La novità è che quest’anno non sono ancora tornato. Forse non lo farò entro breve. E’ difficile riabituarsi a un triste trotterellare fine a se stesso, quando hai provato l’inebriante profumo del muoversi verso uno scopo tangibile. Un pezzo di me si è fermato a un certo punto del cammino, poi mi ha lasciato solo ad affrontare la bolletta della luce e i suoi sfoghi isterici. Deve essere stato quando mi sono seduto a osservare i piedi e ho capito finalmente a cosa servono. Ho abbracciato i miei calzini ringraziandoli per avermi protetto. Intorno a me pochi valgono come loro, pochi hanno fatto tanto per me. Il risultato di questa esperienza è che tutto mi sembra ancora più scialbo di prima. Ho solo voglia di stare con i miei calzini. Adesso, quando qualcuno mi domanda com’è stato, non riesco a far altro che aprire la bocca in una vacua ricerca di un punto di partenza da dove iniziare a spiegare qualcosa che non si può fotografare, né condividere, né descrivere senza perdersi nei sentieri senza frecce gialle di quel brodo riscaldato del normale discorrere. Questi sono i modi con cui si mostrano a noi le emozioni, come i fantasmi che appaiono in un labile manifestarsi per poi rendersi intangibili. I miei calzini mi hanno svelato un segreto, un mistero peccaminoso che ha un sapore preciso e tenace. E’ un messaggio che non si può pronunciare e per questo destinato all’oblio. Io stesso lo sento mentre si allontana dalla memoria, sbiadirsi aspettando che un semaforo diventi verde, che la metro passi, che arrivi la fine del mese per far tacere quella maledetta bolletta. Lo sforzo per trattenerlo esaurisce qualsiasi mia altra volontà. Simile al canto delle sirene è il richiamo della promessa di quel dolce svelare custodito dai miei calzini, che a mimare l’amore rende la sua assenza tempo perso.
IL SEGRETO DEI MIEI CALZINI
La novità è che quest’anno non sono ancora tornato. Forse non lo farò entro breve. E’ difficile riabituarsi a un triste trotterellare fine a se stesso, quando hai provato l’inebriante profumo del muoversi verso uno scopo tangibile. Un pezzo di me si è fermato a un certo punto del cammino, poi mi ha lasciato solo ad affrontare la bolletta della luce e i suoi sfoghi isterici. Deve essere stato quando mi sono seduto a osservare i piedi e ho capito finalmente a cosa servono. Ho abbracciato i miei calzini ringraziandoli per avermi protetto. Intorno a me pochi valgono come loro, pochi hanno fatto tanto per me. Il risultato di questa esperienza è che tutto mi sembra ancora più scialbo di prima. Ho solo voglia di stare con i miei calzini. Adesso, quando qualcuno mi domanda com’è stato, non riesco a far altro che aprire la bocca in una vacua ricerca di un punto di partenza da dove iniziare a spiegare qualcosa che non si può fotografare, né condividere, né descrivere senza perdersi nei sentieri senza frecce gialle di quel brodo riscaldato del normale discorrere. Questi sono i modi con cui si mostrano a noi le emozioni, come i fantasmi che appaiono in un labile manifestarsi per poi rendersi intangibili. I miei calzini mi hanno svelato un segreto, un mistero peccaminoso che ha un sapore preciso e tenace. E’ un messaggio che non si può pronunciare e per questo destinato all’oblio. Io stesso lo sento mentre si allontana dalla memoria, sbiadirsi aspettando che un semaforo diventi verde, che la metro passi, che arrivi la fine del mese per far tacere quella maledetta bolletta. Lo sforzo per trattenerlo esaurisce qualsiasi mia altra volontà. Simile al canto delle sirene è il richiamo della promessa di quel dolce svelare custodito dai miei calzini, che a mimare l’amore rende la sua assenza tempo perso.