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IL REGALO

Post n°1592 pubblicato il 19 Febbraio 2019 da atapo
 
Tag: cronaca

QUASI  UN  GIOIELLO

 

Boldini

Oltre che partecipare ai mercatini dell'usato e svuotacantine, a me piace anche visitarli, curiosare qua e là alla scoperta di cose particolari, originali, che fanno intuire e fantasticare storie lontane nel tempo.
Alcune settimane fa in uno di questi mercatini ho trovato una vera chicca: un piccolo carnet da ballo, sapete, uno di quei libretti che un tempo durante i balli importanti le dame tenevano per segnarvi sopra i nomi dei cavalieri che si prenotavano un ballo dopo l'altro. E' scritto in francese, datato 11 febbraio 1922, serviva per un “gran ballo” a Parigi, nei saloni del Palais d'Orsay, organizzato dall'orfanotrofio degli impiegati della Banca e della Borsa.
Dunque un ballo di beneficenza… un ballo di lusso, di nobiltà...
Sulla copertina c'è una piccola foto di una donna ben vestita che abbraccia una bambina, sul retro un grazioso disegno di una coppia di ballerini. E' citato il direttore d'orchestra, un certo M. Deliance, specificando che viene dai balli della presidenza.
Poi l'elenco di tutte le danze previste (es: polka, fox-trot, valzer, mazurka…) col titolo del rispettivo brano musicale e accanto lo spazio in cui segnare il nome del cavaliere che si sarebbe prenotato per quel ballo.
Tutto ancora perfetto, solo leggermente ingiallito dal tempo, addirittura c'è una sottile matita legata alle pagine da un cordoncino rosato.
Un oggettino delizioso! MI ha fatto subito pensare alla Belle Epoque, alle donne di Boldini, volendo ancora più indietro nel tempo, al ballo del Gattopardo… Un mondo evocato da quelle poche pagine, tante vite, tante storie!
Mi piaceva, mi piaceva, un vero colpo di fulmine! Ho chiesto il prezzo: non eccessivo.
L'ho fatto vedere a mio marito, che è rimasto più o meno indifferente. Non suscitava in lui nessun pensiero romantico, diceva: -Ma che te ne fai?-
Nulla, non è un oggetto utile ora, è solo un oggetto … da contemplare, da far sognare...chissà chi era la proprietaria, chissà se tra i balli e i cavalieri è stata felice, se ha trovato l'amore...
L'amore! Dopo poco sarebbe stato San Valentino… mio marito ci tiene a questa festa…
Gli ho suggerito: - Se vuoi farmi un bel regalo per San Valentino, considera questo un regalo bellissimo per me…-
Ho toccato il tasto giusto, l'ha comperato.
E ora ce l'ho qui con me, lo sfoglio volentieri ogni tanto, quando ho voglia di sognare un poco, è come un gioiello...

 
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AVVISAGLIE

Post n°1591 pubblicato il 13 Febbraio 2019 da atapo
 
Tag: cronaca

CAMBIO DI STAGIONE

 


 

La merla degli ultimi tre giorni di gennaio ora non ha più freddo, ha cominciato timidamente a cantare e con lei i suoi parenti e compari amici uccelli.
Da qualche giorno il tempo è bello, il sole è brillante anche se abbastanza fresco, qualcosa si muove anche dentro l'anima…
Sul mio leccio dal fogliame fitto pigolano, gorgheggiano, fischiano, fanno versi di tutti i generi e modulazioni… Chi?
Non si vede nulla, solo fremiti tra le foglie, un po' più forti di quando il vento le accarezza. Poi, all'improvviso, tutto un frullo e ne partono due, tre, tanti, tutti insieme e così veloci che non riesco a distinguere di che razza sono: fine del concerto, che mi lascia una sensazione di benessere e un'attesa di primavera.
Fiori ancora non se ne vedono nel giardino, nemmeno le violette che in passato a quest'epoca già c'erano. Però le gemme del pero sono ingrossate…
E a terra girella, con fare indifferente, la coppia di grossi colombi che negli anni scorsi ci onorarono del loro soggiorno: che faranno quest'anno?
Vorrei che questo bel tempo durasse almeno una decina di giorni: il sole mi fa stare meglio, che il benessere si consolidi almeno un poco!

Poi, un po' di pioggia la posso anche concedere, siamo ancora nella “falsa primavera” e vorrei trovare un posto in cui essere felice...

 
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RACCONTO GOLOSO

Post n°1590 pubblicato il 09 Febbraio 2019 da atapo
 
Tag: memoria

E' il momento di un altro raccontino uscito dal corso di "scrittura creativa autobiografica", poichè a Carnevale si mangiano dolci fritti, ecco a voi...


FRITTO MISTO

 


sfrappole bolognesi

- E questa te la ricordi? Cosa ne facciamo?- chiese mio fratello.

Eravamo insieme nell'appartamento in cui aveva abitato nostra madre, in quei giorni difficili dopo la morte di una persona cara, quando devi svuotarne la casa. Aprire cassetti e armadi è come violare un'intimità che non ti appartiene, ma risveglia il passato fino ai ricordi più lontani, sepolti nella mente e mai avresti immaginato che potessero riaffiorare in modo così dolce e straziante nello stesso tempo.

Stavamo nella cucina, tra pentolame ammaccato di alluminio e vecchi servizi di piatti sbrecciati.

Mio fratello teneva in mano un sacco di carta spessa e marrone, quelli usati per il pane: non c'era pane dentro, ma un oggetto piatto e rotondo, dal sacco spuntava un manico sottile, di ferro nero e legno scuro…

La vecchia padella di ferro! Mentre la toglievamo dal suo involucro, non avrei saputo dire se quel lievissimo sentore di fritto esalasse effettivamente dall'oggetto, oppure provenisse dalla mia memoria e dai miei ricordi.

Quando ero piccola, in casa mia si friggeva spesso. Io ero una bambina malaticcia, le tonsille e le adenoidi mi tormentavano e mi facevano ammalare facilmente, tra i febbroni da cavallo e le convalescenze passavo lunghi periodi di inappetenza, ma anche quando stavo bene avevo gusti alimentari difficili.

I miei genitori erano di condizioni economiche umili, la mamma doveva gestire con molta oculatezza il denaro per gli acquisti e il fritto, se fatto bene, può valorizzare e rendere gustose anche le pietanze più misere: su questo aspetto della faccenda la mamma contava molto. E a me, come a tutti i bambini, il fritto piaceva, così risolveva il problema della mia inappetenza.

Friggeva di tutto: polpette, patate a pezzi, zucchine a bastoncino, carciofi, melanzane, cotolette di maiale o di pollo, manciate di pesciolini minuscoli che allora costavano una sciocchezza, io li chiamavo i “pesciolini birichini”. Solo per me, e non molto spesso perché non erano a buon mercato, erano riservate le sogliole fritte: quando mi arrivavano nel piatto era grande festa!

Lo strumento di questo rito della frittura era una padella di ferro non tanto grande, nerissima fin dai miei più lontani ricordi, per cui immagino avesse già una veneranda età al momento della mia nascita… Potrebbe essere stata addirittura un regalo di nozze per i miei genitori, quando si sposarono nel 1941.

Dentro la padella stava lo strutto rappreso: ad ogni frittura veniva sciolto, poi era fatta un'aggiunta di strutto nuovo per compensare quello evaporato e… via! Dopo la frittura si toglievano gli avanzi bruciacchiati, si lasciava raffreddare e solidificare dentro la padella, che veniva riposta in un sacco di carta da pane fino all'uso successivo.

A Bologna si friggeva nello strutto, il blocco biancastro e unto si scioglieva rapidamente nella padella sul fuoco, diventava un liquido trasparente, quando una minuscola goccia d'acqua gettata in esso sfrigolava scoppiettando era il momento di immergere i pezzi da cuocere, poi da controllare, rigirare, infine estrarre al momento giusto e mettere ad asciugare sulla carta assorbente. La mamma era abilissima, nulla si bruciava o si cuoceva troppo.

Per questo non era mai sgradevole l'odore dello strutto mentre fondeva, anzi era anticipatorio delle bontà che avremmo gustato di lì a poco. Quasi un profumo, si mescolava durante la cottura all'odore particolare di ogni alimento, creando fragranze originali e tipiche, e appena entrati in casa, talvolta anche dall'esterno, preannunciavano ciò che ci aspettava nel piatto.

E al momento di mangiare i sapori dei cibi li sentivo come esaltati e un po' trasformati da quello più stuzzicante della pastella o dell'impanatura fritte.

Per me il massimo della gioia e della golosità era quando la mamma preparava certe merende o certi dolci: le crescentine salate dal gusto soffice e morbido, o la crescenta tonda grande come tutta la padella, tipica di Bologna dove si dice alla luna piena una filastrocca in dialetto: “Guerda la louna cum l'è bèla. L'am pèr una carsanta...(Guarda la luna com'è bella, mi pare una crescenta).

Quando aspettavo il mio primo figlio avevo un'unica “voglia”: le crescentine fritte, ma quelle della mia mamma. Allora se passavo da lei ne impastava rapidissimamente, le friggeva, io me ne rimpinzavo all'istante e ne riportavo anche a casa mia. Non era certo un cibo dietetico per una gestante, ma le digerivo benissimo, né le analisi periodiche hanno mai svelato al mio ginecologo questo grave peccato di gola.

La crema fritta invece era riservata ad occasioni particolari, come la Pasqua, un compleanno, la festa religiosa degli Addobbi. Mai una volta i cubetti di crema le si sono sciolti o deformati senza dignità nel liquido bollente, come invece è capitato spesso a me quando da adulta ho provato a farli!

Nei dolciumi fritti lo zucchero a velo, sparso sopra dopo che l'unto in eccesso si è trasferito sulla carta assorbente, diffonde un aroma caratteristico dovuto allo zucchero stesso sciolto al tepore della pasta e questa fragranza ti spinge ad allungare la mano per assaggiare un pezzo ancor prima che sia completamente raffreddato.

Ma il capolavoro del connubio “mamma e padella del fritto” erano le sfrappole (o cenci, o qualsiasi nome abbiano in giro per l'Italia i nastri di pasta fritta e inzuccherata tipici del Carnevale): restavano friabili seppure morbide, chiarissime e delicatissime, non parevano nemmeno cotte e invece lo erano alla perfezione. La mamma intrecciava i nastri di pasta prima di buttarli nello strutto bollente dove si gonfiavano all'istante, l'intreccio diventava quasi un merletto e raramente si rompevano. Poi, messe in bocca, la pasta sottile, ma non troppo croccante, si scioglieva lasciando una dolcezza delicata che suggeriva di prenderne subito un'altra per avere la conferma che non si trattava di un sogno.

Una volta, avrò avuto otto o nove anni, nel mese di gennaio fui invitata insieme ad altri bambini al compleanno di un'amica, di famiglia benestante. Ognuno le avrebbe portato un regalo, ma alla mia mamma non andava di spendere soldi in quel modo, a causa delle nostre ristrettezze economiche. Allora decise di preparare un grande vassoio di sfrappole (era già periodo di Carnevale), cavandosela con un po' di farina, zucchero e due uova: il mio regalo sarebbe stato questo.

- Ma che razza di regalo è? Un regalo è un giocattolo o un libro, mica delle sfrappole!- obiettai io disgustata.

- Vedrai!- chiuse il discorso la mamma, tanto a quell'epoca i bambini non avevano il diritto di discutere né tanto meno di opporsi.

In pochi minuti il regalo era pronto.

Mi ricordo ancora l'enorme vassoio di sfrappole leggerissime e perfette: sembravano tante farfalle dorate e imbiancate dallo zucchero a velo e meravigliosamente profumate.

Fu avvolto con ogni cura nella carta più leggera che si trovò in casa e mi rivedo per strada verso la casa dell'amica tenendo quel pacco enorme fra le braccia come una reliquia preziosa. Mi lasciavo dietro una scia profumatissima e dolce, ma dentro di me ero molto arrabbiata: - Che figura farò con questa roba, non è nemmeno un regalo, mi prenderanno tutti in giro!-

Certo, feci una figura, ma non come pensavo: le sfrappole furono apprezzatissime da tutti, sparirono in un batter d'occhio, ormai mi portavano in trionfo. E la mamma dell'amica chiese alla mia la ricetta.

Forse era proprio lo strutto tanto… vissuto a dare quel sapore così ricco e straordinario ai fritti di casa mia? Nessuno a quel tempo si poneva problemi di colesterolo, gastriti, o tumori.

Quando mio marito, ancora fidanzato, venne a pranzo da me e vide quella padella inorridì e decretò:

- A casa nostra sarà tutto più sano, niente strutto, solo olio e del migliore!-

Ma i fritti della suocera li ha sempre apprezzati ugualmente!

Ora in casa nostra c'è la padella per friggere, in acciaio inox e lavabile in lavastoviglie. E olio al posto dello strutto, da buttare ogni volta. Però io ogni tanto, lo confesso, aggiungo nell'olio qualche cucchiaiata di strutto: è un piccolo rito legato al passato, la ricerca inconscia di un sapore antico d'infanzia.


Mio fratello mi porgeva la vecchia padella nera, stando ben attento a non ungersi con quell'avanzo di strutto rappreso.

- Allora che ne facciamo? La vuoi forse tenere per ricordo?- chiedeva ridacchiando.

I ricordi correvano, saltellavano dentro quell'oggetto come se stessero friggendo ancora… ma non avrei più potuto assaporarli nella realtà.

Quel giorno la padella finì in un sacco nero di rifiuti, insieme al battipanni, ma questa è un'altra storia di un'infanzia antica più di mezzo secolo.

 
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MEMORIA STORICA

Post n°1589 pubblicato il 03 Febbraio 2019 da atapo
 
Tag: memoria

 

COSA CANTAVAMO

 



La Biblioteca Nazionale di Firenze, dove, insieme a quella di Roma, viene conservata una copia di ogni testo scritto e stampato in Italia, ha allestito una interessante mostra sul '68 a Firenze e in Italia tutta, esponendo documenti dai suoi archivi e avuti in prestito da altri. Non solo il '68 politico e delle contestazioni, ma c'è una panoramica completa di quell'anno, dalla moda ai fatti di cronaca, agli oggetti, alle pubblicazioni serie e divulgative. Aggirarsi per quelle sale e soffermarmi davanti a quelle teche e a quegli oggetti, leggere, osservare… per me è stato un tuffo nel passato dei miei 17 anni: ricordo tanto di quel periodo e ancora di più mi è tornato in mente.

La mia gioventù! La mia contestazione! Breve, a dir la verità, i miei genitori riuscirono a “contenermi” non proprio con le buone, feci litigate furiose con loro… e non solo… Però l'aria che respiravo era quella, la mentalità andava cambiando, negli anni successivi entrò nella mia vita ciò che nasceva in quei giorni.

Oltre alla mostra, dove si possono seguire interessanti visite guidate, c'è una serie di conferenze su vari aspetti di quel tempo. Io, con tutti i miei impegni, sono riuscita a perderne molte, ma una non l'ho voluta perdere per tutto l'oro del mondo, questa:

 


 

E' stata una conferenza unita a un mini-concerto sui canti impegnati dell'epoca. Fra i cantanti c'era Chiara Riondino, cantautrice toscana impegnata, che è insegnante e un anno lavorò nella mia scuola: collaborò con me per uno spettacolo che stavo preparando con gli alunni, sulla storia attraverso le canzoni. Lei fu utilissima proprio perché cantava e suonava la chitarra, mi aiutò a far imparare velocemente le canzoni ai bambini, attraverso un piccolo trucco…

Ogni tanto la incontro, in spettacoli e manifestazioni, l'ascolto e la saluto sempre volentieri.

Bellissime le canzoni che hanno cantato: Bob Dylan, Joan Baez, Moustaki, De André, Gaber… e altre che furono famose: “Comandante Che Guevara...” Mi venivano i brividi a risentirle, dopo tanto tempo, tanta storia passata e tanti cambiamenti nel mondo.

La platea era numerosissima, la maggior parte “reduci”, se così ci possiamo definire noi coetanei che eravamo allora giovani, sognatori e, chi più e chi meno, rivoluzionari. L'emozione nella sala si sentiva forte, qualcuno seguiva canticchiando sottovoce, a volte tutti accompagnavamo a voce alta i ritornelli più conosciuti, qualcuno a tratti era rosso in viso dalla commozione. Tutti ripensavamo alla nostra giovinezza, ai nostri contributi a quell'epoca… cosa siamo diventati ora?

La canzone ha sempre forti poteri evocativi.

A casa poi ho ricercato quei canti, ora youtube lo permette con facilità, li ho riascoltati, mi sono commossa ancora.

Non dimenticherò facilmente questo pomeriggio.


 

 
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CIAO GENNAIO

Post n°1588 pubblicato il 31 Gennaio 2019 da atapo
 
Tag: cronaca

 

LA NEVE DELLA MERLA

 


 

Stavolta la merla a cui sono dedicati gli ultimi tre giorni di gennaio ha voluto lasciare la sua traccia e, dopo la pioggia dei giorni scorsi, oggi ha nevicato anche a Firenze!

I monti attorno erano già imbiancati da ieri l'altro e io mi sarei anche accontentata, invece stamattina, mentre in autobus andavo in piscina, perchè quando sono uscita c'era sì la nebbia, ma a tratti si intravedeva il sole ed io non volevo perdere la lezione di ginnastica in acqua... ecco, dall'autobus i primi grossi fiocchi sempre più fitti, così quando sono scesa alla fermata ho solo attraversato la strada e preso l'autobus in direzione opposta che mi ha riportato a casa. Non volevo correre rischi di scivolare, nel pomeriggio dovevo tornare dal dentista e con la neve i rischi di un'uscita al giorno sono più che sufficiente.

Così ho avuto il resto della mattinata a disposizione e... ho tirato un po' il fiato!

Sta continuando il ritmo forsennato di impegni previsti e imprevisti con cui ha esordito questo 2019 e io non so più come rigirarmi.

I gruppi di teatro (in quello "Over 65" abbiamo dovuto preparare a casa dei testi scritti ed altri se ne preannunciano), il corso di scrittura autobiografica che esige i compiti a casa e ci vogliono ore per scrivere, correggere, migliorare... La piscina: ho ripreso in gennaio se no la schiena si lamenta! I nipotini: oltre le ore concordate di babysitteraggio a casa loro, hanno voglia di venire a casa mia, tra i libri e i giochi dei nonni e dopo la scuola capita che mia figlia mi telefoni: -Ci siete? Possiamo fare un salto? I bimbi chiedono di venire da voi...-

Come si fa a dire di no? Ma quattro bambini per casa esigono attenzioni... e merende!

Da dicembre ci si è messo anche il dentista: è un lavoro lungo, ma indispensabile, una o due volte la settimana, fra andata e ritorno il pomeriggio se ne va.

Stamattina in fondo non è stato un male che la nevicata mi abbia convinto a restare a casa. Le ore sono comunque volate troppo in fretta, di tutto ciò che dolevo fare poco è stato smaltito, ma almeno sono rimasta tranquilla al calduccio e ho anche avuto più calma per pensare ... a come organizzare tutto il resto!

Mi dispiace che anche qui a scrivere e a leggere ultimamente io sia piuttosto latitante, ma spero abbiate capito la situazione. A dire il vero, non è che la mia vita in questo periodo sia particolarmente emozionante, da meritare scritture approfondite: è un tran tran affollato, ma abbastanza nella norma.

Credo non sia una cattiva idea di mettere qui, ogni tanto, qualche raccontino autobiografico di quelli che scrivo per il corso: almeno li sfrutto, in qualche modo, mi sembra che i precedenti siano stati graditi.

Dunque presto ne leggerete un altro...

 

 
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WHY NOT ?

Post n°1587 pubblicato il 26 Gennaio 2019 da atapo
 

NO  ENGLISH

 

 

Nell'istituto comprensivo frequentato dai miei nipoti (lo stesso in cui insegnavo io) dopo le vacanze di Natale sono finalmente arrivate le proposte dei corsi extracurriculari.
Si tratta di attività proposte dopo l'uscita alle 16,30 per i bambini della scuola primaria e dell'infanzia, un incontro alla settimana che dura un'ora e mezza, si può trattare di canto, attività motorie o artistiche, lingue straniere, dipende dalle disponibilità e competenze degli insegnanti. Qualcuno forse ricorda che per diversi anni dopo che andai in pensione anch'io vi avevo partecipato, col mio teatro in francese… I genitori pagano una quota che in pratica è il compenso per l'insegnante, in modo che la scuola non impegni gli scarsi fondi ministeriali.
Questo è pesante per i bambini dopo otto ore di scuola? Dipende da come si organizza: è chiaro che a quell'ora si devono proporre attività leggere e attraverso il gioco, non dev'essere una prosecuzione dello stile scolastico…
Purtroppo partono sempre tardi, ora a fine gennaio, e durano poco più di due mesi perché verso la conclusione dell'anno scolastico tutti sono già stanchi.

Non so perché non inizino prima, a novembre, ci sarebbero tempi più distesi, all'interno dei gruppi ci si conoscerebbe meglio e, secondo me, le attività sarebbero più produttive e raggiungerebbero risultati più incisivi e interessanti. Difficoltà organizzative? O forse è il non ritenere queste proposte, molto auspicate dai genitori, abbastanza importanti e formative da meritare un impegno temporale adeguato? Mah, non voglio indagare …

I miei nipoti più grandi quest'anno si sono iscritti così: Martino (in quinta) all'approccio alla lingua cinese, Damiano (in seconda) al canto corale. Entrambi avevano scelto anche inglese, che doveva essere diviso in due gruppi, uno per le seconde e terze classi, l'altro per le quarte e quinte.
Però abbiamo appena saputo che nei due gruppi di inglese non si è raggiunto il numero di iscritti necessario per attivare il corso (cioè per pagare l'insegnante), quindi NIENTE INGLESE.
Io ho pensato: possibile che in questo caso non si potessero unire i due gruppi, farne uno solo con tutti i bambini dalla seconda alla quinta? Quando tenevo il corso di francese erano tutti insieme, dalla prima alla quinta: ci sono canti, giochi, storie, scenette e altro che si possono benissimo proporre a bambini di età diverse insieme, anzi, era sempre una situazione stimolante, si creavano rapporti nuovi rispetto a quelli di classe, aiuti reciproci, disegni o testi preparati a piccoli gruppi… E abbiamo raggiunto risultati interessanti e soddisfacenti, nelle mie lezioni di scolastico c'era il meno possibile, ciò che facevamo era vivere insieme delle situazioni attraverso una lingua diversa.
Mi viene il dubbio maligno che chi avrebbe insegnato inglese non fosse affatto in quest'ottica, che volesse proporre attività più strutturate, più scolastiche… forse schede, esercizi da qualche libro… e allora per forza sarebbe difficile gestire bambini di età diverse… ma dopo le 16,30, sai che noia e che stanchezza!
In conclusione, niente inglese quest'anno, purtroppo.

 
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LA STRADA PICCOLA

Post n°1586 pubblicato il 18 Gennaio 2019 da atapo
 

 

NONNA NATA”

 


 

Il più piccolo dei miei nipotini, Cesare, tocca a me se io e mio marito siamo i babysitter di turno per andare a riprendere i quattro all'uscita dalle scuole.

Quando all'asilo nido io entro nella stanza dove i cuccioli di due anni aspettano di essere “prelevati” giocando o ascoltando l'educatrice che legge qualche libretto, appena mi vede si illumina tutto e scatta a venirmi incontro, c'è un bel saluto affettuoso, poi mi guida al suo armadietto da cui preleva tutto l'abbigliamento invernale per uscire.

Ritorniamo a casa a piedi, lentamente, dieci minuti di strada e il rito è sempre il medesimo: pestacchia le foglie cadute e si diverte al loro rumore, guardiamo se ci sono le nuvole, se passa il treno, poi comincia a cercare se c'è qualche cane a passeggio col padrone, se c'è in giro qualche gatto randagio che frequenta una piccola gattaia organizzata nell'angolo del giardino pubblico. E come è scrupoloso nel cercarli! Controlla sotto le siepi, dietro alle auto, dove ci sono le mangiatoie con le crocchette, esamina dal marciapiede tutto il prato. E' facile che se ne vedano e allora li ammira tutto soddisfatto, ma non si avvicina troppo. E' un po' timoroso, non ha avuto, come i suoi fratellini, la bella convivenza col gatto Beto, che morì pochi mesi dopo la sua nascita, non si azzarda ad accarezzare i gatti che incontra. Però gli piacciono, li studia a distanza, poi quando li salutiamo e riprendiamo il cammino ripete tutto soddisfatto: “Gatto… miao miao...”

Prima di arrivare a casa ci sono alcuni alberi con tante piccole bacche rosse sui rami e cadute per terra. Io gli avevo detto: -Quelle sono la pappa degli uccellini.- E un giorno è rimasto a bocca aperta, senza fiato per la meraviglia quando sui rami ha davvero visto gli uccellini che svolazzavano e beccavano le bacche!

La nostra passeggiata del ritorno è tutta una scoperta, poi entriamo in casa e ci godiamo ancora alcuni minuti da soli, in cui mi fa vedere qualche giocattolo, prima che arrivi la sorellina dalla scuola materna e, dopo una mezz'ora, i due fratelli più grandi dalla scuola elementare. E a quel punto c'è una bella confusione ed io, insieme a mio marito, dobbiamo dare ascolto a tutti.

Cesare si è affezionato moltissimo a me: dice mia figlia che quando sa che verranno a casa mia è sempre molto contento, che all'asilo se lo va a prendere qualche babysitter o a volte anche la mamma mette il muso. Una volta si era arrabbiato coi genitori per non so quale motivo, allora è andato alla porta di casa e tentava di aprirla dicendo: - Io vado dalla nonna Renata.- ed è rimasto a lungo a dare pugni alla porta prima di arrendersi, dopo la promessa che sarebbe venuto da me il giorno dopo.

Stamattina mi è stato detto che al momento dell'uscita per l'asilo ha chiesto se si poteva andare dalla nonna Renata, prendendo con sé anche la volpe di peluche che gli ho regalato, e si è rassegnato solo quando mia figlia è riuscito a convincerlo che non poteva perché i nonni dormivano ancora.

Chissà come mai questo affetto… io non faccio niente di particolarmente seduttivo nei suoi confronti, forse dentro di me sento molto forte la tenerezza per questo cucciolo giunto così inaspettato e… travolto dalla confusione che gli fanno attorno i tre fratelli maggiori! A volte penso che sia stato l'imprinting di quei primi mesi in cui quasi ogni giorno lui e la sua mamma venivano a casa nostra per il pranzo, in fondo con noi lui ha vissuto a lungo, molto più degli altri fratelli, che sono sì affezionati a noi nonni fin da quando erano piccoli, ma nessuno in modo così evidente.

Devo stare attenta a non viziarlo, ma anche a non deluderlo.

Intanto, da poco tempo ha iniziato a chiamarmi col mio nome: sono “Nonna Nata”.

 
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RICORDI

Post n°1585 pubblicato il 11 Gennaio 2019 da atapo
 
Tag: memoria

Ho già partecipato a diverse lezioni del corso di "scrittura creativa autobiografica" e mi è venuta un'idea: potrei continuare a mettere qui ogni tanto qualcuno dei raccontini che scrivo, come ho fatto già per Natale... In fondo arricchirebbero la serie dei testi nel tag MEMORIA. E spero che per qualche lettore possono essere piacevoli...

Dunque ecco a voi qualcosa in tema con la stagione, tipicamente invernale:

 

P.Bruegel, Paesaggio invernale

IL  TEMPO  DELLA  NEVE

Mi svegliava un silenzio insolito e una luminosità livida che filtrava dalle persiane chiuse.
Io capivo subito: la neve, finalmente!
Mi alzavo e correvo dietro ai vetri a guardare il mio giardino nella sua nuova veste: le forme erano cambiate, quasi irriconoscibili, ricoperte dal manto bianco e spesso.
Veloce mi vestivo e facevo colazione, poi di corsa fuori. L'aria del mattino era pungente, ma io  volevo assolutamente toccare la neve. Mi piacevano quei contrasti tra la morbidezza che appariva alla vista e la fragilità quasi di vetro soffiato, che si spezzava subito quando affondavo la mano nella neve appena caduta per raccoglierne una manciata. Mentre si scioglieva fra le dita, queste diventavano sempre più ghiacciate nonostante i guanti di lana.
Potevo attardarmi poco, perché dovevo correre a scuola e avrei passato quella mattina meno attenta del solito alle lezioni, pensando a ciò che mi aspettava nel pomeriggio.
Subito dopo pranzo la mamma mi ricopriva bene: pantaloni di panno pesante, calzettoni di lana grossa, scarponcini,  cappotto, guanti a manopola, passamontagna e sciarpa. Io di solito non amavo il pizzicore di tutta quella lana, soprattutto il passamontagna in cui mi sentivo soffocare e la sciarpa che, tesa davanti alla bocca, mi faceva solletico al naso, ma in quell'occasione sopportavo stoicamente, perché poi…via con le due amiche del cuore verso il “castellaccio”!
Il quartiere si stava spandendo su per le colline, dove finivano le strade asfaltate proseguivano delle carrarecce che si inoltravano tra prati, campi e boschi. Una di queste saliva in una specie di vallata fino ad arrivare ad una antica villa recintata, chiamata appunto “il castellaccio”.
Uno dei versanti era boscoso, ma l'altro era tutto un prato d'estate e d'inverno diventava una magnifica pista per le slitte: ripida in alto abbastanza da prendere velocità, più dolce il pendio in basso, così da agevolare la frenata e l'arrivo senza incidenti.
In quei pomeriggi nevosi pareva che tutti i bambini del quartiere si fossero dati appuntamento lì, sul versante bianco erano piccole sagome colorate e vocianti sempre in movimento: veloci a scendere sulle slitte, più lenti nel risalire a zigzag affondando nella neve ai lati della pista, che diventava sempre più larga e più levigata. Le slitte allora erano tutte di legno, io non ne possedevo una, ma le mie amiche sì, erano di famiglie più benestanti, mi facevano salire dietro a loro e a volte mi lasciavano anche guidare.
Ah, che bello! Quell'improvviso leggero senso di vuoto che si sente alla partenza, come un decollo, poi la velocità che aumenta, l'aria fredda che punge il viso con mille piccoli spini (perché la sciarpa la toglievo subito per sentirmi più libera), la durezza del legno un po' dolorosa ad ogni sobbalzo, il puntare strisciante dei talloni sulla neve ghiacciata quasi a graffiarla al momento di rallentare…
L'ebbrezza della velocità, poi lo sforzo della risalita trascinando la slitta, per non scivolare affondavo nella neve più soffice, senza far caso se entrava negli scarponcini, così che i piedi presto si bagnavano, ma non me ne accorgevo nemmeno. Lo stesso per le mani, le manopole diventavano fradicie in fretta.
Chi non trovava posto in slitta e doveva aspettare il suo turno rischiava il congelamento: allora ecco i saltelli, il battere le mani l'una contro l'altra, il buttarsi o rotolarsi nella neve fino a sentirsene avvolti come da una coperta, era sempre meglio che stare in piedi immobili.
Restavamo lì fino al tramonto, talvolta riprendeva a nevicare, ma noi continuavamo imperterriti nel nostro ritmo di salita, discesa, risalita e ci sentivamo campioni olimpionici.
Più tardi, a casa, dovevo spogliarmi quasi completamente  e la mamma stendeva gli indumenti bagnati appesi sulla stufa a legna, brontolando e minacciando che senz'altro mi sarei ammalata. Io solo allora avvertivo tutto il freddo accumulato e mi accostavo il più possibile alla stufa rovente, a volte infilavo mani e piedi dentro al forno per qualche minuto, il viso mi diventava rosso e lo sentivo di fiamma.
Dopo alcuni anni il “castellaccio” non ci bastava più: scoprimmo e ci impossessammo del “campino”, che in realtà era un pendio molto più ampio e ripido del precedente in un'altra zona del quartiere. Eravamo adolescenti, pronti a sfide temerarie: il campino era più pericoloso, disseminato di cespugli da evitare, o da finirci in mezzo, in basso c'erano un fosso e lo scavo profondo per le fondamenta della nuova chiesa.
Io ora portavo gli stivali alti di gomma, i pantaloni grossi della tuta che usavo a scuola per educazione fisica, due maglioni sotto una vecchia e stretta giacca a vento ereditata da chissà quale parente. Finita l'era del passamontagna soffocante, usavo cuffie di lana morbida che lasciavano uscire i capelli lunghi. Avevo amici nuovi, gli approcci e i corteggiamenti tra ragazzi e ragazze spesso consistevano nelle palle di neve infilate di sorpresa dentro al collo della giacca, da dietro e il gelo scendeva velocemente lungo la schiena, bisognava togliere la giacca, scrollarla bene…intanto si rabbrividiva dal freddo.
Neppure allora possedevo la slitta, ma riuscivo sempre a trovare chi me la prestava, ero diventata abile nella guida, direi spericolata.
 Tra gli amici ce n'era uno esuberante e simpatico, che mi offriva volentieri la sua slitta ed era ancora più spericolato di me: su quelle piste ci divertivamo molto insieme, ci sentivamo campioni evitando ogni cespuglio, fermandoci a pochi passi dal fosso. La velocità ci faceva sobbalzare e quasi volare su certi dossi, prendevamo forti colpi contro il legno duro della slitta che ci procuravano lividi al fondo schiena e all'interno delle ginocchia e nei giorni seguenti dolevano al solo sfiorarli, ma di cui andavamo fieri come ferite sul campo di battaglia.
Lui in realtà era innamorato di me, nel suo impegnarsi in quelle acrobazie c'era un ingenuo  tentativo di seduzione, ma non raggiungeva il risultato sperato, perché io in quel periodo avevo nel cuore un altro ragazzo, un compagno di scuola timido e intellettuale, che, ahimè, abitava dall'altra parte della città e non poteva raggiungermi per accompagnarmi in quelle  imprese.
I pomeriggi passati così continuavano per diversi giorni, finché la neve diventava una poltiglia sporca che ci infangava ad ogni caduta e il viscido del fango affiorante rendeva ardue le risalite.
A malincuore ci dovevamo rassegnare: la stagione era finita. Facevamo progetti per l'anno successivo, forse finalmente anche a me avrebbero comperato la slitta, dopo tanto tempo che insistevo…
Ma quell'anno fu l'ultimo che vide le mie prodezze: diventai grande e così anche i miei amici, cambiammo interessi e impegni, la spensieratezza di quei pomeriggi non ritornò più .

 
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SOTTOTONO

Post n°1584 pubblicato il 06 Gennaio 2019 da atapo
 

AL  VIA



Fine delle feste natalizie… molto sottotono...
...passate più o meno sempre raffreddati e malridotti: non un cinema, né un teatro, né un ristorantino con mio fratello e sua moglie che sono venuti a Firenze tre giorni, ne hanno approfittato per godersi i nipotini che non vedevano da due anni qui e a Montelupo. A casa nostra sono stati due mezze giornate, tutte di relax e gli andava bene lo stesso, hanno detto, tra chiacchiere e rievocazioni del passato, ma per i pasti mi sono dovuta dare da fare, perché mio marito non se la sentiva di andare a mangiare al ristorante. Bella goduria!
Per fortuna mi ero ritagliata quel pomeriggio a girare in centro, tanto per cambiare aria… e per fortuna non ci eravamo persi la giornata con gli amici bolognesi.
Insomma, io stasera sono un po' malinconica, è scivolato via tutto così in fretta senza che mi senta soddisfatta né rilassata… e domani saremo di nuovo nella completa follia: subito il dentista, la ripresa del gruppo di teatro con gli anziani, martedì tutta la mattinata all'ospedale per dei controlli medici.
E, ciliegina sulla torta, domani e dopodomani ci sono scioperi nella scuola, si saprà solo domattina quanti e quali dei nipoti potranno entrare e in quali turni,  se al mattino o al pomeriggio, quindi sono allertate le baby sitter ma anche noi nonni negli orari in cui le babysitter non sono disponibili.
In conclusione, non ho affatto voglia di riprendere questa NORMALITA', sono stanca come prima di Natale se non di più.
Nuovo anno, stanchezza vecchia! E cerco di non pensare ad altre faccende che so già essere in attesa prossimamente... Avrei solo voglia di dormire, sdraiarmi sul divano avvolta in una coperta e immergermi nella lettura di qualche romanzo avvincente che mi faccia entrare in nuovi mondi e nuove avventure, invece è meglio stirare, riordinare, cercare di dare una sistematina alla casa approfittando di questa forzata clausura, così che poi per qualche settimana si possa vivere di rendita, visto che sarà già faticoso riprendere la routine ordinaria.
Avremmo bisogno di quelle due settimane di stacco al caldo delle Canarie o da qualche altra parte, ma quest'inverno abbiamo deciso di rinunciarvi, non sapendo ancora come rimarranno le nostre finanze dopo la sistemazione della casa in montagna. Pensavo che per una volta potevamo fare a meno della fuga al caldo, invece adesso non ne sono più sicura, sentendomi così stanca, ma ormai è tardi, bisogna resistere qui, sperando che il freddo di gennaio non si faccia troppo agguerrito e non ci porti malanni peggiori.

 
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L' INIZIO

Post n°1583 pubblicato il 02 Gennaio 2019 da atapo
 

AUGURI  e  BACI

 

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A inizio d'anno il rosso porta fortuna, ciò che è piccolo e tondo porta soldi (dicono)...

Allora che c'è di meglio che inaugurare il 2019 con una foto scattata nel mio giardino, dove le nandine sono uno spettacolo di colori e di grappoli di bacche rosse!

Sono diventate molto belle e colorate: col freddo le foglie hanno preso tonalità di rosso, giallo, arancione oltre che verde chiaro e scuro, una meraviglia e una grande vivacità! E non cadranno, resteranno così per tutto l'inverno, le bacche forse saranno cibo per gli uccellini.

Come potete vedere nel box qui accanto, anche i mesi del 2019 ho deciso di illustrarli con BACI, nell'arte: ne avevo trovati tanti, era un peccato non continuare...

E  c'è sempre tanto bisogno di baci, di sentimenti buoni, di amore...

(I baci del 2018 li potete trovare tutti insieme sul mio profilo)

 
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L'ANNO CHE VERRA'

Post n°1582 pubblicato il 31 Dicembre 2018 da atapo
 

QUASI  PREMONIZIONE



 

Diversamente dagli anni passati non mi ero attivata per tempo e nemmeno all'ultimo momento per decidere come passare la fine dell'anno.
Il teatro era stata spesso una buona soluzione, ma quando ho cominciato ad interessarmi per i biglietti ho scoperto che i posti del 31 per gli spettacoli che potevano interessarci erano già tutti esauriti.
Avevo trovato qualcosa di alternativo: una cena non troppo cara seguita da uno spettacolo di circo (senza animali): quando mio marito si è deciso a dirmi che poteva andare... ecco che è comparso il messaggio: posti esauriti pure lì, accidenti ai suoi tempi eterni indecisi!
In un circolo c'era la tombola, con intermezzi musicali, ma la tombola gli mette tristezza, dice.
Pazienza! Vediamo che films ci sono in giro, magari dopo una buona pizza...
Nel frattempo, cioè dal giorno di Natale, io ho cominciato ad avere un raffreddore e una tosse potentissimi che mi hanno massacrato tutti i giorni scorsi, da cui sto riemergendo a fatica: per  il film forse avrei fatto ancora in tempo a guarire, o quasi.
Per fortuna non stavo più troppo male il 28 quando sono venuti a trovarci la coppia di nostri amici bolognesi e siamo riusciti ad andare in montagna per mostrargli la nostra casa, passando una giornata piacevole ed anche soleggiata perchè lassù, dopo aver attraversato le nuvole, il sole era stupendo e l'aria purissima. Mi sarebbe proprio dispiaciuto rinunciare a quella bella giornata insieme!
Però anche una sala cinematografica era a rischio, non si può tormentare con la tosse gli altri spettatori.
Invece mentre io guarisco mio marito si ammala e da ieri è uno straccio: senza febbre, ha i miei stessi sintomi, ma passa dal letto alla poltrona davanti alla televisione. Mi pare, se devo dire la verità, che la stia prendendo molto sul tragico, ma sembra che gli uomini siano così: un po' di malessere e sono k.o.
Oppure è un sistema furbo per togliersi dalle incombenze. In ogni caso anche il progetto PIZZAeCINEMA va a farsi benedire, tanto lui ora non ha nemmeno fame.
Così passeremo una serata TUTTO.DIVANO.E.FILM.IN.TV, da vecchietti come ormai siamo.
Da un pezzo non ci accadeva, eravamo riusciti sempre a trovare qualcosa fuori casa. In fondo mi dispiace che lui stia ancora male, non mi dispiace però questa conclusione che in un certo senso per noi è "alternativa", avendo sempre cercato di evitarla.
Sarà tutto più soft, più calmo, più meditativo.
C'era un perchè se non mi affannavo a cercare teatri e compagnia, il mio inconscio lo sapeva...

Ecco, forse è in questo un primo insegnamento: dovrei lasciarmi andare di più, affannarmi di meno, ascoltare di più il mio istinto senza l'ansia di avere sempre tutto sotto controllo. Tanto ciò che deve accadere accade lo stesso. Così allora dovrà essere l'anno che verrà.

Quello che sta finendo non è andato male. Abbiamo viaggiato molto... anche se non siamo andati molto lontano! Mi riferisco a tutti i viaggi lungo l'Appennino per cercare la casetta in montagna, che ci ha impegnato tempo ed energie, con illusioni e delusioni, ma finalmente con un risultato. Così abbiamo scoperto luoghi piacevoli che ci hanno lasciato la voglia di ritornarci... e sono a un passo da casa! Questo nuovo progetto ha ravvivato le energie e lo stare insieme tra me e il marito, aumentato i momenti "nostri", ci siamo ritrovati attorno ad un nuovo sogno comune come non ci accadeva da tempo.

Per il resto, paiono risolti certi problemi di salute e certe complicazioni nella gestione nipoti, il teatro mi ha sempre divertito parecchio e dato soddisfazioni, che dovevo avere di più dal 2018?
Questo anno passato mi ha portato anche una sorpresa che mai avrei immaginato all'inizio: mi ha fatto ritrovare, attraverso i social, un' antica amicizia di scuola, di quando ero a Bologna. Come accade spesso, tutto avrebbe potuto esaurirsi in alcune comunicazioni del tipo: "Che sorpresa!... come ti va?... che hai fatto in questi 50 anni?... che fai ora?" e all'inizio associavo questo ritrovarsi alla canzone di Guccini "Incontro", perchè a volte questi incontri non sono positivi, scopri che la vita ha dato prove dure, oppure che la persona ritrovata non corrisponde più ai tuoi ricordi...

Invece non è stato così, l' "incontro" meriterebbe un'altra canzone che non esiste, che raccontasse quanto è piacevole rivivere ricordi e una città comuni, scoprire dopo tanto tempo quante affinità ancora ci possano essere, di quanti argomenti si possa parlare anche solo per lettera e scambiarsi idee, esperienze, suggerimenti, nella consapevolezza che ci siamo ritrovati non solo per quel che restava di noi due ragazzini, ma per ciò che siamo diventati ora, parecchio adulti e già nonni, e che ci ha permesso di riscoprire e riprendere la nostra amicizia. Così la mia città natale ora è diventata più viva e presente di quanto lo fosse dopo tanti anni che sto a Firenze e, anche se molti parenti e conoscenti a Bologna non ci sono più, adesso so che là ho una nuova persona di riferimento e ne sono lieta.

Ecco, vorrei che il 2019 continuasse su questo tono: tranquillo e positivo, non mi serve niente di più. Ultimamente ho ripreso a scrivere nel corso di scrittura creativa e so che scriverò ancora parecchio: sarebbe il massimo se riuscissi anche a completare certe mie scritture che ho a mezzo nel computer, che così lasceranno tracce di me e del mio tempo ai miei discendenti. Poi ci sarà da attrezzare la casa in montagna e, finalmente, da andarci a prendere il fresco... Chissà che il prossimo ferragosto io riesca a scrivere da lassù!
Non voglio pensare ad altro: che sia quel che dovrà essere, ma che lo sia senza troppa sofferenza e  che io riesca a ritrovare in ogni avvenimento una luce di positività...
Che sia bello e sereno questo passaggio di anno anche per tutti voi amici lettori, e che continui così anche per il resto del 2019.

BUON ANNO !

 
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IL GIORNO DOPO

Post n°1581 pubblicato il 26 Dicembre 2018 da atapo
 

TUTTO  SECONDO  COPIONE

 

in attesa

 

Passato il Natale. Come è andato? Tutto secondo copione, come dico nel titolo.
Non lo dico in senso negativo o annoiato, ma sono contenta dei non imprevisti negativi, della buona salute di tutti, dell'allegria e della confusione dei bambini che si godono giustamente la loro festa.
Quest'anno il nostro Natale di famiglia è tornato alla bella abitudine dell'incontro la sera della vigilia per la cena dei bimbi-Natale, titolo del nostro lessico familiare inventato da mio figlio quando i nipotini erano diventati due e … si facevano notare e sentire. Ora che sono cinque tutto è moltiplicato naturalmente!
Nel 2017 ci fu la sorpresa poco simpatica che il parroco iniziava la veglia natalizia con la messa alle 21,30, mio marito non voleva mancare e non si riusciva a tornare in tempo da Montelupo, dove, in casa di mio figlio, ci sarebbe stata la cena. Così rinviammo tutto al 26, ma l'atmosfera era diversa, mancava la magia del Natale in arrivo…
Io da tempo avevo detto a mio marito che non mi era piaciuto, che si poteva andare a messa il giorno di Natale e non sciupare il nostro incontro familiare. Penso che saremmo arrivati a uno scontro (poco natalizio purtroppo), poi il parroco ha spostato quest'anno la veglia alle ore 22 e mio marito ha detto che ce l'avremmo fatta, anche correndo il rischio di arrivare un po' in ritardo.  Così risolta la faccenda abbiamo ripreso la nostra bella tradizione:
la decisione collettiva del menù e la suddivisione dei piatti da cucinare fra le tre famiglie;
il mio extra, ormai diventato anch'esso tradizione: la preparazione di un quantitativo industriale di biscotti di pastafrolla per i bambini e un bel po' anche per me e mio marito;
le grandi manovre per far arrivare i regali e nasconderli subito per il Babbo Natale della mattina del 25 ognuno a casa propria;
il mettere sotto l'albero un pacchettino per ciascuno da aprire la sera della vigilia dicendo: - Babbo Natale aveva troppi pacchi, qualcuno l'ha già lasciato…- ;
il ritrovarsi giocattoli sparpagliati per tutta la casa e, al momento di andar via, doverli ricercare e dare ad ogni bambino i giocattoli giusti da riportare a casa sua;
i “mi piace” e i “non mi piace, non lo mangio” distribuiti fra tutti i minorenni, i secondi soprattutto di Martino che in quanto a gusti alimentari è una disperazione;
il ritrovarsi però tutti d'accordo e ben disposti davanti al dolce;
ma per poterlo mangiare devono cantarci o recitarci una canzone o una poesia natalizia imparata a scuola, la Diletta insieme a me ha cantato anche “petit papa noel” in francese, che le avevo insegnato in un giorno di babysitteraggio e lei ha imparato rapidissimamente;
la distruzione di alcuni segnaposto da parte di Cesare, ma a due anni si può perdonare;
il tentativo di fotografare tutti i pargoli insieme sul divano, per preparare poi il calendario del 2019, come gli altri anni: impresa disperata, tutti vogliono fare i pagliacci e in ogni foto c'è almeno un bambino che si muove, così tra una marea di scatti a stento se ne trova uno decente;
la distribuzione e l'apertura (finalmente) dei pacchetti, per i piccoli e per gli adulti: confusione incredibile, vorrebbero collaudare tutto subito, ma ormai è ora di andare a dormire in attesa del Babbo Natale più serio e abbondante della mattina dopo.
Poi i nonni ripartono, arrivano alla veglia un po' in ritardo, ma non penso proprio che sia un peccato grave.
Dopo la messa, al rientro, ecco i primi graditi auguri di Natale, tra mail e cellulare e mi soffermo un po' a rispondere in notturna…
Però io il 25 mi ritrovo con un forte mal di gola e tosse: un contagio da Cesare che era stato ammalato la settimana precedente ed io mi ero accollata le ore che non potevano fare le babysitter, poi le conseguenze di veglia e messa nella chiesa piena di umidità…
Cesare ora sta bene, io invece no, spero di non rovinarmi i prossimi giorni in cui dovremmo incontrare altri amici e parenti che non vediamo da tanto, volevamo andare con loro alla casa in montagna, anche solo per un rapido passaggio.
Così il giorno di Natale lo passo in casa, tra attività di tutto riposo e  messaggi di auguri insieme alle ultime notizie sul gradimento dei regali da parte dei nipoti.
Diletta ha commentato la bambola Rapunzel che ha trovato il mattino sotto l'albero: - E' il regalo più bellissimo che volevo!.-
E Martino viene nel pomeriggio a caricare canzoni sull'I-phone nuovo con l'aiuto del nonno. Dice che starebbe volentieri anche a casa nostra: sfido, nella sua casa piccolissima ci dev'essere una grande confusione, maggiore del solito, fra tutti e quattro più i genitori, più i giocattoli nuovi!
E le vacanze sono appena iniziate!

 
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MEMORIA e RACCONTO

Post n°1580 pubblicato il 24 Dicembre 2018 da atapo
 

IL  FRUSCIO  DEL  NATALE

 

 

A Bologna c'è ancora la grande fiera di Santa Lucia sotto il portico dei Servi, dove i Bolognesi da più di due secoli vanno a comperare tutto ciò che serve per il presepe, l'albero e gli addobbi.
Fu al mio primo Natale che i miei genitori comprarono le prime tre figurine per il presepio di famiglia, quelle essenziali: la Natività. Allora erano fatte di cartapesta, negli anni successivi ad ogni dicembre compravamo qualche statuina nuova.
Io aspettavo con gioia le passeggiate alla fiera di Santa Lucia, ci guadagnavo sempre un croccante o un bastoncino di zucchero colorato e crescendo cominciavo ad avere voce in capitolo anche nella scelta delle statuine.
Commentavo con papà, che era più appassionato della mamma in queste cose, i colori, le espressioni, anche i prezzi visto che col passare degli anni alla cartapesta si andava sostituendo la plastica, ma noi volevamo mantenere la caratteristica del nostro presepio e le statuine che ci sarebbero piaciute, quelle di cartapesta, arrivavano a costare molto per le nostre tasche.
Ogni personaggio aveva il suo nome: il Pastore, il Dormiglione, la Lavandaia, la Patoèa (così chiamavo da piccina una delle prime statuine che avevo scelto, una donna con un agnellino in braccio). Nel nostro presepio non ci furono mai Re Magi, troppo costosi, ma uno strano personaggio in abbigliamento più orientale degli altri io lo consideravo un re magio, lo collocavo lontano dalla grotta e lo avvicinavo pian piano fino al giorno dell'Epifania.
Una vera opera d'arte era ogni anno in casa nostra la costruzione del presepio, quasi sempre la vigilia di Natale e verso sera, perché papà aveva un negozio e chiudeva tardi, non c'era a quel tempo l'orario ridotto della vigilia.
Per i miei genitori diventava un progetto architettonico, prendevano molto sul serio questo lavoro e vi si dedicavano con impegno.
Cercavano in casa una base adatta, la volevano grande e quasi sempre la scelta cadeva sul ripiano del cassettone che si trovava nella stanza in cui dormivo io.
Non era quella veramente la mia camera, noi abitavamo una casa molto piccola, il locale in questione in realtà serviva da ingresso e per mezzo di una tenda era stato separato un angolo in cui stavano il mio letto e un comodino. Il cassettone si trovava nella parte ingresso, quindi un presepio costruito lì sopra, soprattutto se monumentale, sarebbe stato ben visibile e avrebbe attirato le meraviglie e i complimenti di tutti gli ospiti che passavano da casa nostra durante le festività. E di questo l'artista, cioè papà, ne sarebbe andato molto fiero.
Dunque papà cominciava, con la mamma come aiutante ed io quasi solo spettatrice, perché tutto ciò che occorreva era o troppo fragile o troppo pericoloso per una bambina piccola.
Con la carta-roccia innalzava una vera e propria struttura di paesaggio, grotte, montagne, pilastri che sorreggevano una volta rocciosa. Sullo specchio del cassettone come sfondo erano attaccati con mille precauzioni il cielo e un fondale di paesaggio desertico. Con altrettante precauzioni erano seminascoste in punti strategici le lucine che si potevano accendere ad intermittenza.
Ogni anno il presepio veniva fuori diverso, secondo l'estro di papà, le rotture della carta-roccia e il quantitativo di muschio che eravamo riusciti a raccogliere nei prati e nei boschi ancora vicini al nostro quartiere di periferia.
Per questa impresa occorrevano alcune ore e presto veniva il momento in cui io dovevo coricarmi nel lettino dietro la tenda. 
Avrei dovuto dormire, ma come era possibile se lì accanto, oltre la tenda, i miei genitori stavano lavorando al presepio?
La lampada principale della stanza era spenta, restavano accese solo le lucine da sistemare, al massimo una abat-jour. Io con gli occhi sbarrati seguivo sul sipario della tenda e sul soffitto  le loro ombre in movimento, intravedevo la struttura del presepio che si faceva sempre più alta, più complessa, più scura nella penombra. Con la fantasia immaginavo le loro azioni: “fanno la capanna… mettono il pastore… la lavandaia… metteranno l'agnellino accanto a Gesù?”
Loro sussurravano per non disturbarmi, talvolta distinguevo qualche parola:
- Ancora un po' di muschio…  ecco, va bene così… un chiodino qui… fai piano che la bimba dorme…-
E quasi di continuo mi arrivava il fruscio della carta-roccia appallottolata, poi sagomata, della paglia  sistemata, delle statuine tolte con delicatezza dalla carta di giornale in cui erano avvolte.
Tutti questi rumori leggeri mi elettrizzavano, mi applicavo a riconoscerli uno per uno e ad accompagnarli alle ombre in movimento come se unissi un sonoro alle immagini di un film. Mi ostinavo a restare sveglia, volevo partecipare con la fantasia alla costruzione del capolavoro.
Quegli stessi lievi rumori però mi cullavano e pian piano mi facevano addormentare prima della conclusione dello spettacolo.
La mattina del 25 dicembre la mamma veniva a svegliarmi, apriva la tenda, mi prendeva in braccio e finalmente potevo ammirare in tutta la sua bellezza il capolavoro di quel Natale: era sempre una sorpresa, ogni anno diverso e sempre differente da ciò che io mi ero immaginata la sera precedente, prima di addormentarmi dietro la tenda.

Questo raccontino l'ho preparato per il corso di scrittura creativa autobiografica, che sto frequentando. Qualcosa c'era già stato qui, tanto tempo fa, ho ripreso e sistemato...

Lo dedico a chi passa di qua a leggere, insieme ai più affettuosi auguri di

BUON  NATALE !

 
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CHE FESTA !

Post n°1579 pubblicato il 20 Dicembre 2018 da atapo
 

BELLE  NOTIZIE

 

 

Dopo gli anni della dirigente pazza che aveva proibito tutto, soprattutto ogni festeggiamento per paura delle responsabilità e della burocrazia, finalmente i tempi sono cambiati e questo è il secondo anno in cui all'istituto comprensivo in cui io insegnavo e in cui ora i miei nipotini frequentano le scuole si è svolta con impegno e allegria la festa di Natale nella piazza principale di zona, in un'atmosfera gioiosa come da anni non si vedeva.
Il quartiere ha sovvenzionato le merende ai bambini, i clown per i giochi di magia, l'impianto stereo che diffondeva la musica, ogni scuola ha allestito un banco per vendere i lavoretti fatti dai bambini e dalle maestre, mamme volonterose (“mamme in vendita” si sono definite) hanno aiutato le maestre a gestire gli affari. C'erano proprio dei begli oggetti quest'anno, anche lì si vedeva l'allegria e la partecipazione…

 


 

Il ricavato servirà per acquistare materiali per la scuola, come da tradizione. Insomma, pare che l'Istituto stia rinascendo dopo un periodo oscuro, anche i docenti li ho ritrovati più sereni.

Naturalmente io non sono mancata: una nipotina alla scuola materna e due alla scuola primaria esigevano la presenza dei nonni… Di più, il nipote più grande è in quinta (mamma mia come corrono gli anni!) e partecipava ad un concerto di canti accompagnati dal suono di flauti, tastiere e chitarre del progetto di continuità: i bambini di quinta insieme a quelli di prima media.
Ho rivisto con tanto piacere i miei vecchi colleghi… chi è rimasto… ormai stanno andando in pensione, ogni anno qualcuno manca, è passato a miglior vita… quella dei pensionati!
Dicevo a mio marito che guardandomi attorno dopo tutti questi anni ormai non vedo più chi sia stato mio scolaro: gli ultimi che ebbi sono alle superiori o all'università e non tornano certo alla festa di quartiere, i primi ormai sono diventati genitori, è più facile che qui si ritrovino i loro figli…
Appena detto questo mi sono sentita chiamare: ecco le ragazzine marocchine che ebbi nel corso di teatro in francese, che accompagnavano i fratellini più piccoli! Grandi abbracci e scambi di notizie: sono brave a scuola, diventeranno operatrici socio sanitarie.
Poco dopo noto un signore che mi fissa: quegli occhi li conosco… è un mio alunno del primo anno in cui insegnai a Firenze! Classe prima B, anno 1981/82! Calcolate un po' l'età…

Lo ebbi solo per quell'anno, ma lui si ricorda bene di me, mi racconta della sua vita, mi fa vedere la foto di suo figlio che ha 10 anni: un bellissimo bambino dagli occhi a mandorla, perché la moglie è cinese! E' nata in Italia, da una famiglia dei primi Cinesi che si stabilirono in zona. Così la lingua d'origine un po' l'ha perduta, ora mandano il bambino alla scuola pomeridiana di cinese che c'è nel quartiere, perché è importante coltivare le radici e per questi bambini è un valore importante per il loro futuro.
Che belle notizie… non si poteva concludere meglio il mio pomeriggio di festa scolastica!

 
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IL NOSTRO DICKENS

Post n°1578 pubblicato il 16 Dicembre 2018 da atapo
 
Tag: teatro

 

SPIRITI E FANTASMI


 


 

I ragazzi over 65” del mio quartiere, piccola compagnia teatrale di cui anch'io faccio parte, ieri sera ha proposto il suo spettacolo natalizio nel teatrino di un'associazione locale.

Stavolta era una lettura scenica, cioè drammatizzata: con pochi elementi e oggetti, pochi e semplici accessori d'abbigliamento che caratterizzavano i personaggi e le situazioni ecco narrata la celebre storia di Charles Dickens: “Canto di Natale”.

Ridotta, naturalmente, però basata sul testo originale, per non togliere la ricchezza e il fascino della scrittura dickensiana nelle parti scelte.

Fantasmi illuminati abilmente dalla luce di una torcia o avvolti in mantelli neri facevano davvero impressione, l'attore che impersonava l'avido signor Scrooge aveva un vocione aspro e cattivo molto convincente.

Io avevo il compito importante di essere il primo lettore, l'inizio della storia deve essere presentato in modo accattivante per stimolare l'interesse del pubblico. Ero anche nella piccola parte di uno dei signori che chiedono la beneficenza, poi facevo il secondo spirito, quello del Natale presente: dovevo mettermi in testa una ghirlanda natalizia e… tenerla bene in bilico, cosa non semplice perché sulla mia testa di dimensioni ragguardevoli questa ghirlanda riusciva solo ad appoggiarsi… Ma è andata bene, non è caduta!

Infine facevo parte di alcune coppie che dovevano ballare il valzer e, al momento giusto, dovevo scoppiare in una sonora risata di allegria per la gioia della festa. E qui mi sono proprio divertita, sia a ballare sia a ridere… ci ho messo il massimo impegno e il risultato ha soddisfatto me e pare anche il pubblico, perché dopo qualcuno mi ha detto che la risata era piaciuta molto!

Il teatro, non molto grande, era affollato, c'erano i nostri amici e parenti e gente del quartiere, tra cui abbiamo rivisto conoscenti che non incontravamo da anni.

Insomma, una serata piacevole, conclusa con gli auguri tra spumante, panettoni e pandori.

Pare che il “Canto di Natale” quest'anno vada di moda, si sta recitando in vari teatri cittadini importanti, sia in versione per gli adulti, sia per bambini: a questo punto mi piacerebbe proprio vederne qualcun altro, così potrò dire senza ombra di dubbio:

- Noi siamo stati i migliori!-


 

 
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IL RACCONTO

Post n°1577 pubblicato il 12 Dicembre 2018 da atapo
 

PENNAC e IL PROGETTO EUROPEO

 


 

Come detto nel post precedente, ecco il raccontino entrato nell'antologia.

E' lo sviluppo e il miglioramento di un testo molto più breve che avevo scritto anni fa e che aveva già vinto un premio ad un altro concorso... a quanto pare non è da buttar via!

 

PROGETTO  EUROPEO

Mi sono lasciata coinvolgere dall'entusiasmo del dirigente scolastico e così eccomi coinvolta in questo progetto europeo.
E' inutile, non riesco a dire di no, le esperienze innovative mi attirano sempre… e attirano anche gli studenti: io mi ci calo dentro fino in fondo e li coinvolgo, lavorano di più, imparano e non se ne accorgono nemmeno. Quando poi, come in questa occasione, nel progetto è compresa la corrispondenza con coetanei di altri paesi e lo scopo finale saranno i viaggi di scambio, loro in Italia e noi nel loro paese, allora è proprio il massimo. I ragazzi si impegnano come se dovessero preparare un esame di maturità e in realtà quel viaggio che faranno sarà il loro vero esame di maturità, perché dovranno mettersi in gioco in una settimana lontani dalla famiglia.
Tutto questo non è un lavoro da poco anche per noi insegnanti: lasciando da parte le noie e le complicazioni della burocrazia, delle relazioni e dei documenti da preparare, il resto è una scoperta e una prova interessante anche per gli adulti. Noi professori conosciamo persone nuove, cioè i nostri colleghi stranieri e ad ogni età l'esotico interessa, colpisce, a volte affascina.

Stavolta il progetto ci ha messo in contatto con una scuola nientemeno che di Parigi, la città più desiderata, carica di storie e di sogni, potente stimolo all'immaginazione! E sarà là il nostro viaggio!
Abbiamo un tema comune: la cucina tipica delle nostre due città, dovremo scambiarci ricette, origini e storia di qualche manicaretto, magari prevedere anche qualche assaggio quando ci incontreremo di persona.
Per quelle fortune che capitano raramente, non so per quali vie i colleghi parigini conoscono bene il famoso scrittore Daniel Pennac, lui spesso viene in Italia, è di origini italiane e gli capita di essere invitato nel nostro paese ora in un convegno, ora in una fiera o iniziative simili.
Proprio in questo periodo è qui, così ha fatto una puntata nella mia scuola, a Firenze, giusto un paio di giorni, per darci una mano nell'organizzare il nostro progetto di scambio, perché è stato insegnante anche lui e chi entra in questo lavoro ci resta col cuore tutta la vita, anche quando scende dalla cattedra.
Che onore e che emozione! Lui è simpatico, affabile, alla mano, si lavora bene insieme e il primo giorno trascorre veloce tra i piatti della cucina toscana, solo virtuali però, perché ci sono da puntualizzare le programmazioni, le attività, le ricerche…allora si discute e si riempiono scartoffie.
Tra la bistecca alla fiorentina, il peposo e il gelato alla crema Buontalenti le nostre tradizioni culinarie vengono messe in gioco, ma il giorno successivo è urgente l'esigenza di passare dalle parole ai fatti e… vuoi far mancare all'ospite così illustre un giro turistico per una delle città più belle e famose del mondo, Firenze che non ha nulla da invidiare a Parigi?

Hanno incaricato me di fargli da cicerone, così stamattina di buon'ora siamo partiti, in autobus perché il parcheggio in centro città è una follia, la giornata è bella e piena di sole, dal fiume arriva un vento gradevole, le vecchie pietre dei monumenti famosi sembrano tirate a lucido, in questa stagione di fine autunno è anche finita la ressa fastidiosa dei turisti… tutto concorre a rendere Firenze ancora più bella, come se la città avesse capito e volesse a tutti i costi vincere il confronto con la Parigi del nostro ospite, non solo in campo gastronomico.
Daniel (ormai lo chiamo così: il famoso scrittore non mi mette più soggezione, è diventato per me un collega interessante e interessato, socievole e arguto ed è un piacere stare con lui) ascolta le mie spiegazioni da guida turistica, scatta foto, si sofferma a contemplare gli angoli più caratteristici e gli edifici più importanti come se volesse immagazzinarli dentro la mente… chissà, forse riemergeranno in un prossimo romanzo? Penso al signor Malaussene e alla sua famosa saga: perché non potrebbe capitare a Firenze, in una prossima avventura?

Le campane del duomo hanno suonato da un pezzo il mezzogiorno, abbiamo camminato tanto tra palazzi, ponti e musei, ora siamo davvero affamati.
Le pizzerie e le paninoteche mordi-e-fuggi abbondano e in certe vie hanno sciupato l'atmosfera della città, non è questo che voglio offrire a Daniel, ma qualcosa di vivo e di autentico, degno di essere poi ricordato e magari ricercato in un suo prossimo viaggio.

Allora lo guido in una vecchia stradina del centro storico, stretta e tortuosa tra gli antichi palazzi così alti che il sole riesce a stento a farsi vedere per poche ore lassù fra i tetti e le torri.
Un po' appartata c'è una trattoria, poco turistica, dove conto di fargli apprezzare l'anima gastronomica della città. 
-Che dici Daniel, potrebbe capitare qui anche monsieur Malaussene?-
Così gli dico spingendo la porta a vetri per entrare: ci arriva alle orecchie il mormorio e il rumore di stoviglie degli altri avventori, ci arriva alle narici un profumo gradevole diffuso nell'aria, il condensato delle migliori portate offerte dalla casa.
Il cameriere ci fa accomodare velocemente ad un piccolo tavolo d'angolo, da cui possiamo godere la vista di tutta la sala e intravedere, oltre una porta da saloon, i cuochi che si danno da fare in cucina e i tegami fumanti.
Letto il menù, dopo l'ordinazione non c'è da aspettare molto.
Affrontiamo i crostini misti, per cominciare: quello spruzzato d'olio col pomodoro a pezzetti e una spruzzata di basilico, quello ai funghi, visto che siamo in stagione, quello  con l'impasto di fegato e milza che è il più saporito e tipico fiorentino, da gustare per ultimo, dato il suo sapore deciso e caratteristico..
Poi arriva, nella ciotola di coccio, una calda e sontuosa ribollita dai tanti colori di verdure, che profuma ancora di più con l'aggiunta di un filino d'olio nuovo. Non manca tra gli ingredienti il cavolo nero, che ha già preso la prima gelata ed esprime al massimo il suo sapore arricchendo tutta la zuppa.
Il collega sembra soddisfatto, i suoi occhi ridenti diventano due fessure mentre gusta tutto questo. Ora la conversazione fra noi è sospesa, è rinviata alla fine di ogni portata nell'intervallo di attesa della successiva.
Nei tavoli attorno gli altri avventori sono quasi tutti operai e impiegati fiorentini, probabilmente abitudinari qui per il loro pranzo di mezzogiorno: la trattoria è molto defilata dai classici percorsi turistici e forse è meglio così, riesce a mantenere l'atmosfera e il gusto di un mondo tranquillo in cui si può godere della buona cucina. Alcuni mentre mangiano si accalorano nella conversazione, intrecciano storie e confidenze a battute spiritose, magari in vernacolo. Daniel li guarda, non capisce bene questa lingua che pare italiano, ma non lo è del tutto, sembra incuriosito. A tratti sorride con fare un po' sornione...
E voilà, arriva il secondo: le fettine di lesso con la salsa verde. E' un piatto semplice della cucina casalinga, ma molto gustoso. Abbiamo evitato la bistecca alla fiorentina: se l'avessimo scelta le porzioni enormi ci avrebbero riempito impedendoci di assaggiare altro.
Un bicchiere di Carmignano DOC abbiamo scelto per accompagnare il tutto, Daniel lo sorseggia lentamente, è silenzioso, pare stia meditando…Io taccio e penso che forse gli sta venendo un'ispirazione per una nuova storia.
Ma è al dessert, mentre intinge i Cantuccini di Prato nel vin santo, che monsieur Pennac comincia a raccontarmi: “Quando Malaussene arrivò a Firenze....”

 
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DOVE ERO

Post n°1576 pubblicato il 09 Dicembre 2018 da atapo
 

A  ROMA

Una giornata a Roma, di corsa. Io avrei voluto approfittare dell'occasione e starci almeno due giorni, meglio tre approfittando del fine settimana così festivo. E' da tanto che non vado a Roma e là ci sono ancora luoghi belli che non ho mai visto... e musei... e mostre...
L'ho proposto al marito, ma lui ha fatto orecchie da mercante: sarebbe venuto molto volentieri con me, era contento dell'occasione, ma ... vediamo di sbrigarcela in un giorno...
E' già tanto che abbia accondisceso al viaggio in treno (solo un'ora e mezzo con le Frecce), perchè gli ho detto che non avrei assolutamente accettato il viaggio in auto, il traffico, il rischio code, il rischio nebbia, l'incognita parcheggi.
Ma cosa c'era a Roma di così importante?
Dunque, avevo partecipato ad un concorso letterario dal titolo "Racconti a Tavola". Sono stata selezionata per la pubblicazione in un'antologia dallo stesso titolo. A Roma, come in due altre città per me meno comode, hanno organizzato tre serate per la premiazione di noi autori vincenti.
E' la prima volta che vinco una gara simile, figuriamoci se volevo mancare!
E allora via, con una Freccia e un libro da leggere in viaggio! La premiazione si svolgeva nel pomeriggio in una libreria di un quartiere di prima periferia, a noi sconosciuto; c'era tutto il tempo di un viaggio ad orario comodo, un pranzetto tipico romano e una passeggiata fino al luogo dell'appuntamento.
E così è stato, con l'aggiunta di uno splendido sole, un venticello gradevole e la temperatura mite.
La trattoria che avevo trovato su internet è molto semplice, ma all'altezza della descrizione on line e abbiamo mangiato piatti locali molto gustosi spendendo veramente poco. Poi abbiamo percorso alcune strade per arrivare all'appuntamento. Il quartiere ha per la maggior parte palazzine con diversi piani e case popolari costruite all'inizio del novecento, fino agli anni trenta, alcune portano la data di costruzione scolpita sul portone. La maggior parte sono ben tenute e restaurate: mi sembrava di fare un viaggio nel tempo, un tempo che storicamente parlando fu parecchio triste, mi tornava in mente il film "Una giornata particolare" con Sofia Loren e Marcello Mastroianni...
Comunque tutto l'insieme era gradevole dal punto di vista architettonico.

 

 

Se però abbassavo gli occhi... L'IMMONDIZIA o LA MONNEZZA per dirla in lingua locale!

Cassonetti straripanti, montagne di sudicio accanto, angoli di strade o giardinetti pubblici con accumuli di sacchetti semiaperti o rotti, per terra di tutto, intero o a pezzetti: era meglio guardare bene dove si mettevano i piedi. Insomma, una vera schifezza. Sono noti i problemi della gestione della città eterna ed io li toccavo con mano... anzi, meglio che non li toccassi affatto! Forse l'essere una zona periferica rendeva tutto ancora più trascurato, peccato perchè sarebbe stata proprio graziosa.
Infine è arrivata l'ora della premiazione: per ogni autore l'organizzatore aveva preparato un breve riassuno di circa 20 righe per presentare il racconto ed è stata un'idea originale, perchè gli "indizi" lanciati erano sempre un po' misteriosi e invogliavano alla lettura dei testi completi vincitori, pubblicati nell'antologia.
Quando è arrivato il mio turno, dopo questa presentazione, la consegna del diploma, la foto di rito, ho avuto un piccolo momento extra: l'organizzatore ha detto a tutti che gli era rimasta una gran voglia di sapere a quale trattoria fiorentina mi fossi ispirata nel mio racconto, così magari poteva andarci se fosse passato da Firenze... Ho risposto che la trattoria raccontata era un po' un riassunto di varie trattorie, ma soprattutto avevo in mente "Da Marione" in via della Spada, ho fatto volentieri un po' di pubblicità... dove ho sempre mangiato bene!

C'era anche fra i premiati un istituto alberghiero di Catania, diversi ragazzi avevano scritto racconti sulla mitologia legata alle ricette tipiche e una rappresentanza di loro erano presenti, con una professoressa e la dirigente. Ecco, questo mi ha dato molta soddisfazione, come ex insegnante.
Alla conclusione della cerimonia, l'organizzatore ha anticipato che in maggio vorrebbe fare una lettura pubblica di parti dei nostri racconti... sapete dove? A Bologna, sulla terrazza di un'antica porta! E io cercherò assolutamente di non mancare...

Siete per caso curiosi di leggere il mio raccontino premiato?

Lo metterò nel prossimo post...

 
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NOSTALGIA

Post n°1575 pubblicato il 03 Dicembre 2018 da atapo
 
Tag: memoria

CARO  AMICO  TI  SCRIVO

 


 

Bologna quest'anno tra gli addobbi natalizi per le strade ha messo, luminose, le parole di una famosa canzone di Lucio Dalla lungo la strada del centro città in cui l'artista abitava. Sui giornali e sui social non si contano le foto dell'accensione di queste luci, con una folla numerosissima, i Bolognesi sono molto affezionati a Lucio.
Anch'io sono rimasta colpita, direi quasi commossa, per questa iniziativa.
E quella strada, via d'Azeglio, mi ha fatto ricordare quando ero piccola…
Io e papà spesso la domenica pomeriggio facevamo una passeggiata in centro a guardare le vetrine. Eravamo poveri, non ci saremmo mai sognati di entrare a fare acquisti in certi negozi di certe strade, però ci piaceva passeggiare e fermarci davanti a quelle più belle, per osservare, commentare, sognare anche un poco, che non costa nulla.
Via d'Azeglio era una delle mie preferite, perché circa a metà c'era (non so se c'è ancora) un enorme negozio di giocattoli con diverse vetrine, da far sognare ogni bambino. Io mi fermavo tanto tempo lì davanti, con le mani e il naso appiccicati al vetro, a osservare minuziosamente tutto, ma soprattutto le bellissime bambole, da quelle classiche a quelle all'ultima moda: durante la mia infanzia comparvero le bambole di plastica morbida, quelle coi capelli pettinabili, le prime Barbie, i bambolotti neonati che facevano prodigiosamente un sacco di cose; piangevano, parlavano, facevano pipì.
Poi c'erano tutti i corredi necessari per accudire simili meraviglie ed io volevo controllare tutto, ma proprio tutto, anche se ero quasi certa che a casa mia non sarebbero entrati però… speravo tanto che la Befana (arrivava lei a quei tempi nella mia famiglia) una volta tanto sarebbe stata generosa come lo era con un'amichetta vicina di casa, di famiglia molto benestante, che chissà come riusciva spesso ad avere ciò che io potevo solo ammirare nelle vetrine.
Papà era molto paziente e non ricordo mi abbia mai detto: -Andiamo, su, è tardi.- Conversava con me, ascoltava  le mie fantasie e i miei desideri, mi diceva le sue preferenze… in fondo era rimasto un po' bambino anche lui.
Questo non accadeva solo a Natale, ma durante tutto l'anno. Però verso Natale l'atmosfera era più dolce e magica. E tornavo da quelle passeggiate contenta, come se quei giocattoli li avessi comperati per davvero: in un certo senso, ci avevo giocato anch'io, anche se solo con la fantasia…
Così rivedendo in foto quella strada e ripensando ai miei ricordi mi sono un po' commossa.

Mi capita spesso ultimamente se per qualche motivo trovo riferimenti alla mia città di nascita, vorrei ritrovarla rivedendola un po' di più e un po' più spesso. Forse la “colpa” è anche un poco di quel mio antico compagno di scuola con cui ho ripreso i contatti, che abita ancora a Bologna: ci scriviamo ogni tanto, mi dà notizie del passato e del presente, mi rievoca fatti, persone e luoghi e a me fa molto piacere.
Ultimamente mi ha mandato questo video ed è stato un dono che ho molto gradito...


 
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PAROLE DI NIPOTI

Post n°1574 pubblicato il 30 Novembre 2018 da atapo
 

NONNI  BABY SITTER

 


 

Quando il nonno e la nonna diventano babysitter a volte se ne sentono delle belle…

Una delle maestre di Diletta, 4 anni, partecipa agli scioperi spesso, per cui la bambina esce prima da scuola o entra dopo e in queste ore extra ci siamo noi nonni. Se esce prima pranza da noi, come è capitato oggi.
Diletta è una buona forchetta, ha spazzolato pasta al ragù, 2 polpette con piselli, un po' di fagioli bianchi e una grossa susina, l'ultima della stagione. I dolci mia figlia glieli fa mangiare solo per colazione, oggi il nonno le ha chiesto quali dolci prepara la sua mamma, che spesso fa ciambelloni o cose simili, anche per consumare in modo alternativo la cioccolata di cui sono tutti golosi.
Diletta ha pensato un po' poi ha cominciato l'elenco: -Mamma fa il tiramisù, il tiramigiù…

Quando siamo reclutati per andare a ritirare tutti da scuole ed asili a mio marito tocca aspettare al pulmino i due più grandi e riaccompagnarli a casa. L'ultima volta Martino ha chiesto: -A che ora torna oggi la mamma?-
-Tardi, ha una riunione al lavoro.-
-E il babbo?-
-Tardi anche lui, è andato all'assemblea dei genitori al nido di Cesare. Oggi voi state con noi nonni.-
-Ah, allora stasera dobbiamo stare molto tempo col vecchiume!-

Martino si sta avvicinando all'adolescenza...

 
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DUE PRIME VOLTE

Post n°1573 pubblicato il 25 Novembre 2018 da atapo
 
Tag: cronaca

 

L' EMOZIONE DELLE PRIME VOLTE

 

Telemaco Signorini, bambina che scrive

Con un po' di disappunto noto che non riesco a tenere il passo come vorrei in questo blog, non dico di scrivere tutti giorni... ma che i giorni della settimana volino tanto in fretta ed io sia ben bene impegnata proprio mi dispiace.

L'avevo detto che era un periodo così. Peccato perchè di novità ce ne sarebbero e anche positive.

Almeno due di queste "buone novelle" posso però metterle insieme, qualcosa in comune ce l'hanno, e allora questo post sarà DOPPIO, perchè di PRIME VOLTE ultimamente ce ne sono state due.


LA PRIMA VOLTA nella casa in montagna da padroni: che emozione infilare la chiave nella toppa e aprire la porta... Dentro in verità di emozione ne resta poca, perchè c'è parecchio da fare, però possiamo passare in rassegna con calma i mobili che ci hanno lasciato, sono parecchi ed anche messi abbastanza bene, non avremo molto da sostituire o integrare, questo è un valore aggiunto. Ci sono anche stoviglie, quadri alle pareti, una decina di borse e borsette... tutto questo alla prima impressione un po' mi inquieta, ora che coi mercatini sto diminuendo l'ammasso di eredità dei suoceri che non mi arrivi in aggiunta questo tipo di eredità di montagna! Ma no, la maggior parte degli oggetti continueremo ad utilizzarla noi, faremo a meno di comperarli.

Nella casa abbiamo dato appuntamento ai muratori, così abbiamo definito i lavori da fare, tutti quelli possibili coi nostri risparmi, quest'inverno non andremo nemmeno in viaggio al caldo, vogliamo mettere tutto nei restauri della casa. Cominceranno verso marzo, ora c'è il rischio di restare bloccati dalla neve e dicono che per giugno avranno finito, speriamo davvero! Intanto noi dovremo preparare i permessi edilizi, finire di svuotare ciò che non ci serve e prendere confidenza col paese e con gli uffici comunali. Confesso che non vedo l'ora che finisca questa ondata di pioggia per tornare lassù un altro giorno a... darci da fare, a prendere sempre più possesso di quelle quattro mura, insieme al prato e al bosco ora non praticabili, ma sempre belli anche solo da vedere, sognando le prossime estati...


LA PRIMA VOLTA, cioè la prima lezione, del corso di scrittura creativa sull'autobiografia: ero molto emozionata, non avevo idea di come potesse funzionare. L'insegnante è simpatica, molto loquace, abbiamo riempito quelle tre ore raccontando di noi: ha voluto che ognuno si presentasse abbastanza dettagliatamente, insomma un'autobiografia a voce! Così ho scoperto che con l'insegnante ho conoscenti comuni tramite il teatro e l'istituto francese, che è la sede delle lezioni. Gli altri corsisti, una ventina, sono tutte donne e un solo uomo, come al solito le donne sono predominanti in questi corsi, ci si potrebbe chiedere perchè... Tutti siamo abbastanza anzianotti, di varie provenienze, anche dall'estero. Molti hanno già scritto, già pubblicato... sono curiosa di come proseguirà.

Intanto è già successo ciò che mi mette un po' in crisi: "Vi dò dieci minuti per scrivere ciò che vi viene in mente guardando questa vignetta" e io mica è detto che in dieci minuti riesca a produrre qualcosa di compiuto, ho bisogno di meditare, di rivedere, spesso di correggere, sono un Toro, vado a rilento a riscaldarmi... Così ho terminato mentre i primi leggevano già a voce alta le loro composizioni. Comunque ciò che ho scritto è stato accolto positivamente e per stavolta è andata!

E mi mette un po' in agitazione anche avere i compiti per casa, già dobbiamo presentare uno scritto per la prossima volta. C'è una settimana di tempo, è vero e questo dovrebbe rassicurarmi, ma i giorni volano così in fretta e così pieni di impegni! Io non riesco a scrivere poche righe alla volta, se mi metto al computer entro nella storia e... devo andare avanti, possibilmente fino alla fine o ad un punto ben definito, se mi interrompo a metà esco dall'atmosfera in cui mi sono immersa e la volta successiva che riprendo mi ci vuole del tempo a ritrovarla, devo rileggere e ripescare nella mente... Per farla breve, il mio compito a casa l'ho scritto a metà, ora è meglio che qui chiuda e che stasera provi a terminarlo, così mi resteranno due sere prima della consegna per rileggerlo e migliorarlo...

Allora perchè ci vado, se ho tutti questi problemi? Ne avevo voglia di mettermi in gioco in questo campo, mi impegnerò a battermi con onore in questa sfida!

 
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