Creato da atapo il 15/09/2007
Once I was a teacher

IL LIBRO DI NOVEMBRE

Maurice Maeterlink

"L'oiseau bleu"

 

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NEL GIARDINO

Post n°1716 pubblicato il 17 Novembre 2020 da atapo
 

 

CICAS

 


 

Circa quattro anni fa, quando finalmente nella nuova casa il giardino lasciò quell’aspetto di giungla causato da anni di abbandono, andammo da un piccolo vivaio nel pistoiese, scoperto su facebook, a comperare le nandine, le nostre prime piante.

Nell’occasione, tra le chiacchiere con le quali noi inesperti cercavamo di apprendere qualche rudimento di coltivazione per diventare giardinieri, il discorso cadde sulle CICAS, una pianta che a me piace molto. Il vivaista ne aveva due molto grandi davanti alla casa, ci diceva che non erano piante difficili da trattare e, al momento di pagare i nostri acquisti, ci propose di arrotondare il conto: con cinque euro in più ci avrebbe dato tre piccole cicas.

Non avevo assolutamente idea se fosse davvero un affare, le cicas offerte erano veramente mini, tre o quattro piccole foglie sbilenche che spuntavano direttamente dalla terra dei vasetti, non si vedevano i tronchi. Io, completamente ignorante in materia, accettai e convinsi mio marito che era molto perplesso: la presi come una sfida, sarebbero sopravvissute? Sarebbero cresciute?

A quel tempo mio marito si impegnava ancora con buona volontà nel giardino, poi scoprì che lavorare attorno alla terra è faticoso, che le piante hanno esigenze da esseri viventi che non aspettano la sua pigrizia e pian piano ora fa solo lo stretto indispensabile e spesso anche in ritardo, del tipo coprire le piante DOPO la prima gelata, nonostante il meteo avverta già qualche giorno prima come si evolve il tempo.

Ma torniamo alle baby-cicas. I vasetti erano talmente piccoli che io dissi: - Credo sia meglio spostarle in vasi un po’ più grandi, sperando che crescano meglio.-

Qualche giorno dopo mio marito mi avvertì: - Ho rinvasato le cicas.-

Uscii a vedere: le aveva sistemate tutte e tre insieme in uno stesso vaso abbastanza grande.

Io non ero per niente soddisfatta: se fossero cresciute secondo me presto si sarebbero ostacolate a vicenda, ne avrebbero sofferto, probabilmente avremmo dovuto cambiare presto il vaso. Lui naturalmente si risentì: aveva fatto meno fatica e così non ci sarebbe stata necessità di rinvasare per molti anni.

- Vedremo.- Tagliai corto per non finire a litigare, magari aveva ragione lui… tanto nessuno dei due è competente.

Come è andata?

Nei primi anni non crescevano molto e, ciò che mi preoccupava di più, spesso le foglie più vecchie si seccavano se ne uscivano delle nuove. Io le ho sempre amate molto, mi fermo spesso da loro a salutarle quando annaffio, mi parlano di caldo, di mare, di sud…

Avevo provato a dire al marito che forse era meglio separarle, ma non ne voleva sapere.

Da circa un anno invece due sono “sbocciate”, con diverse foglie nuove belle, lunghe e lucide, nessuna foglia persa; la terza invece cresce poco poco e resta al di sotto delle altre due che ormai hanno le foglie che si intrecciano in alto. Da questa primavera sono tornata alla carica: - Vanno separate! Si danno noia! Perchè dobbiamo rischiare che muoiano così appiccicate?-

Lui faceva orecchie da mercante. La settimana scorsa al mercato ho parlato con un fioraio che vende anche cicas (però le mie sono più belle, ma non gliel’ho detto): mi ha spiegato quanto grande va il vaso in relazione alla pianta, che ogni due-tre anni va aumentato, che per rinvasare il periodo buono sarebbe finito tra una decina di giorni, dopo bisognerà aspettare a primavera.

Sono tornata alla carica col marito, i giorni passavano, ma nulla. E dire che nel giardino ci sarebbero vari lavori autunnali in attesa del freddo.

Ero uscita io un pomeriggio di sole a potare quasi tutte le siepi e a tagliare le foglie secche agli iris; quando sono rientrata in casa gli ho detto: - Ora resta solo da potare lamponi e lavanda e da rinvasare le cicas.-

Speravo di smuoverlo, ma nulla ancora! I giorni passavano, il periodo fra poco finisce, far arrivare a primavera quelle povere piante così non mi andava proprio. Allora oggi pomeriggio mi sono attrezzata e sono andata io a fare l’operazione. Avevo già adocchiato i tre vasi giusti, due più grandi e uno meno per la piccoletta, non sono esperta, ma ho già sistemato altre piante che mi hanno regalato e finora nessuna è morta, avrei cercato di fare del mio meglio…

Ecco che subito LUI si è fiondato fuori, ha cominciato a criticare le manovre che stavo facendo, non ripulivo la terra abbastanza, rompevo le radici (erano tutte aggrovigliate le tre piante ormai!), ecc ecc…

Così ha preso in mano la situazione, praticamente il lavoro di fatica l’ha fatto lui ed io ero l’aiutante, meglio, mi sono stancata meno; come suo solito, col tono di “lo so io come si deve fare, tu chissà cosa combineresti”.

Vabbè, è il suo stile quando lavora con altri… ci sono abituata e cerco di sopportarne il fastidio: stavolta mi premeva di più che il lavoro arrivasse a termine, finalmente!

Ho sistemato i tre vasi abbastanza vicini uno dall’altro: abituate a stare insieme, non vorrei che si sentissero troppo sole. E ora aspetto, spero che lo spazio le aiuti a crescere meglio, anche la piccolina.

Le guardo, mi sembrano davvero belle, pare che respirino meglio, le foglie sono ben disposte tutte intorno al centro.

Hanno una crescita lenta, dicono, chissà come le lascerò in eredità ai nipoti...

 

 
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IL LIBRO DEL MESE

Post n°1715 pubblicato il 13 Novembre 2020 da atapo
 
Tag: memoria

"L'OISEAU BLEU"

 


 

- Un altro libro in francese?! - Commenterà forse qualche lettore affezionato...

Ma stavolta non solo in francese...

Cominciamo dall'inizio.

C'era una volta, alla fine degli anni '50, una bambina molto appassionata alla lettura: era felice quando ai compleanni o alla Befana (allora a Bologna usava così) le arrivavano libri in dono, il prestito di libri che si faceva nella scuola era un'altra bellissima occasione di letture e ogni sabato, puntuale, al cambio libri aveva già terminato quello della settimana e ne prendeva uno nuovo.

Una volta quella bambina (che ero io), in quinta elementare, nella biblioteca scolastica trovò un libro di cui non aveva mai sentito parlare: era abbastanza grosso, scritto in piccolo, con alcune illustrazioni a tutta pagina colorate e suggestive.

Si intitolava "L'uccellino azzurro".

Lo lessi velocemente e ad ogni pagina mi piaceva sempre di più: era l'avventura fantastica di due bambini, fratello e sorella, che andavano alla ricerca di questo uccellino azzurro, se l'avessero trovato e catturato avrebbe assicurato la felicità alla figlia di una strana fata che li aveva inviati a quell'impresa.

Così viaggiano in diverse situazioni, reali, fantastiche, gli sembra molte volte di averlo a portata di mano, ma riesce sempre a sfuggire... e non continuo.

Reso il libro alla biblioteca, avrei voluto comperarlo o farmelo regalare, mi era rimasto nel cuore e volevo averlo per sempre. Purtroppo questo libro in commercio non si trovava, quello della scuola infatti era abbastanza datato. E per molti anni tenni questa storia nella mente e nel cuore, senza mai riuscire a ritrovarla: era diventata un po' come l'uccellino della storia, sospirato e inafferrabile.

Finchè un giorno, alla fine degli anni '70, su una bancarella di libri a poche lire, avanzi di magazzino, trovai "L'uccellino azzurro", ma parecchio diverso da quello della mia infanzia: era una sceneggiatura teatrale, diretta da Luca Ronconi, le foto erano degli attori travestiti dai personaggi... tutto corrispondeva e lo comperai, felicissima.

Leggendo la presentazione imparai che l'autore era il belga Maurice Maeterlink, questa fiaba teatrale è considerata il suo capolavoro, lui vinse anche il premio Nobel per la letteratura nel 1911.

Pochi anni dopo arrivò in Italia un cartone animato che, in una lunga serie di puntate, rappresentava questa storia; era il tempo dei supereroi, dei robot e delle astronavi, ma quella fiaba così delicata e fantasiosa affascinava i miei figli, allora piccoli, e io la guardavo con loro alla televisione.

Decisi di "collaudarla" coi miei scolari, in un laboratorio di biblioteca: anche con questi un grande successo!

Quando cominciammo a passare le vacanze in Francia, in un mese di luglio eravamo al mare in Camargue; erano le settimane del festival teatrale di Avignone e in un giornale locale scoprii che un certo pomeriggio una compagnia avrebbe rappresentato proprio "L'oiseau bleu". Insistetti tanto che quel giorno facemmo, tutta la famiglia, una gita ad Avignone e nel pomeriggio, mentre marito e figli continuavano ad esplorare la città (che io conoscevo bene, avendoci fatto un corso di lingua) io mi godevo lo spettacolo: non capivo tutte le battute, ma conoscendo la storia era bello lo stesso.

E sempre in Francia, qualche anno dopo, da Fnac trovai finalmente un'edizione tascabile dell'originale, in francese naturalmente, ma non era un problema, anzi, leggere un'opera così amata in lingua originale non ha prezzo.

Mi sarebbe piaciuto, durante il mio lungo lavoro di insegnante, riproporlo a qualche classe, metterlo in scena coi bambini, adattandolo insieme a loro... non ci sono riuscita, peccato. Soltanto il penultimo anno in cui sono stata in servizio, alla mia classe, una seconda, ho letto il capitolo dei bambini che devono ancora nascere, da cui abbiamo preso idee per costruirci quella volta i costumi di carnevale, il tema era "Il tempo" e noi avevamo rappresentato il futuro.

Poi... sono andata in pensione. Ora il libro posso solo rileggerlo per diletto mio. In francese naturalmente, perchè una traduzione italiana uscita nel 2011 è stata quasi subito introvabile.

Non c'è dubbio, è stato un libro che mi ha accompagnato per tutta la vita.

L'edizione di Ronconi

 

 
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BASTA POCO

Post n°1714 pubblicato il 09 Novembre 2020 da atapo
 
Tag: viaggi

 

APPENA IN TEMPO


Siamo tornati alla casa in montagna, sabato, mantenendo il proposito di farci una scappata circa una volta al mese, per passare lassù qualche ora, controllare che tutto sia a posto, portare le cose che stiamo raccogliendo per completare le sistemazioni.

Giornata bellissima, sole e caldo, quasi non si sentiva l’umidità dentro casa. Ah, se la stagione non avesse rotto così presto avremmo potuto continuare a salire più spesso, a fare ancora qualcosa… Ora è tornato il bel tempo, ma ormai…

Stare là mi ha “curato”, pare che tutto sia normale, l’aria e la tranquillità mettono allegria, è bastato poco.

Nell’orto tutte le mele sono ormai cadute, molte le stanno assaggiando a terra chissà quali animaletti, ma ne ho potute raccogliere lo stesso parecchie ancora buone, poi qualche foglia di cavolo nero, prezzemolo, che n’è ancora tantissimo e, a sorpresa, un’ultima zucca. Ce ne erano due in verità, l’altra l’ho lasciata al contadino, una a noi due basta per un pezzo. Le foglie gialle e rosse sugli alberi rallegrano con il loro piccolo foliage nostrano, il bosco sul versante del monte è più rado, si potrebbe quasi tentare di salire

E’ stata una bella gita che mi ha fatto sentire più leggera, mi pareva anche di respirare meglio.

Peccato che mentre stavamo per rientrare a Firenze abbiamo incrociato i vicini di casa, ci hanno detto che stavolta la situazione Covid nel paese è molto più grave che in primavera, gli ammalati sono davvero tanti… ed eccoci ripiombati nella realtà!

Ma per fortuna che ci siamo andati, lassù a fare provvista di benessere, perché da dopodomani siamo ARANCIONI in Toscana, non possiamo più uscire dal Comune di Firenze.

 

 
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L'ASSEDIO

Post n°1713 pubblicato il 04 Novembre 2020 da atapo
 

 

CIRCONDATI

la sera, ora, a Firenze

Va sempre peggio, siamo stretti in una morsa da questo misterioso ed efferato virus. Il clima si fa sempre più pesante.

Io sto bene, sono riuscita a fare la vaccinazione influenzale; ho notato che nonostante l’umidità il naso mi si chiude meno degli anni scorsi e la nevralgia mi viene più di rado e più leggera: credo sia la mascherina, portata tutte le volte che esco, a proteggermi dall’aria umida e da ciò che circola nell’aria. Almeno questo è positivo…

Attorno a noi però aumentano i contagi tra le persone che conosciamo, o chi sta in quarantena perché ha avuto contatti con qualcuno che è poi risultato positivo: l’amico del teatro che non è grave e ci ha avvisati tutti, ma per fortuna all’incontro che avevamo fatto tutti insieme eravamo stati ben distanziati e mascherati… Qualcuno è finito in ospedale, poi ne è uscito, uno dei miei cognati sta abbastanza male, un nipotino è a casa da scuola perché un compagno è positivo, un altro era in allarme a causa di un’amichetta, per fortuna poi è tutto rientrato.

Confesso, la paura cresce. Cerco di vivere il più normalmente possibile: la piscina chiusa, il mal di schiena che si riaffaccia, ma cerco di uscire, camminare, fare spesa e commissioni. In giro è tutto sempre più deserto, il centro si svuota ogni giorno di più, mi guardo attorno, scruto le persone in strada o in bus e mi chiedo: - Staranno bene? Sarò abbastanza distante?- E’ spesso difficile allontanare questi pensieri, il nemico è invisibile e potrebbe stare ovunque.

Dopo tanti mesi, dopo il primo periodo affrontato con forza e impegno, poi quello estivo in cui c’era un’iniziale speranza poi una grande rabbia nel vedere certi comportamenti sconsiderati, i quali, secondo me, sono perlomeno una delle cause di questa esplosione autunnale, ora provo stanchezza e tanto, tanto nervosismo.

Mi pesa sempre di più la chiusura di ciò che mi faceva bene e allietava le giornate, alludo a piscina e a teatro, ma nemmeno riprenderanno gli incontri tra insegnanti del CIDI, ora neppure cinema o cenette fuori (poche occasioni di solito per noi, ma adesso nulla!).

Mi mancano le giornate di babysitter coi nipotini: abbiamo deciso noi due nonni di non farle più, sta diventando troppo rischioso passare tante ore con quattro bambini, ma io ne sento molto la mancanza e per consolarmi ho iniziato a provvedere ai regali natalizi, poi mi chiedo: - Che Natale sarà?- e mi deprimo.

Sinceramente non sento voglia nemmeno di incontrare conoscenti o amiche, neppure per un caffè al bar: ho paura.

La paura è subdola, coscientemente non voglio darle retta, ma è un tarlo insinuato nella mente che a fatica riesco a governare, mi chiedo cosa è meglio inventare per non pensarci: leggere molto?

Scrivere?

Sfinirmi nei lavori di casa?

Cucinare, soprattutto dolci?

Passare in rassegna i film che volevo vedere da tempo e che posso trovare in rete?

E’ affannoso anche cercare le strategie e aggrapparsi ad esse.

Insomma, è sempre più difficile.

 
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I LIBRI DEI MESI

Post n°1712 pubblicato il 01 Novembre 2020 da atapo
 

AMICIZIA, AMORE

In settembre e ottobre non ho presentato i due libri che avevo messo nel box qui a fianco, come libro del mese. Come da molto tempo, i giorni passano troppo in fretta e in questo tempo strano, sovrastato dalla pandemia, dai suoi rischi e dai suoi timori, spesso la quotidianità ne viene scombussolata, se non in concreto, certamente nei pensieri che passano per la mente e che rischiano di indebolire le capacità riflessive e organizzative.

La lettura è senz'altro una cura, o per lo meno una possibilità di pensare ad altro, di immergersi in nuovi mondi, in nuove situazioni, di moltiplicare la propria vita entrando in altre, in cui puoi soffermarti piacevolmente o uscirne in fretta se ti aumenta l'angoscia...

Rimedio ora, accennando alle scelte dei due libri di settembre e ottobre.

Settembre: "Il piccolo principe"


Tutti lo conoscono, è inutile dilungarsi. A qualcuno non piace, la maggior parte di chi l'ha letto lo adora. Io l'ho letto due volte, da ragazzina e pochi anni fa, quindi da adulta ormai anziana. Ogni lettura una dolcezza diversa, quest'ultima volta soprattutto il sentimento dell'amicizia, la sua necessità e la profondità di quella vera, che ti lega con intimità e con forza a chi scegli come amico e vuoi che lo sia per sempre. Insieme la curiosità di esplorare sempre e lo stupore delle scoperte, guardando il mondo e gli altri con disponibilità e partecipazione. E in seguito a queste riflessioni riuscii a guidare i miei piccoli allievi del corso di francese a mettere in scena questa bella storia, in uno degli spettacoli che per me sono stati più emozionanti, anche nei bambini sentii una partecipazione molto intensa.

Ottobre: "L'amore ai tempi del colera"


Anche stavolta un libro molto famoso. La storia intrigante, l'amore che resiste in distanza per più di cinquanta anni, il ritrovarsi e viverlo pienamente quando ormai sta per scadere il tempo, ma anche se non sarà lungo sarà abbastanza per essere felici e ne sarà valsa la pena...

Stavolta mi ha intrigato tanto anche lo stile: devo dirlo, mi piace moltissimo la ricchezza del linguaggio e delle immagini di Marquez, mi piacerebbe tanto se riuscissi ad avvicinarmi a questa ricchezza nei miei piccoli, poveri scritti...

Lo prendo ad esempio, vorrei che chi mi legge riuscisse a vedere, a vivere ciò che racconto... Sono ambiziosa, lo so; ma cercare la perfezione è un mio difetto!

E del libro di questo mese? Un po' di pazienza... che di libri avrò ancora modo di parlare... c'è in giro una bella novità...

A proposito, leggete il mio libro

"L'aria buona del giardino",

un po' di pubblicità non guasta!

(Si può acquistare sul sito "Ilmiolibro.kataweb.it" ma anche su IBS,Feltrinelli, Amazon)

 
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FOLIAGE

Post n°1711 pubblicato il 24 Ottobre 2020 da atapo
 
Tag: viaggi

 

AMMIRARE

 


 

In questi ultimi due giorni io e il marito non avevamo alcun impegno e ne abbiamo approfittato per andare alla ricerca di alcuni pezzi d’arredamento che ci servono per la casa in montagna. Ma non nei negozi cittadini o nei grandi centri commerciali: siamo usciti verso alcuni luoghi della provincia dove ci sono posti che raccolgono e rivendono pezzi vintage, per scopi di beneficenza: Emmaus, Mani Tese e simili. Soprattutto a me piacciono gli oggetti che hanno una storia, che non conosco, certamente, ma che in un certo senso me la trasmettono nella fantasia diventandomi familiari.

E’ stata una vera gita, di quelle che facciamo così raramente. Su e giù per le colline, i panorami sono affascinanti e sta iniziando la coloritura autunnale delle foglie: ci cono soprattutto boschi di querce, robinie e castagni, con filari di viti nel Chianti, creano macchie di varie tonalità gialle, poi arancioni, qualcosa già di marrone, poi abbonda la vite americana con zone di rosso vivo. Insieme ci sono il verde brillante dei prati ben innaffiati dalle piogge recenti, il verde-grigio delle distese di ulivi, il verde cupo delle file o gruppi di cipressi, quelli tipici toscani. E spuntano le ville, le case coloniche bianche, grigie, gialle, qualcuna rosa, tipiche pure loro, quasi tutte con la larga colombaia sopra, come una torre.

Insomma, paesaggi incantevoli, fanno venire voglia di fermarsi a fotografare, ma il tempo era molto nuvoloso, non sarebbe venuto un granchè. E’ stato bellissimo anche solo ammirare, la natura così aiuta a stare meglio, rasserena, pare di respirare più profondamente anche solo guardando mentre la macchina va.

Una simile bellezza mi fa venire una lieve malinconia, è come un’ultima festa prima dei rigori dell’inverno e della brutta stagione. Queste sensazioni le ho sempre provate: così ora mi risentivo come nel passato, da adolescente, da bambina, quando dell’autunno volevo godere all’aperto fino all’ultima ora in cui avevo la possibilità, da farne riserva per superare l’inverno, non vorrei staccarmi da quei colori di luce sapendo che poi per mesi quella vivacità non ci sarà più.

C’è chi va in Canada a vedere il foliage, a me bastano pochi chilometri per ammirarlo ed esserne soddisfatta. Proprio belli questi giri, non abbiamo fatto buoni affari, ma ne è valsa la pena.

Soprattutto col timore che, per la pandemia, da un giorno all’altro siano proibite di nuovo anche uscite come questa, che non sono per lavoro né per la sopravvivenza. Ma anche l’anima e la mente devono sopravvivere!

 
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PRUDENZA

Post n°1710 pubblicato il 18 Ottobre 2020 da atapo
 
Tag: cronaca

 

LOOKDOWN  PERSONALE

 


Le cose non vanno affatto bene, in generale dico, per la nostra Italia e per tutto il mondo a causa di questo Covid.

I numeri peggiorano, aumenta l’insicurezza.

Io, come tanti, avrei voglia di poter fare, organizzare, vivere ciò che mi fa stare bene e mi mantiene serena, ma è tutto un chiedermi: -Che percentuale di rischio c’è se faccio questo o quest’altro, se vado in un luogo o in un altro?-

Non mi sento per niente tranquilla: ciò che mi mette più in ansia è il prendere i mezzi pubblici. Cerco di evitare le ore di punta, ma non sempre è possibile, basta che un bus ritardi ed ecco nel successivo si sta troppo stretti. Infatti è questo un problema a livello nazionale, ma devo dire che qui a Firenze per la maggior parte della giornata la cosa è sopportabile, il peggio è comunque quando i ragazzi delle scuole entrano ed escono.

D’altra parte mica posso chiudermi in casa o andare in giro solo se mio marito ha la compiacenza di accompagnarmi in auto. Già molte volte rinuncio, oppure unisco più impegni e commissioni, quando esco ne sbrigo il più possibile e il più velocemente possibile. Ah, i bei tempi delle giratine per il gusto di vivere la città e godersi le vetrine!

Dato il mal di schiena, ho trovato il coraggio di ricominciare la ginnastica in acqua, ma in un’altra piscina. Quella del Comune dove andavo gli anni scorsi è chiusa da marzo e ne approfittano per fare lavori di ristrutturazione; mi hanno detto che riaprirà per settembre 2021.

Nella nuova piscina mi trovo bene per quanto riguarda l’attività in acqua, lì lo spazio c'è abbondante, ma devo ancora impratichirmi di tutte le manovre di spogliatoi e docce: è tutto un disinfettare e lo spogliatoio mi sembra molto piccolo in rapporto a quante ci ritroviamo tutte insieme. Mah! Speriamo…

Speriamo proprio tanto, perché già alcuni conoscenti si sono ammalati, uno a Bologna è finito all’ospedale e ne è appena uscito, per fortuna. Tutte persone ragionevoli, che non fanno movide o imprudenze.

In entrambi i gruppi di teatro ci siamo ritrovati una volta, mascherati e a distanza: vorremmo riprendere a fare qualcosa, con modalità certamente diverse, le registe hanno qualche idea e inizieremo in novembre, se la situazione non degenera. Ma il solo esserci rivisti e scambiati racconti e impressioni ci ha fatto bene, ci invoglia a essere ottimisti e propositivi.

Dovevo iscrivermi ai corsi dell’Università dell’Età libera, ce ne sono davvero tanti che mi interesserebbero, ma riecco il problema dei bus: dati gli orari, per frequentarli dovrei proprio viaggiare nelle ore di punta, e allora?

Non volevo rinunciare completamente, è sempre un modo per sentirsi vivi, per allenare la mente, allora mi sono rassegnata e ho deciso per quest'anno di scegliere solo corsi che si terranno on-line. Non è il massimo per me, la presenza e gli scambi fisici sono importanti, anche se le tematiche (ne ho scelte storiche e artistiche) mi attirano, ma spero che sia una esperienza positiva e che… la tecnologia casalinga funzioni!

Dopo che l’hanno scorso ho fatto il grande passaggio con Skype per l’inglese, ora affronterò anche questo!

Il male minore: ho rinunciato a malincuore a un corso in francese, uno di teatro sociale, ma i timori per le uscite e i bus l’hanno vinta.

E per la fine del mese ho l’appuntamento per la vaccinazione antinfluenzale, così tanto raccomandata soprattutto per noi anziani; ma arriverò indenne fino a quel giorno?

 

 

 

 
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ARRIVEDERCI MONTAGNA

Post n°1709 pubblicato il 10 Ottobre 2020 da atapo
 
Tag: viaggi

 

L'ULTIMA VOLTA

 


 

Sono tornata alla casa in montagna con mio marito, per qualche giorno. Un po' di malavoglia stavolta: il tempo così peggiorato, il mal di schiena da umidità che si fa sentire, lassù il riscaldamento solo con stufette elettriche nelle stanze in cui si sta (da non accendere però tutte insieme, altrimenti la corrente salta)... tutto ciò non mi allettava proprio.

Però mio marito commentava, forse intenzionalmente: - Ora devo montare i mobili della camerina da bambini, ma da solo ci metterò un sacco di tempo...-

Sono i mobili arrivati da una nostra nipote che ora è cresciuta e ha rinnovato la sua stanza.

Naturalmente mi ero intenerita (o forse spaventata dal dilungarsi dei lavori) e gli ho chiesto: -Se vengo anch'io riesco a darti una mano, o è un lavoro troppo pesante per me?-

- Senz'altro se ci sei anche tu facciamo prima.-

Così ho sacrificato una lezione di piscina, appena ripresa, e via, alla spedizione in montagna.

Confesso che appena entrata nella casa non ho sentito come le altre volte la piccola soddisfazione per quegli ambienti nostri (pur se ancora a soqquadro) in quel luogo così tranquillo in mezzo al verde, ma il morale mi è sceso a minimi storici: FREDDO! E UMIDO!

Sfido, erano vari giorni che non andava nessuno! La tentazione di richiudere tutto e scappare era forte.

Il primo giorno ho avuto tanto freddo, non mi bastava indossare a strati le maglie che mi ero portata per precauzione, poi forse mi sono un po' abituata, probabilmente il tempo tornato bello ha aiutato, anche se oltre i 14 gradi fuori e i 18 scarsi all'interno (ma solo nelle stanze in cui si accendeva la stufetta) non si arrivava. Col riabituarmi ho rifatto pace con la casa, i suoi mobili da pulire, quelli da montare, gli attrezzi da lavoro del marito sparsi dappertutto.

Nell'orto ci sono ancora fagiolini bianchi, un mare di prezzemolo profumatissimo, le mele ahimè sono cadute nei giorni di maltempo, ma la maggior parte a terra sono già cibo per gli animaletti, avremmo dovuto essere lì e raccogliere appena cadute; però ci sono le zucche! Ne abbiamo presa una grossa, per noi due e mia figlia sarà più che sufficiente. Stanno crescendo i cavoli neri, ma ci vorrà ancora tempo.

Mi dispiace che sia così freddo, sarebbe bello stare là per qualche festa delle castagne nei dintorni, nelle prossime settimane: quest'anno troppo presto ha rotto la stagione, se penso all'anno scorso, che in ottobre andavo ancora con le camicie indiane e non portavo le calze!

Tra quarantena e maltempo, tutto ci mette ostacoli alla sistemazione della casa!

Anche mio marito ha ceduto: ha detto che fa troppo freddo per lavorare, si ferma tutto e si riaprirà il "cantiere" in primavera, così abbiamo riportato a Firenze tutto ciò che non era il caso che rimanesse lassù per i mesi invernali... e i cavoli neri non li assaggeremo!

Io però ho suggerito di andare a farci un salto, circa una volta al mese, ma solo come gita di un giorno, giusto per controllare che tutto sia a posto. In realtà, alla casa sono affezionata, mi fa piacere tornarci.

Molto è stato lasciato a mezzo: la camerina da bambini è lì ancora a pezzi, era più complicata del previsto, inoltre prima di "affrontarla" lui avrebbe voluto sistemare del tutto la seconda camera matrimoniale, ma si è arenato quando ha scoperto che ha sbagliato ad acquistare la rete a doghe, che è troppo grande e andrà su un altro letto. Così dovrà comprarne una giusta. Abbiamo solo potuto pulire e sistemare lo scheletro del letto, il comò (con la sua pesantissima lastra di marmo) e un piccolo armadio: a me piacciono molto, dovrebbero essere di inizio novecento, ce li hanno lasciati i proprietari precedenti, per me un importante valore aggiunto alla casa.

Si riprenderà in primavera, il più presto possibile, speriamo in una stagione calda e senza guai.

 
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ORA

Post n°1708 pubblicato il 05 Ottobre 2020 da atapo
 

 

SBANDAMENTO

 


Mi sento come sommersa e oppressa da… da tutto… e da niente di preciso. Forse è solo stanchezza.

Ottobre di solito è il mese dell’impostare, poi iniziare, le attività e le organizzazioni di vita che poi dureranno per lo meno fino a Natale.

Quest’anno è un caos, un unico, enorme dubbio.

Cosa si può fare e cosa no? Cosa ricomincia e in che modo?

E quanto potrà andare avanti? I numeri dei contagi che crescono ogni giorno mi mettono ansia e paura. Conta poco tentare di essere prudenti, ragionevoli, di riflettere sulle scelte e le decisioni, sui luoghi e le iniziative da frequentare, restare “mascherati” in ogni occasione in cui è obbligatorio, ma non solo, anche in altre occasioni dove si può immaginare un minimo di rischio. Ma basterà?

I bambini da riprendere da scuola una volta alla settimana, poi passare con loro il pomeriggio…

Gli autobus che non raggiungono gli affollamenti del passato, ma insomma in certe ore tanto vuoti non sono…

E l’umidità di questi temporali infami… se mi vengono nevralgie e raffreddori… quanto devo temere?

Domani dovrei ricominciare la piscina, la schiena comincia a gridare sofferenza: in un altro centro, la mia piscina non ha riaperto, novità anche qui: sarà tutto ben sanificato?

Non ricomincerò il corso di inglese: è troppo impegnativo, non ho voglia di cercare affannosamente di incastrare le mezze giornate per gli esercizi: ho voglia di ritagliarmi del tempo libero, rilassato, per leggere, per scrivere, per… quello che mi pare, ma che mi dia soddisfazione e mi alleggerisca. Potrà essere anche qualcosa di inglese, ma scelto da me il cosa e il quando.

Sarebbe bello ricominciare il teatro, ma è complicatissimo: ci sono regole ferree, gli spazi probabilmente non sono adeguati e se ne dovrebbero cercare altri, ma dove? Se non riaprono i teatri importanti, figuriamoci noi, povere piccole compagnie di dilettanti! Così grandi telefonate, conversazioni su whatsapp, ma non si riesce a concludere niente.

Dovrei salire in montagna con mio marito che, dice, ha finito l’impianto elettrico e ora bisogna montare i mobili in due stanze: se ci sono io faccio poco, ma una mano gliela dò, da solo ci mette molto di più. Però non ho voglia di andare lassù a lavorare, sai che umido ci sarà e sono previsti altri temporali…

In questo momento è come se avessi solo voglia di ribellarmi a tutto, non riesco a fare altro, vivo giorno per giorno.

 

 

 
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LA BUONA ITALIA

Post n°1707 pubblicato il 29 Settembre 2020 da atapo
 
Tag: viaggi

 

PERE e SCRITTURA

 

Pereto, Abruzzo

Terminato anche l’unico viaggio fatto in questa estate, anzi ormai autunno. Dopo tanti fine settimana di bel tempo, naturalmente abbiamo beccato il primo di brutta stagione, col passaggio repentino quasi all’inverno, accentuato dal fatto che la meta era tra le montagne dell’Abruzzo.

Perchè mai fin laggiù e proprio ora? Cominciamo dall’inizio.

Sapete che ogni tanto mando ai concorsi qualche mio racconto o qualche mia poesia. Non mi illudo di vincere, ma questi tentativi hanno anche uno scopo secondario: gli inviti a eventuali premiazioni portano a fare viaggi nei luoghi in cui si svolgono, quindi a conoscere posti nuovi. Mio marito, solitamente restio a partire per giretti in qua e in là solo a scopo turistico, si sente quasi “costretto” se c’è una premiazione, così parte senza brontolare troppo: accadde a Savona proprio circa un anno fa.

Io pensavo che sarebbe stato semplice sfruttare il camper in queste occasioni, ma il mezzo è da revisionare, non funziona l’acqua calda, quindi occorre rivolgersi a Booking.com per pensioni o bed-and-breakfast… e non è affatto male!

Purtroppo il Covid mi ha tirato un bidone: in primavera due premiazioni che mi riguardavano (una addirittura primo premio!) erano saltate, avevano fatto solo una diretta video su facebook, ma senza la presenza degli autori. A me era dispiaciuto molto il veder sfumare così due occasioni per uscire da Firenze! Poi mica sempre si vince o si viene “segnalati” dalla giuria, che è un po’ meno della vittoria, ma per me lo stesso una soddisfazione!

Ora, cautamente, questi eventi riprendono. E una mia poesia risultava “segnalata” ad un concorso organizzato da un paese d’Abruzzo, poco famoso, di nome Pereto: si trova sui monti al confine tra Lazio e Abruzzo.

Così abbiamo organizzato il viaggio, tre giorni per prendercela con calma. Andata sotto l’acqua e il vento, sistemazione serale nel bed-and-breakfast “Le Calecatine”, a Rocca di Botte, il paese vicino a Pereto, un posto carinissimo con arredi che mi ricordavano tanto i mobili inizio ‘900 dei miei suoceri, ottima cena a base di agnello e nottata sotto il piumone, mentre fuori c’era una bufera di vento e pioggia e la temperatura scendeva a precipizio.

Il mattino dopo: 7 gradi! Però le nuvole pian piano se ne andavano e a Pereto, arrampicato sul fianco della montagna, a tratti veniva anche il sole. Pereto è molto grazioso, con le case di pietra addossate l’una all’altra e stradine in salita, tanta salita! E in alto il castello, da cui si vede il panorama di monti e pianura intorno: sfido che il primo nucleo fosse stato costruito all’inizio del medioevo proprio con funzione di vedetta, poi nei secoli sia stato conteso tra le famiglie di potere. Mi è piaciuto molto, ho cercato di non soffermarmi sui tristi cartelli di VENDESI, anche lì come in tanti borghi dei nostri monti. C’è un unico ristorante, locanda “La Pergola”, ma è uno dei migliori e più economici della zona, naturalmente ce lo siamo goduto.

Nel pomeriggio la premiazione si svolgeva dentro una chiesa e lì ho scoperto la ricchezza culturale e l’impegno sociale degli abitanti di quella cittadina, che, aggiungo, dagli anni ottanta sta aumentando il numero di abitanti. Quanti di questi luoghi sono sconosciuti ai più, non fanno notizia, ma hanno una vita ricca, piena di bellezze e positività. Questo premio è nato a Pereto nel 2004 e si svolge ogni anno, però le premiazioni le fanno, a rotazione, in vari borghi del territorio: stavolta era tornato nel luogo di nascita.

Un’organizzazione perfetta, sono state presentate e premiate varie associazioni e iniziative locali, poi alcuni musicisti hanno suonato motivi dalle opere liriche e dalle musiche di Morricone, prima di passare ai premi più specificamente letterari e fotografici; la mia “segnalazione” riguardava una poesia e, oltre al diploma, è stato offerto un numero monografico della loro rivista in cui avevano riportato tutte le opere premiate e segnalate: anche la mia, nero su bianco, che verrà così letta da molti!

Ringraziando per il riconoscimento, ho detto di provenire da Firenze, ma da una zona della città chiamata Peretola, così simile al loro Pereto: sempre di pere si tratta! E il sindaco del paese mi ha svelato che aveva lavorato diverso tempo a Sesto Fiorentino, dunque conosce bene quei luoghi, poi un altro signore mi ha informato che lì a Pereto c’è pure un club di tifosi della Fiorentina…

Nel ritorno serale all’alloggio, nell’attraversare una zona boscosa… un grosso cinghiale ci ha attraversato la strada, tranquillamente, per fortuna andavamo piano.

Le sorprese non erano finite: il mattino dopo, scendendo a colazione, il padrone della struttura mi ha salutato con un “complimenti alla scrittrice”, perché era presente anche lui alla premiazione, ma io non l’avevo visto, figuriamoci, tutti così mascherati!

Si è sentito onorato di ospitarmi e abbiamo chiacchierato parecchio: di lui che fa il miele e altri prodotti usando la lavanda di cui ha diversi campi e io gli ho suggerito di provare a fare anche le marmellate di frutta alla lavanda; di sua moglie che è di famiglia antica nobile piemontese, ma che dovettero vendere un loro castello ed ecco da dove provengono i mobili e gli arredi che avevo notato…

Alla fine della conversazione ci ho guadagnato una razione doppia di squisita crostata casalinga e un vasetto di marmellata di pere che ha voluto regalarci.

Il tempo intanto era tornato pessimo, oltre alla pioggia correvano nuvole spesse che si infilavano per le vallate formando coltri di nebbia. Io che sto leggendo “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, riconoscevo l’ambiente e il clima di quelle pagine e con la fantasia intravedevo tra la nebbia i personaggi della storia…

Avremmo voluto salire ad un santuario vicino, ma non era proprio il caso, non avremmo visto niente tra la nebbia, allora siamo tornati a Pereto per la messa e una doverosa visita ai due soli negozi del borgo per un rifornimento di souvenir locali: carne d’agnello, formaggi, biscotti caserecci, vino.

E dopo il momento di turismo gastronomico pian piano, sotto la pioggia, siamo rientrati a Firenze.

Fine della spedizione, fine della gloria, fine assoluta dell’estate 2020.

 
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E I GIORNI CORRONO

Post n°1706 pubblicato il 25 Settembre 2020 da atapo
 
Tag: cronaca

 

CAMBIO STAGIONE

 

Jack Vettriano

E' un'altra settimana da urlo:

abbiamo ripreso la giornata tutta dedicata ai nipoti, con orario ben più prolungato e preparazione e consumazione del pasto compresi, dato che le scuole ancora hanno orari provvisori senza tempo pieno;

ci sono da chiedere informazioni per la possibilità che io continui la ginnastica in piscina, ma da un'altra parte, perchè quella degli anni scorsi non riapre;

ho avuto "scambi" di oggetti da tempo organizzati da portare a termine;

mio marito è tornato due giorni in montagna, io non l'ho seguito, perchè...

... è cominciato l'autunno di pioggia e al primo temporale ventoso mi è già venuto mal di schiena: figuriamoci se posso andare a lavorare e a pulire in montagna, dove fa più freddo e umido che a Firenze! Per ora la schiena è "sotto controllo" con la pomata (a proposito, ho finito la mia preferita, a base di erbe naturali, e in giro non la trovo, c'era solo nelle fiere e ora di fiere ne fanno poche...), ma guai se peggiora;

io a Firenze con le incombenze casalinghe e la necessità di cominciare il cambio-armadi, visto l'improvviso peggioramento di stagione;

almeno siamo riusciti a fare un breve incontro con "Gli Spostati": tutti abbiamo voglia e speranza di riprendere il nostro teatro, però i dubbi e le incognite restano, chissà se ce la faremo;

sta bollendo in pentola qualcosa per me, ma qualcosa di bello almeno, che spiegherò poi...


E ora siamo in partenza, entro stasera dobbiamo essere in un paesino in Abruzzo. Perchè? Sorpresa! Racconterò al ritorno, la settimana prossima.

Però mio marito, tornato ieri sera tardi, ha detto che doveva cambiare le gomme dell'auto ed ora è uscito a cercarle...

Alle solite, sempre all'ultimo tuffo e anche più in là...

Si prospetta un viaggio non troppo veloce sotto il maltempo, anche se il sole che c'è adesso a Firenze quasi quasi illude.

Credo che dovrò telefonare all'albergo per avvisare che arriveremo più tardi del previsto.

 
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INIZIO

Post n°1705 pubblicato il 19 Settembre 2020 da atapo
 

 

A SCUOLA

 


 

Devo confessarlo: mi sono commossa, più di una volta. Nei giorni in cui si riaprivano le scuole, vedendo i servizi alla televisione, tutti quei bambini e ragazzi con la mascherina, ma contenti, con l’emozione di tutti i primi giorni di scuola, ma quest’anno ancora di più… l’attenzione alle distanze, ma gli occhi che brillavano di gioia nel ritrovare insegnanti e compagni lontani da molti mesi…Sarà una sfida, non sarà facile, ma i bambini la affronteranno con impegno. E io sentivo un nodo in gola e mi commuovevo. E leggevo sul giornale gli articoli relativi, lo snocciolare delle cronache e delle difficoltà: manca questo, manca quello…

Ma tutti gli anni è la stessa storia, mancano sempre gli spazi, gli insegnanti, gli aiuti per chi ha più difficoltà, la scuola parte sempre zoppicando; che si voleva pretendere, che proprio quest’anno tutto sarebbe stato perfetto? Nemmeno un miracolo! Però fa comodo a qualcuno metterlo ancora di più in evidenza… A tutto questo si sommano ora i rischi per la salute, l’avvio diventa ancora più arduo e i timori più pressanti.

Anche i nipotini sono tornati a scuola. Orari ridotti e salti mortali dei genitori per starci dentro. Ricerca affannosa e incastri orari con le baby sitter per evitare il più possibile lunghe permanenze con noi nonni, categoria a rischio.

Diletta va in prima: che tristezza un inizio così… Lei era emozionata il primo giorno, si vedeva nella foto scattata dalla mamma prima di uscire di casa: grembiule blu corto (fra due mesi non le andrà più bene, ma da Emmaus ne abbiamo trovati una scorta), zaino rigorosamente rosa e occhioni sbarrati. L’altra foto che mi è arrivata è all’accoglienza nel giardino fuori dalla scuola, i bimbi ben distanziati e il maestro (un omone grande e grosso, ben quotato tra i genitori) che chiama dal foglio-elenco. Niente palloncini, decorazioni, distintivi che rallegrino un inizio così importante: paura di contagi!!!

Per la bimba è così e basta, non conosce altro, per la mamma e soprattutto la nonna, che da antica maestra ricorda tanti inizi festosi e fantasiosi, è una tristezza.

L’emozione e la gioia di Diletta erano evidenti quando, dopo tre giorni di scuola, sono passati da casa mia e ha voluto portare il quaderno per far vedere ai nonni cosa aveva fatto in quelle prime lezioni.

Pare che, dato che le aule sono piccole, a rotazione ogni giorno un gruppetto di bambini uscirà e farà attività complementari con i “fuorusciti” delle altre prime e con gli insegnanti dati in aggiunta, ma non è ben chiaro cosa e come… Formare classi meno numerose invece? Impossibile? Mah!

Ancora di più ci ha rattristato l’inizio per Damiano, che ancora deve usare le stampelle ed è limitato nel movimento. Mia figlia ha faticato parecchio prima del rientro per contattare le maestre a cui era doveroso spiegare la situazione: erano in riunione, non c’erano, nessuna risposta alla mail in cui chiedeva un colloquio… Mia figlia era in ansia. Finalmente le hanno fissato un appuntamento e, sentito cosa era successo, assicuravano che non ci sarebbero stati problemi perché, anche se l’aula era al piano superiore, Damiano sarebbe stato accompagnato in ascensore. Il primo giorno però a scendere in giardino per la ricreazione gli hanno fatto fare le scale, con fatica sua e a rischio caduta. La maestra non gli ha chiesto niente della sua esperienza ospedaliera, così difficile per un bambino di nove anni, né all’uscita ha detto nulla con la mamma; mia figlia c’è rimasta male, si aspettava almeno un accenno, un saluto che le facesse sentire un po’ più di accoglienza e di comprensione. Per fortuna i compagni erano curiosi, gli chiedevano… e Damiano ha bisogno di trovare attenzione e le parole per esternare ciò che ha vissuto; mentre gli altri fratelli scorrazzano lui si rifugia nella lettura, da me ha trovato pronto un nuovo pacchetto di libri adatti a lui e ha scelto subito da quale cominciare.

Martino si avvia ai dodici anni ed è ancora più agitato del solito, anche insofferente verso gli altri fratelli, geloso dei riguardi dovuti a Damiano, una sfida continua in casa, pomeriggi fuori con gli amici: ora abitano in una cittadina piccola, rischi ce ne dovrebbero essere meno, ma non si sa mai… i genitori sono sempre all’erta.

Già, mia figlia è stanchissima: anche lei è tornata al lavoro all’asilo nido, fatica parecchio a tenere insieme tutta la baracca, cerca di coinvolgere noi nonni il solito giorno settimanale, non di più… e siamo solo all’inizio… e le incognite sono tante…

Ed entro in ansia anch’io.

 
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ANDARE E VENIRE

Post n°1704 pubblicato il 13 Settembre 2020 da atapo
 

 

DI QUA e DI LA’

 

Cleo nell'orto

Al peggio non c’è mai fine… beh, non dovrei arrivare a dire questo, potrebbe andare certamente MOOOLTO peggio, però… insomma… non è mica facile…

Siamo al periodo “un po’ qui e un po’ là”: una camera da letto è agibile (stando attenti a dove si mettono i piedi, tra fili, attrezzi e scale), quindi saliamo in montagna e ci restiamo per qualche giorno di seguito, poi scendiamo a Firenze per qualche altro giorno, poi risaliamo e così via.

Non è riposante: lassù il marito è alle prese con l’impianto elettrico, dice che ne avrà ancora per solo una settimana, c’è da crederci?

Io sono alle prese con tutto il resto. Perchè, siamo chiari, il fatto che io stia lassù vuol dire che lui non deve pensare a fare la spesa, a cucinare (il minimo, perché fortunatamente il supermercato ha una buona rosticceria e almeno per i pasti cerco di sentirmi un po’ in vacanza), a riordinare e a gestire la lavapiatti. Lui lavora, stacca per mangiare, di sera non deve rifare il viaggio di ritorno verso Firenze ormai al buio perché le giornate si sono accorciate.

E io pulisco. Ciò che è possibile, perché i suoi lavori implicano spargimenti di polvere e pedate appiccicose, gli ho detto che è inutile che mi sprechi dove ancora lui deve lavorare o sta lavorando: oltre a trovarmelo in mezzo ai piedi sarebbe tutto da rifare dopo. Mi sono dedicata soprattutto a porte, vetri e vetrate, mobili, pareti di mattonelle, per togliere, oltre a polvere e sudicio di anni, tutti gli schizzi di vernice lasciati dai muratori durante l’imbiancatura. La chicca è stata la pulizia di alcuni antichi lampadari in ottone, che sono venuti belli lucidi e che riutilizziamo nelle camere con i mobili inizio 1900.

Ecco la mia giornata-tipo lassù: mi sveglio al mattino con il bel panorama dell’orto, del paese più oltre e dei monti sullo sfondo, col fruscio del torrente sotto l’orto; dopo colazione vado in paese al supermercato e per il giornale, al ritorno lavoro fino a pranzo.

Dopo pranzo faccio un sonnellino (la temperatura è ottima per dormire), poi vado nell’orto.

Un signore che abita poche case più in là ci ha chiesto se poteva divertirsi a coltivare qualcosa nel nostro pezzo di terra: figuriamoci se mio marito l’avrebbe fatto, e tutto restava pieno di rovi, ortiche ed erbacce. Lui invece ne ha ripulito una parte e ha piantato diversi prodotti: ora pian piano cresce qualcosa. Il patto è che noi prendiamo ciò che ci serve e non è certo molto, siamo solo due e restiamo lassù poco, comunque nelle mie passeggiate unisco l’utile al dilettevole e raccolgo qualcosa per i pasti: zucchine, fiori di zucca, fagiolini, peperoni, insalata, prezzemolo. I cetrioli li lasciamo tutti a lui perché non ci piacciono, i pomodori crescendo si ammalano quasi tutti con macchie nere, chissà… Ma anche lui è un dilettante.

Il melo ora è pieno di mele, quelle raggiungibili le abbiamo già raccolte, più in alto ce ne sono tante… Vedremo se cadono da sole, però da un lato l’albero pende su una discesa dell’orto ancora piena di ortiche, per raccogliere le mele cadute bisognerebbe abbattere queste ultime. Guardo le mele lassù belle rosse e penso alla favola della volpe e l’uva: però io le ho già assaggiate e non poterne raggiungere di più mi dispiace.

L’orto è in discesa, un po' a terrazze, arriva fino al torrente, da cui è separato da siepi selvatiche e da una rete; ho scoperto che in un punto si potrebbe spostare la rete, mettere un pezzo di recinzione mobile, così da scendere sulla riva del torrente, prendere il sole sui sassi e perché no, farsi un mini-bagno tra i sassi e le pozze: sai che divertimento per i nipotini! Sarà, spero, per l’estate prossima.

In queste spedizioni agricole spesso mi accompagna Cleo, una bella gattina tigrata che appartiene al nostro ortolano e che credo abbia deciso che l’orto è anche suo. E’ molto chiacchierona, miagola spesso per attirare l’attenzione e risponde se le si dice qualcosa. E' un po’ lunatica: a volte si struscia in continuazione alle gambe e reclama carezze, altre volte le rifiuta e sfugge spostandosi con eleganza, mai troppo però, resta sempre nei paraggi, seduta o sdraiata, ad osservare le mosse di noi umani, a meno che una lucertola o un insetto non la “invitino” a giocare.

Dopo l’orto riprendo a lavorare fino… allo sfinimento, allora leggo il libro che mi porto lassù, poi la cena, ancora un po’ di lettura, controllo sul cellulare posta e facebook, per quel che si può vista la mia imbranataggine, poi a nanna.

Si dorme con una bella coperta, anche se per fortuna ancora non ha fatto troppo freddo, ma ho dovuto già coprirmi, soprattutto verso sera, con una maglia autunnale in più.

Resta inteso che se la stagione si rompesse e cominciassero pioggia e maltempo io lassù non mi fa più vedere, a rischio nevralgie e male alle ossa.

Quando scendiamo a Firenze ci sono tutte le faccende accumulate: fare le lavatrici, lassù la lavatrice c’è, ma non per stendere; varie incombenze burocratiche o cose da fare al computer, che lassù ancora non abbiamo; spese particolari; le telefonate e gli accordi per i miei scambi e appuntamenti vari…

I giorni a Firenze volano… e si ricomincia.

Mio marito spesso risale qualche giorno di seguito anche quando io resto a Firenze, mi lascia così qualche giorno di “libertà”, ma c’è sempre tanto da fare qui da sola! Per lo meno gestisco gli orari come mi pare e tiro il fiato, ma sono così stanca che non ho voglia di fare molto o di andare in giro, mi sono accontentata, finora, di qualche incontro con amiche che aspettavano il mio libro, almeno qualche ora in chiacchiere e relax!

E arrivo alla sera, sia a Firenze sia in montagna, che non vedo l’ora di addormentarmi...

 

 
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NUOVO E VECCHIO SETTEMBRE

Post n°1703 pubblicato il 03 Settembre 2020 da atapo
 
Tag: cronaca

 

RESET

 

Norman Rockwell

Settembre è iniziato con mattinate frizzantine: c'è stato finora sempre il sole al mio risveglio, ma aprendo la finestra entra un'aria molto più fresca, è un segnale, un avviso che la stagione sta cambiando. Il cielo ha colori più netti, il celeste è più brillante, il bianco delle nuvole è più candido, quasi panna, merito forse anche del vento che spazza l'aria con più energia.

Dura poco, entro qualche ora la temperatura risale, torna caldo quasi come il mese passato, non c'è grande differenza. E nemmeno di sera, fa caldo fino a notte fonda.

Così il foulard o il golfino leggero che servono per l'uscita mattutina poi diventano superflui per tutto il resto della giornata.

Il primo settembre c'è stato il fermento per la riapertura delle scuole, principalmente quella degli insegnanti: si preparano ad affrontare una grossa sfida, tra incognite e rischi che si aggiungono alle disfunzioni e ai ritardi di ogni anno. Non li invidio, i miei ex-colleghi: fare l'insegnante oggi è diventato davvero un'impresa: l'indubbia bellezza di questo lavoro è soffocata e sciupata dalla realtà attuale logorante. Anche per gli alunni è un'incognita: la ripresa dopo tanti mesi sarà difficile e delicata da gestire, mi auguro che ci sia la sensibilità di prevedere accoglienze adeguate, ma ho forti dubbi su questo...

Nei momenti un po' di snodo, come è l'inizio di settembre, spesso mi torna in mente qualche corrispondente momento del mio passato; quest'anno, forse perchè meditavo sulle situazioni scolastiche, forse perchè casualmente mi sono trovata, per questioni mie, a passare proprio dalle strade che percorrevo allora, l'aria frizzante del primo settembre mi ha riportato a quel primo settembre 1981 (e ai giorni successivi), quando, ottenuta l'assegnazione provvisoria da Bologna, mi presentavo per la prima volta nella scuola di Firenze in cui avrei dovuto lavorare. Il trasloco di tutta la famiglia sarebbe stato il 21 settembre, ma io dovevo prendere servizio, quindi partivo da Bologna molto presto, in treno, arrivata a Firenze il bus mi portava vicino alla scuola, infine avevo un tratto di strada a piedi, erano le prime volte che giravo in quel quartiere che sarebbe diventato il mio. Partivo da Bologna ben coperta, faceva fresco alle 6 di mattina, a Firenze dovevo togliermi la giacca e velocemente restavo in maniche corte: veniva caldo come in questi giorni.

Almeno per me, anche quell'anno la scuola era una grossa incognita: a Bologna ci stavo bene, ero inserita in un gruppo di colleghi all'avanguardia, ora per necessità di trasferimento avevo accettato il posto in una zona che sapevo difficile, ma quanto sarebbe stata dura? E molti mi avevano detto che a Firenze la scuola era più "arretrata" rispetto a Bologna: cosa avrei trovato? Quante e quanto forti sarebbero state le differenze? Mi sarei impegnata per superare tutto, ne ero convinta, ma la paura c'era, senza dubbio, e nelle ore fresche di prima mattina in quel settembre avevo sempre un po' di ansia, di timore, di spaesamento...

Sono passati molti anni, le sensazioni sono tornate vive: anche ora si deve cominciare dopo l'estate, ma cosa? In che modo? Anche in questi giorni provo ansia, timore, spaesamento... e in più sono molto stanca, l'estate non mi ha per niente ricaricata.

Come ogni volta che ho terminato un'estate poco soddisfacente, vorrei dimenticarla e cominciare come un nuovo anno, settembre è un po' così come un capodanno, vorrei fare un RESET dei mesi estivi, ma mi accorgo che sarebbe meglio resettare anche la primavera-covid... e il periodo difficile si allunga... senza avere in vista nuove prospettive soddisfacenti.

Bisognerà farcela lo stesso, inventarsi qualcosa per trovare qualche positività...

 
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IL LIBRO DI AGOSTO

Post n°1702 pubblicato il 31 Agosto 2020 da atapo
 
Tag: teatro

 

TOUT SAUF UN ANGE”

 


 

Concludo il mese di agosto (ahi, come sono stata poco presente qui!) con due parole sul libro del mese, che immagino nessuno conosca, in francese poi!

E’ una storia sul teatro, scritta a tre voci: tre amici, due uomini e una donna, legati in modo diverso al mondo del teatro, raccontano, narrando e scrivendosi l’un l’altro, una parte delle loro vite e dei rapporti che li legano, col presente che ritorna spesso agli anni passati.

E’ un’opera recente, uscita nel 2006, scritta da Jean Pierre Milovanoff . Come mai appartiene al gruppo dei libri che per me sono stati più importanti? L’ho conosciuto attraverso il gruppo di teatro in francese pochi anni dopo la sua pubblicazione: l’avevamo letto, era stato lo spunto per uno spettacolo sul viaggio, vero o della memoria, infine avevamo messo in scena tutta la storia.

Durante questo lavoro, durato un anno, mi sono sempre più appassionata e pian piano identificata con la protagonista, che dapprima mi pareva estranea al mio modo di essere, ma pian piano ho scoperto di avere qualcosa di simile a lei, ha smosso qualcosa dentro di me che non sospettavo di poter riconoscere. Alla fine la soddisfazione più bella è stata quando ho dovuto interpretarla in alcune scene (la parte, essendo molto lunga, era stata suddivisa fra diverse attrici), proprio quelle finali, dove l’emozione era al massimo. E gli applausi sono stati tanti.

Sì, questo libro mi ha aiutato ad entrare più profondamente nel mondo e nel significato del teatro, è stato una chiave importante…

Per chi volesse leggerlo, ne esiste anche la traduzione in italiano: è diventato “L’angelo caduto”.


 

 
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MARMELLATA

Post n°1701 pubblicato il 25 Agosto 2020 da atapo
 

 

SAMBUCO

 


 

La marmellata di sambuco mi piace moltissimo, ma di rado la trovo nei negozi, più facilmente nelle fiere dei prodotti artigianali e spesso a prezzi più alti delle altre marmellate.

Quando ho scoperto che in montagna, nei miei “terreni”, cioè al limitare del bosco, oltre le ortiche e in mezzo ai lamponi, ci sono alcuni alberelli di sambuco, ho subito pensato che avrei autoprodotto la marmellata.

L’estate scorsa nulla di fatto: non salivo lassù di frequente, prima le bacche erano ancora acerbe, quando tornai… erano sparite! Ci fu una donna del posto a spiegarmi che se gli uccelli scoprono che sono già mature, in un giorno o due le fanno fuori tutte. Allora quest’anno ho deciso di tenerle sotto stretto controllo, poiché sono molto più presente, e pian piano le ho viste passare dal verde al rosso, poi a poco a poco la maggior parte diventare nere, mature finalmente.

Così l’ultimo giorno che sono stata lassù ho deciso che era il momento di tentare la raccolta, prima che gli uccelli le scoprissero.

Nell’attesa però mi ero fatta una cultura on-line sul sambuco e la sua marmellata: avevo scoperto che esiste un sambuco VERO e uno FALSO, cioè una pianta che gli assomiglia molto, ma le cui bacche sono VELENOSE! Le foglie sono quasi uguali, le differenze stanno nel fusto (legnoso quello buono, erbaceo quell’altro) e nella posizione dei grappoli di bacche (ricadenti quelle buone, erette quelle velenose).

Naturalmente ho controllato i miei: erano BUONI, così ho bastonato le ortiche davanti per aprirmi un passaggio e ho riempito di grappolini di bacche un bel contenitore per alimenti. L’ho tenuto in frigo e tornata la sera a Firenze, subito il giorno dopo mi sono lanciata nella marmellata: ho confrontato le ricette lette e ho fatto le mie scelte di preparazione.

Che lavoro lungo e noioso sgranare tutti i grappolini, eliminare le bacche non mature, stare attenta che non cadessero tra i frutti anche i gambi, che sono fragilissimi e si spezzano con niente, non strizzare le palline così delicate… alla fine avevo le mani blu! Tutto questo lavoro per recuperare circa tre etti di frutta pulita, ma come primo esperimento era sufficiente.

Ho passato al passaverdura la frutta, per trattenere le bucce e la maggior parte dei semini: restava tutto e solo liquido, ero abbastanza perplessa...

Ho aggiunto circa un cucchiaino di succo di limone, poco più di metà peso della frutta in zucchero e ho messo a cuocere, mescolando continuamente. Non c’è voluto molto che già cominciava ad addensarsi e a velare il cucchiaio e i bordi del tegame, la famosa goccia versata sul piattino non era più completamente liquida. Ho spento il fuoco, temevo accadesse come al primo tentativo di marmellata di lamponi: non sapendo quanto doveva addensarsi, col raffreddamento più che marmellata era diventata una caramella al lampone!

Stavolta è andata bene e abbiamo già gustato una buona marmellata sui toast a colazione. Voglio provarla anche nello yogurt e sul gelato di vaniglia. Poi… sarà finita, perché ne è venuta proprio pochina! Ma prima che ripeta l’esperimento passerà almeno un anno!

Però che lavoro c’è voluto: ho capito perché la marmellata di sambuco si trova di rado e costa così tanto!

Nonostante mi sia lavata e rilavata, le dita hanno ancora la sfumatura blu.

 

 
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ANDARE E VENIRE

Post n°1700 pubblicato il 20 Agosto 2020 da atapo
 

 

LE PRIME VOLTE


Abbiamo preso coraggio, poche cose in valigia e... siamo andati a dormire in montagna, due notti.

Appena arrivati, ho avuto uno choc da scoraggiamento: il letto per noi non era ancora montato! Tanto mio marito mi racconta quello che vuole e come vuole, non capisco mai come stanno realmente le cose finchè non le vedo coi miei occhi.

-Ma cosa ci vuole! - dice lui. Così tour de force, non tanto a montarlo, quanto, prima, a ripulire i vari "pezzi"... e toccava a me. Non solo le parti del letto, alto, antico, dei primi del 1900, ma almeno l'esterno dei comodini accanto! Figuriamoci se volevo dormire tra la polvere dei secoli!

Così non abbiamo dormito con la polvere, ma con l'odore del detergente per il legno che ho dovuto usare: tutto brillava come nuovo, ma "odorava" anche, per fortuna non faceva freddo e i vetri della finestra sono rimasti aperti tutta la notte.

Io però ero troppo stanca, ho dormito pochissimo, non trovavo posizioni che dopo un po' non mi risvegliassero per dolori qua e là; la notte successiva è andata meglio, perchè durante il giorno mi sono sforzata meno, anche se lavori da fare per me, soprattutto di pulizie, non mancherebbero..

Che dire, lassù si sta bene, non lo nego, però è come abitare in un'officina, fra le stanze ancora per aria, tutti gli attrezzi e i materiali che mio marito semina dovunque, in certe zone si passa a stento, mette cose da lavoro anche dove, in teoria, tutto dovrebbe essere già a posto, cioè nella grande cucina. Io ci sto male, è come ritornare in quei due anni dal 2015 al 2017 dove la stessa situazione era più o meno dopo il trasloco nella casa di Firenze. E se ripenso ad anni lontani della nostra vita coniugale... avrei altre esperienze simili su cui ho deciso di stendere un velo pietoso: ama il bricolage, il "so fare io", il "lo faccio meglio"...

Insomma, siamo stati lassù tre giornate, poi siamo tornati a Firenze: ci sono da comperare cose di cui ti accorge che mancano quando sei lassù e ci vivi.

A Firenze giusto una giornata per queste spese e un bucato messo in lavatrice, steso e asciugato, oggi si risale. Staremo fino a sabato sera. Lavoro e ancora lavoro. Quando sono stanca, leggo, mi porto una provvista di libri. Almeno lassù è più fresco e più tranquillo, lungo la nostra stradina secondaria non passa quasi mai nessuno, vedo il lontananza la provinciale molto trafficata in questi giorni di metà agosto.

 

 
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CHE FERRAGOSTO ?

Post n°1699 pubblicato il 14 Agosto 2020 da atapo
 

 

ATTESA, FORSE


le more del gelso bianco

 

Sono sempre qui. Di rado avevo lasciato passare tanti giorni senza scrivere, non mi sono nemmeno accorta di quanto sia trascorso dall’ultimo mio passaggio. Ma tanto non c’è molto da raccontare, direi quasi nulla.

Ora è la vigilia di Ferragosto, altri anni mi preparavo al giorno di “clausura” perché mio marito odia l’intrupparsi tra i vacanzieri di un giorno o poco più, nemmeno facevamo una gita per un gelato sui monti attorno a Firenze, restavamo a soffocare nel caldo delle stanze di città, spesso il ferragosto mi metteva di malumore…

Anche quest’anno non è che il mio stato d’animo sia molto migliore; lassù in montagna è sempre solo lavoro, ultimamente ci sono andata molto spesso, almeno per sfuggire alle temperature infernali di Firenze. Però là ho lavorato troppo, vorrei dare un contributo per sistemare qualche stanza, almeno in ciò che posso fare, cioè le pulizie, ma ore e ore a sfregare su piastrelle dei bagni e pannelli degli armadi sono state eccessive e ultimamente sto avendo mal di schiena, male alle braccia e ai piedi, tanto che nemmeno alla notte riuscivo a trovare posizioni per dormire, dopo un po’ mi svegliavo per dolori da qualche parte: non me lo posso permettere, non voglio correre rischi per la protesi o per l’altra anca, dopo tutte le sofferenze che mi costò il rimetterla a posto.

In qualche giorno il lavoro era stato meno pesante, si era trattato di sistemare negli spazi degli armadi di cucina le stoviglie “salvate” dall’eredità dei miei suoceri. Molte cose avevo imposto io di non buttarle, erano troppo belle, mio marito e cognati sarebbero stati più drastici, così ho notato che nella casa in montagna ora abbiamo piatti, bicchieri e ciotoline più lussuosi di quelli che abbiamo a Firenze, diversi pezzi sono Richard-Ginori vintage. Bene, sarà un’occasione per usarli in tavola tutti i giorni, almeno d’estate!

Tra un lavoro faticoso e l’altro faccio un’incursione nell’orto: il nostro terreno che era incolto e pieno di erbacce lo abbiamo affidato gratuitamente a uno dei vicini, che ci aveva chiesto di farci l’orto per hobby, poi di ciò che nasceva potevamo approfittare anche noi. In questi giorni c’è una abbondante produzione di insalata e di fagioli e quando salgo ne faccio provvista: l’insalata solo quella che usiamo subito, dei fagioli ne ho congelati una parte per l’inverno. Se tutto va bene arriveranno anche zucchine e fagiolini, i pomodori invece non riescono a maturare, si ammalano quasi tutti. C’è poi nell’orto un melo selvatico da cui ho iniziato a raccogliere delle meline verdi brutte da vedere, tutte picchiettate, ma da mangiare hanno un gusto leggermente aspro e molto fresco. E prima, sempre nell’orto, un gelso aveva dato moltissime more bianche, di cui mio marito è goloso. Insomma, l’orto rende…

Ma l’orto non basta per farmi riposare, è faticoso anche restare chinati a raccogliere la verdura, così ieri mattina ho alzato bandiera bianca, non ce la facevo quasi ad alzarmi dal letto per i dolori dappertutto, mi sono ripresa solo ieri sera.

Oggi lassù con mio marito c’è uno dei suoi fratelli, dovrebbero montare i mobili della stanzina piccola, cioè letto a una piazza e armadio che appartenevano alla figlia di questo cognato, ormai cresciuta. Non serve a nulla averli montati, il nipotino che doveva venire da noi ora è al mare col suo papà, ma almeno uno spazio è sistemato e, se tutto va bene, appena dopo tocca alla sistemazione di un letto matrimoniale coi suoi armadi annessi, quelli piccoli di inizio ‘900, che appartenevano ai miei suoceri e di cui io mi ero innamorata. Ma ciò vuol dire che si riattacca con le pulizie dei vecchi e polverosi armadi, prima di utilizzarli...

Mio marito afferma che a quel punto potremmo anche stare là a dormire, senza dover rientrare a Firenze ogni sera, quasi una parvenza di vacanza! Se da un lato riconosco che sarebbe positivo, dall’altro mi spaventa l’idea di stare lassù più o meno accampati, non ci sono spazi pronti per sistemare un po’ di abiti e biancheria, non avrei il computer e sarebbe un vero isolamento. Sarebbe solo lavoro e scomodità e io in questo momento sono già molto stanca. Non mi sono mai piaciute le vacanze scomode, gli accampamenti arrangiati per necessità… che sono ben diversi dalle vacanze avventurose! Soprattutto ora che avrei solo voglia di relax.

Non so che dire: come ogni giorno, resto in attesa che lui torni stasera, racconti ciò che è riuscito a fare… ma “del doman non c’è certezza”.

 

 
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E SIAMO SOLO A FINE LUGLIO

Post n°1698 pubblicato il 31 Luglio 2020 da atapo
 

 

LE BRUTTE ESTATI


Pieter Bruegel, La mietitura

 

Quali caratteristiche ha una bella estate? Calda, innanzitutto, ma non troppo. Che permetta di rilassarsi, di staccare da ciò che è stato prima e predisponga a riprendere con energia e positività i nuovi impegni autunnali. Che porti belle esperienze, nuove esperienze: il nuovo dà carica e stimoli che fanno crescere; per questo in una bella estate non deve mancare almeno un viaggio, un periodo anche piccolo di spaesamento facilita tutto ciò che ho detto prima.

Ne ho passate di belle estati, ma ne ho passate anche di brutte, dove manca tutto, o gran parte, e ci si ritrova alla fine peggio che all’inizio. Qualcosa è finito anche scritto qui, durante gli anni…

Ecco, quella che sta passando pare sia una di queste ultime.

Reduce dalla primavera-Covid, i suoi tre mesi hanno bloccato i lavori alla casa in montagna e i progetti estivi sono saltati. Non è ancora abitabile stabilmente, solo la cucina ha tutte le funzioni attive, forse tra una decina di giorni si potrà mettere una rete di fortuna in una stanza per me e il marito in modo da poter dormire là e non dover rientrare la sera a Firenze.

Ora anch’io salgo là quasi tutti i giorni: ci sono mobili da pulire (figuriamoci la polvere, dopo mesi di attesa e i lavori del muratori!), stoviglie da lavare e sistemare…

Per fortuna lassù ci sono sette-otto gradi in meno che a Firenze, è l’unica cosa positiva, per il resto lavoro, lavoro, lavoro, nemmeno una passeggiata, se non la puntata al supermercato per la spesa del pranzo. Così mi stanco tanto, troppo, spesso la sera ho mal di schiena. Anche mio marito lavora di continuo al suo impianto elettrico, è stanco anche lui e diventa intrattabile, anzi, lo diventiamo tutti e due, per fortuna lavoriamo in stanze diverse.

L’unico relax me lo sono preso a raccogliere i lamponi nel nostro bosco, ma poi il giorno successivo, a Firenze, ho dovuto affrettarmi a preparare la marmellata, perché i lamponi si sciupano velocemente!

E quando rientriamo a Firenze, verso le venti, abbiamo appena la forza per la doccia e una cena veloce, niente uscite per qualche film nelle arene estive.

Questo ritardo significa che salta il progetto di ospitare mio nipote nella prossima settimana, quando mio figlio sarà ancora al lavoro; questa è la cosa che mi rende più triste, era l’occasione per dargli una mano e restare a fare i nonni con Riccardo. So che mio figlio si è rivolto alla sorella: terrà lei Riccardo, insieme ai suoi quattro figli; questo aggravio di lavoro per lei mi dispiace molto, dato che ultimamente non è stato facile neppure da loro.

Damiano ha avuto un ginocchio molto gonfio, pareva a causa di una botta, ma la situazione peggiorava e sono dovuti andare al Pronto Soccorso: ricoverato per otto giorni, operato al ginocchio per ripulirlo e analizzare il liquido, poi esami e analisi. Si parlava di artrite batterica all’inizio, poi di malattia autoimmune, poi di conseguenze di una puntura di zecca, ma ancora non è ben chiaro, ci sono esami che daranno gli esiti fra del tempo.

Il bimbo con la mamma sono rimasti “reclusi" in ospedale, a causa del Covid non si poteva dare il cambio a mia figlia e nemmeno far loro visita: i vestiti e ciò che serviva andavano lasciati in portineria e venivano impacchettati poi consegnati dai volontari della protezione civile.

E gli altri tre bambini a casa col babbo, che per fortuna ha potuto prendere una settimana di ferie.

Questo isolamento e l’operazione hanno fatto soffrire Damiano, che è calmo e tranquillo, ma tiene le cose troppo dentro di sé, si chiude e si immerge silenzioso nella lettura, Anche mia figlia ora figuriamoci quanto è stressata e stanca…

Mio marito ha tolto in urgenza due nei: il chirurgo ha detto che non sembrano preoccupanti, ma il risultato deve ancora arrivare…

Qualcosa di bello ci sarebbe: due mie poesie hanno avuto riconoscimenti in due concorsi: una “Segnalazione di merito” e… udite udite.. un PRIMO PREMIO! In tempi normali sarebbero state due occasioni di viaggetti, serate quasi trionfali, conoscenza di nuovi posti… è anche con questa speranza che partecipo ai concorsi! Potrebbero essere soddisfazioni e distrazioni. Invece, sempre per colpa del Covid, quest’anno le premiazioni sono solo on-line, premi e diplomi li mandano per posta. Uffa! Che delusione!

Insomma, mi pare proprio bruttina questa estate del 2020… e siamo solo alla fine di luglio!

 

 
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IL LIBRO DI LUGLIO

Post n°1697 pubblicato il 28 Luglio 2020 da atapo
 

 

"IL PAESE SBAGLIATO"

 


 

Anche luglio sta per finire, i giorni scorrono rapidi e io mi dimentico di presentare il libro del mese, quello che ho messo nel box qui accanto.

"Il paese sbagliato" di Mario Lodi fa coppia con "Lettera a una professoressa" del mese scorso: sono state le due colonne su cui ho costruito il mio lavoro di insegnante. Li lessi quasi contemporaneamente, erano appena usciti, posso dire che Don Milani è stata la parte teorica, di riflessione sui grandi temi della scuola verso l'uguaglianza e il riscatto di chi pareva meno favorito socialmente, attraverso lo studio e la padronanza della lingua; Mario Lodi ha completato tutto questo, mi ha dato suggerimenti importanti su come impostare l'attività didattica nello specifico delle singole giornate.

La sua attenzione rispettosa del mondo dei bambini, dei loro tempi e della loro cultura, l'organizzazione che ascoltava le loro proposte per indirizzarle alla riflessione e alla sperimentazione erano ciò che volevo anch'io per le classi in cui lavoravo, già all'inizio della mia carriera nei primi anni '70, anni di innovazioni pionieristiche da parte di vari gruppi di insegnanti, tra cui quelli del movimento MCE. Questo metodo di lavoro non mi ha mai deluso, i bambini imparano volentieri esplorando il mondo attorno a loro, le realtà fisiche, la natura, le persone e le relazioni positive che portano alla socializzazione e alla partecipazione.

Ai genitori spiegavamo il nostro metodo in frequenti assemblee, li abbiamo sempre avuti dalla nostra parte, spesso anzi ci hanno aiutato, fornendo stimoli nuovi o collaborando ai progetti.

Anni dopo conobbi personalmente Mario Lodi, collaborai con le mie classi, che scrivevano storie e articoli, ad una esperienza unica: il giornalino "A&B", cioè "Adulti e Bambini", tentativo di una pubblicazione preparata insieme da bambini e da adulti (genitori, scrittori, scienziati) che credevano in loro. L'esperienza durò alcuni anni.

Tempi bellissimi, una scuola indimenticabile che in seguito è stata distrutta, stracciata, burocratizzata, snaturata: oggi ci sono di nuovo timide sperimentazioni in questo senso, ma private e costosissime, si levano voci per farla ritornare anche nella scuola pubblica, come eravamo noi a quei tempi: meno alunni, un ascolto maggiore delle loro esigenze di crescita, un ambiente di apprendimento che è la città, il mondo...

Altrochè il banco monoposto a rotelle!

 

 
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