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Creato da aariete.78 il 16/09/2014

pensieronuovo

attualità ed opinione

 

 

Il secolo inutile.

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Di tutte le definizioni esistenti del termine "grottesco" la più felice è senza dubbio la seguente: "muove il riso pur senza rallegrare."
Eppure ci sono fatti che meglio di ogni altro dizionario esprimono l'essenza di questa parola.
Basti pensare, ad esempio, a tutte le storture del mondo contemporaneo, a tutti quei paradossi che, specie in Italia, "arricchiscono" le cronache quotidiane.
La foto proposta fu scattata qualche anno fa durante la riforma del mercato del lavoro promossa dall'allora governo Monti che, nell'abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, aveva trovato la "fiera" opposizione dei sindacati.
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Una Camusso rabbiosa aveva sobillato le folle nei giorni precedenti gridando all'abominio in atto, salvo, poi, farsi sorprendere in atteggiamenti ambigui e poco coerenti con il "carnefice dei lavoratori" più volte richiamato all'ordine dai palchi di piazza.
Vero è che uno dei principi della democrazia è il rispetto reciproco ma il livello "d'intimità" e convivialità tra i due "rivali", sorpresi dall'istantanea, sembra assolutamente surreale.
Qualche mese prima, invece, una Fornero lacrimante annunciava, in parlamento, il taglio delle pensioni di milioni d'Italiani ben guardandosi, ovviamente, dal ricomprendersi nell'elenco.
Sarà generalmente accettata anche questa "prassi democratica" ma rimane sempre il fatto che chi "taglia diritti" è colui che ne ha più di tutti.
Di tutt'altra natura, invece, la tragedia del Giglio che assunse i contorni della farsa a seguito della divulgazione del dialogo tra il comandante Schettino e quello della capitaneria di porto di Livorno, De Falco.
Quell'indimenticabile "salga sulla nave cazzo" divenne il tormentone per milioni di connazionali tanto da moltiplicare, in occasione del carnevale successivo, travestimenti di dubbio gusto. Le successive vicende processuali, inoltre, furono arricchite da azzardate ricostruzioni dei fatti fornite dall'imputato il quale, giustificando l'abbandono prematuro della nave a seguito di uno scivolone accidentale che lo avrebbe catapultato indenne su una scialuppa di salvataggio, strappava sorrisi nonostante le decine di morti.
Se il passato aveva i contorni di una nave girata su un fianco, il futuro si presentava pieno d'interrogativi, ben rappresentati da un curioso filmato in cui il fondatore del neo Movimento 5 Stelle tentava di seminare i giornalisti accorsi per intervistarlo.
Anche il meteo ci metteva del suo investendo la capitale con un'ondata di freddo che l'avrebbe paralizzata per giorni e costretto il sindaco di allora, con condotta di mussoliniana memoria, a scendere in strada a spalare la neve per sfuggire alle critiche avanzate da più parti.
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Più recenti, invece, le ultime vicende di Berlusconi, condannato in via definitiva dopo ben 20 anni di guerre giudiziarie.
Certo il Cavaliere si è difeso strenuamente, ha più volte usato il parlamento per ostacolare le indagini di alcune procure, ma è innegabile che qualche imboscata l'ha pur subita: l'avviso di garanzia ricevuto a Napoli durante la presidenza del G8 e l'iperbolica sentenza che stabiliva, per allungare i termini della prescrizione in uno dei processi che lo riguardavano, il principio secondo il quale il reato di corruzione si perfeziona non già nel momento in cui s'intascano i soldi bensì nell'instante in cui si spendono, sono solo alcuni esempi.
Inoltre, l'incedere caotico della magistratura, testimoniato dall'apertura d'innumerevoli procedimenti archiviati per mancanza di prove, hanno rafforzato l'immagine di un uomo politico "perseguitato". All'accusa di "sfruttamento della prostituzione", per esempio, i legali di Berlusconi hanno avuto gioco facile nello smontare il teorema accusatorio grazie alle più disparate testimonianze in merito ai lauti regali ricevuti dalle sue ospiti alle cene di Arcore.
Se prostituzione c'è stata, certamente non è stata sfruttata!
Anche il procedimento contro Scajola si è chiuso in un "nulla di fatto" sebbene l'ex ministro avesse acquistato un appartamento di fronte al Colosseo a poco più di un terzo del valore di mercato.
Del resto per l'imputato e come più volte dichiarato, ignaro che qualcuno lo avesse aiutato a comprar casa, i 600.000 euro spesi per l'acquisto di un'immobile di circa 200 mq, in una delle zone più prestigiose di Roma, sembravano "congrui".
Comunque, a prescindere dall'esito, le cronache giudiziarie hanno condizionato un ricambio politico che di lì a poco avrebbe portato il neo eletto presidente della Sicilia, Rosario Crocetta, alla nomina degli assessori Franco Battiato, al turismo, e di Antonino Zichichi ai beni culturali.
Tempi difficili per una politica che ha bisogno di affidarsi a cantautori e scienziati, soprattutto se scarsamente interessati al mandato conferito.
Rimandati entrambi a casa, causa assenteismo, hanno alimentato curiosità giornalistiche che hanno fatto emergere, nel caso del secondo, un'altra singolare motivazione alla sua immediata defenestrazione:
"Di Zichichi non se ne poteva più; bisognava lavorare e, invece, lui parlava di raggi cosmici".
Nel frattempo un'opinione pubblica depressa dalla crisi economica ed anestetizzata dai pettegolezzi dei talk show, s'inteneriva a guardare un papa dimissionario che, tuttavia, sin dalla sua elezione, aveva ingiustificatamente criticato.
La foto che lo avrebbe ritratto vicino Adolf Hitler fu una delle tante illazioni e dicerie che contribuirono ad indebolire la figura di un uomo che, quand'anche meno simpatico del suo illustre predecessore, ben più di quest'ultimo aveva fatto in termini, ad esempio, di lotta alla pedofilia negli ambienti ecclesiastici.

Ironia della sorte, nello stesso anno, veniva conferito un secondo mandato al presidente Napolitano circostanza che, per una parte della stampa, gli valse il soprannome di Re Giorgio.
Il confronto con un radioso Barack Obama che aveva rispolverato "il sogno americano" con un retorico "I Have Dream" mutuato da un discorso di Martin Luther King di qualche decennio prima, rendeva il paragone imbarazzante.
Tuttavia, la non risoluzione dei problemi economici, testimoniata da due default evitati grazie all'aumento del debito pubblico, una riforma sanitaria dagli effetti dubbi, nonché il tentativo di dichiarare guerra alla Siria, non prima di aver ricevuto il premio Nobel per la pace, ponevano interrogativi su un uomo destinato ad essere più un "simbolo" che uno STATISTA.
Non mi meraviglierei se dopo la "trovata" del presidente nero, le lobbies d'oltreoceano ci "stupissero" con una presidentessa!
Sull'altra sponda dell'atlantico, invece, l'ottusità tedesca soffocava le "province ribelli" di un'Europa allo sbando, unita ma solo monetariamente. Contrasti stridenti di una "modernità impazzita" che nella coesistenza di Nazioni insofferenti verso l'Unione e di Popoli in lotta per entrarvi mostrava tutta la sua schizofrenia.
Nulla, tuttavia, rispetto a quanto si era verificato in Africa, durante la "primavera araba", quando milioni di cittadini avevano rovesciato le dittature locali prontamente sostituite da pseudodemocrazie avallate dall'Occidente.
In questo marasma generale diverte persino il "terribile dittatore coreano" che con un modesto arsenale nucleare continua a provocare, con qualche razzo sparato qua e là, la più grande superpotenza atomica del pianeta.
Non riesce a far più paura Putin che, a dopo la "bravata" in Crimea, si è affrettato a stemperare le tensioni, in seguito al tracollo dei mercati russi; qualche membro del Bilderberg deve avergli ricordato che il suo compito non è certo quello di far perdere denaro!
Nessuna consolazione nemmeno dalle oasi felici del Nord Europa dove la libertà di scelta delle propensioni sessuali ha portato all'istituzione di un progetto "educativo" nel quale i bambini sono chiamati con il pronome neutro "hen" in luogo dei "traumatizzanti" "lui" e "lei".
Parafrasando un monologo del film di Paolo Sorrentino, sembrerebbe che il "chiacchiericcio quotidiano" dell'uomo contemporaneo, più che sprazzi di "grande Bellezza", nasconda ombre di "grande POCHEZZA".
Se il secolo appena terminato è stato definito "breve" per la quantità di fatti storici che, nel bene e nel male, l'hanno contraddistinto, il successivo si candida ad essere, a pieno titolo, quello "INUTILE".

Se lo ritieni interessante, diffondine il contenuto. 

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DEFAULT? SPERIAMO !

Foto di aariete.78

 

Oramai ci siamo: l'ipotesi di default della Grecia non è più un tabù.
L'epilogo di questa tragedia, in atto da diversi anni, è il frutto dell'incapacità (oramai planetaria) di procedere ad un effettivo risanamento di bilancio.
Tale deficienza è il risultato delle odierne "Democrazie Clientelari" che si reggono, proprio perché tali, sulla connivenza di tanti "cittadini" con una gestione criminale della cosa pubblica: orde di falsi invalidi, pensioni d'oro, decuplicazione di posti di lavoro all'interno della pubblica amministrazione ed appalti pilotati, rappresentano, solo per citare alcuni esempi, una moneta di scambio per tanti, troppi, sedicenti elettori.
Siffatto "modello sociale" ha sopito ogni forma di sensibilità verso IL BENE COMUNE in nome del fine privato: quando la culla della civiltà occidentale si trasforma in un immenso emporio che, per "far cassa", vende alcune isole del Peloponneso, si palesa l'evidente decadenza culturale(prima ancora che economica) in cui è piombato il popolo greco tutto.
Un declino senza precedenti testimoniato, ad ulteriore riprova, dal desiderio, di buona parte dei greci, di non onorare il debito e permanere, nel contempo, nell'area Euro.
Come dire: "lasciateci spendere più di quanto riusciamo a guadagnare".
Ed allora, da Alexis Tsipras, inconcludente capopopolo che, probabilmente, dovrà fare marcia indietro per tenere il suo paese in Europa, ci si sarebbe aspettato molto di più: se il programma di aiuti con la troika fosse stato accettato senza batter ciglio e, nel contempo, si fosse proceduto ad una seria revisione della spesa pubblica nazionale per restituire il "maltolto" alle fasce sociali più colpite, avrebbe ottenuto il duplice scopo di ridurre il disavanzo pubblico e di non vessare la popolazione.
Basta ricordare a tal proposito che, ancora nel 2014, la Grecia ha avuto una spesa bellica superiore a tutte le nazioni d'Europa o che, nel 2012, mentre venivano tagliati stipendi e pensioni per accedere al programma di aiuti, l'allora governo di unità nazionale stanziava svariati milioni per la costruzione di un autodromo.
Quante accuse rivolte ai creditori, caro Alexis; quanti silenzi riguardo la CORRUZIONE DILAGANTE che affligge la Grecia e che rappresenta la vera causa del suo enorme debito pubblico.
Tutto ciò vale anche per le istituzioni europee che, in costante malafede, continuano a richiedere "sacrifici ai popoli piuttosto che agli stati": se, ad esempio, gli aiuti della bce fossero stati subordinati alla chiusura di enti inutili o alla soppressione delle autonomie locali (centri di spesa fuori controllo perché condizionati da logiche clientelari) invece che al taglio di stipendi e pensioni già misere, a quest'ora, la "periferia d'Europa" sarebbe stata già messa in sicurezza.
Invece, la famigerata Troika, ossessionata dai costi sociali, "dimentica" la zavorra economica di una classe dirigente parassita, causa prima degli squilibri finanziari delle nazioni e dei conseguenti default.
Il "commissariamento" della Grecia, avviato già nel 2012, avrebbe dovuto avere, come obiettivo prioritario, la rimozione della causa dello stato d'insolvenza: l'imposizione di un taglio radicale del costo della politica, ad esempio, sebbene poco influente sotto il profilo quantitativo, avrebbe rappresentato un formidabile strumento di selezione degli eletti; ancor meglio, la parametrazione dei privilegi di chi governa a pensioni e retribuzioni minime avrebbe incentivato, non fosse che per mera convenienza, l'oculata gestone delle finanze pubbliche e, dunque, tutelato i creditori internazionali.
Al contrario, l'aiuto finanziario elargito, con troppa disinvoltura, ad un governo che, nel frattempo, commissionava all'industria tedesca 2,3 miliardi di carri armati leopard, sembra avallare l'ipotesi di REATO DI CORRUZIONE INTERNAZIONALE!!!
Credo sia abbastanza evidente, oramai, in che misura le istituzioni finanziarie internazionali siano assoggettate ad interessi privati e come possano contare sulla complicità di governanti corrotti e sull'ignavia delle società da quest'ultimi rappresentate.

Interpretando, fuor di retorica, le intenzioni dei "contendenti", in questo ennesimo connubio di bugie ed ipocrisia, è possibile procedere ad alcune affermazioni:

1)Il debito della Grecia, come tanti altri, può essere ripagato solo grazie ad una nuova classe dirigente che abbia la forza e la capacità di perseguire il pubblico interesse: il taglio della spesa improduttiva, delle pensioni più elevate, dei privilegi, dei posti di lavoro creati per raccattare voti, va realizzato senza timore reverenziale nei confronti dell'elettorato, smussando i conseguenti attriti con una dialettica sopraffina ed un progetto politico-sociale entro il quale buona parte dei cittadini possa sentirsi ricompreso.
2)Data la difficoltà di un ricambio di tale portata, in assenza di un evento traumatico, è, invece, molto più probabile che la Grecia, prima o poi, fallisca.
3)Il risultato del referendum, che probabilmente vedrà la vittoria di coloro che vogliono l'accordo con i creditori internazionali, sancirà un'insanabile spaccatura della società greca: da un lato, chi non ha nulla da perdere spera di conseguire un miglioramento della propria condizione grazie ad un epocale "rimescolamento delle carte"; dall'altro, chi ha un tenore di vita soddisfacente cercherà di difendere lo status quo. Un clima da guerra civile, dunque, che ancora una volta condizionato dal semplice opportunismo e dalla mancanza di un progetto politico omnicomprensivo, rischia di trasformarsi nell'ennesimo scontro tra poveri, tra chi ha poco e chi non ha nulla!
4)Le istituzioni europee hanno tutto l'interesse ad evitare che la Grecia non esca dall'area euro. Le ragioni sono molteplici e nessuna di queste riguarda le sorti del popolo greco. Una su tutte: un'eventuale uscita di Atene dalla zona euro renderebbe l'unione monetaria poco credibile e aprirebbe la strada a pesanti attacchi speculativi lungo tutta la "periferia" portando l'euro alla disintegrazione. Un episodio analogo avvenne nel 1992 quando fu abbandonato il sistema di cambi fissicomunitario europeo denominato SME. Anche allora la disfatta cominciò in Grecia, poi passò alla Spagna e successivamente colpì l'Italia: l'uscita di un paese membro aveva cagionato un tale "danno reputazionale" che i tasselli del "serpentone monetario" caddero ad uno ad uno, proprio come dei birilli.
5)"Vivere a debito", costante patologica del liberismo contemporaneo, ha consentito la proliferazione di "società parassitarie", incapaci, proprio perché tali, di adeguarsi ai cambiamenti del mondo globalizzato. L'illusione di poter procrastinare all'infinito il necessario risanamento dei conti, ha spostato, a tempo indefinito, l'ineluttabile "evento traumatico", causa prima di cambiamenti storici epocali.

Ed allora: se il fallimento dell'unione monetaria è l'unica soluzione per ridare un sussulto di dignità ad un continente che si è andato crogiolando nella sua decadenza, che ben venga!

 

 

 
 
 

Tutte le bugie del presidente

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La bontà di un risultato, qualunque risultato, prescinde da misurazioni assolute perché va valutato alla luce del contesto in cui è maturato: se un centometrista afferma di essere il più veloce, la cosa assume scarsa importanza se ha corso da solo.
Così, ad esempio, una politica lungimirante, saggia, illuminata, è tale solo se l'impatto sulla società ne certifica lo spessore, l'importanza, la grandezza!
Pertanto, sig. presidente, alcune sue affermazioni, opportunamente contestualizzate al momento storico che stiamo attraversando, sembrano assumere tutt'altro significato rispetto a quanto vorrebbe far credere.
Il consenso di cui tanto si vanta, ad esempio, che alle europee scorse ha visto il suo partito raggiungere percentuali degne della democrazia cristiana dei tempi d'oro, andrebbe rapportato alla percentuale dei votanti: quell'inimmaginabile 40% circa, con un tasso di astensione prossimo al 50%, andrebbe, dunque, diviso per due.
Secondo l'effettivo gradimento elettorale, allora, solo un italiano su cinque le ha dato fiducia; anzi, considerando le fratture interne al suo partito e l'immancabile peso del voto di scambio (ahimè trasversale a tutti gli schieramenti), questo poco incoraggiante risultato viene ulteriormente ridimensionato.
Ci risparmi, allora, la retorica del vincente: chi riesce a perder meglio degli altri dovrebbe dosare l'esultanza ed esprimere più modestia. E poi, data l'inconsistenza dei suoi avversari, un buon politico (figuriamoci uno statista), avrebbe dovuto ottenere un plebiscito!
Riprendendo la sbandierata riforma del mercato del lavoro, poi, viene naturale muoverle un'obiezione puramente sintattica: la libertà di licenziamento, prevista per i nuovi contratti, a prescindere da considerazioni di merito, è fonte di oggettiva instabilità.
L'aggettivo indeterminato che ha voluto mantenere nella denominazione delle nuove fattispecie contrattuali è privo di contenuti poiché, nella sostanza, un ipotetico neoassunto può essere rimandato a casa in qualunque momento, anche senza giusta causa.
Proprio per tale motivo, sarebbe più esatto definirli potenzialmente indeterminati a precarietà decrescente: se compara l'importanza dei diritti cancellati all'esiguità degli indennizzi previsti in caso di licenziamento, la definizione di "tutela crescente" appare, infatti, un'ulteriore beffa.
Muovendole critiche nel merito, invece, è lecito domandarsi cosa accadrà a buona parte dei contratti a tempo "indeterminato" una volta che scadranno gli incentivi fiscali previsti dalla riforma.
Così come andrebbe detto, per onestà intellettuale, che molti di questi rapporti, lungi dall'essere NUOVI, sono frutto della sostituzione di altre tipologie contrattuali a tempo determinato divenute, per via dei generosi sgravi fiscali previsti, improvvisamente meno convenienti.
Intendiamoci, l'utilizzo della leva fiscale per rilanciare l'economia è progetto lodevole e degno di nota (nonché pilastro portante della nuova macroeconomia sociale di mercato); è, al contrario, l'ennesima cancellazione dei diritti che rende il tutto vano (e dunque soltanto dispendioso).
Mi rendo conto che una simile rappresentazione dei fatti ha un costo elettorale elevato, ma è innegabile che milioni d'italiani hanno il diritto di conoscere la sostanza dei provvedimenti varati, senza edulcorazioni di alcun genere: è una forma di rispetto che viene prima di ogni altra cosa, persino delle buone intenzioni (ammesso che ve ne siano).
Passando ad altro, è da un po' di tempo che, con toni trionfalistici, annuncia (e purtroppo non solo lei) l'inizio di una striminzita ripresa certificata, al momento, dai soli istituti di statistica.
Vorrei ricordarle che dopo otto anni di caduta del PIL, l'esplosione del debito pubblico e la stampa di miliardi di euro ad opera della banca centrale, un piccolo segnale d'inversione era lecito aspettarselo.
I trader finanziari utilizzano l'espressione "il balzo del gatto morto" per definire i timidi rialzi di borsa a seguito di drammatici tracolli: non sarà elettoralmente premiante come espressione ma rende benissimo l'idea!
Ciò che dovrebbe occuparla maggiormente, invece, è tentare di stravolgere un sistema economico colpito da una crisi strutturale e non congiunturale (come il tenore dei suoi provvedimenti sembrerebbe suggerire).
Faccia presto presidente, prima che l'inevitabile default della Grecia palesi (semmai ve ne fosse ancora bisogno) le contraddizione di una unione monetaria poco credibile, economicamente fragile, politicamente debole.
Altro suo cavallo di battaglia è la lotta alla corruzione che ha portato ad un inasprimento delle pene.
Certo è meglio di niente ma, come più volte ribadito in questo blog, il malcostume dovrebbe essere prevenuto prima ancora che perseguito: una colossale riforma della pubblica amministrazione che cancelli regioni, province, città metropolitane, società partecipate, che accorpi comuni in comprensori rilevanti privandoli, allo stesso tempo, dell'odiosa e controproducente AUTONOMIA FISCALE, è il primo passo verso tale obiettivo.
Ne conseguirebbe una trasformazione radicale dello Stato che taglierebbe seriamente la spesa pubblica assestando un durissimo colpo alle logiche clientelari che, da troppo tempo, tengono in scacco la Nazione.
Invece, sig. presidente, ancora una volta impegnato in attività di propaganda, si accinge a fiaccare i già deboli organismi di controllo degli enti locali con un progetto di riforma della PA, diligentemente motivato da ragioni di efficienza ed economicità: nella sua visione, dunque, ad alcuni dirigenti comunali, già di nomina politica, saranno richiesti generici (e dunque fumosi) requisiti professionali senza necessariamente superare le selezioni di severi concorsi.
Soprassedendo sull'ennesima anomalia italica secondo cui è il controllato a scegliersi il controllore, non pago, estendendo la platea dei nominabili, aumenta a dismisura il potere contrattuale dei sindaci e, pertanto, il loro "potere persuasivo".
Superfluo suggerirle che il contrasto alla corruzione locale impone, invece, un rafforzamento istituzionale degli organi di vigilanza, che, evidentemente, andrebbero designati dall'amministrazione centrale dello Stato.
Altro discorso, quello che l'ha vista, guarda caso dopo il non esaltante responso delle urne, volare in Afghanistan per apparire in divisa, dinnanzi alle telecamere.
A tutti coloro che l'hanno ascoltata, sig. presidente, avrebbe dovuto spiegare come sia possibile che, a distanza di tre anni, i nostri marò siano ancora oggetto di persecuzioni giudiziarie per opera di un tribunale straniero; chiarire perché, stante l'imponente dispiegamento di militari italiani nel mondo, il suo governo (così come quelli che l'hanno preceduto) non sia in grado di IMPORRE agli "alleati" il necessario sostegno per il rilascio dei due malcapitati.

Faccia attenzione presidente.
La politica degli spot, dei sondaggi, del marketing, dei talk show, dei provvedimenti tanto enfatizzati quanto temporanei, degli annunci, delle roboanti promesse, delle elemosine di Stato, del finto ottimismo, delle mistificazioni, delle divise indossate, delle battute e di poco altro, è un disco già sentito!

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A sud di Roma

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Qualche mese fa lanciavano il seguente monito: "Siamo a sud di Roma!"
Malgrado ciò, i barbari dell'Isis non mostravano di certo la tempra di quelli che, millenni or sono, facevano razzia del decadente impero romano. Altri barbari, quelli del passato, sebbene più spietati e brutali, dopo qualche saccheggio, impararono ad ammirare le rovine di una civiltà in disfacimento.
S'insediarono nelle antiche città romane facendole proprie e si lasciarono conquistare da una cultura per molti aspetti superiore; presero il meglio dalla "tradizione romana" liberandola dalla corruzione che l'aveva inesorabilmente condannata alla sconfitta,
si convertirono al cristianesimo rinnegando i loro dei.
Forza e tradizione si mischieranno per secoli in rinnovate entità imperiali, più potenti e temute di quella precedente.
I barbari del XXI secolo, al contrario, distruggono perché incapaci di comprendere:
gli atti vandalici compiuti nel museo di Bagdad o nell'antica città assira di Nimrud non sono di alcun aiuto alla causa sostenuta.
Il manifesto disprezzo per ogni forma di cultura rende stridente persino il paragone con i grandi condottieri mussulmani del passato: alcuni di essi, nella secolare lotta contro gli stati cristiani, seppero distinguersi per grande tolleranza e lungimiranza offrendo ai popoli sottomessi un modello sociale alternativo, se non più evoluto.
La moderna "guerra santa", invece, è tanto cruenta quanto banale: non di rado, alcuni "combattenti del califfato" appaiono vestiti come occidentali nell'atto di sciorinare concetti vecchi di secoli, oppure posano in gruppo per postare sui social foto che li ritraggono prima di una scorribanda.
Spesso sono i "figli" di un occidente allo sbando che, vuoi per noia, vuoi per senso di ribellione nei confronti di una società in cui non si sono integrati, vuoi perché allettati da un "posto di lavoro" e dal conseguente "stipendio", scelgono la jihad decapitando qualche cristiano.
Sull'altro fronte di questo rinnovato "scontro di civiltà", si afferma, invece, una società prigioniera delle sue ipocrisie e delle sue contraddizioni: abbiamo rinunciato alle nostre tradizioni per costruire quel tanto decantato "villaggio globale" che avrebbe dovuto salvare l'umanità dall'autodistruzione.
Ciò che invece è rimasto di questo lodevole progetto è un mondo ostaggio di organismi sovrannazionali, unioni monetarie e lobbies di potere; abbiamo rinnegato le ideologiedel passato perdendo la capacità di elaborarne di nuove: questa deficienza ha sopito la sensibilità verso il Bene Comune imprigionando l'uomo contemporaneo in un individualismo senza precedenti.
Abbiamo, quindi, smesso di pensare, di confrontarci, di interessarci alla gestione della cosa pubblica; quasi senza accorgercene, disgustati e delusi da una classe politica inqualificabile, abbiamo smesso persino di votare.
Malgrado ciò, abbiamo comunque provato ad esportare la "democrazia" ottenendo risultati fallimentari: tant'è che dopo la defenestrazione di alcuni tiranni ed il conseguente caos politico, la diffidenza delle popolazioni locali (se non vero e proprio odio) nei confronti dell'Occidente sembra essere aumentata.
Siamo diventati "tolleranti" sino all'assurdo, incapaci di sanzionare severamente discutibili "differenze culturali":
Nella nostra società, il diritto all'infanzia è precluso ai bambini nomadi mentre i lavoratori cinesi sono esenti da ogni tutela sindacale.
In alcune famiglie d'immigrati di fede islamica l'eguaglianza dei coniugi è una chimera.
Abbiamo paura della storia perché non siamo disposti ad accettare la brutalità della natura umana: per il "benpensante" uomo occidentale, le guerre, così come i regimi più spietati, vengono imposte ai popoli; giammai appoggiate!
Siamo pigri, senza idee, senza alcun credo, né religioso né politico, ipocriti e con labili principi morali.
Disposti a ridere su tutto, abbiamo sostituito l'indignazione con la satira.

Ciò che si trova a sud di Roma non m'inquieta meno di quanto vedo in direzione degli altri punti cardinali: l'immensa stupidità!

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La dittatura dello spread

Post n°7 pubblicato il 05 Marzo 2015 da aariete.78
 
Foto di aariete.78

Che fine ha fatto Alexis Tsipras?
Dopo roboanti dichiarazioni e bellicose intenzioni è dovuto scendere a patti con l'odiata "Troika".
Ecco perché il fronte "euroscettico" non può vincere; ecco perché ancora deve nascere (politicamente parlando) un leader in grado di abbattere la DITTATURA DELLO SPREAD!

Nell'estate del 2012 la Grecia si fermò ad un passo dal baratro.
I partiti tradizionali, corrotti e tra i maggiori responsabili di decenni di malgoverno, subirono una pesantissima sconfitta che, impedendo la formazione di una maggioranza parlamentare, portarono la nazione sull'orlo della bancarotta. Contemporaneamente vi fu la netta affermazione di una formazione di estrema sinistra, Syriza (con molti distinguo paragonabile al nostrano movimento 5 stelle), il cui programma rappresentava il moto di protesta popolare contro "l'austerità" imposta dall'Europa e dal Fondo Monetario Internazionale.
Il braccio di ferro tra i due schieramenti portò a nuove elezioni, di fatto trasformate in un referendum sulla permanenza del Paese nella moneta unica.
Da un lato Neodemocrazia e Pasok (l'equivalente dei nostrani Pdl e Pd) disposti ad un governo di unità nazionale (in Italia chiamato di larghe intese) pur di varare i tagli imposti dalla "Troika" e restare all'interno dell'Unione Europea; dall'altro Syriza pronta a riprendere la sovranità monetaria per non rispettare vincoli di bilancio ritenuti vessatori.
Proprio quando sembrava profilarsi una svolta storica dalle conseguenze inimmaginabili, cominciò a pesare sulla competizione politica "l'elettore" più importante. I continui crolli in borsa e le pressanti minacce di Bruxelles, riguardanti la cancellazione degli aiuti necessari per pagare stipendi pubblici e pensioni, fecero precipitare la nazione nel caos condizionando tutta la campagna elettorale.
Il crescente clima di tensione era misurato sinteticamente dallo "spread" dei titoli ellenici rispetto ai bund tedeschi, oramai fuori controllo.
Fu allora che i Greci cominciarono a capire una verità che era sfuggita all'inconcludente "capopopolo" di Syriza.
La difesa del settore pubblico e della politica assistenzialista avrebbe portato la nazione fuori dall'Europa in un momento in cui l'economia nazionale era talmente depressa da non poter rappresentare una garanzia di sostentamento per tutti i cittadini.
A tale argomentazione si aggiungeva l'incognita di ritornare alla Dracma in una Grecia prossima al fallimento anzi, a detta di molti esperti e non solo, già fallita.
Fu di tutta evidenza, dunque, che si rischiava di sostituire un presente difficile con un futuro drammatico.
Lo spauracchio di una traumatica svalutazione dei risparmi in assenza di una ripresa economica certa, spinse i Greci a votare l'alternativa "migliore" premiando i partiti responsabili dello sfascio finanziario della nazione.
Più correva lo "spread" più i voti confluivano verso la tradizionale e corrotta nomenclatura politica.
Questa triste storia, le cui inquietanti analogie con quella italiana certamente non saranno sfuggite, ha una sottile morale.
A causa del debito fuori controllo, chiunque governi in Europa (e non solo) deve fare i conti con i "ricatti" del mercato, una sorta di "grande elettore" senza il quale nulla è possibile. Posizioni "rivoluzionarie", sebbene fondate su ragionamenti e principi condivisibili, sono destinate all'insuccesso perché sostenute da un labile consenso elettorale reso ondivago dalle dinamiche della borsa.
Quando Grillo, tanto per citare un caso a noi vicino, impedisce la formazione di un governo o proclama un referendum sull'Euro, difettando di "realismo politico", commette l'errore di suscitare la diffidenza dei mercati che, a sua volta, terrorizza gli elettori.
Andrebbe compreso, invece, che maggiore è la portata del cambiamento proposto, maggiore deve essere la gradualità con cui realizzarlo. 
L'eventuale abbandono della moneta unica, per esempio, andrebbe pianificato nel lungo periodo avviando il risanamento delle finanze pubbliche ed il rilancio dell'economia nazionale. L'affrancamento dei popoli dall'Europa delle banche, delle lobbies e dei burocrati della BCE resterà un'utopia se, almeno nella fase iniziale dell'azione di governo, non si ricercherà anche il consenso dei "poteri forti".
In sostanza, la "dittatura dello spread", forte e subdola, si combatte con una sapiente politica che, a piccoli passi, consenta una progressiva emancipazione dei governi dall'ingerenza dei mercati senza suscitare troppo clamore. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono eclatanti quanto inutili "atti di disobbedienza" che, alla lunga, rafforzano quel sistema economico malato contro il quale doverosamente si protesta.

 
 
 
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