Creato da ondoce il 01/01/2008

onde di vita

vivere nell'equilibrio delle onde

 

 

Post N° 4

Post n°4 pubblicato il 03 Febbraio 2008 da ondoce

dono queste parole ad una amica........


TRADOTTI DAL SILENZIO # 1 – Joë BOUSQUET


*


Il brano che segue è tratto da Joë Bousquet (1897 – 1950), Tradotto dal silenzio (Traduit du silence, 1941), traduzione e postfazione a cura di Adriano Marchetti, I ed. italiana, “Biblioteca In forma di parole”, Genova, Marietti, 1987.


*
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Parole per l’assente


Sono anni che aspetto una donna e che non so nulla di lei. Forse è
venuta a trovarmi nel sonno e forse non avrò mai la certezza di essere
stato guardato da lei tanto da vicino.


Forse è troppo malvagia per essere amata,
forse troppo bella per essere vista. Se non ho ancora rinunciato alla
speranza di conoscerla, è perché da tempo sono accaduti in me dei fatti
singolari che soltanto la sua esistenza può spiegare: ogni pensiero che
procede da me, per esempio, è fatto di ombra e se muta in parole è
perché in quest’ombra c’è un volto in cui leggerlo con le labbra.
Certamente questa indicazione è molto vaga e non basta a confermare il
mio dire. Ma il seguito delle mie confidenze sarà più edificante e più
d’una si riconoscerà nel fantasma interiore che invano supplicavo di
strapparsi la sua veste di tenebre. Certamente sarà troppo tardi,
almeno per me. Se non altro la chiarezza che avrei messo nel mio
scritto avrà il posto di un’incertezza che non ho più la forza di
sopportare.


Non dirò nulla della mia vita. Colei che amerò mi troverà sempre in lei
stessa e non crederà alla mia esistenza se non a forza di provare
indifferenza verso gli oggetti che mi circondano, a cui saprà che io
stesso non ho accordato alcuno sguardo. Estraneo com’ero al mondo e
certo che non vi fosse nulla in esso per appagarmi, abitavo la mia
fame. Simile all’inerte massa di un vascello inabissato di fronte
all’agitazione dei flutti, ero così poco mescolato alla vita dei miei
simili. Per la verità non ero nulla di me. E, qualunque idea mi
venisse, avevo per riconoscerla mia un vuoto così immenso da
attraversare che mi ripiegavo in un’angoscia sconfortante, sempre
pronto a piangere. Mi comprenda chi può; ero così profondamente
inabissato nel mio indefinibile sentimento che l’espressione più
sincera del dolore suonava falsa nella mia voce e pareva procurarmi una
nuova specie di sconforto. La parola solitudine, per esempio, non mi
rischiarava che la solitudine degli altri; e quando l’usavo pensando a
me, era per sentire meglio intorno al mio cuore le tenebre indicibili
in cui la sua nitidezza mi faceva sentire sprofondato. Piangere? Avrei
pianto se le lacrime stesse non avessero avuto l’apparenza di mentire a
un dolore infinito. Il mio essere era su di me. Il corpo mi pesava,
greve come il cuore di cui si dice che è troppo gonfio quando l’eccesso
del dispiacere sembra indurre chi soffre a fuggirlo.



Passante, fermati. Nel fondo dei tuoi silenzi di donna c’è un raggio
nato per rischiararti queste parole di cui la più leggera coprirebbe
mille notti con la sua ombra. Una mano di ferro, quando avevo solo
vent’anni, mi ha dilaniato, non era nulla. Ho creduto di essere morto e
questa illusione mi ha sempre separato dal cuore. Il cuore non ha mai
saputo nulla di ciò che mi era accaduto, né che ero sepolto vivo e una
metà di me stesso era la tomba dell’altra metà.

Ecco il miracolo. Amica mia, ero intatto, terribilmente intatto.
Identico a me stesso in pensiero; terribilmente forte in questa
convinzione, poiché essa poteva sopportare tutto il peso del mondo
reale senza smentirsi. Tutto ciò che respirava, tutto ciò che amava,
tendeva a schiacciarmi sotto il peso del mio corpo congelato, inutile.
Ma il pensiero fu più grande di tutto quanto mi condannava all’oblio.
Non c’era nulla che mi si opponesse e di cui il mio cuore non fosse
l’origine. E’ molto strano: così facile a tal punto che non si sa come
dirlo: l’uomo è in se stesso più grande e più forte di tutto ciò che è.
E’ la grandezza, il divenire e la morte delle verità e delle cose, di
cui è anche la sorgente.


(op. cit., pag. 54-55)


*


Le liriche che seguono sono tratte da La conoscenza della sera (La
Connaissance du Soir, 1947) e si danno nella bellissima traduzione di
Annamaria Laserra, in Poesia Due, Milano, Guanda, 1981.


La conoscenza della sera

 

Passare

 

Infanzia passata nello spazio

Come un volo inseguito fino a sera

Chiamo piano la tua ombra

Per paura di vederti

 

Sorella a lutto dalla veste chiara

La tua fuga è l’uccello blu dei giorni

Che con il suo canto rischiara

I gesti sognati dall’amore

 

Una fanciulla per il tuo incanto

Con il corpo abbozzato nei cieli

Fece sciogliere le città in pianto

Illuminate nei suoi occhi

 

E avesti il coraggio di rendere

Il mio dubbio più vivo di me

Passarosa dalle ali di cenere

Che mi aprivi il tuo cuore nel vento

 

Il largo

 

Non è il suo nome a esaltarlo

Ma che piano sia mormorato

Nelle voci che non conosce

Il segreto di un cuore incrinato

 

Quando ogni lamento gli svela

Di che cosa abbia pianto la pena

L’uomo sente il suo cuore chiamarlo

Nelle voci che l’hanno ignorato

 

Così vedono tutte le stelle

Avverarsi la notte delle vette

Ventilando nella notte con le ali

La voce di qualcuno che verrà

 

Lui il suo male è la stessa pietà

Ciò che è lui a sua volta si oscura

E per rendergli quello che ama

Si rivolge alla pena del giorno

 

Madrigale

 

Dal tempo che era amata stanca di se stessa

Lei aveva giurato d’essere questo amore

E ne fu l’incanto lui ne fu il poema

La terra è leggera a promesse passate

 

Il vento piangeva gli uccelli migranti

Cullando i mari sulle ali di sale

Prendo la stella con una bella nuvola

Se la pagina bianca ha consumato il cielo

 

Nell’aria che fiorisce al suo riso

C’è un vecchio cavallo color del cammino

Capisci al suo passo la morte che m’ispira

E che va senza me a chiederne la mano

 

Poema della sera

 

Su un giaciglio sfinito

Il lampo che oscura un istante

Mette la veste di fumo

E segue il vento distante

 

Su terre senza memoria

Ogni piede ha la sua scarpa

L’ala è bianca l’ala è nera

Il giorno è solo metà

 

E su una trama di cenere

Dove l’uomo non è che i suoi passi

Il cuore palpitò per cogliere

Ciò che uno sguardo non vede

 

E’ la speranza che un mondo a venire

Abbia fatto buio con la nostra ombra

E sorridendoci alla finestra

Abbia solo i nostri occhi per vedersi

 

Dietro le quartine che lei ispira

Ai giorni che dubitano di te

La vita ha i suoi denti per sorridere

Di ciò che una volta era già stata

 

L’ombra gemella

 

Varca la notte senza sponde

Se tu sei solo vagamente

L’oblio restituirà il tuo volto

Al cuore da cui nulla è assente

 

Il tuo silenzio nato da un’ombra

Che a tutto il cielo l’ha unito

Schiude l’amore dove ti abbandoni

Alle braccia di un doppio infinito

 

E annullandoti sotto i tuoi veli

Presi alla notte da un fiore

Concede occhi alla stella

Di cui la tua ombra è il cuore

 

La fortuna dei giorni

 

Io so un rosaio dove sboccia una rosa

Non c’è più notte per l’ombra che è

Da un’aiola errante di bagliori chiusi

Dove lo sciame vibrava dei giorni passati

 

Non c’è fuoco nel buio che il cielo non l’abbia

Con il mio amore morto a tante cose

Tessevo il drappo funebre dei voti sfumati

Era quello di un pianto in cui sboccia una rosa

 

Alba di una vita estranea ai giorni

L’oblio dell’imprevisto morto dal nostro amore

Dischiude nel fiore la mano che lo stringe

 

E senza me cogliendo la rosa delle notti

Una sorella di cenere lascia le nostre terre

Rende il corpo lunare ai morti che io sono

 

Giorno e notte

 

Sul corpo di un uccello di bosco

Inchiodati dalle sue ali immense

I giorni crocifissi alle notti

Aggiungono un nome al silenzio

 

Passando su lui senza vederlo

Fanno occhi più grandi della vita

All’amante che strugge di sapere

Come si muoia d’essere gradita

 

I giorni che disfecero i fiori

Per seppellirsi sotto il loro peso

Si sono uniti al cielo nei cuori

Dove s’aprono le ali dell’ombra

 

Denudandosi sotto le acque

Che la sua trasparenza ha velato

Il mattino che nasce a occhi chiusi

Allibisce di una stella fuggita

 

La croce che spalanca l’orizzonte

Sente in voci che si chiamano

Due nomi sbocciare un canto

Dove l’alba ride di una rondine



ciao

 
 
 

Post N° 3

Post n°3 pubblicato il 18 Gennaio 2008 da ondoce



Einar Bragi


Questa chiave
l’ho avuta a
lungo
sull’incudine
e ancora
ne sto limando i bordi,
mentre il mio
canto
cerca la sua forma,
nella vaga speranza
che
possa
ancora
aprire
qualche cara porta:
forse la volta più
rossa
del tuo cuore?

 
 
 

Post N° 2

Post n°2 pubblicato il 09 Gennaio 2008 da ondoce





Costantino Kavafis



Voci

Voci ideali e amate
di
quanti sono morti, di quanti

sono per noi perduti come i morti.

A
volte ci parlano nei sogni,

a volte le ode la mente tra i
pensieri.


Col loro suono riemergono un istante
suoni della poesia
prima della vita –

come di notte una musica
che in lontananza muore.

la vita dei miei pescirossi è stare a bocca in su ad aspettar scagliette
è la vita di molti
non è divertente a volte vivere
ci si scontra con l'accettare, ci si scontra con il non sostenibile
anche con il non trovare nulla da ricordare del vivere....a volte

per fortuna ci sono degli occhi che delle volte ti raccontano....
mi raccontano
storie infinite di fate e maghi
o sogni d'amore e principesse

per fortuna ci sono mani da stringere o che accarezzano
per fortuna c'è sempre la luna che nascosta o a spicchi ci lascia sognare...

http://it.youtube.com/watch?v=1SPQec_pfaQ&feature=related

 
 
 

Post N° 1

Post n°1 pubblicato il 03 Gennaio 2008 da ondoce




Else Lasker-Schüler


Io costeggio l’amore


Io costeggio l’amore nella luce
del mattino,

 
Da molto vivo dimenticata
nella poesia.
Tu una volta me l’hai detto.


Io so l’inizio

Di me di più non so.


comincio il mio canto con queste parole

 
 
 

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