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piazza alimonda

Resistere x esistere

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Vacca treno!!!!!!

Post n°308 pubblicato il 08 Maggio 2009 da lubely

Per motivi a me ignoti il 338 è morto. Lui, io no. Per cui, mentre cerco di capire cosa minchia è successo, per comunicazioni e affini usare la mail o i segnali di fumo.

Credo che la colpa sia degli extracomunitari. Proporrò un emendamento affinché i cellulari li possano usare solo gli indigeni, assieme ai posti sul metrò....

 
 
 

In un paese normale

Post n°307 pubblicato il 30 Marzo 2009 da lubely

In un paese normale Bagnasco, o chi per lui, prima chiederebbe scusa, e poi direbbe: «Facciamo così: voi non gli date troppo addosso e noi facciamo in modo che non dica troppe minchiate, ok?»

 In un paese normale, se un ministro dopo mesi di pippe mentali teorizzasse che si giudicano i dipendenti con gli emoticons, i suoi colleghi lo guarderebbero con compassione, gli darebbero una scoppola sul vuoto capo e poi gli direbbero: «Si certo, le faccine, come no… adesso torna coi tuoi sette fratelli a lavorare in miniera, eh!!!!»

 In un paese normale il Codacons avrebbe altro da fare che non smanettarsi sul fatto che Corona sia stato eliminato da «La Fattoria» con un voto farlocco perché, in paese normale, uno come Corona riuscirebbe giusto a fare il turno di notte in fonderia

 In un paese normale non bisognerebbe fare vertici mondiali per capire che l’acqua è un diritto di tutti. Anzi, per non capirlo. Basterebbe guardarsi e dirsi: «Se non l’acqua cosa?»

 In un paese normale quando un vecchio rincoglionito ultraottantenne si lamenta perché non gli hanno rinnovato un contratto televisivo bisognerebbe dire: «Sì, va bene. Ma guarda che campiamo anche senza di te… potresti anche andare in pensione invece di ammorbarci le balle con i tuoi quiz delle balle»

 In un paese normale un amico che ti da la parola la rispetta.

 Io, noi, non viviamo in un paese normale.

 Ma il paese dove vivo io io è talmente anormale che per l’ultimo punto proprio la facciamo fuori dal vaso. Perché dove vivo io io se un amico ti da la sua parola, non solo la mantiene, ma si scusa per non averlo potuto fare prima e come avrebbe voluto.

E quell’ultimo punto lì è il più importante. Perché sai che tu, e lui, e gli altri attorno, non siete come quelli sopra. E con quelli sopra non avere da spartire. E ti viene in mente una canzone de «La casa del vento» che dice: «Stringiamoci le mani forte così nessuno può cadere».

 E allora quella canzone di cui sopra la si dedica a Vittorio (lui sa perché) che in fondo è comunista (ma non lo sa ancora) e che, soprattutto, è un amico (e questo lo sa benissimo).

 
 
 

Nuova star al Bagaglino

Post n°306 pubblicato il 17 Marzo 2009 da lubely

A prendere il posto di Oreste Lionello buonanima al Bagaglino, ci metteranno probabilmente Giuseppe Razzi. Meglio conosciuto come Joseph Ratzinger (che tanto i costumi li ha già). Professione: papa / cabarettista. Il quale, dopo aver teorizzato in un rigurgito di modernismo, la messa in latino, dopo aver sdoganato una manica di integralisti salvo poi doverne prendere a calci in culo qualcuno perché talmente testa di minchia (definizione della Littizetto) da negare i campi di sterminio, ora se ne esce con l’anteprima del suo nuovo spettacolo. In sostanza dice che l’Aids non si può combattere con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi. Ora, la spettacolarità di questa battuta è sotto gli occhi di tutti. Però alcune domane e alcune considerazioni uno se le deve pur fare, no?

Allora, domanda uno: ma queste cose se li dice in quanto esperto di Aids o esperto di preservativi?

Domanda due: dato per scontato che anche per motivi anagrafici abbia il giacomino un po’ barzotto, gli sarà così difficile pensare che a qualche altro il giacomino stesso funzioni ancora a dovere?

Domanda tre: quando dice che aumentano i problemi, non è che vista la poca dimestichezza con la materia sia convinto che ne indossi uno, ci fai, poi ne metti un secondo, e ci fai, poi il terzo e così via, e alla fine ti trovi un tarello tipo birillo da bowling a forza di metterci strati di gomma? Guarda che si usano e si levano….

Considerazione uno: chi non vorrebbe vedere i suoi problemi aumentare per quel motivo alzi la mano.

Fosse tutto qui ti verrebbe da dire: spettacolo breve ma divertente. Invece no…. Continua. La seconda parte dice: bisogna soffrire con i sofferenti.  E’ bello sentirlo da uno che si spezza la schiena tutto il giorno per un tozzo di pane, che va a rubare i vestiti nei cassonetti, che abita in una catapecchia, che mangia alla mensa dei poveri, che viaggia sui carri bestiame, che in casa si fa tutto lui, che non va mai in giro perché non se lo può permettere…..

 
 
 

Si trasmette la lozione con il beccuccio

Post n°305 pubblicato il 16 Marzo 2009 da lubely

Ieri, nel mio nbs (natio borgo selvaggio) era giorno di fiera. E quindi di bancarelle. A me affascinano i venditori. Quelli che in televisione riescono a parlare per mezz’ora di uno strumentino che affetta le carote, o ti taglia le patate a forma di Calderoli. Quelli che nelle fiere si mettono un microfono al collo e te la contano per ore di un cavatappi o di uno schiaccianoci (cose che se ne parli per 30 secondi, vuol dire che dopo i primi 10 già sprechi fiato): una volta sono rimasto a bocca aperta davanti ad un tizio che aveva uno strumento per sodomizzare i limoni dai quali ricavava ettolitri di succo. Alla fiera sono rimasto affascinato da uno che vendeva una colla speciale. E, col suo bravo microfono, spiegava al pubblico non pagante come incollare (oddio, non che esistano decine di modi per incollare…) e poi, verso la fine, quando aveva detto di mettere la colla sulla parte da incollare, si esibisce in questa frase: «… poi si trasmette la lozione con il beccuccio…». Trasmette? Lozione? Beccuccio (il flaconcino che bene ho visto tutto aveva fuorché beccucci)? Me ne sono andato con l’amarezza che mi assale quando la gente usa le parole a sproposito.

Poco più avanti c’era il gazebo di un partito politico, di cui non farò il nome ma dirò che ha una forte connotazione geografica, e che per codesto partito nutro un affetto e una stima che rasenta il genocidio. Il gazebo stava lì perché il partito succitato presentava un proprio candidato alle europee. Candidato che, come dire…. mettiamola così. Se fosse un calciatore sarebbe Aldo Serena. Che, avendo giocato in Inter, Milan, Juve e Toro, quando scendeva in campo si beccava il coretto «Serena puttana l’hai fatto per la grana». L’unica differenza è che il candidato di squadre ne ha cambiate di più, e che in genere la grana ce l’ha smenata per poi farsi sodomizzare (come il succitato limone). Fattostà che erano lì con volantini, manifesti e cazzilli vari. Che, ovviamente, si sono ben guardati dal darmi. Poi sono andato a portare l’erede sulle giostre, e mentre lei girava ho visto che candidato e sostenitori bazzicavano anche da quelle parti. Si sono fermati poco lontano da me, e cercavano di indottrinare uno. Il candidato diceva che quel partito è un partito che pensa alla gente, che è il futuro, è l’unico partito vero. E i sostenitori dicevano che quel candidato era un galantuomo, un genio della politica. Mi sarebbe piaciuto dire loro che quei sostenitori fino a non poco fa dicevano che l’uomo era un farabutto e un dittatore, e che facevano esposti su esposti per poterlo inchiappettare, e lui diceva del partito che era una massa di bifolchi e rozzi, con i quali era impossibile parlare. Altre parole, le loro, usate a sproposito. Condite di una buona dose di quel cialtronismo politico che ormai la fa da padrone. E allora, sproposito per sproposito, meglio l’uomo della colla e la sua buona fede. Meglio trasmettere la lozione con un beccuccio che non c’è.

 
 
 

Manco Asimov

Post n°304 pubblicato il 27 Febbraio 2009 da lubely

Manco lui, Asimov, che della fantascienza è stato maestro sommo (no, non si tratta di P2) avrebbe immaginato tanto. Anche lui che ha ipotizzato futuri robotici e scenari al di là di ogni fantasia ora si troverebbe spiazzato. Perché per quanto ti ci metti, per quanto ti impegni, per quanto ti spremi le meningi e per quanto peyote inghiotti non ci arrivi. Puoi starci delle ore, delle settimane a pensarci. Ma per quanto ti danni l’anima è impossibile. Per quanto pensi il peggio di quello che puoi pensare non puoi arrivare ad ipotizzare le vaccate che albergano nel vuoto capo del diversamente alto (si, si tratta di P2).

Perché quando parli ad un gruppo di gente, e vedi in un angolo un gruppuscolo di signore che proprio bambine non sono, non ti verrebbe mai in mente, mai, di dire che è “l’angolo menopausa”.

Perché davanti da una platea di signore non ti verrebbe da dire che “il punto g e la g di shopping” neppure se prima hai visto a manetta, per tre settimane di fila, Giovannona Coscialunga, La dottoressa ci sta col colonnello e La supplente va al mare con tutta la classe.

Perché se proprio vuoi raccontare una barzelletta all’universo, non dici quella del malato di Aids cui il medico consiglia di fare le sabbiature non per guarire ma per abituarsi a stare sottoterra neppure se prima ti sei scolato la fornitura mensile di Tavernello.

Perché non ci penseresti neppure a dire che Mussolini era una brava persona perché gli avversari li mandava in villeggiatura, manco se prima ti sei fumato tutte le piantagioni della Giamaica.

Perché non diresti che i desaparecidos argentini “scendevano dall’aereo perché erano belle giornate” neppure sotto tortura.

Perché non diresti al presidente di un altro stato che gli hai dato la donna neppure in un film.

Invece lui ci riesce. E neppure Asimov ardirebbe immaginarle queste cose.

Ora, io non sono Asimov (la cosa è palese: basti dire che io sono ancora vivo, per esempio), ma provo a fare qualche previsione. Vediamo se ci azzecco.

Allora: le dieci cose che il diversamente alto dirà in un futuro prossimo:

1)   “La regina d’Inghilterra non è così vecchia come sembra. E poi con la lingua fa ancora dei numeri da paura”.

2)   “Ragazzi mi sbagliavo: Obama è proprio negro”

3)   “E’ venuta Mara a trovarmi, ma il pisello proprio non ne voleva sapere di darsi una mossa” (opsss… che questa l’abbia già detta?)

4)   “Ho regalato un paio di jeans al papa, che gli danno un aspetto più virile di quegli scamiciati che porta di solito”

5)   “Per risolvere il problema della violenza sulle donne faremo così: quelle bone le prendo io a fare le ministre, tanto pagate voi. Quelle brutte si fottano”

Seguono risate sguaiate e battimani delle sue truppe: «Eh sì, è proprio simpatico»

E, a dirla tutta, non so se sia peggio lui o quei minchioni che ridono a queste stronzate e le giustificano.

 
 
 

La sfortuna di Giuseppe

Post n°303 pubblicato il 25 Febbraio 2009 da lubely

 

Qualche tempo fa, leggendo Repubblica on line, mi cade l’occhio su un titolo: «Sgarbi contestato». Vado a vedere. Ci trovo un video. Guardo. Si vede Sgarbi che si accinge a partecipare ad un qualche incontro, ed un ragazzo che lo guarda e gli dice che A) è un pregiudicato (cosa vera) e B) inneggia a Caselli (Sgarbi, tempo fa, aveva condotto una lunga campagna diffamatoria nei confronti del giudice Caselli – che per motivi miei non mi è simpaticissimo – salvo poi doversi rimangiare tutto). Ovviamente, avendo detto delle verità, il ragazzo passa i suoi guai. Ho scoperto che questo tizio aveva un blog, e me lo sono andato a vedere. E mentre leggevo pensavo: «Ecco, domani i giornali commenteranno che è il solito comunista (posto che lo fosse, non lo so) senza lavoro e senza voglia di fare un cazzo, capace solo a far casino ecc ecc» cioè il solito corollario di cazzate che si dicono in questi casi. Il ragazzo, siciliano, si chiamava (l’uso dell’imperfetto non è casuale) Giuseppe Gatì. Si chiamava perché è morto. Un incidente sul lavoro. Ha toccato un cavo, o qualcosa di simile, ed è morto. Stranamente la sua morte sul lavoro non ha fatto notizia.

Avevo scritto due righe sul suo blog. Non ha fatto in tempo a rispondermi.  

 

 
 
 

Qualcosa bisogna dire

Post n°302 pubblicato il 07 Febbraio 2009 da lubely


Su questa vicenda ho sempre detto poco perché poco ci sarebbe da dire. A meno di non essere bruno vespa o qualche cialtrone simile, che dentro queste cose ci sguazza.


Quando un padre decide, dopo anni e anni, di mettere fine ad una cosa che vita non è, per quanto porporati e benpensanti possano berciare ai quattro venti, della figlia, allora vuol dire che ha già passato tutto quel che poteva passare, e sperato tutto quello che poteva sperare, e fatto tutto quello che poteva fare, e pianto tutto quel che poteva piangere, e pregato tutto quel che poteva pregare, e allora che puoi dire? Può ancora amare quel che di amore gli resta da qualche parte. Ma amare un corpo morto su un letto o un corpo morto in una bara che cambia?


 


E allora davanti all’immensità di questa cosa stai zitto. E se ne parli lo fai in punta di piedi, misurando le parole.


 


Poi davanti all’immensità di questa cosa vedi l’immensità dell’idiozia. Vedi la casta porporata e ringhiosa che cerca di difendere chissà cosa. E fa il tifo da stadio. Neanche sapessero cosa vuol dire avere un figlio. Loro, i puri, al limite i figli (degli altri) li molestano. E, loro, vogliono imporre le loro quattro convinzioni del cazzo all’universo mondo. Loro che non vogliono seguire le leggi dello stato, perché non tutte garbano, ma i che soldi dello stato li prendono eccome, adesso vogliono dire allo stato cosa deve e non deve fare. Però, loro, dimenticano una cosa fondamentale. Quello che vogliono o non vogliono può stare bene a loro e a quelli che la pensano come loro. A quelli che credono come loro. E il fatto di credere o non credere è una questione di fede. E la fede o ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai bene, se non ce l’hai, o la trovi da qualche o stai senza. Non la puoi comprare. Se la cerchi forse la trovi, ma non è detto. Magari ti piove addosso, magari no. Resta il fatto che se qualcuno non ce l’ha, la fede, quello che loro dicono non conta nulla.


 


E poi vedi l’enormità della stronzaggine più bieca e volgare di un ometto che ha un po’ di potere per le mani. E che si giustifica dicendo che una morta da 17 anni e tenuta a galla da un filo “può generare un figlio”. Se fossi il padre di quella povera crista, un giorno andrei a cercarlo e dopo averlo guardato negli occhi gli direi solo: “Fai schifo”. E poi, l’ometto, fa, disfa, mette le mani nelle leggi. Per la vita. Perché non vuole essere complice di un omicidio. Quando gli fa comodo. Perché quando i comodi erano diversi alla vita mica teneva tanto. Perché quando aveva messo incinta la sua signora, sapendo che il bambino non sarebbe nato sano, mia ci aveva pensato tanto a farla abortire. Già, te lo immagini un Berlusconi down? O su una sedia a rotelle? No no, l’onore prima della vita. Adesso la vita gli torna comodo.


 


Ecco, davanti a queste cose qualcosa devi pur dire. Devi dire che la chiesa, questa chiesa, quella che stanno facendo, è una cialtronata fatta da cialtroni. La chiesa, quella che ho conosciuto collegio facendo, è un’altra cosa. Quella dei preti che si fanno il culo e a volte ci lasciano la pelle è un’altra cosa. Questa è solo un ufficio di collocamento di frustrati ed incapaci. Che non sapendo cosa fare nella vita, e non essendo nessuno senza uno straccio di divisa addosso, campano in questo modo. E magari fanno pure carriera.


 


E davanti a queste cose devi pur dire che l’ometto, quello là, è una mosca senza testa che corre da una parte all’altra seguendo solo le sua convenienza e qualche gonnella da trombare. E che questo modo di fare fa schifo. Che loro fanno schifo. Che porporati, ministri e diversamente alti fanno schifo.


 
 
 

La fortuna di Federico

Post n°301 pubblicato il 05 Febbraio 2009 da lubely


Federico è un aviatore. Un pilota. Uno di quelli che rischiano, o rischiavano, di finire in mezzo ad una strada quando l’Alitalia è andata dal culo. In fondo la sua razione di fortuna l’aveva avuta già nel 2002. Quando, con le assunzioni ormai chiuse da tempo, era riuscito, unico e solo, ad avere un contratto. A tempo indeterminato. Mica precario, per sua fortuna. Se proprio uno deve sciupare la dotazione di culo che ti danno al momento della nascita, allora tanto vale concentrarla bene, e metterti al riparo dai colpi della sfiga. Questa volta, però, la sfiga si è fatta sentire. L’Alitalia va a rotoli. Arriva la Cai. Si taglia il personale. Gli ultimi ad arrivare saranno i primi a partire. E Federico sa che sta per arrivare la sua ora quando, incredibilmente, ha la seconda botta di fortuna. Non si perché, non si sa per come, nella graduatoria di anzianità scivola avanti, scivola avanti, passa davanti a tanti suoi colleghi più anziani di lui e finisce alla Cai. E’ salvo. Federico è un ragazzo fortunato.


 


Ah, dimenticavo. Federico di cognome si chiama Matteoli. Suo padre è ministro. Indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreti di ufficio.


 
 
 

Battisti. Nel senso di Cesare

Post n°300 pubblicato il 04 Febbraio 2009 da lubely

Premetto che, a pelle, Battisti, nel senso di Cesare, non mi è troppo simpatico. Ma questa è un mio giudizio personale.


Premetto anche che, sempre a pelle, in generale quelli che scappano non mi ispirano troppa simpatia. Preferisco al limite quelli che evadono. Perché per evadere serve fantasia, genio, coraggio. Culo. Ma anche questo è un mio giudizio personale. 


Detto questo, mi sono divertito assai nel vedere la baruffa che abbiamo scatenato col brasile, tirando in ballo anche la eventuale (e ridicola) sospensione della partita di calcio. Mi sta bene, come dice larussa, che le famiglie delle vittime devono avere - legittimamente - giustizia. Ma mi viene spontaneo chiedermi perché ora ci sia questa sete di giustizia. E solo verso Battisti, nel senso di Cesare. Probabilmente anche le famiglie delle vittime della stazione di Bologna vorrebbero avere giustizia. Probabilmente anche le famiglie delle vittime di piazza Fontana vorrebbero avere giustizia. Probabilmente anche le famiglie delle vittime di Ustica vorrebbero avere giustizia. E per dare giustizia a queste famiglie, larussa non dovrebbe neppure minacciare l'invasione del brasile. Dovrebbe solo aprire qualche armadio polveroso imboscato in qualche angolo del ministero. Levare qualche segreto di stato. E poi dire: Cari familiari delle vittime di Ustica, o Bologna, o piazza Fontana, i responsabili sono questo. E quindi fare giustizia.


Malignamente mi assale il dubbio che questa operazione, indubbiamente di più ampio respiro del cercare di ingabbiare Battisti, nel senso di Cesare, potrebbe avere la spiacevole conseguenza del portare il larussa a dire che tra i responsabili c'è qualche colonna del suo partito, ex o attuale. E che quindi sia molto più facile fare il demagogo-populista farcendosi la bocca di Battisti, nel senso di Cesare, come se questo minchone fosse la soluzione a tutti i problemi, il bandolo di tutti gli enigmi, il responsabile di tutte le morti.


Ma le mie sono solo malignità di parte. Sono certo che larussa, che tanto vuole giustizia, si prodigherà per fare giustizia ovunque. In caso contrario vuol dire che è in malafede e pure un po' stronzo, a fare il moralista sulla pelle di chi gli fa comodo. Quindi aspettiamo. Vediamo che farà. E quello che farà lo scopriremo solo vivendo, come cantava Battisti. Nel senso di Lucio.


 


 

 
 
 

Se questo è un uomo

Post n°299 pubblicato il 27 Gennaio 2009 da lubely

Berlusconi: «Le leggi razziali sono una ferita profonda»


Talmente profonda che il presidente della Commissione parlamentare bicamerale per l'Infanzia si chiama Alessandra. Mussolini. Eletta nelle fila del Pdl.


 


E, cambiando discorso, se qualche passante volesse buttare un occhio qui...


http://blog.libero.it/maridgspace/6391731.html


 


 


 

 
 
 

I papi fanno oohhh

Post n°298 pubblicato il 25 Gennaio 2009 da lubely


La prima novità è che il Vaticano non accetterà più d’ufficio le leggi italiane. Tipo il divorzio, per esempio. Quanti siano i divorziati in Vaticano è un mistero. Difficilmente, così, a naso, se la prenderà con l’otto per mille. In ogni caso viene da chiedersi perché il Vaticano non dovrebbe sottostare alle leggi dello Stato mentre lo stato continua a sottostare ai capricci del Vaticano.


La seconda è che, a detta del pastore tedesco, esistono solo uomini e donne in natura, e null’altro. Quindi, chi non si riconosce al cento per cento in queste due categorie e non si comporta al cento per cento come si dovrebbero comportare i facenti parte di queste due categorie, non sono creature “made in dio”. Chissà, magari sono stati fatti in laboratorio. Ora, dai miee trascorsi in collegio ricordo che tutto, secondo un certo modo di vedere le cose, è fatto da dio. UN fiore? L’ha creato dio. Un lemure? L’ha creato dio. Io e te? Pure noi. Adesso salta fuori questo cruccchetto con la voce da jervolino e decide motu proprio cosa è stato fatto da dio e cosa no. Lo corregge, insomma. Tra poco magari gli darà anche dei consigli, gli spiegherà come comportarsi. E se quello non capisce, giù bacchettate sulle dita e in ginocchio sui ceci (così la prossima volta li crea più morbidi).


Comunque, detta questa è subito saltato fuori il più scaltro della compagnia a dargli in qualche modo ragione. Non trattasi di un porporato o di una mente eccelsa della politica. Trattasi di un cantante. Anche se, ad onore del vero, il termine cantante è usato un po’ a sproposito. L’individuo in questione è Povia. Per chi non lo sapesse, questa creatura era andata alcuni anni fa al festival di sanremo, e ne era immediatamente uscito perché il brano che aveva portato, quello secondo il quale i bambini facevano Oohhhhhhh, non era inedito. Ora, qualunque pirla si cimenti con l’attività canora sa che non puoi andare al festival con un pezzo già eseguito. Un po’ come se un camionista bulgaro ultrassessantenne, villoso e pieno di tatuaggi, con un tarello dalle fattezze di un estintore, si iscrivesse al concorso di Miss Italia non sapendo che non poteva partecipare.


Il Povia, poi, al festival ci era tornato. Con una canzone che non aveva fatto sentire a nessuno. Ci aveva provato, ma chi gli stava attorno, appena apriva bocca ed accennava il motivetto, lo zittiva. Con quella canzone aveva pure vinto il festival (e questo la dice lunga su molte cose). Il brano in oggetto si intitolava “Vorrei avere il becco”. Il titolo originale pare fosse “Vorrei essere becco”. E pare che la morosa l’abbia prontamente accontentato. E lui, un po’ stizzito, aveva cambiato titolo e testo. Poi, fortunatamente, il silenzio. Di lui si ebbero notizie solo al family day, al quale partecipò convinto e pronto ad immolarsi ai sacri valori della famiglia. Al punto che in una intervista (che ricordo benissimo) diceva che anche lui si sarebbe sposato (e presumo che oggi sia ampiamente convolato), perché credeva molto alla famiglia. Nel mentre si limitava a vivere nel peccato con la sua concubina, che aveva provveduto a mettere incinta (magari ricordo male io, me in un certo modo di vedere ed intendere la vita e le umane vicende non funzionava che prima ti sposavi, e poi trombavi e procreavi, e non viceversa?)


Poi ci aveva riprovato, ma la censura rossa comunista e antiliberale l’aveva escluso. A nessuno è mai venuto in mente che avesse proposto una canzone di merda.


 Ora ci torna con una canzone che, stando a quanto si sente in giro, parla di uno che era gay, e poi è guarito. E se il festival fosse quello di San Scemo, che anni fa a Torino raccoglieva il meglio, ed il peggio, della demenzialità musicale italiana, ci potrebbe anche fare il tifo per l’individuo. Non lo è. Dal punto di vista formale le due manifestazioni sono analoghe, cambia essenzialmente il fatto che qui si prendono molto sul serio. Cioè dicono cazzate abnormi e non sanno di dirle. Al punto che lui stesso ammette di essere stato gay per qualche mese e poi di essere guarito.


Ora, è una canzone, e nelle canzoni ci può stare di tutto. Ci stanno grilli che parlano alle formiche, paperi che misurano la propria altezza con i papaveri. Ci stanno lepri in tuta rossa e ninfomani che telefonano al proprio amante mentre questo dice chiaramente di avere la moglie abbarbicata sulle spalle e queste continuano a menargliela. Ma sai che sono menate, che non esistono in natura. Far passare delle emerite cazzate come verità assolute, ecco mi sembra un tanti nello eccessivo. Ma tanto, ormai, viviamo in un paese dove chi dice la minchiata più grossa ha sempre ragione.


Comunque secondo me è tutto un complotto. Il papa crucco, povia, le varie eminenze, sono un gruppi di anticlericali infiltrati, e che cercano di gettare nel chiesa nel ridicolo più crasso. E, accidenti, ci stanno riuscendo alla grande


 
 
 

Eppi bordei

Post n°297 pubblicato il 19 Gennaio 2009 da lubely

E oggi sono quattro.
Lo so che è inutile che ti scriva gli auguri qui, dal momento che hai imparato a riconoscere le lettere ma non ancora a leggere. Ci stai arrivando, ma ancora non ne hai afferrato a fondo i meccanismi. Ma te li faccio lo stesso. Magari un giorno leggerai le fesserie che vado scrivendo di tanto in tanto.
Ma queste, di fesserie, magari ti interesseranno. Perché ti confesso alcune cose. Ti confesso che quando facciamo il giorno dei salti non lo faccio solo per farti divertire. Quando ti dico: Fai undici salti, e tu salti tutta contenta, e poi ti dico: ora fanne 8 all’indietro, e poi vado avanti così per una buona mezz’ora, e tu per una buona mezz’ora salti come una molla, so che poi ti metti sul divano e ti abbiocchi. Ecco, diciamo che lo faccio quando non ho più la forza di starti appresso, e così facendo ti stanco come una bestia.
E poi Biancaneve. Nella versione che ti racconto io la matrigna cattiva è di forza italia. Ecco, nella versione originale non è così. Solo perché forza italia allora non c’era ancora, ma comunque non è così. E poi quando muore, i nani non la mettono in un bidone e non la mettono fuori il martedì perché c’è la raccolta dell’umido. Quello l'ho aggiunto io. Però male non fa, dai.
Ti dico anche un’altra cosa. Sei fortunata. Sei fortunata a stare in questo paese orrendo, dove tutti vogliono fare a gara per farti diventare un imbecille e gli imbecilli fanno a gara per far vedere al mondo quando sono stupidi. In un paese dove più sei disonesto e più vai avanti. In un paese dove tutti si scandalizzano e nessuno fa mai nulla. Dove tutti, o quasi, pensano solo a sé stessi e degli altri se ne fottono. Sei fortunata. Perché, a differenza di altri paesi, quando vai all’asilo ci sono ottime possibilità che torni a casa. Perché qui, almeno per ora, non ci sono bombe di civilissimi paesi, come l’america o israele, che ti fanno saltare in aria con i tuoi compagni. Perché qui abbiamo tante sfighe, ma questa almeno l’abbiamo scampata.
E allora auguri. Goditi i tuoi quattro anni.
E grazie per tutte le volte che accetti di fare il gioco dei salti.

 
 
 

CREUZA DE MÄ

Post n°296 pubblicato il 11 Gennaio 2009 da lubely

Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l'è ch'ané
da 'n scitu duve a l'ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n'à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l'àse gh'é restou Diu
u Diàu l'é in çë e u s'è gh'è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
a a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria.
E 'nt'a cä de pria chi ghe saià
int'à cä du Dria che u nu l'è mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l'ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun.
E a 'ste panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae 'nt'u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi
E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi
emigranti du rìe cu'i cioi 'nt'i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä.

 
 
 

Tempo

Post n°295 pubblicato il 31 Dicembre 2008 da lubely

Tempo fa ho scritto una cosa. Non l’ho mai finita. O meglio, non l’ho ancora finita. Parla del tempo, tra le altre cose. Qui di seguito ne riporto un pezzetto. So che non si capirà nulla. E’ una parte di un tutto non ancora finito. Diciamo che grosso modo ruota attorno alle tre cose per le quali vale la pena vivere: amicizia, amore e musica in stretto ordine alfabetico. E parla di quello è stato, di quello che è e di quello che sarà o potrebbe essere. Sì, lo so, è un casino. Neppure io quando lo riprendo in mano mi orizzonto facilmente.
E dal momento che una persona che di scritti e di vita se ne intende parecchio mi ha detto che è comprensibile, lo butto qui, poi spiego perché.

Novembre 1984. Tornava a casa, una domenica sera buia e gelida, con Real. Abitavano nella stessa via. Lui all'inizio, Real alla fine. Chilometri più avanti. Parlavano del più o del meno, aspirando fumo di sigarette per scaldarsi.
«E' quasi Natale», aveva detto lui.
«Beh, quasi... sono due mesi. Due mesi sono mica corti».
Ci erano cascati di nuovo dentro a piedi uniti. L'argomento che li fregava, che li invischiava in discussioni infinite, che li faceva annegare nel rammarico e nella malinconia, nonostante a sedici anni rammarico e malinconia siano parole da cercare sul vocabolario e apparentemente senza significato, era sempre lo stesso. Il tempo. Il tempo che passava. Il tempo che doveva ancora passare. Il tempo necessario per arrivare da qualche parte. Il tempo che se anche non volevi ti scivolava tra le dita come la sabbia sulla spiaggia. Il tempo con il quale giocavi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo una partita dalla quale uscivi sempre con la schiena rotta. Il tempo che provavi sempre ad aggirare come un lampione in mezzo ad una pista ciclabile. Il tempo che provava a sfotterti facendoti invecchiare ad ogni respiro. Il tempo che ti guardava beffardo da lontano senza dirti quando avrebbe smesso di correre al tuo fianco e ti avrebbe lasciato marcire sotto una lapide. Il tempo di un bacio che si sembrava così corto. Il tempo di una figuraccia, che sembrava eterno. Il tempo di aspettare una ragazza sotto casa per fare finta di incontrarla per caso, che passava lento e vischioso come il miele da annegare in una tazza di the. Il tempo di quell'Italia - Brasile che zoppicava e camminava in tondo, e sembrava portarti sempre al punto di partenza. Il tempo di quell'Italia - Germania che avresti voluto afferrare per la coda del mantello perché quel senso di vittoria potesse durarti per tutta la vita. Il tempo immobile e congelato di quando eri seduto sulla poltrona del dentista. Il tempo amaro e inverosimile di una sconfitta. Il tempo di piangere che arrivava sempre al momento sbagliato, proprio quando avresti voluto farne a meno. Il tempo dell'amore e il tempo della libertà, che correvano paralleli come i binari di un treno e se si incrociavano era solo perché qualcosa, da qualche parte, era deragliato, e quindi le rogne erano già sullo zerbino che si apprestavano a bussare alla porta della vita. Il tempo decappottabile e che ti faceva sentire gli occhi di tutto il mondo sulla nuca di quando eri dove non dovevi essere. Il tempo che non era un problema tuo di tutte le tragedie che vedevi in tivù e che purtroppo non ti facevano più riflettere né indignare perché c'erano cose nei reality molto peggiori. Il tempo in discesa della vendetta che ti rotolava sopra e ti portava sempre più velocemente e sempre più in basso. Il tempo in salita del perdono, così difficile da scalare. Il tempo grigio che perdevi e che quanto ti serviva non sapevi mai dov'era andato a finire. Il tempo in punta di piedi del dolore che colpiva i tuoi amici, e che passava piano piano per non fare rumore. Il tempo scivoloso come un'anguilla delle persone cui vuoi bene, che non riesci mai a fissare e il tempo rugoso del rimpianto. Il tempo alla rovescia che ti separava dagli appuntamenti più importanti, di quelli che potevano cambiarti la vita ma che a ben vedere non la cambiavano mai. Il tempo come un petardo di una battuta che proprio non riesci a trattenere anche se sai che poi ti infilerai nei guai. Tutto quel tempo là, insomma.

Ecco, per il 2009 che arriva auguro a chi passa di qui di avere almeno un momento, nel corso dell’anno, nel quale si possa sentire come dopo quella famosa Italia – Germania….
Auguri

 
 
 

La prova d'amore

Post n°294 pubblicato il 27 Dicembre 2008 da lubely

Questa cosa della prova d’amore è una cosa del secolo scorso. Funzionava così: ti mettevi con una e, per cercare di carpirne le grazie, visto che erano altri tempi, le si chiedeva la prova d’amore. Il concetto era questo: mi ami? Si? Bene, e allora dimostramelo in maniera tangibile dandomela.

L’unica esperienza con la prova d’amore l’ho vissuta solo da lontano. Nel senso che, nella prima metà degli anni ’80, un mio amico, nel villaggio estivo dove si trascorrevano le vacanze, era riuscito ad entrare nel cuore (ma solo lì) della più bella del gruppo. Ottenendo, da parte della “parte” maschile del gruppo, tante pacche sulle spalle e complimenti quanto auguri, sempre alle spalle, che potesse essere scaricato al più presto. Un pomeriggio arrivò tutto tronfio dicendo che aveva studiato la strategia, e che la sera lei avrebbe ceduto. Rimase abbottonato sulla strategia stessa, forse per timore che qualcuno potesse copiarla. La sera li vedemmo allontanarsi, mano nella mano, verso uno dei luoghi deputato allo svolgimento di siffatte pratiche. Un luogo che mettesse al riparo da occhi indiscreti, specialmente da quelli della genitura della fanciulla. Si allontanarono, accompagnati dalla nostra malcelata speranza che lei lo mandasse a fare in culo. Si allontanarono e tornarono dieci minuti dopo. Lei che rideva da sganasciarsi, lui con lo sguardo funereo. Lei si fiondò nel gruppo delle ragazze, e iniziò un lungo e segretissimo conciliabolo, dal quale ogni tanto emergevano risate di pancia. Lui, ingenuo, venne a cercare solidarietà maschile tra noi. Iniziò a raccontare: «Arriviamo lì… la bacio…. E poi la guardo e le dico: se vuoi stare con me mi devi dare la prova d’amore. E lei ha iniziato a ridere e mi ha mandato affanculo». Ben presto, con suo grande scorno, le nostre risate coprivano di gran lunga quelle del gruppo delle ragazze. Non solo, ma ci mise diverse estati ad annullare quel soprannome, “prova d’amore” che gli avevamo affibbiato (per esempio, mentre ci esibivamo nelle nostre interminabili partite a calcio, ogni tanto qualcuno urlava: “Provadamore mettila in mezzo”, oppure, nel fare le squadre “Se tu prendi Gigi io prendo Provadamore”, e cose così).

Ero convinto che dopo quell’estate agostana di prove d’amore non avrei più sentito parlare. E invece….

Invece lunedì scorso mi capita di andare a cena con Travaglio (posso garantire che nel momento nel quale me lo sono visto davanti, e mi ha dato la mano dicendo “Piacere Marco”, un po’ di bradisismo alle gambe mi è venuto), e poi l’ho intervistato nel corso di un dibattito pubblico. A fare le domande, con me, c’era anche il presidente dell’associazione che ha organizzato la serata. In precedenza io e lui ci eravamo divisi i temi da affrontare, e a me era capitato il ministro Brunetta. Ora, umanamente, che cazzo puoi chiedere su Brunetta? Tenendo presente che, solo pochi giorni prima, l’Espresso aveva dedicato fior di pagine sugli scheletri nell’armadio del succitato ministro? Cioè, tutto quello che dicevi poteva sembrare banale. Allora, come sempre faccio quando mi tocca scrivere di qualcosa che non conosco a fondo, mi sono fiondato in internet alla ricerca di documenti. Ed ecco che mi salta all’occhio un articolo scritto da Brunetta su Libero poco prima delle ultime elezioni (e su Libero ci sarebbe parecchio da dire, ma si finirebbe fuori tema) intitolato “I 27 motivi per cui sto con Silvio” (si potrebbe discutere a lungo del fatto che un tizio, candidato alle politiche, scriva di suo pugno articoli dedicati a sé stesso su un giornale, ma pure questo porterebbe fuori strada. Come pure porterebbe fuori strada il fatto che la moglie del mangiacicoria faccia la giornalista pontificando su tutti i campi dello scibile umano da tutte le italiche televisioni. E pure porterebbe fuori strada il fatto che se un giornalista di un giornale locale decide di candidarsi alla carica di consigliere comunale, anche se si occupa di sport, per tutto il periodo della campagna elettorale non può firmare articoli…   ma andiamo avanti). Trovo, dicevo, questo articolo, e lo leggo. E mi torna in mente il concetto di prova d’amore. Con il diversamente alto che, in una delle rare occasioni della sua vita, guarda in basso e dice: “Allora, Renatino, se vuoi che ti candidi mi devi dare la prova d’amore”, e il Renatino sculettante che si mette al computer e produce il suo articolo. Che, tra le altre cose, dice questo: «Sto con lui perché è pieno di difetti. Mai arrogante, sempre gentile. L’ho sentito e visto chiedere quasi con imbarazzo, a un dirigente della sua Mondadori, se era possibile avere con lo sconto, alcune centinaia di copie de “Il libro nero sul comunismo” da regalare ad una convention di An (e si capisce che il diversamente alto ha pure il braccino corto). Sto con lui perché l’ho visto e sentito rifiutare con sdegno qualsiasi compromesso processuale. Sto con lui perché è bugiardo per amore. Sto con lui perché è un ingenuo. Sto con lui perché ha sempre pagato di persona,  non si è mai tirato indietro. Sto con lui perché ha saputo governare bene, senza darsi troppe arie da statista (e questo punto il dubbio che parli di un altro Silvio ti assale). Sto con lui perché durante la mia prima campagna elettorale di fronte al mio sconforto mi mostrò dei sondaggi personali strabilianti… forse taroccati (e qui capisci che parla proprio di lui)». Poi, in fondo, il motivo massimo. Talmente nobile che io manco riesco a capire come sia possibile fare una cosa simile dal vivo: «Sto con lui perché canta canzoni francesi, e mentre canta fa anche la traduzione simultanea». Letta una cosa simile, chiunque avrebbe riso, e lo avrebbe mandato a fare in culo. Invece no. Silvio ha gradito la prova d’amore, e lo ha pure fatto ministro. E allora, visto che il periodo natalizio che tutti ci rende più buoni, il vaffanculo ce lo metto io: Brunetta…. vai a fare in culo, va!!!!!

Ps. Per motivi a me ignoti mi è tornato l'editor.... ora devo solo ricordarmi come funziona...

 
 
 

UNA QUESTIONE DI MANI

Capita di trovarsi
nelle condizioni di avere
bisogno di una mano.

In genere qualcuno c'è.
Io ne ho avuto bisogno.
Le mani ci sono state.
Adesso le mie,
assieme a quelle
di tanti altri,
sono nel
"Blog for Africa".

Lo trovate qui accanto,
a sinistra.

Sono lì.
In attesa di altre mani....
 

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