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BATISTI/MALAPARTE

Post n°85 pubblicato il 11 Marzo 2015 da Pallavicini74
 
Foto di Pallavicini74

Classici dispersi?

Non mi vergogno troppo ad ammettere la mia totale ignoranza in merito all'opera di Curzio Malaparte; sì, sentito nominare più e più volte, eppure mai intercettato davvero con convinzione e attenzione. Grave mancanza? Può darsi. L'eloquente e acuminata penna del Batisti fornisce un quadro generale da cui partire per stimare nuove riflessioni. Buona lettura.

 


Una γνώμη malapartiana.

Di ragioni per non starmi simpaticissimo, a pelle [pun intended], Curzio Malaparte ne avrebbe. D'altronde, come tutti i toscani veraci, antipatico lo era per razza, e di quest'ispida indisponenza del suo popolo andava fiero (si legga memorabilmente, su questo punto, Maledetti toscani). Inoltre, sebbene ciò non possa costituire di per sé un difetto, la sua mercuriale attività di poligrafo non può che generare perplessità e atavica diffidenza in chi ama (e tende a identificarsi con) autori più votati al lungo e malmostoso labor limae, alla centellinazione dell'arte loro. Per non parlare del suo militare su cento fronti opposti, anche al tempo stesso, anche contro sé stesso (con Mussolini e contro Mussolini; teorico dello strapaese e raffinato intellettuale europeo...); o, per venire a questioni più propriamente letterarie, del suo esser sì stilista eccezionalmente abile, ma troppo compiaciuto proprio di questa sua capacità scrittoria, che lo porta a costruire pagine piene d'insostenibile retorica (certo, spesso una retorica antieroica, o paradossale, o dell'orrido e del grottesco, come si addice al '900, ma retorica ciò nondimeno - con un uso così smaccato e insistito di certe figure da risultare, lato sensu, gorgiano), nonché d'una esagerata ostentazione del suo ego autoriale.
Eppure, eppure, quando la suddetta abilità di prosatore si sposa, come spesso gli càpita, a un penetrante sguardo critico e a un'aguzza ispirazione satirica, lo scrittore pratese si mostra capace di paragrafi memorabili e azzeccatissimi: quale il seguente, che proviene da un suo saggio antimussoliniano rimasto incompiuto.

Questo popolo di piccoli furbi, di cavillosi, di contenziosi, di legulei, di astuti, è in realtà di una ingenuità che sorpassa il ridicolo, che tocca l'imbecillità. L'italiano è furbo nelle piccole cose: nelle grandi è ingenuo. Tien testa al greco, al levantino, all'ebreo, ma nelle grandi cose è di una stupidità che sorpassa perfino quella dei tedeschi. Tutti i nostri maggiori uomini politici, a cominciare da Cavour, per il quale una certa classe di italiani ha una stima esagerata, erano e sono di una stupidità quasi meravigliosa: sono uomini politici tipicamente levantini, siano essi nati in Piemonte, in Puglia, in Sicilia. Eccellono nell'arte di fingere, di tessere intrighi, di corrompere: ma nelle questioni importanti, nei grandi fatti, sono piccoli e miserabili. Spregevoli e ridicoli personaggi, perfino inferiori alla parte deteriore del popolo italiano.

(da Muss. Il grande imbecille, Luni Editrice, Milano/Trento 1999).


PS 1: sarebbe interessante confrontare il saggio suddetto col più celebre sfogo antiducesco della nostra letteratura, l'Eros e Priapo di Gadda (altro iniziale sostenitore ferocemente deluso).

PS 2: certi vizi del Suckert sono, a ben vedere, rintracciabili anche nel paragrafo in questione: la strutturazione un po' troppo scopertamente retorica (le antitesi, i cola ascendenti...), la ricerca di colpi ad effetto (può darsi che Cavour sia enormemente sopravvalutato, ma sarebbe interessante sapere perché), un certo populismo (mai additare un difetto degl'italiani senza affrettarsi a specificare che la Kasta - come si direbbe oggi - è beninteso ancor peggio...).

 

 

 

 

 

 
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BATISTI/ RIPELLINO

Post n°84 pubblicato il 25 Febbraio 2015 da Pallavicini74
 
Foto di Pallavicini74

Ecco un altro squisito intervento di Batisti. Questa volta tocca subire una doppia delusione, e per Ripellino, e per Montale. Non si può però non prestare ascolto alle acuminate volute tratteggiate dal pensiero di un critico così accorto. (Perdonandogli, peraltro, la non accortezza rispetto alla visione del mondo tragironica di Ripellino e dell'ultimo Montale). Prestiamo orecchio.

 

So bene che per l'autore di questo blog, Angelo Maria Ripellino meriterebbe d'entrare in un canone ideale del '900 italiano; anche se condivido la predilezione per l'opera in versi dello slavista siciliano, io sarei su questo punto abbastanza più cauto. Bisogna poi sempre intendersi su che significa 'canone': sono pienamente d'accordo che un'opera come quella di Ripellino dovrebbe godere di maggior considerazione sulle antologie e, soprattutto, d'esser sempre più letta. Tuttavia, per dare un po' fastidio al padrone di casa, cercherò – nel celebrare questo autore, che io stesso amo da tempo – di spiegare perché non giungerei a metterlo sullo stesso piano dei cosiddetti maggiori.

 

C'è un gusto tutto peculiare nel rileggere i maggiori fra i (presunti) minori di un'epoca; fra i poeti, insomma, che un po' per scelta, un po' per limiti fisiologici, un po' per sfortunati incroci fra traiettorie biografiche e storia letteraria, non spiccano fra i nomi capitali dei loro tempi pur avendo prodotto opere di pregio. Così, tra i francesi del secondo '800 ho sempre amato d'un amore particolare Jules Laforgue, che senza avere la statura epocale di Baudelaire, di Mallarmé o di Rimbaud seppe essere anticipatore d'un gusto straordinariamente moderno (anzi, postmoderno per molti versi), innovatore metrico, maestro d'ironia, funambolo del verbo, cesellatore di poesie e apologhi che ne fanno un Leopardi in miniatura, cioè poeta a modo suo filosoficissimo, decadente e malincomico.

 

Tuttavia, si farebbe un torto ai minori (categoria puramente tassonomica, sarà ormai chiaro, per nulla assiologica) se si tentasse, per furor di ripescaggio, di far di loro dei maggiori. Come appunto Laforgue, geniale e godibile, non era tuttavia un Leopardi (che imitò, un po' fiaccamente, in certi suoi versi) né un Baudelaire (a cui dedicò acute pagine critiche), così il Ripellino poeta (un poeta, incidentalmente, vicino a Laforgue per tanti tratti) certo avrebbe meritato di riscuotere maggior successo di quello, magro, che in vita gli arrise; ma non avrebbe potuto reggere – siamo sinceri – la parte d'un Montale (cioè d'un poeta, nel bene e nel male, centrale nella cultura del suo secolo) neanche volendolo. Ma, probabilmente, non l'avrebbe voluto. Estraneo com'era alle mode culturali del suo tempo (e già questo è tendenzialmente un merito), fu un minore soprattutto per ragioni contingenti, per colpe non sue; oggi sta conoscendo una tardiva e meritatissima riscoperta.

 

(D'altronde, quando parlo della centralità di Montale penso a quello, grandissimo, delle prime raccolte; il 'secondo' Montale è per me – e anche qui so d'incorrere nel totale disaccordo del titolare di queste pagine – un minore-minore, anche paragonato ai 'grandi' minori di cui ho testé tratteggiato il tipo).

 

Ripellino, dicevamo… Abbiamo dunque imparato ad amare il suo estro giocoso spesso tinto di malinconia, la sua esuberanza soavemente barocca, e in particolare l'amore quasi carnale per la parola, che gli gli fa accumulare castelli di glosse preziose (scavando negli angoli più riposti del lessico letterario), di esotici forestierismi (attingendo alla sua cultura cosmopolita), di nomi evocatori (ricorrendo senza troppe riserve al potere evocativo del name-dropping). D'altronde in Ripellino non c'è, direi, un'estetica della parola disincarnata, ridotta a cabalistica combinazione di lettere, a simbolistico puro suono, a strutturalistica rete di relazioni e d'opposizioni; per questo grande sinesteta, la parola si trascina dietro non un astratto sistema di rimandi, ma i profumi e le suggestioni del suo concreto referente. Il lussureggiante lessico di Ripellino riversa generosamente, sulla bianca e stretta pagina, lunghe collane di mondi. Egli non c'imbandisce un gioco algido e cerebrale, bensì un festoso e sensuale banchetto.

 

Ed ecco che anche l'uso dell'erudizione risponde in lui al medesimo fine. Coltissimo e poliglotta era infatti il Ripellino, grande studioso traduttore divulgatore, accumulatore curioso di storie, leggende, nomi, figure; questa erudizione la riversa spesso a piene mani nei versi – non ne fa, come ad esempio il Bocchiola che ho provato a commentare nel mio primo intervento su questo blog, un uso funzionale e 'nascosto', come impalcatura portante relativamente poco visibile dalla superficie – ma neanche un uso che appesantisce o che comunque pretenda dal lettore previa conoscenza di precisi rimandi culturali indispensabile per decifrare il discorso del poeta.

 

Nel rovescio di questa medaglia, secondo me, si può ravvisare il suo principale limite: alla lunga, quest'orgia di colori e di fantasmagorie potrebbe sopraffare e, per saturazione, perdere d'incisività. Anche per questo è apprezzabile che la strisciante presenza del dolore, personale e storico (particolarmente annodati fra loro, d'altronde: si pensi a quanto devastanti furono per lui i fatti di Praga), non venga esorcizzata né risolta in burla, ma anzi conferisca alla scrittura di Ripellino una profondità e un'anima. I suoi virtuosismi, per quanto aerei, non sono mai immotivati, ma hanno un piede ben piantato nel vissuto, e l'altro in una solida filologia.

 

(Se poi il metro per giudicare grande un poeta è una capacità linguistica tale da arrivare a influire sulla lingua più o meno comune, senza restar confinata nelle sue opere, anche qui si vedrà come l'esperienza ripelliniana, esaltante e gustosissima, mostri limiti in tale direzione; un impasto verbale così particolare funziona a meraviglia per i fini estetici del poeta, ma difficilmente opera a lungo raggio sul modo di scrivere e/o di parlare. La ricetta è così squisita da risultare irripetibile).

 

 

 

 


 
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SE TRE MILIONI...

Post n°83 pubblicato il 13 Gennaio 2015 da Pallavicini74
 
Foto di Pallavicini74

Son passati poco meno di vent'anni da quando un valente sociologo, Luciano Gallino, scrisse Se tre milioni vi sembran pochi, saggio economico-sociologico sugli effetti e sui disastri della disoccupazione. L'ubriacatura da posto determinato e da precariato spinto hanno illuso per oltre tre lustri sull'insussistenza del problema, le cui prime avvisaglie risalivano almeno ai primi anni Settanta; da oltre un lustro siamo tornati sulla terra, al punto che il detto "ai tempi della crisi" ha ormai spodestato ogni altro intercalare conoscitivo, relegando nel dimenticatoio il più tronfio e positivista "alle soglie del Duemila". Ora che un sano bagno d'umiltà ci ha risquadernato davanti la nostra precarietà lavorativa - quella esistenziale è da tempo abito condiviso -, altri tre milioni entrano nel nostro immaginario quotidiano, a metà tra speranza e paura. I tre milioni della marcia di Parigi, al netto dagli effetti disastrosi che può provocare il verbo "marciare", possono rappresentare la speranza di un "nuovo inizio", di una rimessa al centro delle libertà fondamentali su cui si è costruito il meglio della nostra anima collettiva; la paura, invece, è confinata nel pensiero di chi teme una invasione culturale e legislativa, una invasione che va ben oltre il nemico infido e disagevole del terrorismo, ma che si nutre di una rimessa in discussione dei valori ormai dati per assodati da questa parte di civiltà, rimestando nel torbido di un convitato - neppure troppo di pietra - di una regressione verso antichi traumi. Fatto è che ogni persona è talmente tante cose poste una sull'altra che diventa davvero un crogiuolo d'inestricabile bellezza e complicanza allo stesso tempo. Quanto incide nell'aspetto politico-religioso lo stato economico delle singole persone? Quanto lo sfaldarsi della coesione sociale crea piccoli muri, inciampi alla comprensione e all'empatia che, sommati l'un l'altro, alla lunga producono faglie di civiltà, di lontananza, vere e proprie trincee d'appartenenza? Difficile rispondere, probabilmente impossibile. Del doman non v'è certezza. Di certo le singole persone avvertono il pericolo e la solitudine, la paura è già dentro di noi. Non è detto finisca bene: gli innesti - o gli incesti - di civiltà sono sempre esistiti (nasciamo da lì, Curtius, uno per tutti,  lo spiega benissimo nel suo epocale Letteratura europea e Medioevo latino), spesso a prezzo di costosissime perdite. Il lieto fine non è mai scritto in anticipo; il lieto fine è spesso impoetico, o almeno - Manzoni dixit - noioso da morire...meglio la satira, dunque.

 
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JESUISCHARLIE

Post n°82 pubblicato il 08 Gennaio 2015 da Pallavicini74
 
Foto di Pallavicini74

JESUISCHARLIE

 

Avrei potuto cercare una poesia, ma nessuna poesia è sufficiente a dire, raccontare. Diventa quasi inutile, oggi, banale. Mi sono venuti in mente La banalità del male, certe pagine di Steiner, tutto il neo-umanesimo di cui siamo capaci, a sentire Morin. Tutto vero. Oggi sembra tutto inutile, retorica nel senso più degradato e stercorario del termine. Perché non c'è protezione alcuna contro i mostri della democrazia, da qualunque latitudine essi giungano: per questo le confessioni - laiche o religiose - sono piene di martiri. Al netto delle disparate motivazioni economiche e ideologiche, serve davvero un gran sangue freddo per compiere certe stragi: probabilmente non è neppure sangue. Difficile stabilire a che genere di vivente appartenga chi decide scientemente di vendicare l'offesa arrecata da un pensiero, giusto o sbagliato. Eppure, il rischio più esiziale che corrono le persone di buona volontà sta tutto nel contagio: della paura e dello sbrigativo linciaggio del pensiero unico, identificabile nel ritorno all'"occhio per occhio". La democrazia e la libertà vogliono la diversità, anche quando a volte il prezzo è salatissimo. Certo, nel "mondo che vorrei" i tanti, tantissimi musulmani degni e portatori di pace dovrebbero fare il possibile e di più per isolare la radicalità che si annida - in questo tempo storico - più tra loro che altrove; probabilmente hanno paura. E questo è già un primo punto di contatto tra noi e loro: la paura è di chi ha sangue caldo nelle vene, sangue che scorre e porta emozioni senza distinzione di sorta tra le religioni. Abbiamo paura. Abbiamo anche la consapevolezza che non sarà facile; non c'è un nemico, una guerra da dichiarare: c'è una metastasi dell'umano, un'altra, l'ennesima forma di totalitarismo. Cosa avrà pensato tale Charbonnier (lo confesso, non amo i fumetti, le vignette ecc, sono un ignorante cronico, fa niente), sapendo di poter essere ovunque, sulla faccia della terra, il bersaglio di una vendetta? Il senso di claustrofobia insito in questo sistema di oppressione è davvero tremendo, non c'è posto in cui uno possa sentirsi veramente libero, è la Natura che perseguita l'islandese di leopardiana memoria, è il cupo rinchiudersi che porta diritto a Kafka. Il cortocircuito più clamoroso di chi abbraccia l'idolo integralista sta proprio nel togliere il minimo di dignità e valore all'esistenza di un corpo che respira, uccidendo per vendetta ideologica e senza pietà, desacralizzando l'essere umano: ovvero la stessa colpa, ciò di cui accusano - a partire dal crinale economicistico e dei costumi - il modo di vita occidentale... Se questo è un uomo...

 
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ANNO NUOVO, BLOG NUOVO?

Post n°81 pubblicato il 06 Gennaio 2015 da Pallavicini74
 

Anno nuovo, blog nuovo. Da qualche tempo ho iniziato - i più attenti se ne saranno accorti - a interpellare giovani studiosi in merito al loro sentire, al loro gusto poetico e letterario. Ho intenzione di continuare su questa linea, possibilmente ampiando ancora il raggio d'elezione degli elementi poetici. Per fare questo occorreranno post più lunghi e, di conseguenza, più pazienza e disposizione al convivio da parte del lettore, supremo ultimo dei fini; occorrerà aprire a nuove culture, senza tralasciare l'attualità e la vecchia via; occorrerà predisporsi all'ascolto e, di conseguenza, avere più tempo per farlo, diradando così la cadenza delle novità da proporre.

...

 

 Essere un crocevia di culture è una fortuna che a volte può costare più del sopportabile; Cristina Karadole deve avere un bel grado di sopportazione, almeno a considerare la sua abilità culturale e letteraria nel rimescolare le culture a lei più vicine, culture sottoposte a passaggi davvero ardui negli ultimi decenni. Il frutto non può che risultare sorprendentemente vicino e lontano a noi, alle nostre abitudini condominiali. Perché il mondo è oltre l'Europa materna o matrigna, ci sono codici e paradigmi diversi che ci aspettano, ci scrutano e interrogano. In questo caso, a pochi km dal nostro confine - orizzonte - mentale.

Passaggi a Est

Miljenko Jergović “Al dì di Pentecoste”

 

Nella difficoltà palpabile che si riscontra, attraversando le terre di quella che un tempo era la Jugoslavia, a fare i conti con le recenti vicende che  hanno portato alla disgregazione sanguinosa di quell’esperienza politica; nell’isteria nazionalista che è servita a giustificare una guerra insensata, e che tuttora serpeggia, altrettanto tangibile, seppure edulcorata, nella rinnovata toponomastica, nelle festività ufficiali, nel discorso politico prevalente e nel senso comune, è forse solo nella letteratura e nel cinema prodotto da serbi bosniaci o croati, che sopravvive una sorta di cornice culturale sovrannazionale comune, in cui sembra rivivere, curiosamente, la Jugoslavia Ex.

Tuttavia non sono molti gli autori che si misurano volentieri con le vicende che ne hanno segnato la storia recente, e in particolare con l'esperienza della guerra.

Prevale, soprattutto tra gli scrittori nati nella metà degli anni ‘70, l’interesse per il dopo-guerra, per  il "mondo nuovo" come lo chiama Koščec[1], seppure la guerra, che ha sconvolto o squassato esistenze e relazioni, sia entrata sottopelle nelle biografie degli autori stessi e ad essa sia ascrivibile quella antropologia della sofferenza che trasuda dalle pagine e dalle storie dei romanzi, più frequentemente racconti, contemporanei.

In questo quadro non stupisce che a scrivere e a occuparsi delle guerre balcaniche, siano stati in anni recenti,  molto più di frequente autori stranieri, peraltro poco tradotti tanto in Serbia che in Bosnia che in Croazia.

Fanno eccezione i lavori di Miljenko Jergović, fortunatamente leggibili in buona parte anche in italiano, sebbene senza aver ottenuto grande popolarità, meritori non tanto e non solo per lo sforzo di misurarsi con la complessità e la specificità balcanica, ma anche e soprattutto per il talento letterario.

L’opera che da noi ha avuto più successo e che affronta in modo diretto il tema della guerra, è una serie di racconti, tradotti col titolo Le Marlboro di Sarajevo, pubblicato da Scheiwiller nel 2005.

Ma in queste brevi note voglio occuparmi di un altro romanzo, pubblicato da Zandonai, col titolo Al dì di Pentecoste.

Esso si serve di un espediente noir, ma se un’etichetta è necessaria, il romanzo è riconducibile al genere del romanzo storico, o meglio ancora biografico. Quel che è certo è che la trama risulta del tutto secondaria, mentre sono le biografie dei personaggi principali, ma anche dei tanti attori secondari, a dare corpo alla struttura dell’opera. Di tutta evidenza in questa scelta l’influenza dei racconti di  Danilo Kiš.

La vicenda  ruota intorno all’omicidio avvenuto a Zagabria nel 2005, di una giovane donna dell’est, Srda Kapurova, che ha lo stesso nome, come ci ricorda Jergović, di una scultura del grande Meštrović (Srda Zlopogledja), tenebrosa o incantevole a seconda dello sguardo dell’osservatore. Srda è una zigana di cui nessun paese rivendica l’appartenenza, ma la soluzione del caso è solo l’occasione per ricostruire quanto resta dell’identità jugoslava.

Nei cinque capitoli di cui si compone “Al dì di Pentecoste”,  si dipanano infatti le narrazioni di cinque personaggi principali, tutti nati negli anni ’60, nel pieno dell’esperienza socialista, e in qualche modo coinvolti con l’omicidio di Srda, ma attorno ad essi, come si diceva, una pletora di micro-storie prende vita. In modo naturale e senza risultare faticoso o dispersivo per il lettore, Jergović compone con le vite di ognuno, un grande mosaico. In esso si spazia dalla storia della Jugoslavia dell’ultimo secolo, al cruento presente. Una scrittura asciutta, essenziale, dà conto dei fatti, con onestà e imparzialità e non senza una buona dose di sarcasmo, che rende grottesca la rappresentazione di situazioni, eventi, persone e luoghi del tutto reali.

Basti pensare alla descrizione dell’architetto Primisyl, erede della proprietà dell’appartamento in cui viene trovata strangolata Srda. Sostenitore e finanziatore della prima ora di Tudjman, Prymisil vive i a Vienna, e gode in Croazia di grande fama, grazie alla presunta notorietà internazionale, ma in realtà all’estero progetta capannoni e centri commerciali, mentre è in patria che ottiene le commissioni per opere di rilievo, appunto grazie al millantato successo internazionale.

Echeggiano, tra le pagine de Al dì di Pentecoste, anche tratti di realismo magico, maggioritario nella tradizione della letteratura serbo-croata. Non manca infatti la tensione dei personaggi, braccati dalla storia, a far slittare la realtà. Esemplare la figura di Ile Mažar che per tutto il tempo della guerra non si accorge di nulla e continua a dedicarsi ai suoi calcoli matematici. Del tutto surreale risulta la situazione allorché si presenta al quartier generale, sostenendo di aver realizzato un piano di salvezza dello stato, consistente nel riuscire a prevedere, grazie a calcoli probabilistici, quali numeri della lotteria sarebbero usciti. Ma l’interrogativo che si pone la donna che lo riceve, ci riporta crudamente alla realtà: pazzo era Ile, si chiede la guardia, o pazzi erano i tempi?

Quel che troviamo tra queste pagine di Jergović, come è stato notato, sono i toni dell’epica e non a torto l’autore è stato paragonato ad Ivo Andrić. Del resto lo steso incrocio dove faceva la sua spettacolare elemosina Srda “nel bel mezzo del traffico, su quella piccola isola della provincia austriaca, nel cuore dell’immenso fango pannonico”, e la centralità del luogo nell’intreccio, evoca il most di Višegrad, il vero protagonista del romanzo che ha reso famoso in tutto il mondo l’autore bosniaco. Così come lo stesso ritratto delle danze selvagge di Srda, e il suo fascino inafferrabile e un po’ folle nell’ondeggiare pericolosamente tra il traffico, ci riporta alla sensualità potente e magnetica di Anika.

Seguendo l’ordine del romanzo, la prima biografia che incontriamo è quella di Lazar Hranilović, ex poliziotto della milicija che viene licenziato nel 1991, dopo i fatti  Borovo Selo[2], in realtà perché serbo, e che deve accontentarsi, dopo un periodo come buttafuori in un locale jazz, a partire dal 1994, di fare la guardia mortuaria.

Nella sua storia familiare e personale c’è quella della Jugoslavia di Tito: il padre finito a Goli Otok[3], perché accusato di essere un informatore del Kominform, lo zio che nel 1975 lo porta a Sarajevo e che per farlo accettare alla scuola di polizia deve esibire medaglie da combattente della lotta partigiana, il poliziotto di Lešće, suo paese natale, che riconosce gli stalinisti dalla luce degli occhi.

E c’è la guerra recente, nella “scoperta” di Lazar di essere serbo solo nel 1989, guardando la tv che trasmette la diretta dell’adunata ultra nazionalista di Milošević a Kosovo Polje, a fomentare l’identitarismo serbo proprio sui luoghi che videro, alla fine del ‘300, lo scontro tra eserciti serbi e ottomani, e in cui i serbi peraltro furono sconfitti. C’è la guerra che entra nelle case dalla televisione, che Lazar proibisce di guardare alle figlie scaraventandolo dalla finestra. Segno di una “modernità” cui ora siamo assuefatti, ma che si presentava allora per la prima volta, con la potente capacità di svelarci qualsiasi evento in tempo reale e altresì di filtrare la realtà, rendendola virtuale, grazie al medium televisivo. La guerra presente e al tempo stesso lontana, surreale al punto che a ragione al narratore viene da chiedersi se reporter e colonne di profughi appartenessero alla stessa epoca o a secoli diversi. La guerra preannunciata da un clima di nervosismo e paura che induce Lazar a tagliarsi i baffi, per celare le proprie origini serbe, a tentare di ottenere, a guerra ormai esplosa, dall’ambasciatore svedese un aiuto per emigrare.

La guerra nelle domande della figlia che vuol sapere perché il padre e la madre Jovanka non abbiano nomi “come gli altri”.

Il secondo personaggio è Lovro Babić, l’ispettore di polizia criminale che si occupa del caso. Originario di Rama, nella provincia bosniaca, cresciuto con la nonna perché entrambi i genitori per ragioni diverse se ne vanno altrove, a nove anni scopre con orrore che in un vecchio armadio era custodito l’”Almanacco dello stato indipendente di Croazia”, insieme a una foto del nonno in uniforme nera e basco con la U, in compagnia del comandante della Gioventù maschile ustascia (Zdenko Blažeković), e ad una pistola con croce uncinata. Difficile per un ragazzino cui a scuola avevano insegnato che gli ustascia uccidevano i bambini, fare i conti con questa eredità.

Quando tornerà al paese originario in cerca della casa di famiglia, troverà solo un operaio intento a scardinarne il pregiato portone,  intagliato in Urss con legno bosniaco importato di nascosto molti anni prima, a testimonianza delle pessime relazioni tra i due paesi nel secondo dopoguerra, e forse anche metafora della durezza delle genti balcaniche.

Nella sua vicenda ci sono anche spaccati di storia più recente, che emergono dal destino beffardo del cognato serbo Žare Maslovarić, prima campione di judo e leggenda dello sport jugoslavo, che negli anni ‘80, sfumato il successo, è comunque riconosciuto come eroe zagabrese, nei ’90 come eroe croato, fino ad andare in disgrazia per la sua origine serba con lo scoppio della guerra e a dover combattere su tutti i fronti contro i suoi, per sentirsi legittimato dalla comunità in cui viveva.

Del terzo personaggio abbiamo già fatto cenno: di Ile Mažar, giunto a Zagabria da Banja Luka, è il  solo incriminato del delitto, e si vedrà costretto a dichiararsi colpevole dalle bastonate della polizia. Una persona violenta e scentrata, considerato da bambino un fenomeno per le sue doti in matematica, tanto che  il direttore della scuola, durante una visita della classe alla Casa dei fiori di Belgrado[4] per rendere omaggio a Tito, lo porta a incontrare Đuro Kurepa, il più famoso matematico jugoslavo del periodo, ma che, segnato tanto dalla morte del padre che dalla guerra, avrà un destino assai poco glorioso.

Nel capitolo a lui dedicato sono toccanti le pagine in cui si descrive l’irruzione della polizia per arrestarlo per omicidio, del tutto simile all’irruzione dei serbi in casa durante la guerra.

Nella vicenda di Svjetlan Andrassy troviamo invece una efficace ricostruzione della Belgrado bene dei tempi di Tito. Violinista della capitale serba, figlio di un medico, che aveva combattuto con i partigiani durante la resistenza titina, Svjetlan si trasferisce a Zagabria nel 1995 e cambia nome, (da Andrasić ad Andrassy) tornando a ritroso sui passi del nonno ungherese, vicino a Nikola Pašić e ai radicali serbi, che l’aveva invece slavizzato nel 1918, nel nome dell’idea romantica di una razza jugoslava. Fonda  un’associazione di solidarietà internazionale, col plauso dei politici che vogliono dare alla Croazia le sembianze di un paese rispettoso dei diritti umani. Anche se l’associazione, nei suoi dubbi rapporti con faccendieri e usurai, consiste in un mero ornamento sociale.

Nella sua biografia troviamo i traumi e i vissuti della grande guerra, con i ricordi del padre Dimitrije dell’occupazione nazista, delle sofferenze per la perdita della donna amata, uccisa a sangue freddo da un ustascia, che sopravviverà impunito in Argentina.

E l’esperienza della zia, invece anticomunista, che odiava il nipote, dato che a lei i partigiani avevano ucciso il marito.

Ma vi sono anche quelli della guerra recente, con le finte lettere dal  Canada che, sempre Dimitrije, inizia a scrivere dal 1993, ossia da quando, con la mobilitazione generale per la campagna militare nella Bosnia orientale, il distretto militare va continuamente a casa a cercare il figlio Svjetlan.

A chiudere questo lungo affresco di umanità, che rappresenta in modo efficace il variegato crogiolo di popoli, religioni e culture, che sono i Balcani, troviamo infine i racconti di Toma Wacha. Anch’egli membro dell’associazione di solidarietà internazionale di Svjetlan, e gestore di un locale di jazz, quello stesso in cui si incontrano per l’ultima volta nello stesso posto prima della guerra, tifosi croati e serbi, per la partita Dinamo-Stella Rossa. Come il nome lascia intendere, Wacha è di origine polacca e con lui, o meglio con la storia della sua famiglia, si torna al periodo della I guerra mondiale.

Il nonno è modista e cappellaio di Sarajevo, lavora alla corte di Marja Karađorđević, regina di Jugoslavia, mentre il padre, bisnonno di Toma, decide dopo una lunga permanenza in Bosnia di tornare a vivere a Praga, dove diventa ebreo, si innamora di Estera e finirà come la moglie in campo di concentramento. Anche in questa storia le lacerazioni e le contraddizioni portate dalla grande storia entrano prepotentemente nelle vite dei personaggi: se il nonno di Toma infatti, aveva lavorato per i partigiani, le sue sorelle rimaste a Sarajevo, e la madre, andavano a letto con gli ustascia e per questo saranno condannate e uccise. Cosicché, conclude amaro il narratore, il famoso disegnatore di abiti principeschi rimarrà “senza sorelle ebree e senza quelle cattoliche”.

Concludendo, ne Al dì di Pentecoste troviamo tutta la complessità,  racchiusa in oltre trecento fitte pagine, che scorrono come un fiume in piena incollando il lettore alle vite narrate, di più di un secolo di storia delle terre slave, ma si farebbe un torto a quest’opera nel considerarla solo come un romanzo storico, come una chiave per capire le vicende balcaniche passate e recenti. Come in ogni vero grande romanzo, nella narrazione di Jergović si trova molto altro: è un romanzo che parla, in un linguaggio semplice, limpido e potente, di tutti noi ed a tutti, di miserie e virtù umane, di fughe, abbandoni, malattie, paure e rinascite, con quei tratti epici che lo rendono universale.

 

 

 

Miljenko Jergović è nato nel 1966 a Sarajevo, si trasferisce a Zagabria durante la guerra, nel 1994. Dopo aver studiato filosofia e sociologia, esordisce a 22 anni come poeta.Ha conseguito numerosi riconoscimenti e importanti premi letterari. Oltre che poeta e romanziere è giornalista e sceneggiatore.

Tra i suoi romanzi tradotti in italiano, il menzionato Le Marlboro di Sarajevo (1995), Insallah Madona Insallah (2006) e Freelander (2009).

 

 
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