Da un recente sondaggio portato avanti da Agicos (l’agenzia giornalistica concorsi e scommesse) è risultato che le parole digitante più volte dagli italiani nel web risultano essere ‘gioco’ e ‘scommesse’. Da questo semplice dato è facile scorgere la propensione dell’italiano al gioco e alla scommessa. Già nel numero precedente abbiamo condotto una riflessione concludendo che dietro alle scommesse anonime ci può essere il rischio del riciclaggio. Ma perché giovani e adulti giocano? "Dietro al gioco - ci ha risposto la dott.sa Valentina Cremonesini, docente presso il dipartimento di Scienze Sociali e della Comunicazione dell’Università del Salento - c’è un piccolo segmento del mercato che ha come scopo precipuo il riciclaggio che fattura diverse migliaia di euro, ma c’è anche la maggioranza della persone che ha un desiderio di venire fuori dalle proprie condizioni oggettive di vita. Nel gioco vi è il tentativo disperato o fiducioso (ognuno si avvicina al gioco indipendentemente dall’età e dalle aspettative e dal senso) di uscire da una condizione di vita difficile. Non è un caso che si ricorra molto spesso al gioco, alla scommessa o semplicemente al "grattino" quando ci si trova di fronte a periodi storici caratterizzati da profonde crisi economico-sociali perché in questo c’è il desiderio di poter venir meno alle condizioni di vita deficitarie. È facile notare che chi entra nel tabacchino per una piccola giocata siamo un po’ tutti, indistintamente. Probabilmente per questioni salariali, per questioni di prospettiva lavorativa, per questioni di precarietà, per questioni di difficoltà sul mercato immobiliare… si pensi a quanti comprano il grattino nella speranza di poter acquistare una casa. Per quanto mi riguarda denoto una fragilità sociale; visto che il Paese non è in grado di affrontare le tematiche sociali, gli italiani sono costretti a rivolgersi alla ‘santa fortuna’: ciò dimostra una fragilità sociale. Per quanto concerne il gioco in toto è un business e in quanto tale è organizzato: la diffusione dei punti di gioco, la possibilità di tanti ragazzi di trovare in quei centri spazi di socialità, l’illusione di vincere e anche l’attitudine al gioco può far sì che questi luoghi siano oggi molto frequentati. Abbiamo condotto un’indagine sociologica riscontrando che il Bingo (sito nell’ex cinema Ariston) è frequentato per oltre il 30% da giovani ventenni". Il dubbio, allora, sorge spontaneo: perché lo Stato concede tante e facili autorizzazioni per l’attivazione di sale gioco e per la promozione di lotterie? "Dire che lo Stato conceda tante autorizzazioni è relativo - ci ha risposto Fabio Felici direttore di Agicos. Col decreto Bersani quando ne sono state messe all’asta più di 16mila e 14mila ne sono state assegnate era perché prima sul territorio ne erano poche. È un mercato da 41,5 miliardi di euro: oggi in Italia ci sono più agenzie di scommesse che uffici postali e farmacie, ma era il mercato stesso che richiedeva questi centri e, messi all’asta, lo Stato ci ha guadagnato parecchio, circa 400milioni di euro. Oggi il mercato è controllato, anche se ci sono fenomeni di gioco illegale ed è positivo il fatto che si sia pulito del denaro che precedentemente era oggetto del gioco illegale; uno su tutti i videopoker che oggi sono scomparsi. Con le newslot, che sono in rete e sono controllate, vengono giocati 18,5 miliardi, il 40% del totale".Nonostante le difficoltà economiche che vivono le famiglie o i singoli cittadini, il Bingo fattura quasi 25milioni di euro. L’impressione che siano ormai nati nuovi spazi di socializzazione legati al gioco e alla scommessa, impressione veicolata anche dalla ‘maestra’ televisione, è ormai appurata da ognuno: "In fondo la televisione italiana - prosegue la dott.sa Cremonesini - nasce e si afferma su scala nazionale grazie ad alcuni giochi, come quelli di Mike Bongiorno. Ma devono farci pensare anche certe pubblicità provenienti dal Governo volte a promuovere alcuni loro prodotti di gioco, comprese le ricevitorie. È di qualche tempo fa uno spot che invita i giovani al "gioco sicuro" presso gli sportelli di Aams. Questo non solo è un messaggio sbagliato, ma è uno dei tanti avalli culturali che in questo Paese facciamo rispetto a quello che poi può rappresentare la rovina dei nostri ragazzi. Sono contraddizioni incomprensibili! Pensare che lo Stato abbia puntato anche sul gioco per il risanamento di una parte del debito pubblico è una dinamica presente anche in altri Paesi del mondo, ma non nella misura in cui colpisce l’Italia. È un fenomeno da tenere a bada, in quanto il messaggio che passa in maniera erronea è che la sorte possa essere risolutiva e l’italiano ha questa determinazione culturale: ricorrere alla sorte per cambiare le proprie sorti. L’incentivazione al gioco, fatta attraverso la pubblicità, priva i nostri ragazzi del valore dell’affermazione del merito, dell’impegno e del sacrificio nell’ottenere i risultati". Tale incentivazione al gioco non è vista in modo demoniaco dal direttore Felici che, anzi, è fiducioso del controllo di Aams, garanzia di correttezza e legalità: "In Italia c’è meno pubblicità rispetto ad altri paesi europei. In Inghilterra, patria delle scommesse, la pubblicità è molto più violenta rispetto al nostro Paese. Il problema è che parliamo, dopo Eni, Enel, Fiat e Telecom, della quinta Azienda a livello di fatturato. Di conseguenza, per la logica di mercato, la pubblicità del gioco perché non può convivere con gli spot delle altre aziende? È la grande impresa, la grande industria che fa pubblicità". Per Fabio Felici, quindi non è una istigazione al gioco anche perché i Italia i ‘ludopatici’ sono 30milioni, di cui 18 milioni saltuari, e solo 300 soggetti hanno ricorso a istituti di recupero per lupatia, quindi è difficile, in quest’ottica, immaginare qualcuno malato di Lotto o SuperEnalotto. Non si deve demonizzare il gioco: "In Italia muoiono - racconta Felici - tante persone per cirrosi epatica derivante dal vino o superalcolici, ma nessuno pensa di demonizzare il vino o i liquori. Certo c’è chi esagera e proprio per questo va tutelato e salvaguardato e una parte dei ricavi del gioco mira proprio a questo interesse. Non demonizziamoli: Noi abbiamo il gioco più antico del mondo, il Lotto e questo vuol dire che il gioco è nel nostro Dna".Come già abbiamo avuto modo di scrivere nel numero scorso, abbiamo chiesto a Fabio Felici, chiarimenti circa l’offerta fuori da ogni business plane di 800mila euro per un punto vendita. Le Autorità competenti stanno portando avanti le loro indagini, ma non è certo che ci sia il rischio del riciclaggio di denaro sporco: "L’offerta è stata fatta dalla Sascom per un negozio a Lecce, vuoi perché la società abbia pensato che quel punto fosse molto redditizio oppure… è comunque una cifra fuori mercato. Qualcuno può anche pensare al rischio del riciclaggio, non lo si può dire con certezza, ma lo si può pensare. Ci sono stati quattro punti in tutta Italia dove sono stati offerti 6-700mila euro contro la media di 250mila euro (quasi il triplo). Qualcosa ci deve essere, non è detto che sia per forza sporco. Chi voleva quel negozio o quella zona voleva esserci per forza o è stata fatta una valutazione sbagliata del mercato".
Perchè si gioca?
Da un recente sondaggio portato avanti da Agicos (l’agenzia giornalistica concorsi e scommesse) è risultato che le parole digitante più volte dagli italiani nel web risultano essere ‘gioco’ e ‘scommesse’. Da questo semplice dato è facile scorgere la propensione dell’italiano al gioco e alla scommessa. Già nel numero precedente abbiamo condotto una riflessione concludendo che dietro alle scommesse anonime ci può essere il rischio del riciclaggio. Ma perché giovani e adulti giocano? "Dietro al gioco - ci ha risposto la dott.sa Valentina Cremonesini, docente presso il dipartimento di Scienze Sociali e della Comunicazione dell’Università del Salento - c’è un piccolo segmento del mercato che ha come scopo precipuo il riciclaggio che fattura diverse migliaia di euro, ma c’è anche la maggioranza della persone che ha un desiderio di venire fuori dalle proprie condizioni oggettive di vita. Nel gioco vi è il tentativo disperato o fiducioso (ognuno si avvicina al gioco indipendentemente dall’età e dalle aspettative e dal senso) di uscire da una condizione di vita difficile. Non è un caso che si ricorra molto spesso al gioco, alla scommessa o semplicemente al "grattino" quando ci si trova di fronte a periodi storici caratterizzati da profonde crisi economico-sociali perché in questo c’è il desiderio di poter venir meno alle condizioni di vita deficitarie. È facile notare che chi entra nel tabacchino per una piccola giocata siamo un po’ tutti, indistintamente. Probabilmente per questioni salariali, per questioni di prospettiva lavorativa, per questioni di precarietà, per questioni di difficoltà sul mercato immobiliare… si pensi a quanti comprano il grattino nella speranza di poter acquistare una casa. Per quanto mi riguarda denoto una fragilità sociale; visto che il Paese non è in grado di affrontare le tematiche sociali, gli italiani sono costretti a rivolgersi alla ‘santa fortuna’: ciò dimostra una fragilità sociale. Per quanto concerne il gioco in toto è un business e in quanto tale è organizzato: la diffusione dei punti di gioco, la possibilità di tanti ragazzi di trovare in quei centri spazi di socialità, l’illusione di vincere e anche l’attitudine al gioco può far sì che questi luoghi siano oggi molto frequentati. Abbiamo condotto un’indagine sociologica riscontrando che il Bingo (sito nell’ex cinema Ariston) è frequentato per oltre il 30% da giovani ventenni". Il dubbio, allora, sorge spontaneo: perché lo Stato concede tante e facili autorizzazioni per l’attivazione di sale gioco e per la promozione di lotterie? "Dire che lo Stato conceda tante autorizzazioni è relativo - ci ha risposto Fabio Felici direttore di Agicos. Col decreto Bersani quando ne sono state messe all’asta più di 16mila e 14mila ne sono state assegnate era perché prima sul territorio ne erano poche. È un mercato da 41,5 miliardi di euro: oggi in Italia ci sono più agenzie di scommesse che uffici postali e farmacie, ma era il mercato stesso che richiedeva questi centri e, messi all’asta, lo Stato ci ha guadagnato parecchio, circa 400milioni di euro. Oggi il mercato è controllato, anche se ci sono fenomeni di gioco illegale ed è positivo il fatto che si sia pulito del denaro che precedentemente era oggetto del gioco illegale; uno su tutti i videopoker che oggi sono scomparsi. Con le newslot, che sono in rete e sono controllate, vengono giocati 18,5 miliardi, il 40% del totale".Nonostante le difficoltà economiche che vivono le famiglie o i singoli cittadini, il Bingo fattura quasi 25milioni di euro. L’impressione che siano ormai nati nuovi spazi di socializzazione legati al gioco e alla scommessa, impressione veicolata anche dalla ‘maestra’ televisione, è ormai appurata da ognuno: "In fondo la televisione italiana - prosegue la dott.sa Cremonesini - nasce e si afferma su scala nazionale grazie ad alcuni giochi, come quelli di Mike Bongiorno. Ma devono farci pensare anche certe pubblicità provenienti dal Governo volte a promuovere alcuni loro prodotti di gioco, comprese le ricevitorie. È di qualche tempo fa uno spot che invita i giovani al "gioco sicuro" presso gli sportelli di Aams. Questo non solo è un messaggio sbagliato, ma è uno dei tanti avalli culturali che in questo Paese facciamo rispetto a quello che poi può rappresentare la rovina dei nostri ragazzi. Sono contraddizioni incomprensibili! Pensare che lo Stato abbia puntato anche sul gioco per il risanamento di una parte del debito pubblico è una dinamica presente anche in altri Paesi del mondo, ma non nella misura in cui colpisce l’Italia. È un fenomeno da tenere a bada, in quanto il messaggio che passa in maniera erronea è che la sorte possa essere risolutiva e l’italiano ha questa determinazione culturale: ricorrere alla sorte per cambiare le proprie sorti. L’incentivazione al gioco, fatta attraverso la pubblicità, priva i nostri ragazzi del valore dell’affermazione del merito, dell’impegno e del sacrificio nell’ottenere i risultati". Tale incentivazione al gioco non è vista in modo demoniaco dal direttore Felici che, anzi, è fiducioso del controllo di Aams, garanzia di correttezza e legalità: "In Italia c’è meno pubblicità rispetto ad altri paesi europei. In Inghilterra, patria delle scommesse, la pubblicità è molto più violenta rispetto al nostro Paese. Il problema è che parliamo, dopo Eni, Enel, Fiat e Telecom, della quinta Azienda a livello di fatturato. Di conseguenza, per la logica di mercato, la pubblicità del gioco perché non può convivere con gli spot delle altre aziende? È la grande impresa, la grande industria che fa pubblicità". Per Fabio Felici, quindi non è una istigazione al gioco anche perché i Italia i ‘ludopatici’ sono 30milioni, di cui 18 milioni saltuari, e solo 300 soggetti hanno ricorso a istituti di recupero per lupatia, quindi è difficile, in quest’ottica, immaginare qualcuno malato di Lotto o SuperEnalotto. Non si deve demonizzare il gioco: "In Italia muoiono - racconta Felici - tante persone per cirrosi epatica derivante dal vino o superalcolici, ma nessuno pensa di demonizzare il vino o i liquori. Certo c’è chi esagera e proprio per questo va tutelato e salvaguardato e una parte dei ricavi del gioco mira proprio a questo interesse. Non demonizziamoli: Noi abbiamo il gioco più antico del mondo, il Lotto e questo vuol dire che il gioco è nel nostro Dna".Come già abbiamo avuto modo di scrivere nel numero scorso, abbiamo chiesto a Fabio Felici, chiarimenti circa l’offerta fuori da ogni business plane di 800mila euro per un punto vendita. Le Autorità competenti stanno portando avanti le loro indagini, ma non è certo che ci sia il rischio del riciclaggio di denaro sporco: "L’offerta è stata fatta dalla Sascom per un negozio a Lecce, vuoi perché la società abbia pensato che quel punto fosse molto redditizio oppure… è comunque una cifra fuori mercato. Qualcuno può anche pensare al rischio del riciclaggio, non lo si può dire con certezza, ma lo si può pensare. Ci sono stati quattro punti in tutta Italia dove sono stati offerti 6-700mila euro contro la media di 250mila euro (quasi il triplo). Qualcosa ci deve essere, non è detto che sia per forza sporco. Chi voleva quel negozio o quella zona voleva esserci per forza o è stata fatta una valutazione sbagliata del mercato".