, stranissima religione, che chiama con grande enfasi footing, e pare venga addirittura dall’America. Non ho mica capito bene di cosa si tratta. So solo che lo vedo uscire di casa con la tuta da ginnastica e le Superga bianche (che presto verranno sostituite da stupende Adidas Achill), colorate senza rimedio dalla terra rossa del circolo Marfisa, per poi partire correndo lentamente verso la Mura.

Io sulla Mura ci vado d’estate per fare le discese in bici con gli amici, ma quando ero piccolo non mi ci lasciavano andare, perché dicevano che era un posto un po’ pericoloso. In effetti ci vedevo girare certi ragazzi grandi con i baffi e le moto da cross, che mi intimorivano abbastanza, e pare anche i pedali, che non capivo bene cosa fossero e nessuno me lo voleva spiegare, ma di sicuro non c’entrava mica il ciclismo.

Ma adesso sono cresciuto, mi lasciano andare in palestra da solo in bicicletta e così, senza dirlo a mia madre, ci vado percorrendo la Mura dalla farmacia di Porta Mare al Palazzetto dello Sport. All’andata non sono tanto contento, al pensiero che mi attendono due ore di urla e scapaccioni del Maestro di judo, ma al ritorno ho il cuore più leggero. Me la pedalo cantando i pezzi di Battisti e pensando agli occhi celestiali di Silvia, una ragazzina bionda che sta già in terza, e che non sa nemmeno che io esisto. Però ho anche notato un numero crescente di adulti che corre ciabattando sotto i tigli. Sono ancora pochi, quando passano sbanfando la gente normale ride e fischia, e fanno un po’ ridere anche me, perché non capisco proprio cosa ci sia di divertente nel sudare come somari. Però sembrano felici. Probabilmente anche mio padre è uno di loro, quando arriva a casa è fradicio come se avesse preso un acquazzone e spande ovunque un odore dolciastro di fatica e dopobarba. La mamma gli dice sempre di stare attento agli infarti, ha letto su una rivista che in America sono morti in tanti con ‘sta manìa del footing, e lo spedisce sotto la doccia, ma poi la vedo che sorride un po’ sognante. Gli adulti sono proprio strani, si sa.

Oggi è domenica, sono le nove di mattina e mio padre come di consueto si sta preparando per andare a correre. La mia mente registra distrattamente i suoi movimenti al piano di sopra, mentre faccio colazione con caffellatte e Oro Saiwa, ancora mezzo addormentato in pigiama di flanellina. Sto pensando con orrore che devo ancora fare i compiti di francese, quando mi si para davanti in tuta con le Superga sabbiate alla terra rossa e mi dice “oggi vieni anche tu a correre”. Non è una mica domanda, a quei tempi i papà non chiedevano, emettevano ordinanze come sindaci leghisti. Come sarebbe a correre? Mi sento male al pensiero, fino a un momento fa inconcepibile, di trovarmi sulla Mura sudato nell’aria gelida, distrutto dalla fatica. Magari con qualche pedale, qualunque cosa sia, nascosto dalla nebbia che attende paziente il momento in cui non sarò più in grado di stare al passo di mio padre, come uno squalo che fa la posta a un naufrago.

Non solo dire di no è impensabile, ma ci si mette pure mia madre che rincara la dose “ecco si, vacci anche tu che così è la volta buona che butti giù un po’ di quella ciccia”. Insomma, sono fregato, e i compiti di francese, a confronto di ciò che mi aspetta, mi sembrano ora una meravigliosa alternativa.

E così, eccomi pronto per affrontare questa nuova sventura: tuta da ginnastica di lanaccia con ricamato il nome della scuola media “T. Bonati”, giubbottino di carta cerata Wrangler, berrettone con pon-pon da almeno mezzo chilo, fastidiosissimi calzettoni tubolari con la banda elastica irrimediabilmente compromessa. Ai piedi, naturalmente, le Superga blu e bianche, lo stato d’animo quello di un condannato alla sedia elettrica per un delitto mai commesso.

Per fortuna, almeno, abitiamo a cinquanta metri dalla Mura, fatto che mi evita se non altro la possibile umiliazione di farmi vedere in questo stato da amici o conoscenti della parrocchia che potrebbero incrociare nei dintorni. Se poi fossi visto correre così bardato da qualcuno dei ragazzi più grandi, quei maledetti che passano i pomeriggi a inventarsi nuove torture da sperimentare su di noi, sarei un uomo morto. Per un attimo immagino me stesso in una foto in bianco e nero, sulla prima pagina del Carlino, giustiziato e abbandonato nel bagagliaio di una Renault 4 come quel signor Aldo Moro.

Ma sono fortunato, raggiungiamo la Mura senza danni collaterali, e vi saliamo per uno stretto sentierino che non avevo mai notato, proprio di fronte all’ospedale. Una volta sopra, con nessuno in vista e la nebbia che ci avvolge come fumo di un incendio, mio padre si ferma, mi osserva con un ghigno misto tra il divertito e il nazista, e mi dice:
“Va bene, adesso partiamo, andremo molto piano, tu cerca di inspirare con il naso ed espirare con la bocca. Se senti che non ce la fai più, cerca comunque di non fermarti.” Quest’ultima frase mi si imprime tragicamente nel cervello: in sostanza vuol dire “Ok, ti ho portato a correre ma non devi rompere troppo le scatole. Io devo allenarmi e non ho nessuna voglia di interrompere la corsa per assicurarmi che tu non muoia”. Dopodichè, si cimenta in un paio di piegamenti delle gambe e qualche saltello, poi parte in direzione della Farmacia Comunale, con un ghigno di pietra che ho visto fare tante volte a John Wayne al cinema parrocchiale. Un attimo di esitazione, e inizio a correre come un cagnolino un metro dietro di lui. “Stammi di fianco, dai!” – grida – costringendomi ad una breve ma estenuante accelerazione.

Dopo circa duecento metri, complice anche un tratto in discesa, inizio a sentirmi un più sciolto, vuoi vedere che questa roba del footing non è poi così male? Ma poi ci attende la salitella che porta sulla Mura degli Angeli, e il mio ottimismo si scioglie rapido come un ghiacciolo all’orzata nel deserto. Io ci provo a rispettare il rigido ritmo respiratorio che mi è stato raccomandato, ma comincio a sentire una fatica mortale, che sembra formarsi da qualche parte nel torace per poi irradiarsi verso il basso, iniettandomi gelatina nelle gambe. Non ho mai provato nulla di simile e la paura di lasciarci la pelle, cosa che mi sembra piuttosto probabile, è più forte di quella di contravvenire agli ordini ricevuti: “Papà non ce la faccio mica, sono stanco”. Mi aspetto una reazione violenta, invece mio padre non fa una piega, mi osserva per un momento come un contadino osserverebbe una vacca al mercato, poi mi dice “Va bene, tu vai pure avanti camminando. Io arrivo alla pesa di Porta Po e torno indietro. Se ci riesci ogni tanto corri per un po’ e quando ti ritrovo torniamo a casa assieme di corsa”. Non ho mai sentito parole così belle.

E così rimango solo. E mi guardo attorno per la prima volta. La nebbia si è un po’ alzata, adesso, ma i pochi rumori giungono comunque ovattati. Ci sono alcune persone in vista: un anziano con la bicicletta sul cavalletto che legge il giornale su una panchina, una giovane coppia con un bimbo piccolo che sgambetta ridendo e due o tre corridori isolati, che mi passano accanto con lo sguardo serio da carabinieri.

Dai tigli cade una leggerissima guazza, e posso vedere un cane da caccia solitario che corre come impazzito nei prati dietro il cimitero ebreo. Sarà lo scampato pericolo, ma inizio a sentire un piacevole senso di pace. Il mondo del resto non si può vedere da qui, è rimasto indietro con le mie paure, a una distanza rassicurante, non misurabile in metri.

Dopo aver raggiunto il torrione e svoltato verso la casa del Boia, prendo ancora più coraggio e mi rimetto brevemente a correre. Per la prima volta in vita mia, non affronto una fatica sportiva perché forzato da qualcuno, ma per mia sola volontà e per il gusto, o forse la curiosità, di farlo. La cosa strana è che adesso che nessuno mi costringe, e che mi sono dimenticato di respirare come un mantice, la fatica sembra molto meno terribile. Riesco persino a corricchiare senza grossi affanni fino all’altezza del Poligono di tiro, dal quale proviene il rumore secco e incredibilmente fuori luogo degli spari.

Un piccolo gruppo di podisti mi supera, e tutti si girano a guardarmi incuriositi, uno di loro mi strizza addirittura l’occhio, che sia un amico di mio padre? Comunque sia, provo una strana sensazione, come se fossi stato ammesso a far parte di una specie di club, i cui membri sono addirittura degli adulti. Sono un po’ orgoglioso, magari pensano che io sia davvero un corridore. Dopo un altro tratto camminando, mi tornano in mente quei podisti e mi rimetto a correre, fino a rivedere lontana la sagoma di mio padre che si avvicina.

Quando mi raggiunge, sembra piacevolmente stupito di vedermi in relativa forma, sorride e mi dice “Beh, dai, sei stato bravo ad arrivare fino qui. Adesso cerchiamo di tornare fino a casa insieme”.

Questo luogo, questo giorno: ancora non ne sono ben cosciente, ma sarà un evento spazio-temporale cruciale. Ho scoperto un luogo magico, la Mura, e che fintanto che sono qui, e corro, le mie tante insicurezze non possono toccarmi.

Di corsa fino a casa. E so che ce la farò.

 

L’ultimo chilometro di Klagenfurt è una via crucis di emozioni.

Sto per imboccare la parte transennata, dove i duemila finisher sono attesi da centinaia di persone che urlano e suonano trombe e fischietti, quando ai bordi del percorso, noto un tavolino rosa molto basso, su cui spiccano sottili fette di anguria. Mi avvicino e una bimbetta castana, che avrà al massimo cinque anni, si fa avanti e mi porge con un sorriso timido una di quelle fette fresche. Sono stanco morto, è vero, ma non è una visione. Legge il mio nome sul pettorale e pronuncia, con accento teutonico e a bassa voce, le parole che mi sento gridare dietro da stamattina “Stefano, Sùper”.

Mi chino, la bacio in fronte e accetto con un “Dankeschoen” quella indimenticabile fetta d’anguria. I suoi occhi celesti sono come il catalizzatore finale, e inizio piano a piangere. Questa gente è meravigliosa, negli anni seguenti correrò altri Ironman, ma in nessun luogo ritroverò un simile calore.

Sono un uomo adulto di quarant’anni, e le lacrime mi scendono silenziose, un nodo sempre più grosso mi serra la gola. Gli spettatori allungano le braccia verso di me e tocco decine di mani, mentre in lontananza inizio ad intravedere il gigantesco arco gonfiabile azzurro che segnala la finish line.

Rivedo come un film tutta la lunga strada che mi ha portato fino qui: le uscite a correre nel gelo delle albe invernali, le mille salite in bici sull’appennino, la maledetta riga nera sul fondo della piscina.

E sento il peso e il conforto delle migliaia e migliaia di chilometri di corsa, che ho percorso dovunque sia stato, dopo quel giorno sulla Mura di trent’anni prima.

Mio padre se n’è andato all’improvviso, sei mesi prima di questa giornata spettacolare.

E se oggi sono qui, questa è la sua vera eredità.

Penso a quel giorno lontano in cui correvamo fianco a fianco. Se temevo di averlo un po’ deluso, ora che sono padre anch’io, so quanto doveva essere orgoglioso di correre sulla Mura con suo figlio.

Il papà è ancora qui con me e questo istante mi si incide nell’anima: non odo più alcun rumore e avverto invece il suo sguardo, che mi osserva da quel cielo azzurro senza fine.

Gli mando un bacio fin lassù, e lo vedo sorridere sotto i baffi.

 



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