Creato da cittadinolaico il 20/03/2008

La città per noi

percorsi culturali e politici nella metropoli

CHI SONO


Mi chiamo  Marco Zanier  e sono nato a Roma  il 19 Marzo 1973 in un Rione del Primo Municipio. Gli studi: Ho frequentato le Scuole pubbliche fin dalla  prima infanzia, ricevendo sempre un’ottima istruzione. Seguendo l'incli- nazione naturale per il Disegno e la Storia dell'Arte, ho frequentato con profitto il Liceo Artistico, diplomandomi con 54/60. Ho continuato gli studi umanistici  iscrivendomi a Lettere e Filosofia con indirizzo Letteratura italiana  moderna e contemporanea presso l’Uni- versità “La Sapienza” di Roma. L'attività politica:  Da ragazzo sono stato iscritto per tre anni (dal 1997 al 1999) all'"Associazione Nazionale Antirazzista 3 Febbraio" favorendo la tutela legale degli immigrati, la loro difesa dai pregiudizi razzisti, informandoli sulle normative vigenti in Italia, favorendo il dialogo tra culture e contribuendo a costruire il Terzo Festival  Interetnico in Piazza San Giovanni. Nel Primo Municipio, sono stato fondatore nel 2004 e membro dell’Esecutivo fino al 2008, ossia fino al suo scioglimento, dell’"Associazione Cittadini Castro Pretorio- Sallustiano", che ha fatto da tramite fra le richieste dei cittadini e gli amministratori locali eletti sul territorio, favorendo la risistemazione funzionale degli spazi urbani e l’erogazione      dei servizi (leggi l'articolo del Corriere della Sera ).  Nel 2008 mi sono iscritto al Partito Socialista e in qualità di delegato ho partecipato ai lavori del Primo Congresso Nazionale, aderendo alla Prima Mozione. A Dicembre 2008 sono stato nominato Responsabile Cultura della Federazione Romana del Partito Socialista.  Sono tra i fon- datori dell’ "Associazione SocialismoeSinistra" (che pro- muoveva il dialogo tra PSI e SEL) e di essa sono stato il Segretario degli strumenti multimediali,  avendone ideato e gestito tecnicamente la comunicazione virtuale attraverso il suo  Blog ufficiale.   Dopo aver sostenuto per due anni la necessità di un rinnovamento profondo del Socialismo italiano ispirato soprattutto alle figure di Rodolfo Morandi e Francesco  De Martino e della politica che dovrebbe necessariamente ripartire dalla conoscenza dei problemi reali per realizzare una società migliore per tanti, nell'estate del 2010 ho lasciato il Partito e l'Associazione  av- vicinandomi al PD e alle scelte di Pierluigi Bersani . Oggi, lasciato il PD, mi sono riavvicinato al PSI ed ai compagni che richiedono un Congresso aperto alla società civile.

 


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Ultimi (vedi anche poveri, bisognosi; ma anche esclusi, emarginati)

Post n°146 pubblicato il 21 Giugno 2013 da cittadinolaico

Pubblico volentieri un articolo di Alberto Benzoni, apparso sul numero di Gennaio 2013 di Mondoperaio,  sull'attenzione dedicata dalla Sinistra alla categoria sociale degli "ultimi", termine di origine cattolica che implica delle precise categorie di giudizio da tenere presenti.

Marco Zanier

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“Ultimi” è una parola che sta entrando nell’uso corrente; ma che la sinistra dovrebbe usare con estrema cautela e anche, se vogliamo, con rispetto; perché appartiene, e da sempre, al linguaggio e alla cultura cattolica. Questa vede nei poveri e nei reietti il segno imperscrutabile del male del mondo e della misericordia di Dio; fino al punto di farne un punto essenziale del riferimento della sua azione nella società (per chi non lo sapesse, la Roma dei papi conteneva in sé notevoli elementi del moderno “stato del benessere …).
Ma è, nel contempo, almeno nei secoli del trono e dell’altare, sostanzialmente indifferente sui temi della lotta alla povertà ( i.e., della redistribuzione del reddito).
In radicale contrasto, l’approccio della modernità capitalista, sotto il segno della cultura protestante. Questa si pone, a suo modo, il problema della lotta alla povertà; ma è profondamente ostile ai poveri in quanto tali. Nella sua ottica, il povero è anche ozioso; e quindi, in qualche modo, colpevole del suo stato. E va quindi sorvegliato e aiutato a migliorarsi (attraverso un qualsiasi lavoro); ma assistito, questo no. Di più, nell’ottica del tempo la distinzione assolutamente centrale è quella tra poveri meritevoli e non meritevoli; i primi rappresentati dall’operaio (meglio dall’artigiano) laborioso e timorato di Dio; gli altri dallo sfaccendato frequentatore di osterie.
La sinistra ignora questa polemica. Non gli appartengono gli schemi moraleggianti e nemmeno la contrapposizione ricchi/poveri cui contrapporrà costantemente quella tra capitalisti e lavoratori. Ma, nel contempo, cosa più importante, la supera. In prospettiva, con una società senza alienazione e sfruttamento; nell’orizzonte immediato, con la realizzazione di un sistema di sicurezza e di diritti che, abbracciando tutti, interesserà, di conseguenza, anche i più deboli.
Ora dopo più di cent’anni di lotte e di conquiste, questi sistema universale  di diritti e di doveri sembra logorarsi in modo irrimediabile: che si tratti di scuola o di servizio militare, di fisco o di “welfare”o di coesione territoriale.
Un processo di cui la sinistra stenta a comprendere la portata e la gravità. E che quindi non è in grado di interpretare e di gestire politicamente. Quella cui stiamo assistendo oggi, dalla America di Obama all’Europa e all’Italia è lotta degli ultimi contro i penultimi e i terz’ultimi divenuti, addirittura, “privilegiati”; alimentata da populisti falsi e arbitrata da privilegiati veri.
E gli ultimissimi? Per quelli ci saranno, come sempre, la Chiesa e le associazioni benefiche
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Alberto Benzoni

 
 
 

Rilanciamo l'alternativa socialista

Post n°144 pubblicato il 15 Giugno 2013 da cittadinolaico
Foto di cittadinolaico

 Pubblico di seguito il mio intervento nella riunione odierna della Lega dei Socialisti in cui sostengo la necessità di rilanciare l'alternativa socialista, ossia la centralità dei socialisti nella ricostruzione della Sinistra in Italia. 

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Credo che ognuno di noi si riconosca in un padre politico nel suo discutere e ragionare. Io sono demartiniano perché credo nel lavoro politico ampio e lungimirante del compagno segretario Francesco De Martino che non ho conosciuto per motivi anagrafici ma che so che aveva grande rispetto delle idee degli iscritti e del lavoro politico di base e voleva un partito che fosse un organismo vivo capace di rapportarsi senza preconcetti alle altre forze della sinistra per costruire un'alternativa socialista effettiva in questo Paese. Un'alternativa capace di strappare il potere politico e decisionale alle forze centriste e della conservazione ma capace anche di cambiare in senso socialista la stessa essenza del maggiore partito storico della sinistra, come dichiarò nel 1984 in un'intervista: “Non ho mai pensato immutabili i rapporti di forza nella sinistra italiana; il mio sforzo è sempre stato quello di spingere il PCI verso una revisione in chiave socialista”. La Storia gli avrebbe dato ragione, se guardiamo alla trasformazione del PCI in PDS, ma la dirigenza socialista no, chiudendosi in una visione particolaristica e di corto respiro, cambiando nome e forma di continuo, andando avanti con alleanze sempre più improbabili fino ad arrivare al Partito Socialista di Riccardo Nencini. Partito che rappresenta l'ultima e ridicola propaggine della gestione privatistica e autereferenziale di craxiana memoria, intendendo con questo un partito con organi bloccati, legati alla leadership del Segretario e impermeabili alle critiche o anche solo alle proposte di una minoranza interna. L'opposto, per capirci, del partito di massa costruito da Rodolfo Morandi e da tanti altri, radicato nel territorio e nei luoghi di lavoro e organizzato in modo che i vertici locali prima e nazionali poi dovessero tenere conto delle istanze e del giudizio degli iscritti e dei militanti di base.

Per questo sono in aperto contrasto con la dirigenza locale e nazionale del nostro partito, perché ha coltivato solo gli interessi di bottega ignorando volontariamente quel patrimonio di idee che aveva a disposizione e di cui si sarebbe giovata se solo si fosse girata una volta ad ascoltare i compagni della sinistra socialista invece di andare avanti a zig zag sempre snobbando la ricostruzione della sinistra italiana e lasciando il partito a percentuali irrisorie rispetto al suo potenziale.

Parliamoci chiaro: la politica complessiva del Partito Socialista va riscritta completammente a partire dal suo grande patrimonio ideale certo ma riannodando necessariamente il filo rosso di quell'alternativa socialista che fu proposta, è bene ricordarlo compagni, per la prima volta nel 1953 al XXX Congresso dal segretario Pietro Nenni. Alternativa che consisteva senza ombra di dubbio in un'apertura a sinistra che, scriveva Morandi, presente a quel Congresso, “può essere praticata soltanto come apertura verso le forze popolari, che sono per l'appunto, le forze della sinistra”. Alternativa che fu ripresa da Riccardo Lombardi in una sua famosa intervista nella seconda metà degli anni Settanta in cui poneva al centro della politica di ricostruzione della sinistra italiana il lavoro come variabile indipendente ossia i diritti dei lavoratori in un sistema di produzione che doveva, già allora, essere rifondato strutturalmente. Alternativa che fu poratata avanti dal compagno Michele Achilli e dalla sua IV Componente al XL congresso del PSI nel 1976. Congresso in cui la centralità dei socialisti fu rilanciata a prescindere anzi in contrapposizione al compromesso storico cui stavano lavorando comunisti e democristiani e che oggi vediamo realizzato in un partito, il PD, contraddistinto dai precari equilibri e dalla incerta collocazione non solo internazionale ma anche e soprattutto su questioni dirimenti, decisive, fondamentali come il lavoro, la precarietà della vita, la disoccupazione e poi il conflitto di interessi, il rapporto con le forze della sinistra come SEL che sono state scavalcate prima nella costruzione delle alleanze elettorali e poi drammaticamente abbandonate nell'alleanza di governo con il Centro Destra di Silvio Berlusconi.

L'alternativa socialista è la nostra vera storia e il nostro patrimonio più bello. Per questo oggi dico: ripartiamo compagni da noi stessi, dal nostro essere forza alternativa a quel centro sinistra incarnato dal PD che non può indicarci la strada. Ripartiamo dal nostro essere componente organizzata della sinistra socialista di questo ingiustamente piccolo partito, radicato però sul territorio e con molta strada davanti, se cambia davvero. Rilanciamo l'alternativa socialista, ossia la centralità dei socialisti nella ricostruzione della Sinistra in Italia e lavoriamo ad un progetto ampio con tutte le forze realmente alternative.

Marco Zanier

 
 
 

Stefano Rodotà sul crocefisso nelle scuole- 1

Post n°143 pubblicato il 01 Giugno 2013 da cittadinolaico

A proposito della competenza di Stefano Rodotà, che non è affatto un "miracolato della rete" ma da tanti anni un faro di laicità e diritti civili per questo Paese, pubblico volentieri un suo articolo di qualche anno fa sul crocifisso nelle scuole che è un'analisi allo stesso tempo competente e sottile di una questione importante come il pluralismo religioso nelle scuole pubbliche di cui si è parlato molto e spesso a sproposito.

Marco Zanier

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No al crocefisso in classe - La battaglia su un simbolo

Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente, non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate, ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue sottovalutazioni.

Dovremmo ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia, s´era parlato addirittura di una "fuga della Corte", nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso della illegittimità della esposizione del crocifisso.

Nella decisione della Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo, che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo, non v´è traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione, della quale, al contrario, si mette in evidenza l´importanza addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione. Si tratta, allora, di evitare che la presenza di un "segno esteriore forte" della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, "possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna".

Inoltre, il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che, in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili, evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d´ogni diritto.

Non si può ricorrere, infatti, all´argomento maggioritario, come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo.

 
 
 

Stefano Rodotà sul crocefisso nelle scuole- 2

Post n°142 pubblicato il 01 Giugno 2013 da cittadinolaico


Un grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l´istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev´essere ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.

Guai a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile conflitto, che nega l´identità europea, che è "sintomo di una dittatura del relativismo", addirittura "un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti". Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi a queste invettive e parlando di una "corte europea ideologizzata", si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici "rossi", che tanti guai sta procurando al nostro paese. Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte "laicista" cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana.

Mantenendo lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più profonda sulla convivenza tra diversi. L´ossessione identitaria, manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente i territori dell´Unione europea, era lontanissima dai pensieri e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell´Europa, tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell´uomo nel 1950, quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero alla tentazione di ancorarla a "radici cristiane", che avrebbero introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare l´Europa, anche intorno all´eguale diritto di tutti e di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza?

Questa sentenza ci porta verso un´Europa più ricca, verso un´Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all´educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione compromissoria ai partiti d´ispirazione cristiana (così è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra Avvocatura dello Stato). L´Europa ci guarda e, con il voto unanime dei suoi giudici, ci aiuta.

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di Stefano Rodotà, la Repubblica, 4 novembre 2009

 
 
 

Insufficienza dell'organizzazione territoriale del PD

Post n°140 pubblicato il 30 Maggio 2013 da cittadinolaico
 

 

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Davvero interessante il "Faccia a faccia" di ieri sera tra Walter Veltroni e Fabrizio Barca andato in onda su la 7 e condotto da Enrico Mentana. Un confronto che ha fatto emergere questioni importantissime nel funzionamento del PD, soprattutto dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro politico quotidiano.

Quando nacque nel 2007, il PD di Walter Veltroni era un partito ibrido, il risultato della fusione a freddo di due storie politiche diverse: l'ex PCI e l'ex DC. Aveva riscritto completamente il ruolo dell'unità fondamentale di base, la sezione, chiamandola circolo (forse come quelli del PDL), aggiungo io,  snaturandone la funzione e di fatto  non ricostruendole intorno il telaio di collegamento necessario con gli altri livelli decisionali interni del partito. Eppure, secondo il suo fondatore, quel partito funzionava perché si era costruita l'"identità democratica" nuova cui tutti aderivano, cosa che è poi venuta meno quando si sono rese evidenti le due correnti fondamentali, riconoscibili nei due vecchi partiti di origine, e le numerose sottocorrenti che hanno portato i 101 deputati alla siluratura di Romano Prodi al Quirinale dopo il voto palese favorevole espresso in precedenza.

La critica di Barca a queste tesi è innanzitutto svolta sul piano organizzativo: il partito deve ridare un ruolo importante al circolo anche disponendo una visibilità di tutte le unità in rete così da poter agevolarne l'interazione coi cittadini, poi ripristinando i collegamenti coi livelli organizzativi superiori e di questi coi livelli ancora superiori, poi istituendo delle figure retribuite per alcuni anni e intercambiabili che si occupino del lavoro di ricezione delle istanze provenienti dai circoli e della loro trasmissione ai livelli superiori, infine organizzando le posizioni politiche generali in base alle esigenze espresse dalla maggioranza della base per poi arrivare ad una discussione interna e soltanto poi ad una posizione politica generale e condivisa da tutti. la seconda critica di Barca è al come il  processo di fusione a freddo dei due ex partiti abbia di fatto portato all'incollatura di pezzi delle due vecchie classi dirigenti ad un partito nato in modo disomogeneo.

Come ha detto giustamente Enrico Mentana la visione di Fabrizio Barca riprende il filo della organizzazione territoriale dei partiti di massa degli anni passati e per questo mi piace, essendo stato io parte della federazione romana del PSI e avendo vissuto quotidianamente le difficoltà di riorganizzare il lavoro territoriale di base. Solo che credo che arrivi troppo tardi in un partito incancrenito da correnti solo di potere e da sottocorrenti in cui i nuovi eletti si inseriscono per contare di più senza tenere in alcun conto i pareri espressi dalla base e di fatto rendendo vano il lavoro territoriale di molti circoli che sono effettivamente sganciati dai livelli decisionali superiori.

Dico questo perché dal 2010 al 2011 sono stato iscritto al PD ed ho frequentato l'attività territoriale di quel partito misurandone i limiti e le difficoltà oggettive di partecipazione. Non è  vero intanto che i circoli siano davvero democratici perché al loro interno i livelli decisionali sono organizzati solo dalle correnti maggiori e tendono ad escludere le posizioni intermedie o di minoranza, questa almeno è stata la mia esperienza personale quando al momento di scegliere per la direzione del circolo tra la corrente dei giovani e quella degli "anziani" ho sostenuto la necessità di mettere insieme gli uni e gli altri per ottimizzare il lavoro politico. Fatto sta che non sono stato ammesso nel direttivo e di fatto relegato ai margini dell'attività politica quotidiana. Bella democrazia!

Devo dire che c'è maggiore apertura mentale nelle sezioni del PSI e maggiore possibilità di organizzare il dibattito in quel partito, anche se nei mezzi di informazione non se ne parla. Anche se anche nel PSI andrebbero ripristinati i livelli decisionali intermedi e andrebbe ricostruita l'ossatura dell'organizzazione politica territoriale morandiana. Ma io credo che in un partito sostanzialmente senza grandi correnti come il PSI, radicato sul territorio in modo capillare ed in cui è presente spesso un dibattito libero e democratico su tante questioni ed in tante sezioni sia più facile e naturale attuare quel lavoro di ristrutturazione dei livelli decisionali intermedi in grado di condizionare dalla base l'attività politica generale del partito ed arrivare ad un Congresso che getti i semi di un lavoro politico importante per il futuro.

Marco Zanier

 
 
 

L'importanza della democrazia

Post n°139 pubblicato il 26 Maggio 2013 da cittadinolaico
 

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Un film molto bello è nelle sale in questi giorni. Si chiama "NO- I colori dell'arcobaleno" e parla di come nel Cile della dittatura militare di Pinochet in cui la pressione internazionale aveva costretto il dittatore a indire nel 1988 un referendum per conservare o meno l'oligarchia esistente, il comitato referendario del NO guidato dai partiti dell'opposizione riesca con l'aiuto di un geniale pubblicitario a riorganizzare il dissenso e a dare una battaglia pacifica e democratica senza precedenti in quel Paese. E nonostante le perplessità della dirigenza dei partiti democratici dell'opposizione quel referendum indetto dal dittatore Pinochet per conservare la dittatura militare fu condotto dal comitato del NO con uno spirito positivo e propositivo che fece riaprire le menti dei cittadini alla speranza in un mondo migliore e fece trionfare alla fine la democrazia sulla dittatura.

E' un film- documento che può servire anche a noi per riflettere su come sia possibile e doveroso in questo Paese per tutti coloro che sperano in un mondo migliore immaginare ed elaborare una comunicazione politica migliore: più positiva, più propositiva e più efficace di quelle delle forze conservatrici. Se vogliamo davvero che il cambiamento effettivo vinca alla prossima tornata elettorale nazionale.

Marco Zanier

 
 
 

La spontaneità è una forma di organizzazione

Post n°138 pubblicato il 22 Maggio 2013 da cittadinolaico
 

Bisogna davvero dire due parole sul DDL 260 del Senato firmato dai PD Luigi Zanda e Anna Finocchiaro. Perché al di là del titolo “Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione in materia di democrazia interna e trasparenza dei partiti politici” contiene disposizioni che di fatto vieterebbero a tutti i movimenti politici non registrati di partecipare alle competizioni elettorali. Costringendo la spontaneità associativa e di movimento e senza uno statuto pubblicato in Gazzetta Ufficiale a darsi delle rigide regole interne fino a trasformarsi in partiti organizzati o a non potersi candidare a qualsiasi livello alle elezioni. Il disegno, se diventasse legge, potrebbe avere conseguenze pesanti sulla volontà espressa a questa tornata elettorale da circa 8.500.000 persone che hanno votato Movimento 5 Stelle e che ora non potrebbero più votarlo, oltre a ipotecare per il futuro del Paese la possibilità di scegliere altri movimenti per guidare il cambiamento.

 Tutto questo non è democratico ma non solo: non tiene neanche conto della nostra storia democratica. E' già successo infatti, negli anni difficili della lotta politica clandestina sotto il Fascismo di dover fare perno sulla spontaneità organizzativa delle masse per organizzare il dissenso alla mancanza di democrazia e di libertà del Paese. E questo ha permesso alla democrazia di riprendere lentamente la strada che portò il popolo italiano di organizzare e combattere la Resistenza e di far rientrare alla fine in patria i partiti esiliati all'estero dalla dittatura di Mussolini.  

Importante per questo ricordare le riflessioni che in quegli anni mise nero su bianco un grande socialista, ferito a morte dalla polizia fascista nel 1944: Eugenio Colorni. Le pubblico di seguito.

 Marco Zanier



I nostri partiti si sono sempre comportati di fronte alle masse partendo dal concetto di doverle organizzare secondo le proprie forme e i propri metodi. La spontaneità è stata sempre considerata come un segno al tempo stesso di maturità delle masse e di debolezza del partito. Si sono contrapposte come due antitesi, azione “spontanea”e azione “organizzata”. Si è pensato troppo poco tempo però che in ogni azione politica delle masse c'è un elemento di organizzazione, magari difficilmente afferrabile, ma che è importantissimo per noi per farlo conoscere per farlo servire ainostri scopi. Noi chiamiamo comunemente spontanea ogni azione che non sia diretta da un partito.Non ci siamo accorti che la spontaneità è una forma di organizzazione. […]

Gli ultimi avvenimenti, con la prontezza delle loro reazioni, con grande rapidità del diffondersi delle notizie, di stati d'animo, di parole d'ordine, ci hanno rivelato latenti nelle masse delle forme elementari di organizzazioni che sarebbe gravissimo errore trascurare.

I legami, i contatti fra uomo e uomo, fra gruppo e gruppo, esistono già indipendentemente dai partiti. Sono legami di vecchia amicizia o parentela o collaborazione che ogni operaio ha con altri operai, sono legami del lavoro comune, della reciproca fiducia, della consuetudine quotidiana. Lo spirito delle masse è così omogeneo e diffuso che sipuò dire ogni operaio, ogni borghese, ha un suo modo di assumere informazioni, di esprimere pareri, di commentare fatti; ha insomma un suo personale ambiente politico del quale si sente sicuro, e che non vorrebbe cambiare con altri sistemi regolati e provati.: ambienti questi che si sono finora quasi sempre limitati alla sterile lamentela e all'innocuo pettegolezzo. Ma possiamo facilmente (e lo abbiamo visto nei mesi scorsi) evolversi a forme più serie. Una volta inserita una parola, una notizia, uno stampato in questo sistema capillare, esso si muove, si articola da sé, senza bisogno di ulteriori spinte; e la parola e lo stampato è in breve venuto a conoscenza di tutti.”


Eugenio Colorni “Azione spontanea e azione organizzata”, in “La spontaneità è una forma di organizzazione”, pubblicato nel numero del 12 Giugno 1937 dell'edizione parigina del “Nuovo Avanti!”

 
 
 

Rodolfo Morandi- Il metodo democratico

Post n°137 pubblicato il 10 Maggio 2013 da cittadinolaico

Da quattro anni, ossia dall'insediamento di Riccardo Nencini a Segretario del partito, il PSI non convoca un Congresso Nazionale per rinnovare la sua classe dirigente, nonostante sia scritto nello Statuto che il Congresso Nazionale deve essere convocato ogni due anni. Questa situazione non può andare avanti. Per questo pubblico di seguito uno scritto del 1944 del grande Rodolfo Morandi che individua nel metodo democratico il criterio in base al quale regolare il funzionamento interno del partito e il ricambio degli organi dirigenti a tutti i livelli.

Marco Zanier

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Il metodo democratico

  

"I socialisti sono dichiaratamente democratici nelle finalità e nei metodi, e il metodo democratico, cui si conformano, costituisce la loro caratteristica distintiva. […]

 Il metodo democratico costituisce il criterio organizzativo del partito. Esso esige comeprincipio che i suoi membri, non limitandosi ad eleggere i dirigenti,vengano permanentemente consultati su tutte le questioni riguardanti la condotta e la struttura del partito. Riconosce nella critica espressa collettivamente da essi il contributo più efficace alla migliore definizione del proprio indirizzo e al perfezionamento della sua organizzazione. Contempera e porta a conciliazione le tendenze, senza soffocarle, e fonda la coesione del partito non sulla uniformità delle opinioni e sulla conformazione esteriore alla linea adottata, ma sulla solidarietà, il senso di responsabilità e lospirito di collaborazione di tutti gli aderenti. 

Il metodo democratico coltiva e attiva la base come vivaio del partito chiamandola ad esprimersi, non soltanto sulle questioni particolari che possano riguardare quella cellula o sezione, ma su tutta l'attività del partito, e a giudicare dei dirigenti. Questo non solo perché abbiaogni membro a sentirsi elemento motore dell'azione del partito, ma perché la critica dal basso è la più atta a conservare al partito l'aderenza agli uomini ed alle cose ed a farlo buon interprete delle esigenze popolari. Il metodo democratico fonda così l'efficienza dell'organizzazione sull'attività dei nuclei di base, promossa fuor d'ogni pressione dall'alto, e non tanto sui poteri di funzionari e di ispettori. Il metodo fa insomma del partito, non lo strumento di una politica, ma una palestra di socialismo, nucleo e forza generatrice della nuova società."

 

 

Rodolfo Morandi, da “Ideae azione socialista”, 1944. Tratto da  Rodolfo Morandi, "La democrazia del socialismo", Einaudi Reprints, 1975

 
 
 

25 Aprile 2013- visita al Museo della Liberazione

Post n°136 pubblicato il 25 Aprile 2013 da cittadinolaico

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Oggi, con mia moglie, sua sorella e mio nipote ho visitato il Museo della Liberazione.

Quello che ho visto mi ha colpito molto: celle buie, finestre murate, sbarre alle finestrine strette in alto, parole disperate dei prigionieri torturati e condannati a morte dal nazifascismo graffiate con rabbia sulle pareti nude.

Le biografie di uomini coraggiosi e valorosi che hanno lavorato nella clandestinità tirando le fila di molte lotte partigiane e sono stati catturati per delazione o per azione di commandi  nazisti o fascisti e che hanno perso la vita senza tradire i tanti partigiani ancora liberi di combattere il Regime; i comunicati agghiaccianti dei graduati nazisti contro la normale vita quotidiana della popolazione italiana; le criminali leggi razziali fasciste, le ghettizazioni, le spoliazioni di beni e di diritti, le deportazioni e perfino le certificazioni di morte avvenuta di tanti e tanti cittadini di religione ebraica; le fotografie disarmanti della fame e della disperazione della popolazione italiana fra le rovine dei numerosi e diffusi bombardamenti su Roma; l'interessante rassegna stampa dei quotidiani diffusi con mille difficoltà tra la popolazione stremata e la ricca biblioteca del piano terreno. Tutto questo e molto altro ho visto con molta altra gente nel Museo della Liberazione di via Tasso. E mi ha cambiato dentro.

Stasera leggerò con rinnovato piacere la Costituzione nata dalla Resistenza per costruire una società giusta sulle rovine della dittatura fascista.

Marco Zanier

 
 
 

La laicità

Post n°135 pubblicato il 22 Aprile 2013 da cittadinolaico

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"La laicità, lo sappiamo, non è una tavola di valori da contrapporre semplicisticamente ad altri valori. E' piuttosto una dimensione della libertà, uno strumento per la libera formazione della personalità, un elemento essenziale per la convivenza. Vi è un'antica componente della laicità, in cui certamente si rinviene la sua matrice illuministica, che consiste nel valore della conoscenza piena e critica, liberata da catechismi e censure.  Ma, per muovere in questa direzione, è indispensabile una specifica cornice istituzionale. Così, nella sua storia concreta, la laicità incontra lo Stato, di cui diviene un connotato anche perché questo è l'unico modo per allontanare la tragedia delle guerre di religione, di cui l'Europa non ha solo triste memoria, ma ancora conosce i disastri nella feroce rivendicazione dell'identità religiosa che l'ha sanguinosamente segnata ancora in questi anni. [...]

Da queste premesse è possibile muovere in due direzioni. La prima ci porta verso un ripensamento del concetto di tolleranza, che non può essere inteso in un'accezione tutta passiva, che rischia di segnare piuttosto una separazione e una distanza. Sono se accetto che altre culture vivano accanto a me,  a condizione però che siano separati i luoghi di abitazione e di socializzazione, limitandomi ad accettare il precario contatto determinato dalle occasioni di lavoro? Questa sarebbe una società pluralista o un' insieme di ghetti? Sarebbe una società laica o una società dell'indifferenza?

 Laicità vuole che ci si proietti al di là del suo originario progetto di tolleranza. Non possiamo appagarci di una società che tollera sempre di più, e accetta sempre di meno. A qualcuno la separazione potrà sembrare più rispettosa dell' . Ma non è così.  Anzi, essa sfuma sempre più spesso nell'indifferenza, e incarna non il rispetto, ma il timore. La separazione non  è mai una forma intensa di riconoscimento, ma il tentativo di allontanare l'altro da sé, perché il proprio sistema culturale e la propria identità non vengano scalfiti. Ma la laicità oggi vuole che questo atteggiamento passivo, che prelude alla chiusura, si sostituisca un'attitudine capace di portare all'accettazione dell'altro."

Stefano Rodotà "Perché laico", Laterza editore.

 
 
 

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Post n°134 pubblicato il 18 Aprile 2013 da cittadinolaico

 
 
 

Post N° 133

Post n°133 pubblicato il 03 Dicembre 2010 da cittadinolaico
Foto di cittadinolaico

 
 
 

La forma del Rinascimento

Post n°132 pubblicato il 13 Luglio 2010 da cittadinolaico

 


La mostra, organizzata dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, diretta da Rossella Vodret, dal Comitato Nazionale Andrea Bregno e con la collaborazione della Fabbrica di San Pietro, curata da Claudio Crescentini e Claudio Strinati, è un evento unico nel suo genere, incentrato sulla scultura del Rinascimento a Roma, uno dei momenti artistici ancora poco frequentati dal grande pubblico e indagato mediante l’attività di tre grandi artisti del periodo: Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo.

Promossa da un Comitato Scientifico del quale fanno parte i massimi studiosi italiani ed internazionali del settore, la mostra si pone come fondamentale momento di studio dei tre protagonisti della scultura del Quattrocento, colti in quel particolare periodo di rinnovamento culturale, individuato nella Roma dei Papi umanisti, vissuto alla luce della memoria dei Maestri antichi, con la prospettiva di creare una nuova forma della scultura, quella appunto del Rinascimento.

 

per maggiori informazioni vai al sito della

 

Soprintendenza per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e del polo museale della città di Roma

 

 
 
 

Costruire l'Alternativa

Post n°131 pubblicato il 05 Luglio 2010 da cittadinolaico

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Vorrei dire due parole sulle ultime scelte dell’Associazione SocialismoeSinistra e vorrei farlo in tutta sincerità: io sul dover dirigere tutte le energie solo nello scontro interno al Partito sono stato sempre scettico.

Come diceva un grande segretario del PSI, Francesco De Martino, che dell’alternativa aveva fatto la sua linea politica: “La strategia socialista è stata diretta da un mutamento dei rapporti di forza. Il suo presupposto è che in Italia si può fare come nel resto d’Europa, si può dare vita cioè a una grande forza socialdemocratica, perché il sistema politico italiano è aberrante dai modelli del nostro tempo. Se ciò non è avvenuto nel vecchio PSI, questo è derivato da gravi errori di direzione, dalle sue divisioni interne che hanno frenato le grandi possibilità del Partito.”

Nei due anni in cui sono stato iscritto al Partito Socialista, l’idea di contribuire con delle proposte concrete al suo sviluppo e il voler portare avanti alcuni temi, come il radicamento nel territorio e il rapporto coi problemi reali dei cittadini, non l’ho mai concepito solo in funzione della creazione o del consolidamento di una corrente interna ma sempre guardando verso fuori, al mondo, alla politica che si trasforma e deve venire incontro alle esigenze  di vita della maggior parte delle persone.

Per questo, quando abbiamo dovuto decidere se appoggiare o meno la candidatura alla Regione Lazio del Segretario dell’Associazione come unico modo di fare sentire  la voce della sinistra socialista, io sono rimasto francamente perplesso e mi sono astenuto. Specificando successivamente al candidato in una riunione elettorale che, in tutta onestà, non vedevo in quella mossa le contrapposizioni di sostanza tali da giustificare la scelta di far convergere tutti i nostri sforzi solo su questo aspetto.

Per la verità in quei giorni, decisamente più incisiva ho trovato la posizione del Presidente dell’Associazione, che inizialmente si era detto contrario a questa scelta sia perché in questa tornata elettorale difficilmente avrebbe potuto vincere lo schieramento di Centro Sinistra e quindi a maggior ragione emergere una piccola componente di Partito e sia perché sarebbe stato meglio lavorare sui problemi reali. I fatti gli hanno dato ragione e viene da domandarsi, a mente fredda, se in quel periodo non abbiamo piuttosto sprecato un’opportunità per sederci attorno a un tavolo e ragionare insieme sulle nostre posizioni e sul come gettare le basi una futura alternativa di governo.

Vale forse la pena di ricordare in questa sede che la candidatura su cui abbiamo investito tempo e fatica non ha ottenuto il numero di voti necessari e che per questo l’Associazione ha subito in quella circostanza una sconfitta politica e di immagine per via della linea politica seguita. Mentre ricerca, dibattito, rapporto con gli associati e lavoro delle commissioni in programma, sono stati lasciati da parte.

Quel nostro essere insieme socialismo e sinistra, capacità di immaginare un modo altro di  costruire i rapporti tra individui e forze politiche, tra scuole di pensiero diverse e società civile, tra competenze personali ed elaborazione culturale collettiva, che tanto aveva animato i nostri sforzi di ricostruzione storica di un bagaglio ideale comune da cui ripartire, lo avevamo sostituito con una prospettiva a breve scadenza, cui ne sarebbe seguita da un’altra simile e non andata in porto, ancora esclusivamente all’insegna del confronto interno al Partito.

Sto parlando, evidentemente della mozione congressuale detta “della Sinistra Socialista” che ha occupato gli spazi del sito dell’Associazione e che oggi constatiamo non essere più mozione ma solo integrazione del programma esistente, passando con una certa disinvoltura dagli imponenti propositi iniziali di rinascita dei socialisti e della sinistra italiana alla più ragionevole confluenza nella tesi approvata dal Partito per il suo  Secondo Congresso Nazionale.

Una sconfitta? Non direi, parlerei piuttosto di un ritorno alla ragionevolezza, per il semplice fatto che la politica, quella vera, che si propone di cambiare le cose non si può risolvere solo con le divisioni e le contrapposizioni tra i quadri dirigenti.

Secondo me, l’Associazione deve costruire anche qualcosa d’altro, andando al di là delle vicende del Partito, che peraltro si sta dando un suo percorso di rinnovamento. La questione va posta in questi termini: dobbiamo tornare a osservare la realtà quotidiana che è fatta di gente che affronta problemi reali ogni giorno e confrontarci con un panorama politico in grande trasformazione, che deve essere capito e interpretato per riuscire a progettare il futuro di cui abbiamo parlato tante volte.

Per esempio ritengo che il superamento di fatto dell´ipotesi del bipolarismo non sia  soltanto il risultato di una serie di fattori oggettivi ma sia anche stato portato avanti consapevolmente dal Segretario del PD Bersani attraverso una serie di passaggi: il riconoscimento di un ruolo politico di primo piano ad altri partiti dell’opposizione, dando loro il sostegno necessario (vedi Emma Bonino nel Lazio) o la centralità delle primarie (vedi Nichi Vendola in Puglia) é da considerarsi un fatto positivo , direi il segno della maturazione  della strategia di quel partito che ha lasciato da parte l'autosufficienza iniziale per rivolgere un appello ufficiale ai partiti dell’opposizione dentro e fuori il Parlamento intenzionati a discutere seriamente le questioni importanti del Paese, con l’obiettivo dichiarato di costruire  insieme l'Alternativa. E significativi cambiamenti sono in atto anche nella maggioranza di governo, basta saperli interpretare.

Si tratta, secondo me, di valutare gli spazi d’intervento che si aprono in questi mesi a chi voglia costruire una politica nuova, duttile, pronta a dare delle soluzioni concrete ai problemi del presente per gettare le basi di una risposta dal respiro autenticamente socialista alla crisi: ancorata da un lato alle difficoltà dei nostri giorni e proiettata fortemente verso  il futuro.

Come ho detto nell’ultima riunione dell’Associazione mi piacerebbe tornare a ragionare come all'inizio e nel rispetto reciproco delle idee differenti sul come lavorare con idee e proposte concrete per realizzare un’alternativa, che sia creare politiche più giuste e dare un futuro migliore a tutti quanti.

Perché l’alternativa siamo noi ed un futuro diverso può esistere solo se vogliamo davvero  costruire insieme una politica plurale.

Marco Zanier

(mio ultimo intervento nell'Associazione SocialismoeSinistra- Giugno 2010)

 
 
 

La festa di Roma: i Santi Pietro e Paolo

Post n°130 pubblicato il 29 Giugno 2010 da cittadinolaico

 

Oggi é la festa di Roma e si ricordano i  Santi patroni Pietro e Paolo.



Fin da ragazzo, la storia del pensiero cristiano mi ha sempre interessato da un punto di vista culturale, perché esso rapprsenta senza dubbio una chiave di lettura importante per capire l’arte, la letteratura e  la musica del mondo occidentale.

Con questo spirito ho approfondito l’elaborazione delle concezioni del bello in Italia in diversi periodi storici. Così ho compreso meglio la poesia del Duecento e del Trecento, l’arte di Giotto e del suo maestro Cimabue, la musica e il teatro dei secoli successivi.

Con la voglia di capire meglio il significato della ricorrenza che cade oggi, diversi anni fa andai a visitare una mostra davvero interssante su San Pietro e San Paolo, allestita al Palazzo della Cancelleria nell’anno del Giubileo (“Pietro e Paolo - La storia, il culto, la memoria nei primi secoli”), che ancora oggi rimane per me una delle migliori esposizioni che io abbia visto quanto a qualità dei materiali in visione e approfondimento documentario. Il tema era quello della presenza delle figure dei due apostoli nella cultura figurativa dei primi secoli del Cristianesimo, sviluppato attraverso un percorso tematico storico-archeologico di reperti importanti risalenti al perodo compreso tra il III e il V secolo, fra i quali ricordo  bene il lavoro accurato di ricostruzione delle testimonianze  scritte in lingua latina ed ebraica e le molteplici iconografie pittoriche e scultoree (come il bellissimo sarcofago di Giona), sviluppando in parallelo il discorso di una continuità di linguaggi e di un patrimonio figurativo comuni a diverse culture del mondo antico.  Un intreccio di riferimenti simbolici e figurativi che per noi hanno bisogno certamente di un'interpretazione ma che allora  costituiva un tessuto culturale comune e condiviso per una società che si esprimeva per immagini molto più di oggi.

Prima dei mosaici ravennati di Sant’Apollinare in Classe del VI secolo, di quelli romani di Santa Prassede del IX secolo o del Duomo di Monreale del XII secolo, la rappresentazione iconocrafica degli apostoli Pietro e Paolo si era formata nell’arte dei sarcofagi, nelle iscrizioni musive e nelle tavole dipinte costruendosi come grammatica del linguaggio figurativo cristiano dei secoli successivi. Dopo verranno gli affreschi di Giotto, quelli di Masaccio, la scultura e la pittura di Michelangiolo: l'arte italiana aveva trovato un nuovo codice espressivo.

Marco Zanier


 
 
 

L’analfabetismo in Italia e il volontariato cattolico- 1

Post n°129 pubblicato il 08 Giugno 2010 da cittadinolaico

 

 

Quando si parla di crisi dell’istruzione pubblica in Italia spesso non si tiene presente la gravità e della complessità del fenomeno.

 

La crisi dell’istruzione pubblica

“In Italia ci sono 57.514 scuole (scuole dell’infanzia, primarie, secondarie di primo e secondo grado) in cui studiano quasi 9 milioni di alunni e lavorano circa 950 mila insegnanti. L’università ha poco più di 1 milione 800 mila iscritti, il 56,4% femmine e il 38,5% fuori corso. I professori ordinari e associati sono 38 mila (1 ogni 48 studenti), i ricercatori circa 23 mila. Nei tre anni successivi al conseguimento del titolo, il 62% dei diplomati si iscrive a un corso universitario e il 56% dei laureati trova un lavoro continuativo” (fonte ISTAT).

 Se non è più possibile istituire una correlazione diretta tra il conseguimento di un  titolo di studio e l’inserimento nel mondo del lavoro (e questo purtroppo da diversi anni), sempre più spesso registriamo un aumento del tasso di abbandono scolastico che si lega strettamente alla piaga della disoccupazione giovanile. Solo per il 2009 il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni è stato superiore al 30% in sei Regioni: in Sardegna (al 44,7%), in Sicilia (38,5%), in Basilicata (38,3%), in Campania (38,1%), in Puglia (32,6%), in Calabria 31,8% e nel Lazio al 30,6%. Cifre preoccupanti che si legano strettamente al tasso di abbandono scolastico che riguarda anche i Nord: il valore più elevato infatti si riscontra a Bolzano con 17,4%, seguito dalla Sicilia con il 15,7%, dalla Sardegna con il 15,2% dalla Campania con il 13,9% e dalla Liguria con il 12,3%.

Il ragionamento sulla difficoltà di realizzare una scolarizzazione di massa degli italiani va fatto ed è anche urgente, ma deve partire necessariamente da lontano, se consideriamo che già al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, il 78% di essi erano analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90 % in Calabria e Sicilia.  La storia di questo Paese è fatta sicuramente di una forte spinta alla modernizzazione economica e produttiva che ha cambiato profondamente la sua fisionomia e il suo ruolo nel mondo, ma è fatta anche di industrializzazione diseguale nel Nord e nel Sud, della trasformazione di alcune are cittadine in centri di produzione e di quello svuotamento delle campagne che va sotto il nome di urbanizzazione, di politiche di scolarizzazione di massa programmate e di crisi dell’istruzione pubblica, del persistere dei fenomeni dell’ abbandono scolastico, della difficoltà dei giovani di inserirsi nel mondo del lavoro e delle sacche di disoccupazione e analfabetismo.

Certo è che se a crisi dell’istruzione pubblica affonda le sue radici in un passato lontano e se non è possibile circoscriverla alle scelte di questo o di quel Governo, senza dubbio i frequenti tagli ai docenti, al personale amministrativo, alla ricerca e ai costi di mantenimento delle strutture scolastiche contenuti nell’ultima finanziaria, invece di risolvere il problema, lo approfondiscono.

 

L’analfabetismo in Italia

 Anche perché accanto ai fenomeni che ho appena descritto esiste ancora la piaga dell’analfabetismo, difficile a credersi forse, ma drammaticamente attuale oggi sul nostro territorio: cinque italiani su cento sono analfabeti, trentotto su cento leggono con difficoltà una scritta semplice, l’abitudine alla lettura di libri non riguarda più del venti per cento della popolazione.

 I dati dell’UNLA (Unione Nazionale Lotta all’Anafabetismo) dicono che l’analfabetismo colpisce 990 milioni di persone (il 22% della popolazione mondiale), di cui il 64% sono donne. La maggioranza degli analfabeti vive nel Sud del mondo dove non è facile frequentare una scuola o si è costretti a lavorare per sopravvivere. E, sempre dati alla mano, la situazione per il nostro Paese non è delle più positive: secondo i più recenti dati ISTAT (2003) su circa 57 milioni di Italiani poco più di 3.500.000 sono forniti di laurea, 14.000.000 di titolo medio superiore, 16.500.000 di scuola media e ben 22.500.000 sono privi di titoli di studio o possiedono, al massimo, la licenza elementare. In percentuale 39,2% dei nostri concittadini sono fuori della Costituzione che, come si sa, prevede l’obbligo del possesso di almeno otto anni di scolarità.

Alla fine del 1947, all’indomani della guerra e in una situazione certamente differente dall’oggi, lo Stato Italiano aveva istituito le Scuole Popolari. Col D.L. 17/12/1947 n° 1599, per contrastare il grande numero di analfabeti e dare lavoro ai numerosi insegnanti disoccupati, che venivano istituiti tre tipi di corso che, con programmi appositamente studiati, che avrebbero permesso a chi aveva superato i dodici anni di età, di poter "tornare a scuola" per imparare a leggere/scrivere, proseguire gli studi fino ad ottenere uno dei due certificati di compimento,  avviarsi al lavoro artigiano o al proseguimento degli studi. I risultati ci sono stati se in quell’Italia con mille problemi da risolvere e un’economia a base sostanzialmente rurale  da ricostruire si è passati dal 21% di persone che non erano capaci di leggere, scrivere e far di conto del 1931 al 12,90% del 1951, all’8,3% del 1961 e finalmente al 5,2% del 1971. Ed era un mondo profondamente diverso da quello di oggi, in cui ancora si poteva ancora vivere, lavorare e interagire in modo più semplice e certamente meno tecnologico dei nostri giorni, perché meno legato in molti dei suoi aspetti quotidiani alla parola scritta.

Nella società di oggi invece, la situazione per queste persone è oggettivamente più grave, perché chi non sa leggere e scrivere si trova veramente ai margini ed è destinato a rimanervici.

Lo strumento tradizionale dei corsi di alfabetizzazione non riesce a raggiungere i suoi scopi, in quanto solo il 35% degli iscritti in media partecipa agli esami finali, con una rappresentanza femminile veramente irrisoria. E questo nonostante i quarantasei centri  di cultura per l’educazione permanente sparsi in tutta la Penisola e considerati addirittura dall'UNESCO un riferimento valido da esportare in altri parti del mondo. 

Se parliamo della scarsa competenza culturale di chi non va oltre il saper leggere e scrivere o di analfabetismo di ritorno, che è il lento e inesorabile scadimento della capacità di scrivere o leggere per mancanza di esercizio delle nozioni ricevute a scuola, secondo il CENSIS riguarda addirittura il 32% degli italiani.

Quando ho iniziato a interrogarmi su un aspetto che credevo sinceramente relegato al passato, risolto, archiviato ho dovuto ricredermi: scoprendo con stupore che gli analfabeti “puri” sono addirittura oltre due milioni e che i due terzi di essi hanno tra i 45 e i 65 anni. Non mi ha stupito purtroppo, invece, constatare che la gran parte di essi abitino al Sud o nelle isole, perché troppo pochi e troppo discontinui sono stati gli sforzi fatti dai diversi Governi per migliorare le condizioni di vita e le prospettive di lavoro di quella parte del nostro Paese in oltre un secolo di storia.

 

 
 
 

L’analfabetismo in Italia e il volontariato cattolico- 2

Post n°128 pubblicato il 08 Giugno 2010 da cittadinolaico

 

 

Il volontariato cattolico

 Dove lo Stato non riesce ad arrivare, arriva talvolta, per fortuna, la volontà dei singoli individui che, riuniti in associazioni di volontariato, aiutano le persone in difficoltà animati solo da uno spirito di fratellanza. Si tratta soprattutto di volontariato di matrice cattolica, radicato e diffuso sul territorio nazionale, che costituisce una delle pagine più belle della presenza di questa religione nella vita delle piccole e grandi comunità italiane.

E’ il caso dell’Associazione Il Ponte di Taranto, che si impegna a contrastare l’emarginazione sociale che può scaturire dalla povertà, dall’analfabetismo, dal disordine familiare, dalle tossicodipendenze, dalla devianza giovanile. E’’ il caso delle tante e antiche associazioni presenti a Genova, come la Veneranda Compagnia di Misericordia nata nella seconda metà del XV secolo e che opera nel campo dell’assistenza ai detenuti ed alle loro famiglie da più di 500 anni e si impegna a recuperare alla vita civile chi esce dal carcere, creando laboratori di avviamento alle professioni artigiane; è il caso della fondazione Auxilium, nata in quella città nel 1931, su impulso di un giovane sacerdote: don Siri, futuro cardinale e che volle essere la risposta ecclesiastica all’emergenza creata su scala mondiale dalla Grande Depressione del 1929 e che ha esteso la sua attività nell’immediato dopoguerra ai profughi, prigionieri rimpatriati, emigranti italiani e stranieri e poi a tante altre parti dell’emarginazione sociale. E l’elenco potrebbe continuare a comprenderne molte altre, fra le quali sicuramente il gruppo Exodus, nato all’inizio degli anni ’80  per iniziativa di don Antonio Mazzi in un parco della periferia di Milano, il Parco Lambro, per risistemarlo e liberarlo dalla delinquenza e dal traffico della droga insieme ai tossicodipendenti, alle forze dell’ordine ed ai cittadini, gruppo che estende progressivamente il suo lavoro a Verona, Vicenza, Bormio e Iglesias con progetti di prevenzione per adolescenti e formazione per genitori, in rapporto stretto con le scuole presenti sul territorio e oggi sotto forma di Fondazione Exodus risponde a molte delle sollecitazioni continue che arrivano dalla società.

 In questa sede vorrei, però, soffermarmi soprattutto sulla lotta all’analfabetismo portata avanti con tenacia da anni dalla Società San Vincenzo de Paoli.

I Gruppi di Volontariato Vincenziano derivano il loro impegno secolare a sostegno delle famiglie povere, dalle Compagnie della Carità e dalle Figlie della Carità fondate in Francia da San Vincenzo De Paoli nel diciassettesimo secolo ed è attiva oggi in tanti settori:  dal carcere ai senza tetto alle emergenze naturali, dai progetti di gemellaggio con altri Paesi alle adozioni a distanza all’aiuto ai ragazzi di strada, solo per citarne alcuni.

Con la Campagna nazionale "Fatemi studiare, conviene a tutti" la Società San Vincenzo de Paoli promuove l’alfabetizzazione come spinta positiva al cambiamento della società e conduce ogni anno una lotta alla piaga dell’analfabetismo in Italia che merita, credo, la stima di tutti noi. Con la sua opera di sensibilizzazione importante promuove l’istruzione come rimedio all’emarginazione sociale, all’esclusione dal tessuto lavorativo e al dilagare della delinquenza. Con una pratica fatta di esempi concreti, positivi e calati nel quotidiano che si traduce nell’insegnamento a tanti  ragazzi e ragazze delle esperienze di alfabetizzazione e reinserimento sociale riuscitie e si sintetizza nella frase “se è vero che è per la povertà che non si va a scuola, è altrettanto vero che non andare a scuola porta alla povertà”. 

 Il volontariato non basta, certo, ma è importante che ci sia: accanto allo Stato e in aiuto alla politica.

 

La responsabilità deilla politica

Fare politica oggi significa necessariamente voler risolvere davvero i problemi reali del Paese per dare un futuro alla gente, lavorando con serietà e senso  di responsabilità oppure è prendere in giro chi lavora e va al voto ogni anno.

Prima della ricerca del voto, del consenso e del ruolo personale in questo o quel Partito  deve esserci secondo me la coscienza della singola persona che vuole capire le difficoltà della vita degli altri e si fa carico di trovarvi una soluzione. Ossia un atteggiamento molto simile a quello del volontario che mette a disposizione il suo tempo per gli altri. Senza persone in grado di fare questo la politica non può crescere, non elabora progetti validi non si rende utile al cambiamento positivo della società.

La crisi economica ci ha messo tutti un po’ sullo stesso piano ed oggi più di ieri i problemi quotidiani più gravi sono sotto gli occhi di tutti.

Per questo, credo che una buona politica oggi dovrebbe dare loro una soluzione, lanciare una politica di sviluppo responsabile per il futuro del Paese e fare molta attenzione a non regredire nelle sacche di arretratezza che ci portiamo appresso da troppo tempo. Come le opere pubbliche da completare, le popolazioni colpite da eventi naturali e ancora in condizioni disagiate da sostenere, l’analfabetismo da eliminare, la disoccupazione da combattere e aggiungerei lo sviluppo economico di alcune aree del Paese da rilanciare o da potenziare, perché senza di esso i problemi che vediamo rimangono irrisolti.

Marco Zanier

Federazione Romana del PSI - Responsabile cultura

 

 
 
 

All'Alexanderplaz il jazz del Domenico Sanna Trio

Post n°127 pubblicato il 05 Giugno 2010 da cittadinolaico



Lunedì 7 Giugno, in uno dei più antichi locali Jazz di Roma, l'Alexaderplaz  in via Ostia 9, suona il Domenico Sanna Trio (con Domenico Sanna al piano, Giorgio Rosciglione al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria), di cui si può ascoltare un saggio in questo video.


per informazioni  vai al sito dell'Alexanderplaz   www.alexanderplaz.it


 

 

 
 
 

NENCINI: RISPETTO PER LE ISTITUZIONI. SABATO A PONTIDA SFIDIAMO LA LEGA

Post n°126 pubblicato il 03 Giugno 2010 da cittadinolaico

 

 

 

“Un partito di governo che diserta la festa della Repubblica e un suo ministro di primo piano come Maroni, che all’inno nazionale preferisce la musica pop, deve avere un qualche significato che ci sfugge”.
Lo ha dichiarato il segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini.
“Forse siamo di fronte alla solita pantomima finto-indipendentista per tenere desta la barzelletta della Padania – ha continuato - oppure si tratta del braccio di ferro tutto interno alla maggioranza sulla testa di un presidente del consiglio sempre più scolorito. O forse tutte queste cose insieme e altro ancora. Per questo abbiamo scelto di tenere la nostra celebrazione della Festa della Repubblica a Pontida, sabato 5 giugno, che non è la capitale della fantomatica Padania, ma – come sa chi ha studiato appena un po’ la storia - una delle tappe che hanno portato nei secoli all’Unità d’Italia. La nostra è proprio una sfida alla Lega, che ci porterà fino a Teano. Ci piacerebbe – ha concluso Nencini - che vi partecipassero gli italiani di qualunque partito, per ricordare che occorre un rispetto minimo delle Istituzioni, bandiere e feste nazionali comprese, perché a forza di irriderle, un bel giorno ci si può ritrovare a quando valeva il detto “Franza o Spagna, purché se magna”.
L'iniziativa del Psi, cui parteciperà il segretario del partito, Nencini, si svolgerà a Pontida, a partire dalle ore 10,30 in piazza dell'Abbazia, Monastero di San Giacomo Maggiore.

 

dal sito ufficiale del PSI     www.partitosocialista.it


 
 
 

Il Discorso del Presidente della Repubblca Napolitano per la Festa della Repubblica

Post n°125 pubblicato il 02 Giugno 2010 da cittadinolaico

 

"L'Italia consolidi la sua unità, si rinnovi, divenga più moderna e più giusta"

"Un augurio affettuoso a quanti vivono e operano nel nostro paese per la festa che celebriamo insieme : festa dell'Italia che si unì e si fece Stato 150 anni orsono, festa della Repubblica che il popolo scelse liberamente il 2 giugno 1946". Inizia così il videomessaggio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per la Festa della Repubblica.

"In questo momento, sentirsi nazione unita e solidale, sentirsi italiani, significa - ha aggiunto il Presidente Napolitano - riconoscere come problemi di tutti noi quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà, quelli che nei giovani suscitano, per effetto della precarietà e incertezza in cui si dibattono, pesanti interrogativi per il futuro".

"Parlo dei problemi del lavoro e della vita quotidiana, dell'economia e della giustizia sociale. Stiamo attraversando, nel mondo e in particolar modo in Europa, una crisi difficile : occorre dunque un grande sforzo, fatto anche di sacrifici, per aprire all'Italia una prospettiva di sviluppo più sicuro e più forte. Per crescere di più e meglio, assicurando maggiore benessere a quanti sono rimasti più indietro, l'Italia deve crescere tutta, al Nord e al Sud. Si deve, guardando ai giovani, promuovere una migliore educazione e formazione, fare avanzare la ricerca scientifica e tecnologica, elevare la produttività del nostro sistema economico : solo così si potrà creare nuova e buona occupazione".

"Il confronto tra le opposte parti politiche deve concorrere al raggiungimento di questi risultati, e non produrre solo conflitto, soltanto scontro fine a sé stesso.

"Si discutano in questo spirito - ha sottolineato il Capo dello Stato - le decisioni che sono all'ordine del giorno; si scelga in questo spirito - nel Parlamento, nelle istituzioni regionali e locali e nella società - tra le diverse proposte che si dovranno liberamente esprimere"."Ci accomuni - ha concluso il Presidente Napolitano - un forte senso delle responsabilità cui fare fronte perché l'Italia consolidi la sua unità, si rinnovi, divenga più moderna e più giusta e si dimostri capace di dare il suo contributo alla causa della pace e della giustizia nel mondo.

Buon 2 giugno a tutti".

 

vedi il sito ufficiale del Quirinale     http://www.quirinale.it/

 
 
 
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VI CONSIGLIO UN LIBRO

"Quando il pesciolino e lo squalo s’incontrarono per la prima volta": una favola che parla della pace tra due popoli con il linguaggio semplice che può immaginare un bambino della quinta elementare e la saggezza di un uomo adulto.

Uno squalo  che voleva mangiare un pesciolino e invece inizia a giocare a nascondino con lui. Un’amicizia bella che nasce con semplicità tra due persone differenti a dispetto delle convenzioni. L’autore è Gilad Shalit, israeliano, nove anni dopo aver scritto questo libro sarà rapito da un commando palestinese dal quale ancora oggi non è stato rilasciato. Colpisce immaginarlo bambino a sognare la pace, oltre la guerra e vederlo tornare nel libro come un pesciolino dallo squalo per chiedergli di fare amicizia nonostante gli abbiano detto che loro due non possono essere amici. Un modo per capire una parte della storia, un messaggio universale per andare oltre la cronaca e immaginare un futuro migliore fatto della convivenza serena tra i popoli.

Gilad Shalit, "Quando il pesciolino e lo squalo s’incontrarono per la prima volta", Giuntina editore, 2008


 

ARTICOLI MIEI PUBBLICATI DAL CIRCOLO ROSSELLI

 

Alcuni miei aricoli sulle battaglie coraggiose dei  socialisti nel Ventennio sono stati pubblicati anche dal Circolo Rosselli di Milano. Clicca e consultali  sul loro sito:


1) "Il Centro socialista interno (1934-1939)- appunti per un dibattito su antifascismo e unità di classe"

2) Giacomo Matteotti amministratore pubblico