T&T_ TERRORISTA & TACCONE due documentari autobiografici di Meneghetti & Pandimiglio proiettati aIL CINEMA DEL REALE_ L'ALTRO CINEMA EXTRA - Festival Internazionale del Film di Roma - offic!ne alphaville venerdì 24 ottobre 2008 alle 18:30sala 3 (sala aldo fabrizi) nuovo cinema aquila > via l'aquila 68 00176 romaincontro con i registi TERRORISTA-Terrorista? 1969, È un giorno come tanti altri, quando Percy Sampaio Camargo, professore universitario di microbiologia, viene accusato di terrorismo. A 75 anni, ricorda quel lontano 1969 che sconvolse, in pochi istanti, tutta la sua vita.Quaranta anni dopo, uno qualsiasi tra 20 milioni di pensionati brasiliani, ripercorre la sua vicenda personale intrecciata alla storia ufficiale del paese, nel tentativo di riscattare un frammento di memoria perduta.Ma chi è veramente Percy? Un idealista che ha sacrificato affetti e beni materiali in nome della democrazia e della giustizia? Un uomo che un ferreo credo politico avrebbe potuto trasformare in uno scomparso sociale? Un indecifrabile stratega che non potrà mai raccontarsi fino in fondo neanche a se stesso? Eppure il suo racconto vibra di emozione, la sua esposizione degli eventi è convincente, la lucidità nell’analisi di fatti storici inattaccabile. Percy è tutto questo o tutt’altro da questo? La risposta, se risposta univoca esiste nella vita dell’essere umano, è da cercare anche in quei brandelli di silenzio che accompagnano il racconto, non semplici omissioni, ma indizio forte per arrivare sempre più vicino allo stato delle cose e all’essenza di un’anima.TACCONE-Fuga in salita«Mi piacerebbe avere Michele Dancelli e Vito Taccone in un mio film», confessò al «Processo alla tappa» di Zavoli un invitato più che illustre, Pier Paolo Pasolini. Che era, ovviamente, un grande appassionato di ciclismo (lo sport più tragico, mitico, umile e faticoso) e particolarmente fan dell'unico «uomo in grigio» tollerabile (questo era il colore della sua più importante squadra, l'Atala), del «camoscio d'Abruzzi», un campione e showman d'arcaica modernità, leale, impulsivo. Uno scalatore imbattibile che era stato convinto a mettersi su una bicicletta (sfiorando poi la maglia iridata), lui, ex garzone di panetteria, solo dopo la promessa che un robusto contadino gli avrebbe guidato, nel frattempo, cavallo e aratro, a spese della società ciclistica dilettantistica che non poteva certo disperdere al vento quelle qualità atletiche e umane uniche. La vittoria dell'abruzzese Dario Di Luca al Giro d'Italia, prima maglia rosa del sud della storia, ha certo attualizzato in questi giorni la proiezione a Bellaria, in concorso, di un bellissimo documentario di 30', Taccone-fuga in salita. Un'intervista, realizzata in questi mesi, cucita con materiali di repertorio, montati con una morbidezza rara, che la coppia Cesar Meneghetti (paulista in Italia) e Elisabetta Pandimiglio hanno dedicato al campione degli anni 60 che vinse 5 tappe alpine di seguito in un mitico Giro, e quasi tutte le grandi classiche italiane dell'epoca. E che ci svela alcuni segreti. Come quando, in fuga con Anglade, perse quel mondiale, a 28 km dall'arrivo, dopo che il suo gregario Poggiali lo invitò a trangugiare («e, giuro, fu l'unica volta in carriera») una borraccetta di doping («ben agitata»). Vincere un mondiale voleva dire miliardi....ed era un irresistibile tentazione, quella, per un ciclista che si era chiuso nei gabinetti dei treni, a inizio carriera, per non pagare il biglietto e non sapeva mai come spedire la bici, o che picchiava per finta i suoi colleghi («non tutti, non Manzanaque») durante la tappa pur di farsi invitare ogni sera da Zavoli al «Processo» («mi dava 500 mila lire ogni volta e sotto il tavolo, con il piede dava il via al mio show ...»). E invece quasi andò al padreterno....«ma dopo i 30 anni chiunque corre deve, per forza, assumere sostanze illecite per essere competitivo». Fu grande amico di Eddie Mercx: «non è italiano? E allora? Era più grande di Coppi, tutti invidiosi di lui e i peggiori dei miei colleghi gli dettero fraudolentemente quella famosa borraccia dopata»...). Taccone ci racconta, dal tinello di casa, aneddoti («il peggiore di tutti? Vittorio Adorni, un vero disonesto, mi fece inchiodare nottetempo il bloccaggio delle pedivelle, per vincere un Giro») e i retroscena di uno sport più violento di quando non si pensi, metafora perfetta dello sport che, per quanto deformabile dagli interessi capitalistici, resta comunque, grazie a campioni come lui, un gioco d'attacco estasiante, elettrizzante e indeformabile. Perfino «dalle multinazionali farmaceutiche che fanno da sempre affari d'oro, lucrando su sostanze proibite, che fanno pagare molto più del loro costo, «ma che, se lo dicevamo, ci tagliavano la gola». (Il Manifesto)Cinemagora