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RICORDO

Post n°1696 pubblicato il 24 Luglio 2020 da atapo
 
Tag: memoria

 

A.

 

alla Certosa Monumentale di Bologna

 

Eravamo diventate amiche in prima media. Abitando nello stesso quartiere ci conoscevamo di vista già da prima, alle elementari stavamo in classi diverse, lei aveva la maestra più terribile della scuola ed io compiangevo lei e le sue compagne.

Alle medie ci ritrovammo insieme e subito nacque tra noi un’amicizia fortissima, aiutata anche dal fatto che facevamo tutti i giorni per un lungo tratto la stessa strada a piedi, insieme ad altre due o tre compagne. Allora nessuno si sarebbe sognato di farsi accompagnare a scuola in auto dai genitori, l’andata e il ritorno erano un forte momento di socializzazione, di autonomia, di crescita.

A. era un maschiaccio, vivacissima, chiacchierona, a tratti insolente e ribelle con gli adulti, fioccavano gli otto in condotta, voto bassissimo per quei tempi. Fisicamente era alta, sottile, con occhi scuri brillanti e i capelli neri sempre tagliati corti, questo accentuava il suo aspetto non al massimo della femminilità. Aveva un’intelligenza brillante, come me stava tra le prime della classe, il buon profitto faceva chiudere un occhio ai professori sul comportamento.

Diventammo inseparabili, iniziò il nostro forte rapporto di “compagne di merende” dentro e fuori scuola: bei pomeriggi insieme, organizzazione di birbonate, progetti creativi e artistici, aveva il papà pittore e ne aveva ereditato le doti. I miei non vedevano di buon occhio quest’amicizia così turbolenta, temevano che mi “corrompesse”, per me era il massimo del coraggio e della sfrontatezza, osava ciò che io non avrei mai osato. Però la seguivo, la affiancavo, spesso “cospiravamo” insieme, ma alla fine chi si faceva notare e rimproverare di più era sempre lei, io riuscivo a tirarmene fuori o a smettere prima di conseguenze irreparabili. Quando ci fu la tragedia del Vajont fummo noi due ad avere l’idea di una raccolta di fondi tra le classi della nostra scuola e la realizzammo, meritandoci le lodi di preside e professori.

Dopo la terza media ci iscrivemmo allo stesso istituto magistrale, le uniche della nostra classe. In prima fummo in due sezioni diverse, in seconda la sua fu eliminata per i molti bocciati e lei finì con me, con grande gioia di entrambe. Purtroppo l’anno successivo anche la mia fu eliminata e ci divisero di nuovo in classi differenti.

Nei primi due anni la nostra amicizia raggiunse l’apice, eravamo sempre tra le migliori della classe, ma ora avevamo campi d’azione nuovi e intriganti: i complessi rock, le feste della domenica pomeriggio in casa di amici, i pomeriggi danzanti in certi locali bolognesi ad ascoltare i complessi beat cittadini… Lei ora aveva un aspetto più femminile, si era lasciata crescere i capelli, amava truccarsi, ma i genitori non ce lo permettevano: era diventata abilissima a truccarsi e struccarsi scendendo le scale o durante i viaggi in tram, con tutti quegli scossoni. A me non interessava il trucco, ma pensavo che non avrei mai avuto il suo coraggio e la sua abilità.

Un altro argomento ora ci univa: i ragazzi! I nostri primi amori per i quali ci coprivamo a vicenda per poter uscire, ognuna sapeva tutto sulle fantasie (molte) e le storie (molte meno) dell’altra e non si lesinavano opinioni e consigli.

Verso la fine della scuola superiore ci allontanammo, complici forse anche le classi diverse: io avevo trovato altre amicizie, poi i guai di famiglia mi rendevano lo studio più faticoso, il tempo per divertirmi era molto calato.

All’esame di maturità, con mia enorme sorpresa, lei fu bocciata; mi arrivarono voci che c’erano stati problemi per il comportamento, chissà…

Io dovetti subito lavorare, non indagai. Negli anni successivi a volte la mia mamma, che incontrava la sua al mercato, mi aggiornava: faceva lingue all’Università (beata lei!)... insegnava alle elementari…

Al mio matrimonio la invitai, non venne, mi mandò in regalo un quadro dipinto dal padre. Anni dopo, credo fossi già a Firenze, seppi dalla mamma che si era sposata, poi, ancora dopo, che aveva divorziato: mi dispiacque molto, ma ripensavo al suo carattere non facile da gestire.

Poi silenzio per tantissimo tempo, fino all’era facebook, quando si può cercare di rintracciare i personaggi di una vita.

L’avevo rintracciata, ci eravamo date l’amicizia, scoprivo qualcosa della sua vita: faceva esperienze interessanti come insegnante, aveva un sacco di amici e spesso rievocava tempi lontani e gloriosi di serate nelle osterie bolognesi, un mondo che io non ho mai conosciuto. Però scoprivo anche che aveva grossi problemi di salute, che si accentuavano anno dopo anno, che la scuola le stava diventando troppo faticosa, finché non è riuscita ad andare in pensione. Allora ha creato su facebook un gruppo molto bello, per far conoscere Bologna, la sua storia, l’arte e le sue bellezze nascoste e ci siamo ritrovati in tanti a leggere, a commentare e, chi poteva, a contribuire.

Spesso ai miei post metteva commenti e riscontri positivi e affettuosi, io avrei tanto voluto andare a trovarla a Bologna, che ci voleva? L’ho fatto per altre amicizie ritrovate…

Ma ogni volta che gliene parlavo lei non mi ha risposto…

Sono arrivata alla conclusione che non volesse farsi vedere così malridotta in salute, in fondo il suo carattere un po’ strano non mi stupiva, ho accettato il suo rifiuto accontentandomi di continuare l’amicizia virtuale e apprezzando le sue belle ricerche e segnalazioni.

Ieri sul gruppo è apparso un annuncio tristissimo: qualcuno ha informato che A. se ne è andata, all’improvviso. Non si sa il perché, le cause… un mese fa si era rotta una clavicola, aveva rallentato i contributi nel gruppo.

Molte sono le persone addolorate… Io ho provato una dolorosa stretta al cuore: lei era molto presente nei miei pensieri e nei miei sentimenti, aveva partecipato così intensamente a tanti miei anni… E’ la vita ineluttabile, ma è tragico lo stesso passare questi momenti, il dispiacere è grande. Cosa potevo fare?

Ho sentito il bisogno di comunicare la notizia a quegli amici e amiche bolognesi che ho rintracciato e che l’avevano conosciuta, così come se potessimo darci idealmente un abbraccio attorno a lei e condividere l’enorme tristezza. E ora ho sentito il bisogno di parlarne subito, qui e di lasciare una traccia di lei e del suo amore per l’arte e le cose belle.

 

 
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