di Palermo Giangiacomi
Zebibo Paccalossi, vagabondo senza arte né parte, squattrinato e perennemente ubriaco, fugge dall'osteria senza aver pagato il conto. Inseguito per i vicoli di una Ancona notturna da Besciga, l'infuriato proprietario del locale, che reclama il pagamento di quanto dovutole, è infine raggiunto in una piazzetta mentre sta decantando al pubblico i pregi del vino. Dall'esilarante scambio di battute emerge tutta l'ironia surreale e provocatoria di questo ubriacone filosofo, sostenuta da una disarmante quanto inaspettata capacità logica e dialettica. Nota dolente per i due amici, il rapporto con l'Autorità, alla quale mal si assoggettano, e che diventa fonte prima di tutti i loro guai. Nel corso di quella stessa notte altri fatti accadono a Zebibo: il furto di una gallina, l'incontro col suo vecchio amico Nespola, col Pizzardone particolarmente solerte, col tronfio ed arrogante brigadiere Cosimo Disiroppa che lo arresta per schiamazzi notturni e resistenza a Pubblico Ufficiale. Il secondo atto vede Zebibo in Tribunale, alla sbarra degli imputati, alle prese con una arcigna Pretoressa e un agguerrito Pubblico Ministero, guardato a vista da un carabiniere e difeso da uno strampalato avvocato, che per arginare le veementi accuse di Disiroppa non trova di meglio che chiamare a deporre gli allegri compagni di sbornie di Zebibo. Ma a nulla varranno le testimonianze di Nespola, ripulitosi per l'occasione, e di Camperio Campi, afflitto da una drammatica balbuzie, esilarante nei suoi tentativi di scagionare l'amico. E così Zebibo, trascinato per l'ennesima volta in prigione, uscirà mestamente di scena, non prima però di aver ricoperto di insulti il suo incapace ed esterrefatto Difensore.