Lecce balza agli onori della cronaca: fatta offerta da 800mila euro per una sala da giocoNon usa mezzi termini il presidente di Microgame SpA (principale provider di gioco online), Fabrizio D’Aloia, nel denunciare l’esistenza di una lobby delle scommesse ‘terrestri’: “Il Sistel ha in due diverse occasioni informato le commissioni parlamentari dell’esistenza del rischio riciclaggio nelle sale scommesse, così abbiamo fatto anche noi in diversi incontri e pubblici dibattiti. Le piattaforme online sono previste nella normativa antiriciclaggio, così come le case da gioco terrestri, ma notiamo che non sono citati i corner, le agenzie di scommesse, le ricevitorie del lotto, e che il rischio riciclaggio è fortemente connesso al gioco anonimo”.È ormai acclarato da tempo che il gioco d’azzardo e le scommesse clandestine sono luogo ideale per la criminalità organizzata. Il 15 e 16 gennaio Il Sole 24 Ore ha portato avanti, a firma di Claudio Gatti, un’inchiesta sul riciclaggio di denaro sporco all’interno delle sale da gioco. La nostra testata si era posto il problema già negli editoriali del direttore nei numeri 29 e 40 del 2007, guardando al fenomeno del Bingo, che ha un volume di affari, nella sola provincia di Lecce, di 150miliardi delle vecchie lire e avendo attenzione ai giochi d’azzardo, causa scatenante di comportamenti riprovevoli. “Che le sale scommesse siano oggi la più grande lavanderia di denaro alla luce del sole, tra chi opera nel settore del gioco è un segreto di Pulcinella. Tutti sanno che è il miglior sistema per riciclare soldi sporchi senza correre praticamente alcun rischio” dice un imprenditore del settore che ha partecipata alla gara dei Monopoli di Stato sui punti scommesse e chiede l’anonimato.Abbiamo chiesto a Fabrizio D’Aloia, presidente di Microgame SpA, principale provider di gioco ondine (che è nominativo e sotto obbligo di tracciabilità) perché lo Stato conceda tante e facili autorizzazioni per l’attivazione di sale gioco e per la promozione di lotterie. “Il gioco - ha risposto D’Aloia - è uno dei fattori dell’economia in forte crescita, tant’è che oggi è la quinta industria italiana, producendo quasi il 2% del Pil. È quindi una ‘azienda’ solida di fronte alla quale lo Stato ha un prelievo erariale di gran lunga superiore rispetto ad altri (il gioco sale al terzo posto). Pertanto lo Stato ha tutto l’interesse nel far crescere e nascere “sale da gioco”. Si pensi che nel 2007 questo settore ha fatturato oltre 41 miliardi di euro che hanno contribuito, in termini erariali, per quasi 8 miliardi di euro. È un’entrata annua nelle casse dello Stato capace di dare respiro alle finanze. Per questo lo Stato sta perseguendo, da diversi anni, una politica di sempre maggiore espansione delle opportunità di gioco definite lecite, lecite soltanto perché contribuiscono al bilancio dello Stato, ma non perché siano diverse da quelle proposte, ad esempio, da operatori esteri. Il problema sorge quando la politica di espansione delle opportunità di gioco non è affiancata da una politica di controllo dei fenomeni malavitosi che possono annidarsi all’interno di questo fenomeno in espansione. Per cui la politica di espansione delle opportunità di gioco e quindi anche la politica di espansione territoriale (cioè delle sale) deve essere affiancata da una politica tesa al controllo e alla prevenzione di quei fenomeni criminali che sono vicini al gioco; in particolare il fenomeno del riciclaggio, laddove il gioco è sviluppato in forma anonima”. Pareri discordanti sono sorti in riferimento al bando di gara svolto a fine dicembre 2006, con il quale l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (aams) ha quasi decuplicato i punti di accettazione per le scommesse ippiche e non, passati da 1500 a 14mila. L’obiettivo dello Stato era quello di far emergere dalla clandestinità un business da miliardi di euro l’anno. Franco Debenedetti, senatore nel 2001, sosteneva che le persone che scommettono sono numerose ed era molto più opportuno farle giocare alla luce del sole e del fisco piuttosto che favorire il riciclaggio nel gioco clandestino. Per Claudio Gatti il settore ha una vulnerabilità normativa che permette a chiunque di puntare anonimamente decine di migliaia di euro ogni giorno per poi incassarne più o meno altrettanti, puliti e dichiarabili. Nonostante il decreto legislativo 231 del 21 novembre 2007 che recepisce la direttiva europea 2005/60/CE, a livello normativo è presente, dunque, una lacuna circa il controllo delle giocate. “L’attività che si svolge in un punto di gioco a livello anonimo - prosegue l’ing. D’Aloia - quale può essere una ricevitoria o una agenzia di scommesse è del tutto identica all’attività che si svolge all’interno di un casinò (un luogo dove si giocano e si vincono dei soldi in modo del tutto anonimo). Allora non si comprende perché ai casinò (che sono quattro) siano applicate le norme antiriciclaggio e non avvenga lo stesso per circa 15mila esercizi che operano con la stessa logica dei casinò sul territorio e che per definizione sono più difficili da controllare proprio perché tanti. Inoltre, da diverse indagini in corso in tutta Italia, è confermato che ci sono infiltrazioni malavitose nella proprietà di queste agenzie a dimostrazione dell’interesse da parte delle organizzazioni criminali ad utilizzare queste attività per scopi poco leciti”. Per far fronte all’utilizzo delle sale da gioco come lavanderia “non c’è nulla da inventarsi - prosegue il presidente di Microgame - esiste una norma antiriciclaggio che prevede tutta una serie di procedure per minimizzare e ovviare il rischio di riciclaggio all’interno di determinate attività, norma che si applica a determinate attività: il legislatore ha individuato una serie di esercizi che devono sottoporsi a tale norma per minimizzare il rischio di riciclaggio. Nella lista sono incluse banche, finanziarie, i siti online… sono ‘sfuggiti’, in modo voluto o non voluto, le agenzie di gioco, i punti vendita di gioco sul territorio. La soluzione sta nell’includere nella lista dei soggetti che devono attenersi alle norme antiriciclaggio anche le agenzie di gioco”.Nei suoi editoriali il direttore Nicola Paparella ha sottolineato anche l’aspetto antipedagogico della televisione che quasi è prima gravida e poi generatrice di propensione al gioco in quanto continua a riproporre modelli comportamentali legati al mondo delle scommesse, dei premi in danaro e delle scommesse truccate. Per D’Aloia è importante saper trasmettere modelli educativi corretti che facciano comprendere ai giovani i due aspetti tipici dei giochi: “i giochi che tradizionalmente rappresentano una sfida alla propria abilità, giochi che rappresentano una sfida alla previsione del futuro, fine che insegue l’uomo dalla notte dei tempi. Questi sono giochi con in palio piccole somme di danaro. Poi ci sono giochi dove si insegue il sogno, come le lotterie e il superenalotto. Le persone partecipano perché pensano di dare una svolta alla propria vita. Nel momento in cui la società vive una crisi economica profonda, la gran parte delle persone ha difficoltà di vivere il quotidiano in termini economici, trovano naturale dover spendere dei soldi per trovare la svolta giusta. Chiaramente sono giochi d’azzardo perché manca l’abilità, è tutta sorte e come tale chi partecipa non determina in alcun modo il risultato” ed è qui che bisogna intervenire per far comprendere la giusta dimensione del gioco. Per fermarci sono al Bingo i dati che ci vengono offerti recitano che i leccesi lasciano nelle casse dei proprietari delle case da gioco, almeno 200mila euro al giorno al netto delle vincite. Il gioco rischia, sempre più, di impoverire chi è povero e di arricchire chi ha interessi loschi. Il Sole 24 Ore ha chiesto all’imprenditore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di condurre un’analisi tecnica delle offerte più alte. Applicando la griglia parametrica da lui sviluppata per la gara, che prendeva in considerazione sia aspetti territoriali, quali il numero di abitanti o la loro propensione al gioco, che valutazioni sullo sviluppo del settore, l’imprenditore ha concluso che alcune offerte in città come Lecce, Palermo, Catania e Napoli o in piccoli comuni di quelle province erano prive di senso economico. Con quei numeri e in quelle dislocazioni la griglia parametrica dimostra che è impossibile rientrare con l’investimento. Ed è proprio da questo aspetto che è stata catturata la nostra attenzione. “Lecce - continua il presidente D’Aloia - nel bando di gara “Bersani” che ha assegnato i nuovi 15mila punti di gioco anonimi sul territorio, è balzata agli onori della cronaca perché l’offerta più alta è stata per un punto di gioco del capoluogo salentino, un’offerta di circa 800mila euro. È una cifra allucinante in una logica di business plane: non può, in teoria, mai essere recuperata in nove anni di gestione della concessione. Si pensi che, normalmente, la cifra dell’offerta è intorno agli 80/100mila euro. Quindi uno che all’improvviso spara, a Lecce e non a Napoli o Roma o Milano, 800mila euro per un punto vendita, dovrebbe far insinuare un minimo di dubbio”. Qual è allora il dubbio? Partiamo dal presupposto - conclude D’Aloia - che ognuno è libero di spendere i suoi soldi come meglio crede, in una logica di business. Siccome è un mercato ormai noto che ha i suoi trend, i suoi numeri, l’offerta di Lecce è fuori da ogni logica. Si può ipotizzare plausibile se il trend non fosse ormai consolidato, ma nell’attuale panorama è veramente anomala. Pertanto balza agli occhi degli addetti ai lavori! Poi le verifiche che sta conducendo la Direzione Investigativa Antimafia di Lecce sulla proprietà di chi ha fatto questa offerte spettano, appunto, alle Autorità competenti. Noi addetti ai lavori ci siamo profondamente sorpresi”.E il dubbio resta!
Il gioco anonimo facilita il riciclaggio
Lecce balza agli onori della cronaca: fatta offerta da 800mila euro per una sala da giocoNon usa mezzi termini il presidente di Microgame SpA (principale provider di gioco online), Fabrizio D’Aloia, nel denunciare l’esistenza di una lobby delle scommesse ‘terrestri’: “Il Sistel ha in due diverse occasioni informato le commissioni parlamentari dell’esistenza del rischio riciclaggio nelle sale scommesse, così abbiamo fatto anche noi in diversi incontri e pubblici dibattiti. Le piattaforme online sono previste nella normativa antiriciclaggio, così come le case da gioco terrestri, ma notiamo che non sono citati i corner, le agenzie di scommesse, le ricevitorie del lotto, e che il rischio riciclaggio è fortemente connesso al gioco anonimo”.È ormai acclarato da tempo che il gioco d’azzardo e le scommesse clandestine sono luogo ideale per la criminalità organizzata. Il 15 e 16 gennaio Il Sole 24 Ore ha portato avanti, a firma di Claudio Gatti, un’inchiesta sul riciclaggio di denaro sporco all’interno delle sale da gioco. La nostra testata si era posto il problema già negli editoriali del direttore nei numeri 29 e 40 del 2007, guardando al fenomeno del Bingo, che ha un volume di affari, nella sola provincia di Lecce, di 150miliardi delle vecchie lire e avendo attenzione ai giochi d’azzardo, causa scatenante di comportamenti riprovevoli. “Che le sale scommesse siano oggi la più grande lavanderia di denaro alla luce del sole, tra chi opera nel settore del gioco è un segreto di Pulcinella. Tutti sanno che è il miglior sistema per riciclare soldi sporchi senza correre praticamente alcun rischio” dice un imprenditore del settore che ha partecipata alla gara dei Monopoli di Stato sui punti scommesse e chiede l’anonimato.Abbiamo chiesto a Fabrizio D’Aloia, presidente di Microgame SpA, principale provider di gioco ondine (che è nominativo e sotto obbligo di tracciabilità) perché lo Stato conceda tante e facili autorizzazioni per l’attivazione di sale gioco e per la promozione di lotterie. “Il gioco - ha risposto D’Aloia - è uno dei fattori dell’economia in forte crescita, tant’è che oggi è la quinta industria italiana, producendo quasi il 2% del Pil. È quindi una ‘azienda’ solida di fronte alla quale lo Stato ha un prelievo erariale di gran lunga superiore rispetto ad altri (il gioco sale al terzo posto). Pertanto lo Stato ha tutto l’interesse nel far crescere e nascere “sale da gioco”. Si pensi che nel 2007 questo settore ha fatturato oltre 41 miliardi di euro che hanno contribuito, in termini erariali, per quasi 8 miliardi di euro. È un’entrata annua nelle casse dello Stato capace di dare respiro alle finanze. Per questo lo Stato sta perseguendo, da diversi anni, una politica di sempre maggiore espansione delle opportunità di gioco definite lecite, lecite soltanto perché contribuiscono al bilancio dello Stato, ma non perché siano diverse da quelle proposte, ad esempio, da operatori esteri. Il problema sorge quando la politica di espansione delle opportunità di gioco non è affiancata da una politica di controllo dei fenomeni malavitosi che possono annidarsi all’interno di questo fenomeno in espansione. Per cui la politica di espansione delle opportunità di gioco e quindi anche la politica di espansione territoriale (cioè delle sale) deve essere affiancata da una politica tesa al controllo e alla prevenzione di quei fenomeni criminali che sono vicini al gioco; in particolare il fenomeno del riciclaggio, laddove il gioco è sviluppato in forma anonima”. Pareri discordanti sono sorti in riferimento al bando di gara svolto a fine dicembre 2006, con il quale l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (aams) ha quasi decuplicato i punti di accettazione per le scommesse ippiche e non, passati da 1500 a 14mila. L’obiettivo dello Stato era quello di far emergere dalla clandestinità un business da miliardi di euro l’anno. Franco Debenedetti, senatore nel 2001, sosteneva che le persone che scommettono sono numerose ed era molto più opportuno farle giocare alla luce del sole e del fisco piuttosto che favorire il riciclaggio nel gioco clandestino. Per Claudio Gatti il settore ha una vulnerabilità normativa che permette a chiunque di puntare anonimamente decine di migliaia di euro ogni giorno per poi incassarne più o meno altrettanti, puliti e dichiarabili. Nonostante il decreto legislativo 231 del 21 novembre 2007 che recepisce la direttiva europea 2005/60/CE, a livello normativo è presente, dunque, una lacuna circa il controllo delle giocate. “L’attività che si svolge in un punto di gioco a livello anonimo - prosegue l’ing. D’Aloia - quale può essere una ricevitoria o una agenzia di scommesse è del tutto identica all’attività che si svolge all’interno di un casinò (un luogo dove si giocano e si vincono dei soldi in modo del tutto anonimo). Allora non si comprende perché ai casinò (che sono quattro) siano applicate le norme antiriciclaggio e non avvenga lo stesso per circa 15mila esercizi che operano con la stessa logica dei casinò sul territorio e che per definizione sono più difficili da controllare proprio perché tanti. Inoltre, da diverse indagini in corso in tutta Italia, è confermato che ci sono infiltrazioni malavitose nella proprietà di queste agenzie a dimostrazione dell’interesse da parte delle organizzazioni criminali ad utilizzare queste attività per scopi poco leciti”. Per far fronte all’utilizzo delle sale da gioco come lavanderia “non c’è nulla da inventarsi - prosegue il presidente di Microgame - esiste una norma antiriciclaggio che prevede tutta una serie di procedure per minimizzare e ovviare il rischio di riciclaggio all’interno di determinate attività, norma che si applica a determinate attività: il legislatore ha individuato una serie di esercizi che devono sottoporsi a tale norma per minimizzare il rischio di riciclaggio. Nella lista sono incluse banche, finanziarie, i siti online… sono ‘sfuggiti’, in modo voluto o non voluto, le agenzie di gioco, i punti vendita di gioco sul territorio. La soluzione sta nell’includere nella lista dei soggetti che devono attenersi alle norme antiriciclaggio anche le agenzie di gioco”.Nei suoi editoriali il direttore Nicola Paparella ha sottolineato anche l’aspetto antipedagogico della televisione che quasi è prima gravida e poi generatrice di propensione al gioco in quanto continua a riproporre modelli comportamentali legati al mondo delle scommesse, dei premi in danaro e delle scommesse truccate. Per D’Aloia è importante saper trasmettere modelli educativi corretti che facciano comprendere ai giovani i due aspetti tipici dei giochi: “i giochi che tradizionalmente rappresentano una sfida alla propria abilità, giochi che rappresentano una sfida alla previsione del futuro, fine che insegue l’uomo dalla notte dei tempi. Questi sono giochi con in palio piccole somme di danaro. Poi ci sono giochi dove si insegue il sogno, come le lotterie e il superenalotto. Le persone partecipano perché pensano di dare una svolta alla propria vita. Nel momento in cui la società vive una crisi economica profonda, la gran parte delle persone ha difficoltà di vivere il quotidiano in termini economici, trovano naturale dover spendere dei soldi per trovare la svolta giusta. Chiaramente sono giochi d’azzardo perché manca l’abilità, è tutta sorte e come tale chi partecipa non determina in alcun modo il risultato” ed è qui che bisogna intervenire per far comprendere la giusta dimensione del gioco. Per fermarci sono al Bingo i dati che ci vengono offerti recitano che i leccesi lasciano nelle casse dei proprietari delle case da gioco, almeno 200mila euro al giorno al netto delle vincite. Il gioco rischia, sempre più, di impoverire chi è povero e di arricchire chi ha interessi loschi. Il Sole 24 Ore ha chiesto all’imprenditore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di condurre un’analisi tecnica delle offerte più alte. Applicando la griglia parametrica da lui sviluppata per la gara, che prendeva in considerazione sia aspetti territoriali, quali il numero di abitanti o la loro propensione al gioco, che valutazioni sullo sviluppo del settore, l’imprenditore ha concluso che alcune offerte in città come Lecce, Palermo, Catania e Napoli o in piccoli comuni di quelle province erano prive di senso economico. Con quei numeri e in quelle dislocazioni la griglia parametrica dimostra che è impossibile rientrare con l’investimento. Ed è proprio da questo aspetto che è stata catturata la nostra attenzione. “Lecce - continua il presidente D’Aloia - nel bando di gara “Bersani” che ha assegnato i nuovi 15mila punti di gioco anonimi sul territorio, è balzata agli onori della cronaca perché l’offerta più alta è stata per un punto di gioco del capoluogo salentino, un’offerta di circa 800mila euro. È una cifra allucinante in una logica di business plane: non può, in teoria, mai essere recuperata in nove anni di gestione della concessione. Si pensi che, normalmente, la cifra dell’offerta è intorno agli 80/100mila euro. Quindi uno che all’improvviso spara, a Lecce e non a Napoli o Roma o Milano, 800mila euro per un punto vendita, dovrebbe far insinuare un minimo di dubbio”. Qual è allora il dubbio? Partiamo dal presupposto - conclude D’Aloia - che ognuno è libero di spendere i suoi soldi come meglio crede, in una logica di business. Siccome è un mercato ormai noto che ha i suoi trend, i suoi numeri, l’offerta di Lecce è fuori da ogni logica. Si può ipotizzare plausibile se il trend non fosse ormai consolidato, ma nell’attuale panorama è veramente anomala. Pertanto balza agli occhi degli addetti ai lavori! Poi le verifiche che sta conducendo la Direzione Investigativa Antimafia di Lecce sulla proprietà di chi ha fatto questa offerte spettano, appunto, alle Autorità competenti. Noi addetti ai lavori ci siamo profondamente sorpresi”.E il dubbio resta!