Partiamo da questa illustrazione per introdurre il tema. Riconosciamo in essa una foto tra le più famose del grande reporter francese Henri Cartier-Bresson, qui tradotta in un formato digitale molto "compresso", forse il più adatto per l'uso in un sito web, ma tale da produrre una drastica riduzione della gamma di dettagli presente nell'originale. Le dimensioni della figura nella pagina sono appena sufficienti per una visione sommaria del contenuto della foto. A sua volta, però, anche nel documento originario, l'impronta chimica della luce sulla pellicola fotografica ha ridotto ad una gradazione di grigi ciò che all'inizio era a colori. E l'atto stesso della ripresa ha bruscamente interrotto con uno "scatto" dell'otturatore il movimento del soggetto, fissando per sempre, nel «momento decisivo», il salto di un uomo in una postura immobile. Nella figura che vediamo qui, dunque, la riduzione grafica digitale si aggiunge alla riduzione fotografica dell'immagine che lo sguardo di Cartier-Bresson ha percepito "dal vivo". Il fotografo, probabilmente, già al momento dello scatto immaginava la resa finale in bianco e nero della foto stampata su carta. Teneva conto di questo e di numerosi altri fattori mentre componeva l'inquadratura. La foto ritrae lo scrittore Raymond Queneau, autore tra l'altro di un libro assai noto, Esercizi di stile. In effetti, anche la foto appare ora come l'esito felice di un esercizio compositivo che richiama l'attenzione sulla singolarità di uno "stile": non un'istantanea qualunque, ma un istante privilegiato. Una inquadratura che appare così esemplare da riassumere l'intera "poetica" fotografica dell'autore. Accanto alla foto abbiamo posto in successione (dall'alto verso il basso) tre fotogrammi prelevati arbitrariamente dal film di Godfrey Reggio NAQOYQATSI, life as war. Nel film - un "collage" di documenti visivi costruito sulla trama sonora di Philip Glass - l'autore intende mostrare gli effetti negativi della tecnologia nel mondo contemporaneo ma, nello stesso tempo, ricorre all'intero repertorio degli effetti speciali che la tecnologia più recente mette a disposizione del regista. In particolare, egli si è avvalso delle tecniche di composizione digitale. Queste tecniche conferiscono un ruolo primario - per le possibilità espressive che offrono agli autori - alla fase del montaggio di un film rispetto alla fase di cattura delle immagini "dal vero". Non a caso, infatti, le riprese utilizzate nel film sono in prevalenza costituite da materiali di archivio. Stiamo dunque paragonando un "classico" della fotografia di reportage ad un esempio recente di "cinema digitale". Che cosa cambia radicalmente - e che cosa, invece, rimane costante - in queste due forme di rappresentazione del "mondo"?Qui l'autore dell'illustrazione non è ovviamente l'autore della foto né il regista del film, ma è colui che ha prelevato da un archivio (Internet) alcuni materiali già elaborati per poi "montarli" al fine di realizzare un comunissimo artefatto grafico. Egli deve allora essere pronto ad assumersi tutta la responsabilità per questa "drammatica" riduzione figurale delle due opere citate. Non solo: poiché l'accostamento delle due figure presume comunque una scelta intenzionale, siamo in presenza - nel suo piccolo - di un atto compositivo. Una composizione ridotta ai minimi termini, certo, ma già in grado di corrispondere alla definizione prevista in ogni dizionario, dove per "composizione" s'intende il generico risultato dell'atto di "porre insieme" più parti per formare un oggetto. Nel caso specifico, la nostra "pretesa" è addirittura quella di rappresentare, in una forma così laconica e schematica, ossia con l'accostamento di due soli esempi, seppure ritenuti particolarmente significativi, un contesto produttivo in rapida crescita e dai confini non determinabili con precisione. Quello, appunto, chiamato in causa dal nostro tema: le possibili trasformazioni nel modo di concepire gli artefatti figurali in relazione all'attuale scenario tecnologico (in particolare, alle tecniche della «composizione digitale»).
Post N° 51
Partiamo da questa illustrazione per introdurre il tema. Riconosciamo in essa una foto tra le più famose del grande reporter francese Henri Cartier-Bresson, qui tradotta in un formato digitale molto "compresso", forse il più adatto per l'uso in un sito web, ma tale da produrre una drastica riduzione della gamma di dettagli presente nell'originale. Le dimensioni della figura nella pagina sono appena sufficienti per una visione sommaria del contenuto della foto. A sua volta, però, anche nel documento originario, l'impronta chimica della luce sulla pellicola fotografica ha ridotto ad una gradazione di grigi ciò che all'inizio era a colori. E l'atto stesso della ripresa ha bruscamente interrotto con uno "scatto" dell'otturatore il movimento del soggetto, fissando per sempre, nel «momento decisivo», il salto di un uomo in una postura immobile. Nella figura che vediamo qui, dunque, la riduzione grafica digitale si aggiunge alla riduzione fotografica dell'immagine che lo sguardo di Cartier-Bresson ha percepito "dal vivo". Il fotografo, probabilmente, già al momento dello scatto immaginava la resa finale in bianco e nero della foto stampata su carta. Teneva conto di questo e di numerosi altri fattori mentre componeva l'inquadratura. La foto ritrae lo scrittore Raymond Queneau, autore tra l'altro di un libro assai noto, Esercizi di stile. In effetti, anche la foto appare ora come l'esito felice di un esercizio compositivo che richiama l'attenzione sulla singolarità di uno "stile": non un'istantanea qualunque, ma un istante privilegiato. Una inquadratura che appare così esemplare da riassumere l'intera "poetica" fotografica dell'autore. Accanto alla foto abbiamo posto in successione (dall'alto verso il basso) tre fotogrammi prelevati arbitrariamente dal film di Godfrey Reggio NAQOYQATSI, life as war. Nel film - un "collage" di documenti visivi costruito sulla trama sonora di Philip Glass - l'autore intende mostrare gli effetti negativi della tecnologia nel mondo contemporaneo ma, nello stesso tempo, ricorre all'intero repertorio degli effetti speciali che la tecnologia più recente mette a disposizione del regista. In particolare, egli si è avvalso delle tecniche di composizione digitale. Queste tecniche conferiscono un ruolo primario - per le possibilità espressive che offrono agli autori - alla fase del montaggio di un film rispetto alla fase di cattura delle immagini "dal vero". Non a caso, infatti, le riprese utilizzate nel film sono in prevalenza costituite da materiali di archivio. Stiamo dunque paragonando un "classico" della fotografia di reportage ad un esempio recente di "cinema digitale". Che cosa cambia radicalmente - e che cosa, invece, rimane costante - in queste due forme di rappresentazione del "mondo"?Qui l'autore dell'illustrazione non è ovviamente l'autore della foto né il regista del film, ma è colui che ha prelevato da un archivio (Internet) alcuni materiali già elaborati per poi "montarli" al fine di realizzare un comunissimo artefatto grafico. Egli deve allora essere pronto ad assumersi tutta la responsabilità per questa "drammatica" riduzione figurale delle due opere citate. Non solo: poiché l'accostamento delle due figure presume comunque una scelta intenzionale, siamo in presenza - nel suo piccolo - di un atto compositivo. Una composizione ridotta ai minimi termini, certo, ma già in grado di corrispondere alla definizione prevista in ogni dizionario, dove per "composizione" s'intende il generico risultato dell'atto di "porre insieme" più parti per formare un oggetto. Nel caso specifico, la nostra "pretesa" è addirittura quella di rappresentare, in una forma così laconica e schematica, ossia con l'accostamento di due soli esempi, seppure ritenuti particolarmente significativi, un contesto produttivo in rapida crescita e dai confini non determinabili con precisione. Quello, appunto, chiamato in causa dal nostro tema: le possibili trasformazioni nel modo di concepire gli artefatti figurali in relazione all'attuale scenario tecnologico (in particolare, alle tecniche della «composizione digitale»).