I flussi migratori e il contesto europeoL’Europa, composta da Stati con una tradizione millenaria, è ormai stabilmente abitata da cittadini provenienti da altri paesi. Nell’UE a 27, un’area con circa mezzo miliardo di persone, gli immigrati con cittadinanza straniera sono circa 28 milioni (inizio 2006), ma si arriva a circa 50 milioni se si includono quanti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza.Secondo i dati dell’Eurobarometro del 2007, sebbene il 48% dei cittadini europei ritenga la presenza degli immigrati necessaria in determinati settori dell’economia, quasi altrettanti esprimono insicurezza circa la presenza straniera, in particolare in relazione alla disoccupazione.Il Sud conosce flussi in entrata che, seppur corrispondenti al 12-14% degli ingressi totali registrati nei due anni presi in considerazione, sono destinati a fare aumentare, se confermati, la quota percentuale di pertinenza della popolazione straniera.La ripartizione territoriale dei soggiornanti stranieri a fine 2006 vede 6 immigrati su 10 inseriti nel Settentrione (33,7% nel Nord Ovest e 25,9% nel Nord Est, in termini assoluti circa 1 milione e 250 mila nella prima area e quasi 1 milione nella seconda); troviamo, quindi, circa 1 milione di presenze nelle regioni del Centro (26,6%) e più di mezzo milione nelle regioni del Sud (13,8%). Tipologie di immigratiLa Romania, che ha realizzato in Italia e in Spagna i più consistenti insediamenti in Europa, considera il nostro paese una destinazione appetibile anche per ragioni di affinità culturale. A sua volta l’Italia nutre interesse per questo paese dell’Est, dove operano attualmente più di 20 mila società italiane, anche di rilevante entità. La “quasi” libera circolazione, finora attuata, non ha risolto tutti i problemi relativi all’inserimento lavorativo, alla convivenza, alla legalità (un problema molto sentito dall’opinione pubblica), alla tutela e alla convivenza: oltre agli eclatanti fatti di cronaca, bisogna pensare allo sfruttamento di queste persone nell’ambito del lavoro nero, anche ai circa 2.000 minori non accompagnati e ai fenomeni di accattonaggio, che coinvolgono persone arrivate senza un piano preciso, fagocitate per lo più da reti di sfruttatori. La loro presenza è particolarmente elevata nelle regioni del Nord e in alcune del Centro, con le punte massime di quasi il 25% nel Veneto e del 24% nella Lombardia e nelle Marche, valori del 17%-18% in alcune regioni meridionali (Molise, Basilicata e Sicilia), del 16% in Campania. La Sicilia e la Puglia riportano il 22%. Immigrati e societàLe indagini recentemente condotte evidenziano che gli italiani, pur dando per scontato che l’immigrazione aumenterà, continuano a essere divisi in due blocchi contrapposti, gli uni favorevoli e gli altri contrari al fenomeno, anche se esso non viene considerato la prima preoccupazione, come lo è invece l’occupazione con il suo carattere precario. L’atteggiamento degli immigrati nei confronti degli italiani è, invece, più benevolo e, sempre nella ricerca promossa dal Ministero dell’Interno, essi affermano a stragrande maggioranza di trovarsi bene in Italia, perché in fondo il lavoro si trova, piace la cordialità e il modo di vivere (cucina inclusa), le bellezze architettoniche e il clima sono impareggiabili, pur precisando che la loro accettazione è deficitaria, specialmente nell’ambito lavorativo e nella ricerca di una casa, resa difficile dalle resistenze (nel 57% dei casi) dei proprietari ad affittare agli extracomunitari. Immigrati, mondo del lavoro e fede religiosaSecondo l’apposita indagine dell’Istat, nel 2006 la forza lavoro straniera ammonta a 1.475.000 persone (1.348.000 occupati e 127.000 disoccupati, con un tasso di disoccupazione dell’8,6%), per quasi i due terzi concentrati nel Nord, per un quarto nel Centro e per circa il 10% nel Mezzogiorno. Quanto ai settori, il 40% degli stranieri lavora nell’industria e il 55% nel terziario, mentre è ridotta la componente inserita in agricoltura. Più di un quarto degli occupati stranieri lavora in orari disagiati: il 19% la sera (dalle 20 alle 23), il 12% la notte (dopo le 23) e il 15% la domenica. L’85% è occupato come dipendente. L’aumento complessivo annuale degli occupati (425.000 persone) è attribuibile per circa i due quinti a stranieri regolarmente residenti. Secondo i dati di fonte Inail (in parte differenti perché riferiti ai nati all’estero, a prescindere dall’effettiva cittadinanza straniera), nel 2006 gli occupati sono 2.194.271, per l’84,6% nati in un paese non comunitario e per il 58% inseriti nel Nord Italia. La loro incidenza sull’occupazione totale, che mediamente è del 12,5%, raggiunge il 16,2% nel Nord Est e scende al 6,9% nel Sud e al 5,1% nelle Isole.La stabilità percentuale dei cristiani è dovuta agli ortodossi, aumentati nell’ultimo anno di 259.000 unità; in ragione di questo aumento, se nel 2005 si collocavano ex aequo con i cattolici, ora li sopravanzano di 233.000 unità, essendo diventati oltre 918.000 (i cattolici sono aumentati solo di 17.000 unità e ammontano a circa 685.000). I musulmani sono aumentati di 103.000 unità, in gran parte a seguito dei ricongiungimenti familiari e delle nuove nascite. Il loro numero (1.202.396 persone) potrà essere uguagliato da quello degli ortodossi se perdureranno i flussi sostenuti dalla Romania, e forse anche superato se un grande paese a maggioranza ortodossa come l’Ucraina verrà maggiormente coinvolto nei flussi d’ingresso.La stima dell’appartenenza religiosa è stata estesa, quest’anno, anche ai 498.735 alunni stranieri iscritti nell’anno scolastico 2006/07, così ripartiti secondo i calcoli del Dossier: 236.000 sono i cristiani (tra i quali 117.000 ortodossi e 99.000 cattolici) e 185.000 i musulmani; gli induisti e i buddhisti sono 16.000(quasi quanto i protestanti, stimati pari a 14.000); le religioni tradizionali africane (6.000) e la religione ebraica (1.000) chiudono la lista, mentre per un certo numero di studenti la metodologia seguita non ha consentito di stimare l’appartenenza. Esaminando queste risultanze in percentuale e confrontandole con quelle riguardanti la popolazione straniera complessiva, riscontriamo tra gli studenti la diminuzione di 1,3 punti percentuali per i cristiani e l’aumento di 4,5 punti percentuali per i musulmani, da collegare al fatto che alcuni paesi di tradizione islamica (es. il Marocco) insistono molto sui ricongiungimenti familiari. ConclusioniL’Anno europeo del dialogo interculturale, se non viene trasformato in una ricorrenza formale, può fornire un prezioso apporto per la costruzione dell’Europa e dell’Italia del futuro. La diversità può diventare uno stimolo in grado di perfezionare la nostra crescita, mettendoci in contatto con persone di altri paesi, altre lingue, altre culture, altri modi di vivere: pur restando attaccati ai valori della nostra tradizione e salvaguardando, naturalmente, i principi costituzionali, siamo chiamati ad aprirci ai valori di cui gli immigrati sono portatori, in un rapporto di reciproco scambio. Le radici cristiane dell’Europa, unitamente ad altri fattori e seppure al termine di un lungo e tortuoso processo, hanno portato al rispetto dell’individuo e della sua coscienza, favorendo l’affermarsi della tolleranza e della democrazia, la cui base unificante è il concetto di società laica, un contenitore aperto alle diverse scelte etiche e religiose nel rispetto dei principi fondamentali. Sottostimare questo grande passato non aiuterebbe a promuovere, come necessario, un adeguato clima di accoglienza e di convivenza. Da parte sua, la chiesa italiana non ha mai ritenuto che una normativa sull’immigrazione aperta e giusta debba essere considerata una minaccia per la fede cristiana, le cui radici - quando sono solide - si rafforzano anche nel confronto. Una convivenza così impostata potrà essere d’esempio anche ai paesi di origine, incentivando in loco dibattiti sulla dignità della persona e sulla tutela dei suoi valori. La classe politica, tanto europea che nazionale, dovrebbe adoperarsi maggiormente al riguardo, poiché un’autentica convivenza si sostanzia non solo della dimensione del mercato, ma anche di quella dei diritti. Venendo agli aspetti più prettamente religiosi, Caritas e Migrantes ritengono che sia possibile un impegno che unisca cattolici, cristiani di altre confessioni e fedeli di credo diverso per mostrare alla società, spesso scandalizzata da certi comportamenti “religiosi”, che credere in Dio non solo ha un valore personale ma può anche esplicare un effetto costruttivo per l’intera società. Questo impegno varrebbe a ridimensionare, nei confronti della questione religiosa, il diffuso atteggiamento di diffidenza o di scarsa considerazione.
17 rapporto sull'immigrazione
I flussi migratori e il contesto europeoL’Europa, composta da Stati con una tradizione millenaria, è ormai stabilmente abitata da cittadini provenienti da altri paesi. Nell’UE a 27, un’area con circa mezzo miliardo di persone, gli immigrati con cittadinanza straniera sono circa 28 milioni (inizio 2006), ma si arriva a circa 50 milioni se si includono quanti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza.Secondo i dati dell’Eurobarometro del 2007, sebbene il 48% dei cittadini europei ritenga la presenza degli immigrati necessaria in determinati settori dell’economia, quasi altrettanti esprimono insicurezza circa la presenza straniera, in particolare in relazione alla disoccupazione.Il Sud conosce flussi in entrata che, seppur corrispondenti al 12-14% degli ingressi totali registrati nei due anni presi in considerazione, sono destinati a fare aumentare, se confermati, la quota percentuale di pertinenza della popolazione straniera.La ripartizione territoriale dei soggiornanti stranieri a fine 2006 vede 6 immigrati su 10 inseriti nel Settentrione (33,7% nel Nord Ovest e 25,9% nel Nord Est, in termini assoluti circa 1 milione e 250 mila nella prima area e quasi 1 milione nella seconda); troviamo, quindi, circa 1 milione di presenze nelle regioni del Centro (26,6%) e più di mezzo milione nelle regioni del Sud (13,8%). Tipologie di immigratiLa Romania, che ha realizzato in Italia e in Spagna i più consistenti insediamenti in Europa, considera il nostro paese una destinazione appetibile anche per ragioni di affinità culturale. A sua volta l’Italia nutre interesse per questo paese dell’Est, dove operano attualmente più di 20 mila società italiane, anche di rilevante entità. La “quasi” libera circolazione, finora attuata, non ha risolto tutti i problemi relativi all’inserimento lavorativo, alla convivenza, alla legalità (un problema molto sentito dall’opinione pubblica), alla tutela e alla convivenza: oltre agli eclatanti fatti di cronaca, bisogna pensare allo sfruttamento di queste persone nell’ambito del lavoro nero, anche ai circa 2.000 minori non accompagnati e ai fenomeni di accattonaggio, che coinvolgono persone arrivate senza un piano preciso, fagocitate per lo più da reti di sfruttatori. La loro presenza è particolarmente elevata nelle regioni del Nord e in alcune del Centro, con le punte massime di quasi il 25% nel Veneto e del 24% nella Lombardia e nelle Marche, valori del 17%-18% in alcune regioni meridionali (Molise, Basilicata e Sicilia), del 16% in Campania. La Sicilia e la Puglia riportano il 22%. Immigrati e societàLe indagini recentemente condotte evidenziano che gli italiani, pur dando per scontato che l’immigrazione aumenterà, continuano a essere divisi in due blocchi contrapposti, gli uni favorevoli e gli altri contrari al fenomeno, anche se esso non viene considerato la prima preoccupazione, come lo è invece l’occupazione con il suo carattere precario. L’atteggiamento degli immigrati nei confronti degli italiani è, invece, più benevolo e, sempre nella ricerca promossa dal Ministero dell’Interno, essi affermano a stragrande maggioranza di trovarsi bene in Italia, perché in fondo il lavoro si trova, piace la cordialità e il modo di vivere (cucina inclusa), le bellezze architettoniche e il clima sono impareggiabili, pur precisando che la loro accettazione è deficitaria, specialmente nell’ambito lavorativo e nella ricerca di una casa, resa difficile dalle resistenze (nel 57% dei casi) dei proprietari ad affittare agli extracomunitari. Immigrati, mondo del lavoro e fede religiosaSecondo l’apposita indagine dell’Istat, nel 2006 la forza lavoro straniera ammonta a 1.475.000 persone (1.348.000 occupati e 127.000 disoccupati, con un tasso di disoccupazione dell’8,6%), per quasi i due terzi concentrati nel Nord, per un quarto nel Centro e per circa il 10% nel Mezzogiorno. Quanto ai settori, il 40% degli stranieri lavora nell’industria e il 55% nel terziario, mentre è ridotta la componente inserita in agricoltura. Più di un quarto degli occupati stranieri lavora in orari disagiati: il 19% la sera (dalle 20 alle 23), il 12% la notte (dopo le 23) e il 15% la domenica. L’85% è occupato come dipendente. L’aumento complessivo annuale degli occupati (425.000 persone) è attribuibile per circa i due quinti a stranieri regolarmente residenti. Secondo i dati di fonte Inail (in parte differenti perché riferiti ai nati all’estero, a prescindere dall’effettiva cittadinanza straniera), nel 2006 gli occupati sono 2.194.271, per l’84,6% nati in un paese non comunitario e per il 58% inseriti nel Nord Italia. La loro incidenza sull’occupazione totale, che mediamente è del 12,5%, raggiunge il 16,2% nel Nord Est e scende al 6,9% nel Sud e al 5,1% nelle Isole.La stabilità percentuale dei cristiani è dovuta agli ortodossi, aumentati nell’ultimo anno di 259.000 unità; in ragione di questo aumento, se nel 2005 si collocavano ex aequo con i cattolici, ora li sopravanzano di 233.000 unità, essendo diventati oltre 918.000 (i cattolici sono aumentati solo di 17.000 unità e ammontano a circa 685.000). I musulmani sono aumentati di 103.000 unità, in gran parte a seguito dei ricongiungimenti familiari e delle nuove nascite. Il loro numero (1.202.396 persone) potrà essere uguagliato da quello degli ortodossi se perdureranno i flussi sostenuti dalla Romania, e forse anche superato se un grande paese a maggioranza ortodossa come l’Ucraina verrà maggiormente coinvolto nei flussi d’ingresso.La stima dell’appartenenza religiosa è stata estesa, quest’anno, anche ai 498.735 alunni stranieri iscritti nell’anno scolastico 2006/07, così ripartiti secondo i calcoli del Dossier: 236.000 sono i cristiani (tra i quali 117.000 ortodossi e 99.000 cattolici) e 185.000 i musulmani; gli induisti e i buddhisti sono 16.000(quasi quanto i protestanti, stimati pari a 14.000); le religioni tradizionali africane (6.000) e la religione ebraica (1.000) chiudono la lista, mentre per un certo numero di studenti la metodologia seguita non ha consentito di stimare l’appartenenza. Esaminando queste risultanze in percentuale e confrontandole con quelle riguardanti la popolazione straniera complessiva, riscontriamo tra gli studenti la diminuzione di 1,3 punti percentuali per i cristiani e l’aumento di 4,5 punti percentuali per i musulmani, da collegare al fatto che alcuni paesi di tradizione islamica (es. il Marocco) insistono molto sui ricongiungimenti familiari. ConclusioniL’Anno europeo del dialogo interculturale, se non viene trasformato in una ricorrenza formale, può fornire un prezioso apporto per la costruzione dell’Europa e dell’Italia del futuro. La diversità può diventare uno stimolo in grado di perfezionare la nostra crescita, mettendoci in contatto con persone di altri paesi, altre lingue, altre culture, altri modi di vivere: pur restando attaccati ai valori della nostra tradizione e salvaguardando, naturalmente, i principi costituzionali, siamo chiamati ad aprirci ai valori di cui gli immigrati sono portatori, in un rapporto di reciproco scambio. Le radici cristiane dell’Europa, unitamente ad altri fattori e seppure al termine di un lungo e tortuoso processo, hanno portato al rispetto dell’individuo e della sua coscienza, favorendo l’affermarsi della tolleranza e della democrazia, la cui base unificante è il concetto di società laica, un contenitore aperto alle diverse scelte etiche e religiose nel rispetto dei principi fondamentali. Sottostimare questo grande passato non aiuterebbe a promuovere, come necessario, un adeguato clima di accoglienza e di convivenza. Da parte sua, la chiesa italiana non ha mai ritenuto che una normativa sull’immigrazione aperta e giusta debba essere considerata una minaccia per la fede cristiana, le cui radici - quando sono solide - si rafforzano anche nel confronto. Una convivenza così impostata potrà essere d’esempio anche ai paesi di origine, incentivando in loco dibattiti sulla dignità della persona e sulla tutela dei suoi valori. La classe politica, tanto europea che nazionale, dovrebbe adoperarsi maggiormente al riguardo, poiché un’autentica convivenza si sostanzia non solo della dimensione del mercato, ma anche di quella dei diritti. Venendo agli aspetti più prettamente religiosi, Caritas e Migrantes ritengono che sia possibile un impegno che unisca cattolici, cristiani di altre confessioni e fedeli di credo diverso per mostrare alla società, spesso scandalizzata da certi comportamenti “religiosi”, che credere in Dio non solo ha un valore personale ma può anche esplicare un effetto costruttivo per l’intera società. Questo impegno varrebbe a ridimensionare, nei confronti della questione religiosa, il diffuso atteggiamento di diffidenza o di scarsa considerazione.