RUNA DELLE STREGHE

Post N° 2506


IL POST-MORTEM NEI VEDATradizione Universale e Scienza-IV parte-  In questa fase di stacco la Coscienza del fisico denso, il suo Spin Egoico, rallenta la Frequenza Rettilinea Alterna come Centro Mosso del Campo Fisico, rallenta quindi la Velocità Rotatoria Intracellulare della massa del suo Campo, le cellule iniziano a rallentare e a degradare, e ciò fa diminuire la loro Energia Cinetica, quindi l’Intensità “h” dell’Onda Coscienziale: inizia il degrado irreversibile del fisico denso e la sua putrefazione. Tutto si assopisce, l’interno del denso e l’esterno, ma il morente, pur non soffrendo alcun dolore, dalla “finestra pranica” ha ancora la capacità di percezione sottile di ciò che avviene nella dimensione densa. Del resto, la “finestra pranica” è ancora sufficientemente densa, ma non abbastanza da ricevere nitidamente tutte le sensazioni. Si può dire che il morente è ancora ricettivo sul piano sottile, ma non ha più la forza per reagire sul piano denso alle varie sensazioni percepite, e probabilmente nemmeno la volontà. Tutto è soffuso di un velo chiaro che lentamente ricopre tutto il fisico denso esterno, avvolgendolo in una specie di tunnel sempre più luminoso da non permettere una distinzione chiara degli oggetti, dando una sensazione di “allontanamento” dalla dimensione oggettiva e di conseguenza l’impressione di “attraversamento del tunnel” da parte della coscienza Jivaica.L’impressione d’attraversamento di un tunnel nasce dal fenomeno fisico inverso dei “vasi comunicanti” e l’auto-livellamento dei campi energetici. Per differenza di potenziale tra le due sfere vibrazionali, la coscienza jivaica è attirata naturalmente da una sfera a Frequenza (Energia Cinetica) Inferiore verso una a Frequenza Superiore, ciò spiega anche la variazione in crescendo della luminosità del tunnel. In tal modo i due Campi Energetici si auto-livellano per l’Anima, che si ritrova ad assumere la stessa Frequenza della nuova sfera vibrazionale più alta e sottile.        La coscienza jivaica, infatti, quando si trova completamente nella sfera superiore, si abitua alla nuova Frequenza e il fenomeno tunnel sparisce. Si ha lo stacco del fisico denso e il passaggio della Coscienza Egoica sul Piano pranico, immediatamente dopo si staccano i polmoni e quindi il cuore fisico con il quasi azzeramento dello Spin Egoico legato al fisico denso: la sua onda è quasi piatta e, se tutto procede senza traumi, si appiattisce del tutto. Il morente a questo punto si ritrova tutto “fuori” e, se non è preso dalla paura, può accorgersi del suo corpo denso appena lasciato; ciò dipende molto dalla “preparazione” alla morte e dalle sue vere e più intime convinzioni. Non può “bleffare” o far finta di niente, i suoi pensieri più nascosti nel profondo subconscio vengono a galla e non può evitarli, son lì davanti, magari anche massificati in forme note o sconosciute, piacevoli o meno, deve in ogni caso affrontarli!Se è perfettamente convinto d’essere “morto” e non ha “pendenze karmiche” pesanti da subire in questa fase, potrà tranquillamente proseguire senza traumi il suo cammino d’Interiorizzazione con le successive fasi di abbandono delle altre dimensioni coscienziali e con il conseguente totale appiattimento dello Spin Egoico fisico residuo.A questo punto il Jiva si trova totalmente nel Corpo Pranico, nel Pranomayakosha. Vede ancora il fisico denso per la parità di Lunghezza d’Onda, lo Spin Egoico Fisico residuo influenza ancora il corpo pranico, le attività attorno al suo cadavere sono ancora percettibili e comprensibili pur essendo incapace d’intervenire in qualche modo. Questo è il primo punto critico!Questo trauma è comprensibile. I due piani in questione (fisico denso e fisico pranico) appartengono alla stessa “banda”, hanno cioè la stessa Lunghezza d’Onda, come già detto, e ciò spiega la possibilità di percezione tra i due piani e la presenza residua dello Spin Egoico del fisico denso, anche se molto debole.        Il Piano Energetico Pranico ha una Frequenza maggiore del Piano Fisico Denso; per il Princìpio di Pervasività Successiva, il Piano a Frequenza maggiore e più sottile “contiene” quello a Frequenza minore e meno sottile, perciò il Piano pranico può percepire il denso e non viceversa. Inoltre, il Piano pranico, avendo una Frequenza maggiore del denso, permette al Jiva pranico una Velocità di Propagazione elevatissima che, assieme alla capacità di trapassare i corpi densi, gli permetterà spostamenti rapidissimi sul piano fisico denso. Al Jiva non tamasico basta “pensare” a un luogo o a una persona per ritrovarsi in quel luogo o vicino a quella persona istantaneamente. Ho fatto questa piccola digressione per far meglio capire ciò che succede al Jiva che non si riconosce morto ma che non ha un karma tamasico a suo carico. Per quanto non propriamente fisico denso, il Piano pranico sente molto forte l’attrazione del Piano fisico denso. Una possente Forza Elettromagnetica (Spaziodinamica) collega ancora il Piano pranico ai bhuta (elementi sottili) del Piano denso, soprattutto se il Jiva è qualificato da una forte tendenza “terrena grossolana”, cioè se è portatore di un karma tamasico, che non gli permette di “vedere” e riconoscere il suo cadavere per indolenza; o se lo vede non lo collega alla sua persona, perché non pensa d’essere morto, anzi, è convinto d’essere ancora vivo e si dispera che gli altri non riescano a vederlo e sentirlo e lui non riesca a fare tutto ciò che ha sempre fatto fino a poco tempo prima, ma senza impegnarsi a risolvere i suoi dubbi! In queste miserabili e disperate condizioni il residuo Spin Egoico del fisico denso, pur essendo il denso clinicamente morto a tutti gli effetti elettrici e meccanici, si rinvigorisce e assorbe energia dal prana ambientale; ciò aggrava ulteriormente la situazione dell’Ente, che inizia a “vagare” (pensa lui!) in cerca di qualsiasi cosa che lo possa soddisfare ma che non trova mai, perché la sua tamasicità gli fa cercare solo “sue stesse proiezioni mentali”, pertanto il suo “vagare” è solo un “andare in circolo” attorno al suo asse polare jivaico. È come il cane che si morde la coda: gira in tondo su se stesso sempre più velocemente, ciò incrementa l’Energia Cinetica del suo Spin Egoico che lo fa girare più velocemente incrementando l’Energia Cinetica che lo fa girare più velocemente incrementando … e così di seguito. Se l’Ente è molto tamasico e si lascia sprofondare nell’abisso delle sue illusorie immagini e non si convince d’essere morto, succede che la sua dolorosa disperazione diventa una continua pena, perché si crea già nel corpo Pranomaya il suo personale inferno; se ciò accade la povera Anima subisce un vero e proprio dramma, che può durare molto tempo oppure poco tempo. Allorché il Jiva capisce e si convince di essere morto, la sua paura si affievolisce, si calma ed inizia a lasciare anche il corpo d’espressione pranico, con il definitivo e totale azzeramento ed appiattimento del residuo Spin Egoico fisico denso, senz’altra possibilità di recupero: lo Spin si annichilisce totalmente nell’ambiente.        Inizia il secondo punto critico! Questa è la Fase centrale e più critica di tutto il processo di Interiorizzazione di Jiva: la fase delicatissima Mentale (Manasica) fulcro di tutto il post mortem, chiamata comunemente “morte”.Il corpo d’espressione pranico ritorna al suo naturale serbatoio, com’era successo con i bhuta del corpo denso, e il Jiva si ritrova nel corpo d’espressione Mentale o meglio Manasico, cioè nel Manomayakosha, dove un ruolo molto importante e potente ce l’ha l’Ego Mentale, quello che comunemente viene chiamato Ente Egoico o semplicemente Ego, riflesso operativo mentale del Jiva, che è spesso il protagonista di molti momenti delicati e a volte burrascosi per il Jiva.Nella sfera centrale Manomayakosha il Jiva, privato della sfera pranica, si ritrova in una dimensione con una Frequenza ed una Lunghezza d’Onda differenti dalla guaina pranica e non percepisce più nemmeno il fisico denso.La “finestra” mentale molto più sottile delle precedenti, ha Frequenza elevatissima e, cosa molto caratteristica di questa sfera, una Lunghezza d’Onda variabilissima. E’ l’unico involucro di Jiva a Frequenza e a Lunghezza d’Onda molto variabile anche nei brevi tratti di tempo. Questa capacità del Mentale dava fastidio al Jiva anche da incarnato, perché l’irrequietezza mentale non permetteva all’Ente di dominare i sensi come avrebbe voluto l’Intelletto Superiore per preparare la strada al “Re dei re”: il Sé Supremo ed Assoluto.Questa caratteristica del Manomayakosha nel post mortem è ulteriormente rinvigorita dal fatto che vengono a galla, dal profondo subconscio, Semi Energetici molto variabili per Frequenza e Lunghezze d’Onda, colorando il Manomaya con tonalità sempre diverse che si aggiungono a quelli maturati e già attivi nel Mentale vero e proprio. Inoltre, si aggiunga il fatto che di per se il Manomayakosha è un intreccio di pensieri e desideri, quindi di sentimenti-attaccamenti fatti di passioni deboli e forti: gelosia, invidia, odio, risentimento, ira, oppure amore, compassione, altruismo, non violenza, verità ecc. (tutti questi sentimenti, desideri e attaccamenti, sono ora concentrati nella sfera mentale e si sommano ai semi maturati subconsci), e si avrà un’idea della fortissima tensione, sempre variabile e quindi incontrollabile, che si ha nel Manomayakosha in questa fase del post mortem. Infine, si pensi che il promotore, l’operatore e il fruitore di tutta quest’enorme babilonia è il “Signor Ego”, e ci si rende conto dell’importanza enorme che esso assume in questa delicatissima situazione, conseguenza dello stesso Ego che spadroneggia da incarnato, attenuato dall’influenza discriminatrice-volitiva dell’Intelletto. Qui però l’Intelletto è “fuori gioco” perché prevalgono i semi karmici, cioè le reazioni alle nostre azioni fatte in vita, quella appena lasciata e le precedenti. Per tutti questi motivi il Manomaya è da considerare il veicolo di manifestazione che non può mai risolversi completamente durante il post mortem, se il Jiva non è abbastanza vicino alla soluzione-purificazione del Mentale già durante l’ultima incarnazione. Manomaya è il vero corpo dell’illusione, dello psichismo, delle cristallizzazioni consce e subconsce. In questa sfera di manifestazione molti individui, anche incarnati, spesso affogano, si perdono e ritardano notevolmente la presa di coscienza del Sé Assoluto, la Realtà Trascendente, che sia nel post mortem che incarnati è sempre la stessa Chiara Luce Bianca, che in qualsiasi fase del post mortem si può vedere, riconoscere e, solo pochi, anche identificarsi e fondersi in Essa.Il Manomayakosha è il vero e proprio samsara Vedantico, il mondo delle proiezioni illusorie che in occidente l’occultismo chiama anche “mondo astrale”.        In genere succede che a questo punto lo Spin Egoico Mentale vede l’Assoluto Sé, che è la bella CHIARA LUCE BIANCA, “il Fulgore di mille Soli” dice Krsna nella Bagvad Gita.Al Jiva identificato con l’Ego Mentale poteva capitare di vedere la Chiara Luce Bianca del Sé anche quando era identificato ancora con il fisico denso o col pranico, in tal caso si sarebbe sublimato ed eventualmente fuso col Sé in quelle stesse fasi del post mortem. Credo che per l’esperienza riconoscitiva del Sé non ci siano delle regole fisse. Le modalità e il momento dell’incontro sono di ordine individuale e karmico, perciò l’incontro e il riconoscimento può avvenire prima e dopo la sfera Pranomaya, come può avvenire prima o dopo il Pranomaya anche la famosa RICAPITOLAZIONE della vita incarnata appena lasciata. Questo particolare auto-esame di Jiva, la nostra Anima, serve per “registrare nel libro akasico” chiamato “Luminoso”, tutte le nostre azioni volontarie, le buone e le cattive, cristallizzarle come semi causali (samskara) nel subconscio e proiettarli in modo indelebile sul telo della nostra Aura, nostro corpo astrale in continuum col nostro mentale. E’ scritto in tutti i Testi Sacri che chi segue una disciplina spirituale deve imparare a “morire”, pur essendo in ottima salute nel proprio corpo fisico denso, perciò la descrizione delle Cinque fasi principali del post mortem, corrispondenti ai Cinque veicoli di manifestazione, oltre che essere ricavate dal Vedanta per inferenza o dalle espressioni chiare di alcuni Saggi delle Upanisad, sono anche esperienze di quelle poche persone, realizzate o prossime ad esserlo, che hanno voluto comunicarle pubblicamente affinché quelle molte persone scettiche e miscredenti, che ritengono l’aldilà solo fantasia e la sola realtà tutto ciò che i sensi possono percepire, che sfacciatamente dicono a gran voce: “Non ci credo perché nessuno è ritornato dall’aldilà per dirmi ciò che veramente c’è!”; a tutte queste persone si può dire che non è vero che nessuno è mai ritornato dall’aldilà; coloro che hanno avuto la grazia di esperire fino in fondo il post mortem e ritornare nel corpo denso, dicono ciò che lo scrivente ha avuto la fortuna di recepire bene e a fondo dai Veda e da alcune esperienze molto significative avute attraverso la propria personale disciplina spirituale.        Lo stesso Gesù Cristo racconta nei Vangeli, per esempio in Gv. 3, 1-15, chiaramente o con parabole a volte anche molto pittoresche, le fasi più importanti della vera morte, la reale “morte seconda” che è la totale risoluzione dell’Io-Egoico. La stessa cosa è raccontata, sotto diversi aspetti, in tutte le culture iniziatiche, orientali ed occidentali. Del resto lo stesso simbolo della croce cristiana rappresenta proprio questa metafisica “morte seconda”. Il Vedanta afferma che la vera morte si attua solo da incarnati. Voler posporre il problema della morte è sicuramente una specie d’alibi dell’Io Egoico, che cerca in tutti i modi di perpetuarsi. Fintanto che l’Ego sussiste chiaramente espresso o camuffato sotto buoni intendimenti, i veicoli d’espressione di Jiva protrarrano la loro esistenza e quindi continuamente si avranno esperienze di pre morte e incarnazioni, perché tutte le qualità che l’Ego si trascina dietro devono per forza manifestarsi. Fino a quando le azioni esprimono i desideri “dell’io e del mio”, e gli attaccamenti si camuffano da sentimenti amorosi, non si potranno evitare le loro reazioni e quindi il Samsara.L’esperienza delle sfere superiori al Manomaya permette di recepire gli archetipi o idee universali, possibili solo all’Intelletto Volitivo e Intuitivo del Vijnanamayakosha, detta anche Buddhi-mayakosha, che è una sfera molto più sottile, con Frequenza e Lunghezza d’Onda differenti a quelle della sfera Manomaya. La Buddhimaya Inferiore è molto vicina al Piano Mentale, quella Superiore è Intuitiva e si avvicina molto alla sfera Beatifica dell’Anandamaya. L’esperienza post mortem della Buddhimayakosha Superiore e Anandamayakosha, significano che l’Ente Jivaico trapassante è andato molto vicino alla realizzazione finale durante l’ultima incarnazione; attraversando queste sfere, acquisisce la giusta purificazione che gli mancava prima della definitiva fusione col Sé Assoluto.        È diffusa la FALSA CREDENZA secondo la quale: “I morti sanno e conoscono tutto!”; si crede che basti essere morti per diventare saggi e acquisire ogni conoscenza. Niente di più ridicolo, di totalmente falso e sbagliato!La quasi totalità dell’umanità, deposto il “vestito fisico denso”, prima di rimettersene un altro, si ritrova nella sfera intermedia sottile ed ILLUSORIA, FALSA E BUGIARDA del Manomaya, da dove non può comunicare con nessun’altra sfera per motivi di Frequenze e Lunghezze d’Onde, come già visto, ma se per caso dovesse capitare l’impossibile, invito alla massima attenzione e a non prendere per verità ciò che dovesse apparire come un “messaggio dall’aldilà”, anche se più volte riscontrate con qualche verità più semplice. Si ricordi che il Pranomayakosha e l’Annamayakosha son sufficientemente in sintonia per la stessa Lunghezza d’Onda, ma le differenze notevoli tra le loro Frequenze esclude la facilità di comunicazione tra loro.Tuttavia sconsiglio qualsiasi contatto con il post mortem Pranomaya, per l’enorme pericolosità che se ne avrebbe psicologicamente, basta rileggere il passaggio post mortem tra queste sfere.Il Bardo Thötröl parla anche di alcune credenze del Buddismo Tibetano, come del resto ci sono in tutte le religioni che hanno trasportato nel campo della pittoresca tradizione e superstizione i Piccoli Misteri della Metafisica, sorti dalla paura “dell’ignoto aldilà”, fissata da millenni di cicli samsarici vissuti nella più completa Ignoranza Metafisica della Realtà Trascendentale. Così si legge nei Vangeli di “stridor di denti” e di “voi che avete per padre il diavolo”, e nel Bardo di “deità irate e pacifiche” e di “Heruka”, il demonio della disarmonia energetica.        Personalmente ritengo che i tre mondi: Paradiso, Inferno e Purgatorio, siano tutti nell’essere umano. Penso che il Paradiso sia una situazione del post mortem nella sfera del Manomaya, durante la quale il Jiva VEDE, RICONOSCE il Sé Assoluto nella Chiara Luce Bianca, ma non ha ancora le qualificazioni giuste per IDENTIFICARSI con Esso, per cui l’Anima non si fonde con il Sat-Cit-Ananda ma ne gode solo la beatifica visione quale premio delle sue buone azioni fatte nel corpo denso. Quando tali effetti saranno terminati, prevarrà il desiderio che spingerà il Jiva verso una nuova incarnazione, dove potrà godere di una buona vita per continuare ad usufruire dei buoni frutti maturati e maturandi, oppure subire le conseguenze delle sue cattive azioni, oppure entrambe le due cose, vivendo fisicamente una vita veramente infernale oppure una vita che a volte sembra infernale e a volte sembra paradisiaca. In genere il karma che si ripete serve a correggere errori trasformati in abitudini consolidate e quindi in “mentalità”.Per esempio, quando si dice: “È la mia mentalità, non posso farci niente!” si afferma l’impossibilità di “cambiare” con le vie ordinarie. Le conseguenze del karma da subire sono le vie “straordinarie” atte a modificare le “mentalità” totalmente non allineate alla “rettitudine dharmica”, al cammino evolutivo del Dharma Universale, che è lo scopo stesso della Vita incarnata. Spesso le vie straordinarie sono dolorose e creano condizioni di vita anche molto dure: malattie, dispiaceri e malanni vari da sopportare, che in genere servono per “ammorbidire” la durezza del cuore, l’orgoglio tracotante e l’invidia.Il Thötröl parla dell’Inferno nel secondo Bardo, in termini di “precipitazione” delle energie accumulate e non risolte, fino alla loro massima espressione nel Manomayakosha, nel Buddismo Tibetano chiamato Sambhogakaya: proiezioni karmiche, con la cristallizzazione del contenuto subconscio non risolto, che si presenta alla coscienza jivaica sotto forma di mostri e dèmoni, di cui il trapassato deve per forza subirne le ire!Sarebbe quasi come un incubo in questa dimensione fisica, ove capita di fare sogni paurosi con mostri e situazioni di pericolo assurde: basta svegliarsi e tutto dovrebbe finire, invece nel post mortem non si ha alcuna possibilità di “risveglio” e quindi si è costretti a subire tutto.        Secondo me questi casi estremi di massificazione delle qualità dovrebbe riguardare solo le più cattive, fatte con una volontà precisa di fare il male!Voglio sperare che queste persone così cattive siano veramente poche, perché fanno pensare a caratteri demoniaci, che cercano in tutti i modi solo il male degli altri solo per il gusto del male. Cercano di contrastare sempre il bene degli altri e ogni espressione di puro amore del prossimo, ma sicuramente non ci riusciranno a soffocare l’amore, e soffriranno loro le più atroci pene dell’inferno, finché anche loro capiranno che la forza maligna era ed è solo un “puro amore camuffato”, che la Realtà è l’Assoluto Uno-senza-secondo e che l’Amore è la Verità Ultima di tutto il creato, ed è anche la loro stessa Essenza.Vincenzo Troilohttp://www.croponline.org/postmortemveda.htm