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DISORDINI ALIMENTARI

Post n°39 pubblicato il 07 Febbraio 2009 da acetosella5

Questo blog partecipa al gioco letterario ‘incipit’ promosso da Writer http://blog.libero.it/AltreLatitudini/"

 

DISORDINI ALIMENTARI

 

Era una magnifica giornata, tiepida e  trasparente. Le montagne formavano un semicerchio di vette innevate  e sembravano così vicine da poterle toccare allungando un braccio. Le otto del mattino. Pareva impossibile che avesse potuto rovinarsi in quel modo  la sera prima…

 

Ma era successo e ne avrebbe portato i segni per sempre. All’inizio gli era sembrato solo un gioco come tanti. Era stato leggero da parte sua, raccogliere la sfida, ma sembrava vinta in partenza. La donna era anomala, ma era pur sempre una donna. Gli amici avrebbero convenuto che lui era uomo da imprese impossibili.

Al primo incontro non c’erano stati grandi  problemi. A parte l’entrata in macchina, la serata era filata via liscia. Si era mantenuto sulle generali, l’aveva accompagnata a casa senza dar segni di volerla rivedere, l’aveva salutata davanti al portone dopo averle offerto un’abbondante cena in un ristorante dove era conosciuto e ossequiato servilmente.

Lei lo aveva soppesato  tutta la sera da sotto le palpebre pesanti semichiuse, emettendo pochissimi suoni e concentrandosi sulle portate. A serata conclusa, un  “…notte” era stato il massimo che gli aveva concesso..

“E per forza, con tutto quello che ha ingurgitato,” aveva pensato. Il giorno dopo le aveva inviato un sms “ Serata splendida, ripetiamola”. Nessuna risposta. Aveva aspettato un po’ di giorni poi l’aveva chiamata: “ Scusa? Ah, sì, sì..”  Lei aveva biascicato. “ Sua maestà” Aveva pensato lui. Ma non poteva permettersi di offendersi, la scommessa andava vinta entro il mese ed era già in ritardo. Ripropose una cena, lei accettò. Le cose andarono più o meno come la prima volta, lui chiacchierava, lei soppesava masticando. “Madonna quanto mangia” Pensava lui.

Le toccò, quasi casualmente, la gamba sotto il tavolo. Sembrava di sfiorare una colonna dorica. La donna rimase immobile, abbassò ancora di più le palpebre e si concentrò sullo stinco di vitello. Ogni tanto sollevava lo sguardo dal piatto, poco, per cercare il bicchiere con gli occhi. Con la mano grassoccia lo impugnava e dopo aver bevuto abbondantemente si passava la lingua rossissima sulle labbra. Poi, riabbassava lo sguardo sul piatto. Emetteva sempre quei suoni della prima sera, brevi sospiri, sembravano, o forse faceva fatica a inghiottire.

Lui cominciava ad innervosirsi, “Il tempo passa, e qui  non sono  neanche ancora ai  preliminari” La donna, effettivamente, lo sconcertava.

Riaccompagnandola a casa, provò un approccio più esplicito, allungò il braccio e le posò una mano sulla spalla, quasi per caso a sfiorare l’immenso seno. Che si sollevava e abbassava con una certa regolarità. Infatti la donna dormiva.. russando, leggermente.

“Non ci sarà una terza serata,” aveva pensato svegliandola dolcemente con una buffetto sulla guanciona. Lei aveva, poco, aperto un occhio e lo aveva soppesato ancora una volta senza parlare.

“ Notte..” sospirò come l’altra volta aspettando che lui uscisse ad aprirle la portiera e disincastrarla dal sedile.

Allora si era impuntato. La scommessa andava vinta e poi la donna lo sfidava. Ne era convinto. Dietro l’espressione atòna, s’intravedeva una minaccia sorniona. “Prendimi se ci riesci”

La prenderò, era stato l’ultimo pensiero lucido che aveva avuto. Maledetto.

E la sera prima era stata la terza serata. Non gli serviva a niente guardare il semicerchio delle vette innevate e pensare che era una magnifica giornata.

L’aveva riportata nel ristorante della prima volta. Così elegante e raffinato lo faceva sentire a suo agio e sperava che l’atmosfera avrebbe rilassato lui e bendisposto lei.

Lei indossava un vestito sbracciato. Le braccia erano enormi. Sotto le ascelle si era formata una mezzaluna di sudore che non lasciava presagire niente di buono. Cominciò a scorrere il menù con il dito polputo, ogni tanto il dito si soffermava e lei alzava leggermente la palpebrona su uno sguardo voglioso. Il cameriere, da vero gioiello, interpretava.

Lui aveva deciso che quella sarebbe stata la serata decisiva. Non poteva né voleva un’altra serata con quella donna. Sentiva su di sé gli occhi di tutta la sala e aveva, nettissima, la sensazione di aver sbagliato qualcosa.

Allungò di nuovo il piede sotto la tavola, la donna si era sfilata la scarpa e poggiava sul prezioso parquet, un piede scalzo di cinque chili. Provò a trovare, tra le immense cosce un valico, anche minimo, che gli permettesse di infilare il piede  e rendere così inequivocabili le sue intenzioni.

La donna continuava a masticare lentamente, un boccone dopo l’altro, con calma, finiva le sue portate senza parlare. Ogni tanto lo guardava,  poi strizzava gli occhi.. per metterlo a fuoco meglio o per ricordare chi era, probabilmente. Aveva la sensazione che  lo giudicasse alla stregua di una mosca molesta.

Esasperato aveva deciso l’affondo. Il piede, sotto il tavolo, a tentoni aveva trovato il valico e si insinuava tra le poderose ginocchia.

Avevano finito di mangiare, il conto era stato pagato. Provò a farsi mellifluo:

”Andiamo da me? “

“Perché?” Aveva risposto lei e, come una cannonata, aveva aggiunto: “ Perché non qui?”

Lo aveva consumato lì , sul tavolo, tra un rovinìo di stoviglie di marca.

In quel ristornate non ci sarebbe potuto più tornare.

 

 

 
 
 
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