Succede che arrivavano su un treno, nelle gelide notti d’inverno…in mezzo alla neve, come brutte bestie. Entravano da quel cancello che segnava l’inizio della fine, venivano smistati all’ingresso, come carne da macello: gli uomini da una parte, donne dall’altra, vecchi e bambini da un’altra ancora. I primi, i più robusti a lavorare venti ore al giorno, mangiare pane e zuppa dove era possibile trovare pure un verme. Gli altri no, perché i bambini e i vecchi non servivano, e allora il viaggio finiva lì, all’ingresso. Venivano tutti accatastati come grandi pacchi, spogliati dei loro vestiti e della loro dignità e buttati dentro le camere a gas, a morire storditi come non si augurerebbe neppure al proprio peggior nemico. Oppure c’erano i forni ad attenderli, quelle terribili bocche di fuoco che aspettavano solo carne da bruciare, da eliminare, da far scomparire dalla faccia della terra. Ad accompagnarli solo il silenzio, il sordo rumore dei passi di chi si avvicina alla morte, senza un perché…solo il loro fiato, i loro lenti respiri ad accompagnare quella marcia, preludio ad una morte silenziosa. Il gas che entra nei polmoni, sprigiona la sua forza e distrugge tutto…e poi il fuoco che elimina i corpi, che distrugge ogni traccia.Succede che lì, dove il massacro si è consumato, dove la dignità umana è stata fatta a pezzi come un carro di bestiame….ecco lì arrivano quattro ragazzi italiani a farsi foto. A festeggiare sul luogo dell’orrore, a brindare a quelle vite spezzate, a fotografarsi con un accendino in mano sotto la pietra che ricorda i forni perché il fuoco è il simbolo della purificazione. Quattro imbecilli che oltraggiano la vita, che oltraggiano il ricordo…Non hanno sentito quelle grida, non hanno visto le facce emaciate delle persone, non hanno visto i corpi entrare in quelle bocche di fuoco. Non basta…neppure io le ho viste…ma taccio. Di fronte a tanto scempio taccio e penso. Penso che a volte l’uomo è una bestia, penso che quei passi, quei respiri lenti e affannati, quei piccoli volti spauriti siano un grande patrimonio di ricordi. Una lama dentro il cuore, un brivido che sale sempre su per la schiena…ogni volta, imperterrito. E rifletto…sulla stupidità umana, sulla stupidità di quelli che si recano in quei posti ornati di maglie nere e simboli nazisti per festeggiare.Succede che io provi rabbia, che all’improvviso un singulto salga su per lo stomaco. Ma le parole si fermano lì, perché col tempo ho imparato a capire che la libertà di pensiero, non può essere la libertà di sputare sul passato, di giocare con la dignità di chi è morto per i folli piani di uno schifoso nazista. A volte anche la libertà, così esasperata, così ricercata, così inflazionata deve tacere, deve farsi un po’ da parte per lasciare spazio al silenzio.E a voi che vi siete sentiti così liberi di manifestare il vostro pensiero, io rispondo con le parole di Primo Levi: “Vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”, perché non avete meditato, perché avete giocato, perché avete abusato della vostra libertà…stavolta troppo.La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.Oriana Fallaci