Nel recinto del tempo perduto si sconta il debito penale. La comunitą si fa rimborsare il reato con lo spreco della vita rinchiusa. Ma non le basta la pena espiata fino al termine assegnato. Contro il colpevole essa conserva intanto il rancore, come al giorno uno. Per la comunitą il detenuto č tale anche dopo il rilascio, avanzo da discarica.La prigione non rieduca i prigionieri ma neanche i carcerieri, recidivi nel rancore. La comunitą che impone il riscatto del tempo rinchiuso, non ammette redenzione. Il debito č sempre insolvibile. Perchč questa comunitą nostra č ammalata di carcere. "Vagli a spiegare che č primavera \ Ma poi lo sanno, ma preferiscono \ vederla togliere a chi va in galera". De Andrč si č impicciato di prigioni.Questa comunitą nostra esalta il carcere, lo somministrerebbe anche per le infrazioni stradali, come si fa nella scrupolosa America, patria di tre milioni di detenuti fissi.Questa comunitą nostra si droga di galera altrui, sedativo dei suoi incubi. Ci sbatte dentro un terzo di stranieri, un terzo di tossici, un terzo di altro e frulla il tutto al diavolo. E' il censo a stabilire chi sta dietro ai cancelli o fuori, non il reato. La prigione non č l'ultimo gradino. Al di sotto esistono i Centri di Permanenza Temporanea, campi di concentramento per stranieri senza colpa penale, comunque privati di libertą, senza neanche i minimi diritti dei prigionieri, come l'assistenza medica e legale.Questa comunitą nostra si barrica contro le voci degli "umiliati e offesi", come recita il titolo di Primo Levi, buono da leggere, facile da dimenticare. Allora si č nel punto morto di giustizia e pietą, che sempre vanno insieme alla malora.Si č nel punto in cui resta l'invettiva a contrappeso. La mia č: diritto di fuga da queste reclusioni, dalle prigioni, dai CPT, dai manicomi, dagli zoo (questa magari piace), dalle gabbie appese fuori dai balconi, dai laboratori delle cavie, diritto di clandestinitą, di nascondersi, essere latitanti, fare carte false.La reclusione č marcia e fa marcire la societą che se ne vanta. Un giorno spariranno le prigioni, come tutti gli edifici del tempo, spariranno come gli altoforni della siderurgia piazzati sulla perfetta baia di Bagnoli. Resteranno capannoni vuoti, opera dell'industria del tempo buttato. I superstiti venuti dopo si chiederanno: servivano a cosa? A niente, a ridurre a niente il tempo da scontare.Erano annientatori di tempo? Si, la loro religione richiedeva sacrifici umani, non sopra agli altari, ma nei cunicoli sbarrati. Staccavano dalle esistenze quarti di vita e li annientavano. Rabbrividiranno di disgusto di noi. tratto da Progetto "fotografia ed esperienza" (convivenze), di Erri De Luca, 02/05.
Parole in libertà
Nel recinto del tempo perduto si sconta il debito penale. La comunitą si fa rimborsare il reato con lo spreco della vita rinchiusa. Ma non le basta la pena espiata fino al termine assegnato. Contro il colpevole essa conserva intanto il rancore, come al giorno uno. Per la comunitą il detenuto č tale anche dopo il rilascio, avanzo da discarica.La prigione non rieduca i prigionieri ma neanche i carcerieri, recidivi nel rancore. La comunitą che impone il riscatto del tempo rinchiuso, non ammette redenzione. Il debito č sempre insolvibile. Perchč questa comunitą nostra č ammalata di carcere. "Vagli a spiegare che č primavera \ Ma poi lo sanno, ma preferiscono \ vederla togliere a chi va in galera". De Andrč si č impicciato di prigioni.Questa comunitą nostra esalta il carcere, lo somministrerebbe anche per le infrazioni stradali, come si fa nella scrupolosa America, patria di tre milioni di detenuti fissi.Questa comunitą nostra si droga di galera altrui, sedativo dei suoi incubi. Ci sbatte dentro un terzo di stranieri, un terzo di tossici, un terzo di altro e frulla il tutto al diavolo. E' il censo a stabilire chi sta dietro ai cancelli o fuori, non il reato. La prigione non č l'ultimo gradino. Al di sotto esistono i Centri di Permanenza Temporanea, campi di concentramento per stranieri senza colpa penale, comunque privati di libertą, senza neanche i minimi diritti dei prigionieri, come l'assistenza medica e legale.Questa comunitą nostra si barrica contro le voci degli "umiliati e offesi", come recita il titolo di Primo Levi, buono da leggere, facile da dimenticare. Allora si č nel punto morto di giustizia e pietą, che sempre vanno insieme alla malora.Si č nel punto in cui resta l'invettiva a contrappeso. La mia č: diritto di fuga da queste reclusioni, dalle prigioni, dai CPT, dai manicomi, dagli zoo (questa magari piace), dalle gabbie appese fuori dai balconi, dai laboratori delle cavie, diritto di clandestinitą, di nascondersi, essere latitanti, fare carte false.La reclusione č marcia e fa marcire la societą che se ne vanta. Un giorno spariranno le prigioni, come tutti gli edifici del tempo, spariranno come gli altoforni della siderurgia piazzati sulla perfetta baia di Bagnoli. Resteranno capannoni vuoti, opera dell'industria del tempo buttato. I superstiti venuti dopo si chiederanno: servivano a cosa? A niente, a ridurre a niente il tempo da scontare.Erano annientatori di tempo? Si, la loro religione richiedeva sacrifici umani, non sopra agli altari, ma nei cunicoli sbarrati. Staccavano dalle esistenze quarti di vita e li annientavano. Rabbrividiranno di disgusto di noi. tratto da Progetto "fotografia ed esperienza" (convivenze), di Erri De Luca, 02/05.