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Il cielo sopra R.

Post n°230 pubblicato il 14 Gennaio 2011 da le_corps

Prima R. faceva il pasticciere ma dice che era un lavoro di merda, ora sta seduto davanti ad un monitor dieci ore al giorno con cuffia e microfono come naturale prolungamento del suo corpo, la lunghezza del cavo che lo lega al telefono è la lunghezza della sua autonomia, il cavo definisce un raggio di azione, gli permette di stare in piedi, di girarsi a destra a sinistra e di arrivare fino al cestino della spazzatura che s’affaccia sul corridoio che costeggia la grande vetrata della grande facciata aziendale. Oltre il cestino, no. Il cavo lo richiama, e con un colpo secco lo riconduce nello spazio assegnato, deputato, concesso: la postazione. O, meglio, position: come vuole il gergo aziendale.
Linguaggio condiviso, lo definiscono.
Siamo qui perché condividiamo valori e obiettivi, perché cooperiamo al fine di ottenere un vantaggio reciproco. Se lavorate bene, sarete premiati. L’azienda è buona e meritocratica, incentiva la produttività e la ripaga, e vi ripaga: in busta sonante, in ricchi premi fuori porta e cotillons.

Tecnicismi del potere. Così si esercita il controllo, così si segna un confine tra il dentro e il fuori, così si crea senso di appartenenza, così si insinua nelle persone un frainteso senso di grandezza, di elevazione rispetto ai non addetti ai non ammessi agli esclusi. Il possesso del gergo è degli inclusi, agli esclusi lo smarrimento dell’incomprensione, della mancata padronanza. Agli inclusi, la padronanza. Di un’illusione. Che però è necessaria. A chi comanda e a chi si fa comandare.

R., se solo riuscissi ad alzare lo sguardo al di sopra della tua position, del backlog e del change order, della prevention e della retention, dei seekers della final rush e dell’action nba; R., se solo pensassi di alzare lo sguardo, se solo volessi. Invece no, la position satura il tuo orizzonte, i tecnicismi ti galvanizzano: ti senti padrone, ti senti potente, ti senti fautore del tuo presente. Sei tu con i tuoi obiettivi, sei tu in gara con te stesso e con gli altri. Vendere vendere vendere.
Il tuo capo è un team leader, un cefalo che guida una massa di acefali, e ti sprona a suon di remunerazione progressiva e d’incentivi a cascata, solletica il tuo ego con righe e colonne di risultati comparati, traccia la linea delle tue possibilità di crescita, allarga il margine del miglioramento, dilata le pareti del tuo stomaco, nutrendo la tua voracità, benedicendo la tua ingordigia: di divorare obiettivi non sarai mai sazio: l’ipnosi è servita.
Sei un animale in cattività nutrito con carne di altri animali, sei strumento di una causa più grande di te, di interessi che non osi neanche immaginare. Il tuo orizzonte è segnato, obiettivo dopo obiettivo, mese dopo mese, retribuzione dopo retribuzione. Stai lì a contare quanto hai fatto, quanto hai fatto più degli altri, stai lì a impilare centesimi su centesimi sperando di arrivare a 1, e poi da 1 a 10, da 10 a 100: da 100 a 1000 il salto è dovuto, è scritto nel tuo destino di vincente.
Un vincente predestinato, ecco cosa pensi di essere. Un vincente che più lavora più incassa. Un vincente ammaliato dalle somme. Somme di spiccioli in cambio di dedizione totale all’Azienda. I cui profitti sono per te non conteggiabili non contenibili. Sei padrone di una aritmetica lenta, elementare, fatta solo di addizioni: la moltiplicazione ti seduce ma non è alla tua portata, mentre l’elevamento a potenza è di un mondo sconosciuto favolistico. Si narra di profitti di n cifre, si narra di incassi che in una tasca non ci stanno, ma nemmeno in una valigia o in un vagone, ma nemmeno in un treno lungo da qui alla Svizzera.
Sei un vincente, sì. Pagato a cottimo.
Non ti dice niente questa espressione? Non ti dice niente la Storia, la Memoria? Dopo tutto, l’unica memoria ammessa è quella dei mesi precedenti, utili per il calcolo degli obiettivi futuri. Ogni obiettivo è un termine. E ogni termine superato lascia il posto al successivo finché i termini saranno esauriti e tu ti ritroverai nel fuori, espulso dal dentro, incredulo, senza famiglia, senza casa, senza più obiettivi. Con il ricordo di un gergo che suonerà come un’umiliazione: il potere è nell’usarlo.
Avrai vissuto mese dopo mese, stipendio dopo stipendio, dentro la tua position, mantenendo il conto dei centesimi ma perdendo il conto dei giorni.
Il tempo risulterà sottratto e non ci sarà straordinario alcuno con cui recuperarlo, ti ritroverai in tasca il gruzzolo delle ferie non godute in nome della produttività, e lo spenderai in lezioni di algebra perché ti accorgerai che lo zero non era il peggio che ti poteva capitare (zero incentivi, zero bonus, zero straordinario). Scoprirai che prima dello zero c’è un insieme infinito di numeri, numeri che portano un segno meno, gli unici numeri che d’ora in avanti potrai sommare. Ma scoprirai che somma dopo somma quel segno non si toglie, che somma dopo somma ti allontani sempre più dallo zero, cadendo all’indietro sempre più indietro.
Allora la somma sarà per te un incubo e vorrai aggrapparti a quello zero come ti aggrapperesti all’orlo di un precipizio, e allora solo allora, forse, penserai che è giunto il momento di cominciare a sottrarre.

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