RUNA DELLE STREGHE

Post N° 2484


MISTERI DELL'ESTREMO ORIENTET'UNG SHU (IL LIBRO ETERNO)        Si tratta di un capiente almanacco pubblicato in Cina ogni anno. Nulla di strano, eccetto il fatto che viene pubblicato da più di 4200 anni! Il primo numero, infatti, venne realizzato nel 2256 a.C. per volere di Yao, uno dei leggendari "Cinque Augusti Imperatori" della Cina dei primordi, il quale desiderava che i suoi astronomi calcolassero l'esatto inizio delle stagioni e il movimento del Sole e della Luna. Tali nozioni vennero raccolte nel primo T'ung Shu. Ancora oggi l'almanacco viene stampato. Si tratta di un lungo foglio piegato a fisarmonica e rilegato su un lato, in modo da renderlo simile ad un classico libro. La rilegatura si prolunga nella parte alta e termina in un piccolo cappio che permette di appendere il libro alle porte delle case la notte di capodanno, secondo la tradizione cinese. Dal tempo di Yao, è un collegio di saggi ad occuparsi del libro ed il T'ung Shu venne realizzato con la massima cura, divenendo una vera e propria istituzione per il popolo cinese. Già nel 1000 a.C., nell'opera storica Shu Ching, troviamo una citazione tratta dal T'ung Shu, confermandone l'esistenza storica e la realtà delle leggende popolari, in quanto le copie più antiche sono andate perse e distrutte. La più antica in nostro possesso risale al 210 a.C, realizzata da Lu Pi Wei, primo ministro di Ch'in Shih Huang, l'imperatore dell' "esercito di terracotta". Marco Polo, nel XIII d.C., ebbe il privilegio di assistere alla preparazione di un numero del T'ung Shu. Riportò poi la sua esperienza nel "Milione". L'almanacco mutò nel tempo, rendendolo più adeguato ed al passo coi tempi. Nel XVII/XVIII secolo, per 108 anni, la redazione venne affidata addirittura ai Gesuiti. Nel 1949, Mao Tse Tung lo dichiarò fuori legge e ne vietò la stampa in tutta la Repubblica Popolare Cinese, ma continuò a venire pubblicato e venduto a Hong Kong ed a Taiwan. Ritornò in Cina solo negli anni '70 e, da allora, continua ad essere pubblicato.Giorgio Pastore[Fonte: Martin Mystère, "Almanacco del Mistero 1993"]CRIPTOZOOLOGIA IN CINA        Anche in estremo Oriente troviamo delle leggende che narrano di esseri fantastici e mostruosi. In particolare, alcuni di essi sono ritenuti anche sacri:- L'UNICORNO (protettore dei quadrupedi, simbolo di saggezza);- LA FENICE (potente simbolo femminile, è un meraviglioso uccello dalle penne d'oro e porpora, dal canto melodioso, immortale, dato che muore e risorge subito dopo dalle sue stesse ceneri, rigenerandosi; La tradizione la considera un essere realmente esistito, avvistata per la prima volta durante il regno di Huang Ti, nel 2600 a.C.);- LA TARTARUGA (rappresentante l'Universo; sul suo guscio si vogliono vedere raffigurate le costellazioni);- IL DRAGO (potente simbolo maschile, è considerato una creatura benevola, al contrario che in Occidente; capace di controllare gli elementi, il vento, la pioggia, i fiumi, ed è custode di grandi tesori);Ma esistono anche altri esseri misteriosi, mostruosi e non, cui i Cinesi hanno attribuito ad ognuno un preciso significato, come ad esempio la tigre, simbolo di longevità; panda, orsi, cinghiali, volatili e rettili.Il gatto è considerato una creatura perfida, spesso posseduta dagli spiriti e portatrice di povertà e disgrazie; la volpe mannara è un essere fantastico che a volte è nella forma animale, a volte, antropomorfa; anch'essa semina rovina e pestilenze; particolarmente interessante è la Pai She Chuan, la "Signora Serpente Bianco", capace di ingannare col suo fascino gli uomini e farli cadere in trappola; la scimmia invece è ritenuta spesso più intelligente dell'uomo, infatti, la "scimmia pellegrina" è una sorta di supereroe della tradizione cinese, insieme al "Porcello delle Otto Astinenze". In Cina è presente la leggenda dello Yeti, un essere dal pelo bianco, alto più di due metri. I Cinesi credono che possa trattarsi di una razza antropomorfa evolutasi parallelamente a quella dell'Homo Sapiens. Sarebbero stati visti innumerevoli volte scendere a rubare armi e cibo nei villaggi di montagna. Si crede siano solo di sesso maschile, infatti, usano accoppiarsi con femmine umane che rapiscono per necessità di volta in volta dai villaggi. Sono di indole feroce, ma sono anche capaci di amare e, in certi casi, di instaurare rapporti più umani con alcune persone di questi villaggi.Giorgio Pastore[Fonte: Martin Mystère, "Almanacco del Mistero 1993"]GLI AINUIL POPOLO VENUTO DAL SOLEGli Ainu: il popolo venuto dal Sole(di Chiara Catella)
 Molto sappiamo della storia e della cultura giapponese, ma un altro popolo ancora oggi abita le terre del Giappone, un popolo più sconosciuto in Occidente e per lungo periodo respinto e rifiutato dai giapponesi stessi: gli Ainu.Tradotta, la parola Ainu, che definisce questo popolo indigeno delle isole del Giappone, significa "umano": per loro infatti, tutto ciò che è fuori dal loro controllo fa parte del mondo naturale, ed è regolato dall’influsso di vari dèi, ai quali vengono dedicate le numerose cerimonie che compiono durante l’anno; tradizionalmente, si dividono in: divinità naturali (fuoco, acqua, vento e tuono), animali (come orsi e volpi), piante (ad esempio l’aconite), persino gli oggetti; inoltre vi sono gli dei protettori delle case e dei laghi.   Le uniche, sporadiche, notizie scritte che abbiamo riguardanti gli Ainu (dato che questi tramandano le loro tradizioni solo oralmente) sono quelle dei giapponesi; le più antiche cronache sono il Kojiki (712 d.c.), composto da tre libri (il primo inerente alla mitologia, il secondo narrante di Jimnu Tenno, e il terzo, che descrive le dinastie sino al 641 d.C.) e il Nihon shoki (o Nihongi, del 720 d.c., che descrive pressappoco gli stessi eventi del Kojiki, fermandosi come cronologia dinastica sino al 697 d.c.), ed entrambi narrano della genesi degli dei e del successivo invio nelle terre del Giappone (in particolare nell’isola meridionale del Kyushu)  del discendente della dea solare Amaterasu Omikami, tale Ninigi, al quale consegnò le insegne del potere (lo specchio, la spada e il gioiello ricurvo);egli si spinse sino all’isola centrale Hondo. Il discendente, Jimnu Tenno, l’11 febbraio 660 (data ufficiale della fondazione dello stato di Yamato, tutt’ora considerata festa nazionale) sbarcò proprio nell’Hondo.
Molto probabilmente il Jimnu Tenno storico era un pirata (dai tratti somatici degli odierni giapponesi si possono rintracciare tratti mongolidi, indonesiani e malesi), che con la sua ciurma conquistò il Giappone, relegando gli indigeni Ainu verso nord, nelle terre dell’Hokkaido; le prova archeologiche della provenienza dai mari del sud degli odierni giapponesi sarebbero sostanzialmente tre: 1) la struttura fisica e elementi culturali, affini a quella delle popolazioni meridionali; 2) la credenza che il capo di un gruppo esteso (il “clan” scozzese) discenda da una divinità; 3) le strutture abitative tradizionali giapponesi, poco adatte al clima delle isole, ma tipica dei paesi caldi e umidi. Vi sono varie teorie sull’origine etnica degli Ainu: tra queste cito la teoria Caucasica, la Mongolica, la teoria delle razze Oceaniche, la teoria della “Vecchia Asia”, e la teoria dell’“etnia solitaria”, i loro tratti somatici farebbero pensare a un’origine centroasiatica, hanno i capelli ricci e neri tendenti a imbiancare, pelle chiara, fitte barbe, occhi grandi, ma in realtà non si conosce l’origine certa di questo popolo.
Nella fase neolitica giapponese, detta Jomon (12.000-300 a.C.; il nome dato all’epoca significa letteralmente “decorazione a corda”, dalla tipologia di vasellame che la caratterizza), si assiste a un incrocio di due culture, una proveniente dal sud (che si estese per il resto dell’arcipelago) e una dal nord, di dubbia origine. Secondo la mia teoria, queste primitive culture, giunte dai mari malesi, entrarono in contatto con gli indigeni Ainu: interessanti i reperti del periodo, le cosiddette Dogu (bambole di terracotta in prevalenza femminili, ritrovate in aree situate principalmente al nord), riproducono figure (associate convenzionalmente alle rappresentazioni degli sciamani) sicuramente bizzarre, riprese anche nelle decorazioni dei vasi dell’epoca; la ceramica probabilmente era lavorata senza tornio, con la tecnica del cercine, con cottura all’aperto e impasto pieno di impurità, ma la semplicità della tecnica contrasta con la complessità dei soggetti raffigurati, tutt’oggi non identificati;
l’esemplare della foto a destra fa parte delle cosiddette “dogu con gli occhiali”, produzione che proliferò a partire dal I millennio a.C., periodo che coincide con la diffusione dell’agricoltura, e per questo motivo alcuni studiosi pensano che queste siano rappresentazioni propiziatorie per la fertilità: certo è che i soggetti raffigurati hanno molte e fantasiose caratteristiche, alcune sembrano indossare veri e propri caschi mentre altre hanno ben strani “abbigliamenti”.Tra i periodi detti Yayoi (300 a.C.-300 d.C.) e Muromachi(1392-1573) della cronologia giapponese, nell’Hokkaido si susseguivano epoche come la Zoku-Jomon, Satsumon e la Cultura Okhotsk. Nella metà del 1400, i Giapponesi estesero la loro influenza sul sud dell’Hokkaido, poi cominciarono a opprimere gli Ainu; ci furono tre guerre, tutte perse da questi ultimi: la guerra di Kosyamain (1457), battaglia di Syaksyain (1669) e battaglia di Kunasiri-Menasi (1789). Durante l’epoca Meiji (1868-1912), venne riconosciuto agli Ainu lo status di aborigeni, e nel 1899 venne approvato l’Atto di Protezione Aborigena dell’Hokkaido, che distingueva nettamente i Giapponesi dagli Ainu. Nella tarda epoca Meiji, all’oppressione si sostituì la discriminazione razziale, che resiste ancora oggi, nonostante le associazioni nate per preservare i costumi e le tradizioni di questo popolo semisconosciuto; al giorno d’oggi sono ridotti a circa 30.000, relegati principalmente nelle riserve naturalistiche dell’Hokkaido.
Relativamente recentemente, l’archeologia occidentale si sta interessando della storia ancora in parte sconosciuta di questo popolo; da poco, infatti, è stata trovata una grotta, risalente all’incirca al paleolitico, con graffiti raffiguranti strane figure che sembrano indossare scafandri e strani oggetti non identificati, ma non ho trovato nessuna foto da poter pubblicare su questo articolo (la fonte di tale notizia mi è stata data da un professore universitario, uno dei massimi esponenti nel campo di studi sinologi e yamatologi d’Italia); inoltre, dalla stessa fonte mi è stata riferita la presenza di una stele commemorativa sul monte sacro degli Ainu, dove annualmente si celebrano dei riti propiziatori, che si riferirebbe allo sbarco dal Sole della popolazione indigena. Un’ultima curiosità: i Giapponesi stessi chiamano la loro terra Nihon (da cui deriva Nippon, nipponico), che può voler dire “paese del Sole”, ma anche “di origine solare”.Chiara Catellahttp://www.croponline.org/ainu.htm