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USANZE E TRADIZIONI DI ROMA PT 1

Post n°168 pubblicato il 18 Marzo 2014 da frankcontinel
 

IL" COTTIO "
 Primo atto della Vigilia di Natale era costituito dal “Cottio”, l'asta del pesce che si teneva dal  XII secolo fino agli inizi dell'Ottocento, al Portico d'Ottavia, nei pressi della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, dove venivano acquistate le materie prime del Cenone a base di pesce, un cenone di magro, come imponeva la tradizione, per adempiere al precetto dell’astinenza e non incorrere nella miscredenza.
La vendita all'ingrosso del pesce (il "cottio", dal latino medioevale "coctigium") iniziava nelle primissime ore del mattino e si svolgeva in forma di asta secondo modalità tradizionali. Per le contrattazioni venivano usati termini in gergo comprensibili solo ai "cottiatori" e agli acquirenti: venditori al minuto, gestori di trattorie, cuochi di nobili famiglie romane. Il tutto finiva per comporre una sorta di "spettacolo", basti pensare che il mercato era frequentato non solo dai popolani, ma anche dai rappresentanti dell'alta sociètà, che vi si recavano in abito da sera, dopo aver partecipato a feste nei palazzi.
La cena della vigilia era infatti considerata uno dei più importanti eventi culinari dell'anno. Iniziava con antipasto di olive, anguille, pescetti marinati e brodo di pesce; seguiva la pastasciutta al sugo di tonno, quindi il baccalà in umido con pinoli e zibibbo, accompagnato da broccoli e mele renette fritti in pastella. Dopo la cena erano di rigore la tombola ed il "sermone", la poesiola natalizia recitata dai bambini davanti al presepe. Seguiva la messa di mezzanotte e particolarmente solenne era quella che si svolgeva nella basilica di Santa Maria Maggiore.
Dopo l'unità d'Italia fu deciso di spostare il mercato del pesce dal Portico d'Ottavia a piazza San Teodoro: Il pesce veniva portato in città attraverso porta San Paolo e porta Portese e la nuova ubicazione del mercato consentiva di evitare che la merce dovesse attraversare la città.
Il nuovo mercato era dotato di botteghe per la vendita, di pulpiti per i banditori, di una strada per il passaggio dei carri e di illuminazione notturna, oltre che di un sistema di innaffiamento che contribuiva non poco, rispetto al passato, a migliorare le condizioni igienico sanitarie.
Il “Cottio” si svolse a San Teodoro fino al 1927, quando fu trasferito ai mercati generali sulla via Ostiense: nella notte tra il 23 ed il 24, intorno alla mezzanotte si aprivano i cancelli dei mercati generali: anche i privati cittadini avevano facoltà di accedere al mercato dove si potevano gustare, a titolo assolutamente gratuito, “cartocciate” di pesce fritto (pesciolini, pescioloni, magari non di qualità estremamente pregiata ma … pur sempre pesce fresco), offerte dai grossisti. Si veniva a creare una suggestiva atmosfera divenuta poi, in epoca più recente, una "moda d'élite, che tra l’altro permetteva anche un certo risparmio rispetto alla spesa nelle normali pescherie cittadine.
Questa tradizione, purtroppo, è andata perduta. E’ finita così, come a volte finiscono tutte le cose belle, simpatiche, piacevoli, quando sono stati chiusi i vecchi mercati generali, trasferiti nella nuova e più idonea sede a Guidonia.

LA " PASSATELLA "
Nella Roma di una volta, nessuna classe sociale, neppure nobili e cardinali, disdegnava le osterie, ritrovo universale per chiunque cercasse un rimedio alla sete, alla fatica, alle avversità quotidiane, alle delusioni d'amore o alla noia. Ci si andava per dimenticare ma anche per incontrare amici e fare “caciara”.
Immancabile, nel corso di una bevuta collettiva, era il gioco della Passatella: era un gioco che aveva le sue origini addirittura nella Roma antica (se ne trovano descrizioni in Catone e Orazio), e divenne parte della tradizione romanesca nella Roma dei Papi.
Gli amici che si riunivano all’osteria per giocare alla Passatella, si tassavano in parti uguali per comprare il vino e lo ponevano in tavola: scopo del gioco era far rimanere a bocca asciutta uno dei partecipanti, per poi sbeffeggiarlo.
La Passatella aveva un regolamento molto rigido e fasi piuttosto complesse; aveva inoltre un suo cerimoniale, colorito da un frasario particolare, accompagnato da battute e allusioni pesanti che, insieme al vino, dava vita ad una miscela esplosiva per i bulli, impegnando non poco gli osti ad allontanare i giocatori più facinorosi.
Gli elementi essenziali erano questi: tutti i giocatori procedevano alla conta aprendo simultaneamente le dita di una mano, come nel gioco della morra. Chi dalla conta risultava prescelto era detto, semplicemente, "conta": questi aveva diritto alla prima bevuta e doveva nominare il "padrone" e il "sottopadrone" del vino.
Al padrone spettava il compito di riempire a sua discrezione i bicchieri degli altri partecipanti. Più determinante, in realtà, era il ruolo del "sotto": costui, infatti, poteva decidere di "passare", ossia di saltare, uno dei giocatori. Chi alla fine di una serie di giri restava definitivamente escluso dalla bevuta veniva "fatto ormo" (termine di incerta etimologia che significa, appunto, escluso) e doveva pagare per tutti.
Poteva accadere che al giocatore “fatto ormo” durante un giro di Passatella toccasse in sorte, nel giro successivo, di essere eletto Padrone o Sotto. Allora le ritorsioni contro colui che prima lo aveva posto alla berlina diventavano dure e, per rifarsi dell’affronto precedentemente subito, il nuovo regnante era capace di bere da solo tutto il vino in gioco e prendersi una sbornia, con conseguenze che spesso sfociavano nel sangue.
Infatti durante la Passatella si liberavano sentimenti ed istinti repressi che covavano negli animi, dando spesso argomenti alla cronaca nera: non passava giorno, specialmente la domenica e le feste comandate, che nelle osterie romane non ci scappasse il morto.
Lo stesso Papa Sisto V, preoccupato dalle risse che il gioco provocava, volle provare la Passatella con alcuni dei suoi cardinali ed accadde che il pontefice si trovò ripetutamente "fatto ormo" al punto da scagliarsi contro i suoi stessi cardinali che gli impedivano di bere. Solo grazie al pronto intervento di alcuni servitori si evitò che la prova degenerasse in rissa. A causa degli eccessi che provocava il gioco, la Passatella, in auge fino agli anni Venti dello scorso secolo, fu proibita con severe sanzioni che andavano dalla multa al carcere, sia contro chi vi partecipava, sia contro chi lo permetteva nel proprio locale. Le trasgressioni furono sempre numerose e la Passatella continuò ad essere giocata per lunghi anni clandestinamente.
Oggi a Roma la Passatella è morta e sepolta, ma qualche gruppetto di anziani la gioca ancora (fortunatamente in modo del tutto pacifico) in qualche paese dell’hinterland romano.

" SAN GIUSEPPE FRITTELLARO "
Il personaggio di S. Giuseppe, è sempre stato molto venerato dal popolo romano. Di questo sono testimonianza le tante chiese costruite a Roma in suo onore, e la grande diffusione del nome Giuseppe o Giuseppina tra la gente. Per questi motivi il 19 Marzo è sempre stata una data particolare a Roma.La celebrazione del 19 marzo ha origini antichissime. La festa cristiana di San Giuseppe, sposo di Maria e padre putativo di Gesù, si innesta su riti di origine pagana, con un collegamento in primo luogo di calendario: il 19 marzo è, infatti, la data alla vigilia dell’equinozio di primavera in cui si svolgevano gli antichi riti dionisiaci di propiziazione e fertilità, i baccanali, poi vietati anche a Roma per l’eccessiva licenziosità dei costumi.
La festa cattolica ha origine nella Chiesa dell’Est e venne importata in Occidente e nel calendario romano nel quindicesimo secolo, con la data fissata al 19 marzo. Pio IX dichiarò San Giuseppe patrono della Chiesa universale nel 1870, mentre Pio XII° stabilì che la data del 1° maggio fosse dedicata a San Giuseppe lavoratore.
Alla sua figura di patrono dei falegnami e degli artigiani viene associata anche quella di protettore dei poveri, perché come poveri in fuga Giuseppe e Maria si videro rifiutata la richiesta di un riparo per il parto.
A Roma la festa di San Giuseppe è sempre stata accompagnata da grandi festeggiamenti: nella Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, al Foro, la confraternita dei Falegnami organizzava solenni festeggiamenti e banchetti a base di frittelle e bignè, da cui il detto romano "San Giuseppe frittellaro". La tradizione nell’800 è talmente radicata tra il popolo che viene ricordata da poeti e scrittori come il Belli e Zanazzo, fino alla più recente preghiera a "San Giuseppe frittellaro" di Checco Durante del 1950.
Di quella che agli inizi del secolo Giggi Zanazzo definiva "ffesta granne", durante la quale i "cristiani bbattezzati" mangiavano frittelle e bignè a tutto spiano, è rimasto negli anni recenti solo un pallido ricordo nel quartiere Trionfale. Momento clou della festa, che prevedeva anche cerimonie religiose e spettacoli musicali in piazza della Rotonda, era l'invasione nelle strade dei friggitori, con i loro "apparati, le frasche, le bbandiere, li lanternoni, e un sacco de sonetti stampati intorno ar banco, indove lodeno le fritelle de loro, insinenta a li sette cèli". Il testo dei cartelli osannava i miracolosi poteri dei dolci venduti: "E chi vuol bene mantenersi sano / di frittelle mantenga il ventre pieno", in grado di far tornare la vista ai ciechi, la parola ai muti e persino di far camminare gli storpi... nemmeno una parola però rispetto agli effetti di queste "abbuffate" sul fegato!  Evidentemente  sottoposto a un lavoro eccessivo , infatti il giorno dopo c'èera sempre il record di ricoveri per indigestione la festa si è mantenuta fino ai anni 70 poi è definitivamente decaduta una delle tante a Roma .

Un saluto a tutti voi e grazie della visita  , come sempre
se gradite fatemi sapere che nè pensate ancora una
volta grazie e buon week end

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...E QUELLA DI SILVIA

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Er trucco pe’ ‘n’saporì li bucatini alla matriciana è sapesse gestì co’ sapienza ‘n ber pezzetto de guanciale accompagnado co’ li cubetti de pancetta che s’emmischieno drento ar pommidoro. E si sei riuscido a sceje l’intingoli giusti te viè’ fora n’piatto gajardo tipico de Roma verace che nun cià eguali pe’ quant’è bbono Sguizzeno ‘n’bocca li bucatini viscidi ner sapore che nun se po’ imità e si ce accosti ‘n’cicchetto de vino rosso nun poi fa’ a meno de leccatte li baffi che so’ diventati ricci pe’ ‘na goduria difficile da riccontà…

 

FOTO DI TRASTEVERE1956

 

GRAZIE A TRASTEVERE1956

LA VITA

 La vita e’ quella cosa che e’ creata,

da na coppia felice e ‘nammorata.

Comincia tutto pe’ amore e pe’ diletto,

 abbracci e baci e se conclude a letto!

In breve tempo er nostro facioleto,

 se trova a naviga’drento a un laghetto..

 Er tempo passa, lo spazio s’e’ ristretto

 e ‘ncentra piu’, mannaggia, Er poveretto!

ma pe’ fortuna c’e’ sta na via d’uscita,

quattro strilletti e tutto il resto e’.. Vita!!