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Creato da ossimora il 20/10/2004
Juliet Berto: "Bisogna tenere a mente il colore della propria ferita per farlo risplendere al sole"
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Djuna Barnes, nata a Cornwall-on-Hudson
[New York] nel 1892
(morta a New York nel 1980),
fin dalle prime opere (poesie, drammi, racconti illustrati da lei stessa) diede prova di una fantasia strana e possente. 
Nel suo libro più noto, Bosco di notte (Nightwood, 1936), una rappresentazione del notturno, del perverso, del sacro, le storture psichiche dei cinque protagonisti sono narrate in un linguaggio barocco, immaginifico e stilizzato, che crea attorno a essi un alone di sospeso orrore elisabettiano.
E' stat una figura mitica dell'avanguardia newyorkese e Parigina, tornò nel 1939 a New York isolandosi nella sua casa al Greenwich Village, in un silenzio rotto solo nel 1958 con la pubblicazione del dramma poetico L'antifona (The antiphon)
Profilo misterioso, figura, vien da dire, archetipica, Djuna Barnes portava cappelli a larghe falde per nascondere il volto e per lasciar filtrare le parole. Grazie al serratissimo scambio epistolare con la giornalista Emily Holmes Coleman i lettori che hanno amato Nightwood potranno ritrovare, imbastiti con la cronaca mondana e intellettuale che ha fatto degli anni trenta la "festa permanente" del modernismo nell'arte, nella letteratura, nel cinema, i temi portanti del suo romanzo. Il Village, Parigi e Berlino sono gli scenari da cui partono le lettere di Djuna a quella che oggi potremmo chiamare la sua editor. E sono la testimonianza di un lavoro incessante di controllo, rilettura, riscrittura dovuto all'intrinseca insicurezza di una scrittrice che fino alla fine sembra inconsapevole del suo talento. L'altra risponde, incoraggia, taglia, consiglia. Tra le due donne corre una piena di affetto e sincerità che solo quel particolare timbro della conversazione intesa come occasione di conoscenza sa restituire a chi legge.
Tanto l'una è ignorante, tanto l'altra sa ricomporla in un quadro più generale, tanto l'una è stretta dalle maglie di un passato traumatico (il leitmotiv di Nightwood è l'incesto), tanto l'altra è assolutamente libera da qualsiasi cascame psicoanalitico, tanto l'una si fa guidare dall'istinto non riuscendo a "distinguere la verità dalle ciarlatanerie", tanta l'altra la recupera alla realtà.
Un duello tra innocenza e compromissione che infine permette di dar vita a un vero capolavoro del Novecento.
Lo scontro fatale tra due passioni, tra due voracità dissimili. Sarà infatti Djuna, paradossalmente, a mettere sull'avviso l'amica Emily rispetto ai rischi della passione in una lettera del 19 agosto del 1938 (Nightwood è del 1936):
"La passione tesoro non è necessariamente letame di invettive (...) ma proprio perché vuoi appassionatamente la passione, penso che tu ne abbia accettata una che non potrà mai renderti felice (...)
Perché l'amore assoluto non è un buon amore, così come la sofferenza assoluta non purifica - né una passione assoluta è una buona passione, penso che su questi punti tu sia un po' cieca perché li vuoi troppo...".
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