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ANDANDO


E’ molto semplice: bisogna trovare la freccia gialla. Lascia perdere le mappe dei centri commerciali che con quel loro semplificare a tutti i costi ti riduce ad un puntino e in cambio ti rassicura con un “sei qui”. Io “qui” non lo so dov’è. Non so precisamente dove mi trovo. Nemmeno se provo a scrutare oltre questo muro di piante e alberi illuminandolo con la mia torcia cinese da cinque euro caricata con pile asfittiche. E’ buio di quel buio che io ho sempre e solo immaginato attraverso i racconti delle vacanze giovanili di mia madre, al suo paesello, nella piccola fattoria della zia. Quel buio che sa di vita naturale cioè mancanza di tutto. E io non ho più nulla di naturale. Qualcosa striscia ai bordi del sentiero, forse è solo l’ombra che proietta l’unica luce che esiste in questo luogo, cioè la mia, oppure è un grosso topo o chissà che altro come è sembrato a me. E allora faccio un salto enorme che non si esprime al meglio solo perché lo zaino mi riporta con i piedi per terra, la stessa che batto da tre giorni sei ore al giorno. Ho perfino imparato a rilassarmi ascoltando il rumore che produce il calpestio dei miei scarponi. Non ho parlato con nessuno da quando sono arrivato oltre al padrone dell’ostello e i risultati iniziano a notarsi. Al principio solo delle risatine, tra e me e me, pensando ad una battuta o a qualcosa di comico. Poi alla risatina è iniziato a seguire un breve stralcio di quel discorso tanto divertente. Dopo ho preso a commentare a bassa voce quello che mi colpiva particolarmente. Come ora, mentre tento di lottare con questo ratto gigante, dico: “Cazzo è?”. E quel “cazzo” rimane solo a galleggiare nell’aria fresca di un giorno d’agosto in Galizia. La freccia gialla nel cammino è tutto: la direzione, alla fine, in qualsiasi situazione è essenziale. Non so di chi sia il merito, ma qualcuno ha disegnato a mano, con della vernice gialla, delle frecce per non far perdere le persone. Le ha messe in qualsiasi punto: sugli alberi, per terra, sulle pietre, sui muri delle case, sull’asfalto. Di solito non ci metto molto a trovarle, ma adesso è buio. Sono le cinque e trenta del mattino, praticamente notte. Vado avanti sfruttando il mio inesistente senso dell’orientamento, e per un po’ funziona. In lontananza vedo brillare un’altra torcia cinese fabbricata sicuramente con materiale dannoso per la salute. C’è qualcuno laggiù, quindi procedo nella giusta direzione. Poi la stella d’oriente smette di brillare e io mi ritrovo di nuovo solo, davanti a un bivio e della freccia nessuna traccia. Dico: “Dove cazzo l’avrà messa questo psicopatico?”, poi mi rendo conto che sto parlando da solo, mi vergogno e dico: “Cazzo”. Davanti a me i miei potenti mezzi d’illuminazione ce la mettono tutta ma non ce la fanno a mostrarmi se il viottolo alla mia destra prosegue perdendosi dentro la foresta di eucalipti, portandomi magari proprio in quel posticino dove mamma cinghiale sta allattando i suoi cuccioli. Quello di destra invece è chiaramente un sentiero abbastanza largo, e in più alla fine si vede come un bagliore di lampioni. Ma è in salita. Le salite mi uccidono. L’ultima tappa che ho percorso finiva con sei chilometri di stramaledetta salita, a metà della quale mi è quasi venuto da piangere per la fatica. Così adesso che mi trovo di fronte a questo bivio, sono indeciso se andare a sperimentare la sensazione di essere attaccato da un cinghiale, o quella di affrontare un’altra fottutissima salita. Spengo la sigaretta schiacciandola con la scarpa. Non saranno più di due chilometri, penso. Forse meno. Scuoto la testa, poi dico: “Cazzo”. Mentre percorro il mio Golgota, penso a quante altre persone in questo momento stanno sudando come me. Mi vengono in mente i panettieri, non so perché, e per associazione di idee Abatantuono in uno dei tanti “Fantozzi”. Rido ad alta voce. Di nuovo. Forse mi dovrei preoccupare, ma qui per queste cose non c’è tempo. Quando mi trovo a metà del percorso, uno che chiamano il Vampiro di Sacramento sta costringendo due donne che aveva rapito a mangiarsi i resti di un’altra già morta. Non mi sono portato musica ma solo audio documentari su serial killer, barbari, e misteri del regime comunista in Russia. La scelta dei temi ha seguito una rigorosa selezione in base al prezzo. Ora inizio a distinguere quei bagliori che avevo notato prima, sono proprio dei lampioni ma c’è di più. Mentre il Vampiro di Sacramento viene tradito da una sua prigioniera, illuminati dalla luce avana distinguo chiaramente due persone. Sorrido a Me Stesso che risponde: “Lo sapevo cazzo”. I due mi si avvicinano, sembrano agitati. E’ una giovane coppia. L’uomo che assomiglia a Braccio di Ferro inizia a parlarmi in catalano, lei invece dietro mi sorride più calma. Io prima delle undici non riesco né a comprendere né a parlare nessun tipo di linguaggio. Così con lo sguardo un po’ così, come quelli che non ci stanno capendo un cazzo, mi rivolgo alla ragazza che percepisce che non sono nato a Tarragona e mi si rivolge in spagnolo. Si sono persi, dice. Sono andati ancora più avanti e hanno scoperto che si stavano sbagliando. Dobbiamo tornare indietro, lì dove credevo abitassero i cinghiali. Oltre i fusti immensi degli alberi, una tenue aurea purpurea infrange il nero della notte. Dico: “Cazzo”. E mi sembra strano dirlo rivolgendomi a una persona.