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UN BUCO NEL CIELO - CAP. XVI


La prima cosa che Aureliano chiese al bambino fu il suo nome ma lui non rispose. Allora, tentando di usare un tono il più possibile pacato, si sforzò di spiegargli che non voleva fargli del male, ma che al contrario voleva aiutarlo. Gli accennò anche alla situazione, mitigando gli aspetti più tragici, suggerendogli che sarebbe convenuto si allontanasse da quel posto. Il ragazzino lo fissava attentamente celando qualsiasi tipo di espressione. Aureliano a quel punto, convinto di essersi saputo conquistare la sua fiducia, tornò a chiedere il nome al piccolo sopravvissuto. Ma questi tacque di nuovo. Una fitta violenta alla gamba lo costrinse a distrarsi per un attimo. Restò qualche secondo a massaggiarsi la ferita e alzando i brandelli di stoffa fradici di sangue per controllare il suo stato. Al voltarsi di nuovo verso il giovane si rese conto, però, che qualcosa era cambiato. Il bambino si era messo in ginocchio, con la schiena retta e il braccio sinistro steso lungo il corpicino. Con l’altra mano invece, chiudendo il pollice verso il palmo, indicava un “quattro” però capovolto. Teneva il braccetto teso verso Aureliano e brandiva al vento quello strano gesto mentre gli puntava lo sguardo contro, annuendo leggermente con il capo. Subito dopo, quando fu certo che quell’adulto sconosciuto sarebbe stato in grado di ricordare quel segno, spostò le dita in modo da formare una pistola immaginaria che si portò alla bocca aperta, dividendola orizzontalmente in due con l’indice. Come prima aspettò un po’ e dopo ricambiò posa questa volta muovendo solo l’indice nell’intenzione, forse, di indicare il numero uno. Poi si fermò aspettando la reazione del suo interlocutore. Aureliano, già provato dagli eventi, affamato, ferito, non riuscì a comprendere cosa gli volesse comunicare il ragazzino. Lo osservò imbambolato nel disperato tentativo di cogliere anche solo l’ombra di un’ispirazione, ma quando provava a concentrarsi l’unica cosa che gli appariva era un buco grande e nero stagliato su un cielo azzurro. “Mi dispiace non ti capisco. Non puoi parlare?”, gli disse. E il bambino scosse piano la testa. “Sei muto? Erano lettere quelle cercavi di mimare?”. Il piccolo annuì. “Allora ripetimele per favore”. Seguì un altro cenno con la testa e poi la sequenza di gesti, gli stessi di prima: un quattro rigirato, la bocca aperta divisa da un dito e il numero uno. Aureliano aveva un vago ricordo di quando era bambino dell’alfabeto gestuale, e quel poco che gli veniva in mente non gli bastava per comprenderlo del tutto. Se stiamo parlando di caratteri, allora quello che sembrava l’uno poteva essere una “i”, il quattro capovolto invece assomigliava ad una “m”. Però l’ultimo segno, la bocca con il dito a dividere, proprio non gli veniva in mente cosa significasse. Non poteva essere una consonante perché era una parola di sole tre lettere e che iniziava proprio con un’altra consonante. Tra le vocali rimaste, esclusa quella già rivelata, scelse, ad intuito, la “a”: il bambino si chiamava Mai. O almeno per lui era così. Per un attimo fu vinto dalla curiosità di domandargli se Mai gli stesse raccontando la verità, dato la stranezza di quel nome, anche se alla fine cedette alle circostanze. Incontrare un bambino chiamato Mai non poteva essere certo più strano di tutto quello che era accaduto fino a quel momento. “Piacere Mai, io mi chiamo Aureliano”, disse facendo attenzione a esasperare la lentezza e l’ampiezza dei movimenti delle labbra. Mai annuì di nuovo aggiungendo un vago sorriso. “Devi seguirmi, lo sai vero?”, proseguì aggiungendo “Siamo amici ora”. Mai chinò di nuovo testa allungandogli la manina pronta per essere afferrata. Quando Aureliano gliela prese, il bambino inaspettatamente si lanciò verso il suo petto stringendolo forte in un abbraccio la cui intensità assomigliava all’agguantare di un naufrago una tavola di legno. E pianse sulla sua spalla bagnandogli il collo e le guance, un pianto silenzioso, tenue, fragile. Anche Aureliano smise di trattenere le lacrime per fingere sicurezza rispetto al ragazzino. La prima gli sfuggì dall’occhio sinistro: scese passeggiando lo zigomo, deviò verso il naso per poi attraversare le labbra e rimanere appesa al mento. Dopo di lei, le altre trovarono nuove vie per arrivare nello stesso posto.