Servitori del Popolo

LA GUERRA DEVE APPROVARLA IL POPOLO


LA GUERRA DEVE APPROVARLA IL POPOLOLa guerra tra la Russia e l'Ucraina (o, se si preferisce, tra i capi di Stato Putin e Zelensky), che ha coinvolto più o meno direttamente i governanti e le economie degli Stati occidentali, con la NATO protagonista, avente come linee-guida la strategia politico-militare degli USA, ha messo in luce la irrilevanza del "Popolo" nel processo decisionale delle istituzioni, ad ogni livello ordinamentale, sia nelle missioni estere di "difesa" che di "offesa", con invio di armi, mezzi e uomini. Così come si è anche palesato il ruolo marginale dell'Assemblea generale dell'ONU, nonché quello ancillare dell'U.E. che rispetto alla guerra ha dimostrato di non avere una propria strategia geopolitica autonoma, indipendente e democratica rispetto agli USA. E si è altresì constatato che l'ONU è tuttora condizionato dall'anacronistico "diritto di veto" dei cinque Stati permanenti del Consiglio di Sicurezza che impedisce qualsiasi Risoluzione o iniziativa di pace quando sono in gioco i loro interessi di potenze egemoniche e coloniali. L'U.E., poi, che non ha nel proprio ordinamento giuridico un principio (e un valore) come quello (spesso disatteso) dell'art.11 della Costituzione italiana, ha dimostrato di essere vincolata dalle scelte e decisioni strategiche territorialmente espansive sia americane che della NATO e che, inoltre, è sempre più distante dalle esigenze quotidiane di molti cittadini europei ed è sempre più una superflua istituzione burocratica sovraordinata agli Stati membri dai quali assorbe risorse per il proprio "sostentamento" (l'Italia versa circa 17 miliardi all'anno, a cui si sommeranno quelli per il "debito comune"). Appare del tutto evidente, da ciò, che in questo modo gli italiani (quella parte capace di "dominare" il proprio "Io-distruttivo) si ritrovano, ormai, privi di quelle garanzie costituzionali della "pace tra i Popoli" mediante il "ripudio della guerra" che avevano ottenute con la nuova Carta costituzionale repubblicana. Come noto, infatti, il Costituente del '46, provato dalle tragedie della dittatura fascista e della seconda guerra mondiale (con circa quaranta milioni di morti, oltre ad innumerevoli invalidi, orfani e vedove, e con "montagne di macerie" da smaltire, immobili da ricostruire e attività industriali, produttive e artigianali da riavviare (oltre a subire "l'occupazione" territoriale con basi militari, tuttora in essere, e l'ingerenza politica da parte degli "alleati-liberatori") aveva ben delineato il quadro giuridico fondamentale della Repubblica italiana che si strutturava, essenzialmente, sugli articoli 11 e 52. Con il primo, l'art.11, veniva fissato il principio che «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Con il secondo, l'art.52, comma 1, veniva sancito che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Al riguardo si reputa utile sottolineare, anzitutto, che le limitazioni di sovranità previste dalla Costituzione sono soltanto quelle "necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni". In nessun altro caso è, pertanto, consentito. Andrebbero, perciò, ripensati, in tale ottica ("Pace e Giustizia" fra le Nazioni), tutti i Trattati (a cominciare da quello della NATO, quando le attività abbiano finalità di espansione politico-militare, e quello della U.E., quando non migliorino ma peggiorino - come sta ormai accadendo - la qualità della vita dei popoli europei e dei molti cittadini emarginati). In ordine, poi, al contenuto del richiamato art.52 si ritiene che con esso il Costituente abbia inteso prescrivere come  "sacro dovere" dei cittadini soltanto la "difesa della Patria", stante il principio inderogabile che "L'Italia ripudia la guerra" come strumento di "offesa". La "Patria", quindi, è concretamente "disegnata" dal perimetro territoriale, che i cittadini hanno il "sacro dovere" di difendere. La "Patria" (Platone, nell'opera Politeia, trad. Repubblica, riferisce che i Cretesi dicevano "Matria"), è, perciò, per definizione, la terra, il luogo, il territorio dei "Padri" (che, in verità, secondo la scienza, sarebbero migrati tutti circa trecentomila anni fa dalla lontana Africa subsahariana). La "Patria" degli italiani, quindi, coincide con la superficie dell'attuale territorio (anche se non possa escludersi una sua futura trasformazione, anche per ragioni climatiche e ambientali, come è già avvenuto nel corso dei secoli passati). Purtroppo, però, nella realtà sta avvenendo che a causa dei vincoli derivanti dai vari Trattati e degli eventi bellici su vaste aree del pianeta (dai più recenti, incluso i crimini di guerra e il "genocidio" dei Palestinesi nella striscia di Gaza, a quelli più remoti, come la guerra in Iraq, Libano, Jugoslavia, Afganistan, Libia, Siria, ecc.) l'Italia, inserita in un contesto di Alleanze politico-militari europee e occidentali (che in qualche modo richiamano in vita, con le dovute differenze, l'antica "Lega Delio-Attica", con gli USA al posto di Atene che impone i tributi da pagare), ad assumere ruoli sempre più attivi e aggressivi, tanto da poter essere (sostanzialmente) qualificati "offensivi" anziché "difensivi". Questa tendenza si è particolarmente aggravata e consolidata anche a causa dell'Unione Europea, che mediante i suoi organi legislativo, tecnico e politico (Parlamento, Commissione e Consiglio), sta assumendo sempre di più un acritico ruolo "partigiano" anziché di saggia mediazione sugli scenari di guerra, ponendosi in sintonia e in subordine con la leadership americana e con la NATO, che ha ormai disvelata la sua volontà di potenza espansiva politico-militare a livello globale. In Italia da tempo, ormai, si stanno dividendo le "coscienze" civili, etiche, morali e religiose dei cittadini. Anche molti elettori di "sinistra" che un tempo tendevano a schierarsi sempre per la pace (celebre il motto "fate l'amore, non fate la guerra"), oltre che per i più deboli e sfruttati del mondo, hanno di frequente superato a destra i "conservatori" approvando in Parlamento numerose risoluzioni che agevolano la partecipazione dell'Italia ad iniziative che non hanno nulla a che fare con la "pace" e con la "giustizia tra le Nazioni". Adesso si percepisce nell'aria una folle tendenza al "riarmo", sia dell'occidente che del mondo globale, a cui fanno eco quasi tutti i mezzi d'informazione, asserviti a tale logica primitiva dell'uso della forza e dello schieramento di parte, senza ricorso all'uso della "ragione", diffondendo notizie artefatte, che hanno lo scopo di "uniformare" e orientare l'opinione pubblica e di ostracizzare i sempre più rari pensieri di intellettuali liberi. Vanno in tale direzione certamente anche gli aumenti delle spese militari (fino al 2% del Pil - cioè, per l'Italia, circa 40 mld di euro annui - da destinare come "tributo" per la NATO). In questo modo le "democrazie", seguendo i "pifferai di Hameling" alla guida dei governi, stanno andando incontro a grandi catastrofi col rischio concreto di scatenare una guerra nucleare, le cui conseguenze (certamente devastanti, anche per la probabile fine della specie) si abbatteranno soprattutto sulle fasce più emarginate dei Popoli. E così sarà finalmente evidente a tutti che tra le "democrazie" e le cc.dd. "autocrazie" non c'è alcuna sostanziale differenza, almeno per quanto concerne la "volontà di potenza imperiale", e che il divario tra le èlites oligarchiche e il popolo ha ormai superato ogni limite. È del tutto evidente, perciò, che è soltanto "propaganda ideologica" quella che prospetta una contrapposizione "valoriale" estrema tra le "democrazie occidentali" e le "autocrazie" (riferendosi, in particolare, e per ora, alla Cina e alla Russia, che sono comunque delle Repubbliche, e che Xi jinping e Putin sono stati "eletti", e che non sono, rispettivamente, i cinesi e i russi, così come Trump e Macron non sono gli americani e i francesi) dal momento che, in entrambe, è sempre e comunque escluso, o marginalizzato, il ruolo diretto del Popolo rispetto alle decisioni relative ai conflitti bellici. È forse giunto, però, il momento di iniziare a "sindacare" il primato politico dei governi (l'organo, l'istituzione) sui Popoli, prima che sia troppo tardi, e a verificare la bontà dei modelli occidentali che, ammantati di retorica democratica, spesso, per ragioni di "accaparramento" delle materie prime, si comportano come i governi autoritari "non occidentali" con cui hanno in comune, generalmente, la stessa forma di Stato repubblicana (eccettuate le "monarchie regali", peraltro preponderanti in Europa e nel mondo). Deve essere, perciò, sempre chiaro che una cosa è "l'ordinamento delle cariche pubbliche", cioè l'architettura statale (dalla Polis la Politeia, e viceversa, e dalla Civitas la Res Publica, che sono i due modelli storici per certi versi in antitesi con la prevalenza della Comunità, nella prima, e del cittadino, nella seconda, ma che ora sono "coesistenti" nelle Costituzioni), altro, invece, è come le cariche sono attribuite (in democrazia, seppur spesso soltanto in teoria, dal Popolo, al Popolo e per il popolo); inoltre, vanno, altresì, sempre verificati quanto siano in concreto realizzati i  "principi e i valori" di eguaglianza, libertà e di equa distribuzione delle risorse tra i cittadini. Purtroppo molti ignorano tali differenze politico-ordinamentali (I. Kant le distingueva nell'opera "Per una pace perpetua allorché sosteneva che per poterla realizzare era necessaria la "Lega universale dei Popoli" e non delle Nazioni o degli Stati). Tutte le repubbliche contemporanee hanno in sé, costituzionalizzata, solo una quota più o meno ampia di democrazia. E ciò vale anche per l'Italia, che è definita come "Repubblica  democratica" (art.1 Cost.), in cui però non sembra che primeggi sempre la "democrazia" ("forma di governo") perché se così fosse, come avveniva nella democrazia ateniese del V-IV sec. a.C., si dovrebbe rinvenire nell'ordinamento qualche "decreto", come quello di Andocide (oratore e politico ateniese), che obblighi al "giuramento di fedeltà alla democrazia" (e riservare una giornata all'anno per celebrare la "festa della democrazia"), come è invece previsto per la Repubblica (la festa del 2 giugno). Negli ordinamenti costituzionali vigenti, perciò, le decisioni supreme (come, ad es., la guerra) sono sempre e comunque volontà della Repubblica, cioè delle cariche statali, senza che sia prevista alcuna "approvazione" da parte del Popolo (come, ad es.,un referendum consultivo con effetti vincolanti). Non vi è dubbio che ciò sia formalmente costituzionale perché nell'art.1 è stato sancito che la "sovranità appartiene al Popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"; tuttavia, alla luce di quanto sta avvenendo in questa fase storico-politica particolarmente tragica e drammatica, sembra essere diventato necessario che la "decisione ultima" sulla guerra (o attività ad essa riconducibili) sia riservata al Popolo, anche perché la Repubblica deve essere al servizio del "Sovrano" (il Popolo), secondo un giusto rapporto democratico di mezzo-fine. Per meglio comprendere il problema in argomento giova, a questo punto, richiamare l'art.78 della Costituzione che così sancisce: «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari», mentre l'art.87, comma 8, dispone che il Presidente della Repubblica «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere». È del tutto evidente, da ciò, che da tale "circuito istituzionale repubblicano" il Popolo, ossia il "Sovrano", come unitaria "entità politica", è proceduralmente escluso dalle decisioni relative alla "guerra". Si potrebbe, però, ribattere che in Italia "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato" (art.67 Cost.). Tuttavia una cosa è la "Nazione" (costituita da tutti coloro che hanno avuto origine, sono nati, sul territorio italiano, giacchè nazione deriva da natus) altro, invece, è il Popolo, così come quest'ultimo, a sua volta, è diverso dai "cittadini". Mentre la prima, perciò, può essere spiegata, assimilata e ricondotta (con approssimazione) all'istituzione suprema della Repubblica (il Capo dello Stato rappresenta, infatti, "l'unità nazionale"), il Popolo, invece, è, anzitutto, una realtà fenomenica naturale, biologica, un aggregato composito, unitariamente inteso, che racchiude in sé aspetti etnologici, antropologici, mitologici, religiosi, psicologici, sociologici, demografici. La dottrina politica del secolo scorso includeva il Popolo tra gli elementi costitutivi dello Stato, insieme al territorio e all'ordinamento giuridico. Il Popolo, però, può tuttavia esistere pur senza uno Stato (come è avvenuto, in passato, per Israele, e come avviene, per ora, per i Palestinesi, per i Curdi, ecc.), e non viceversa. Nelle vigenti Costituzioni esso è soprattutto un'idea politico-giuridica che non ha effetti concreti nella dinamica costituzionale e sociale sebbene nell'art.75 della Costituzione sia previsto il "referendum popolare" (che può essere indetto per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge) dal momento che, in concreto, "hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati (co.3, art.75), conformemente alla disposizione dell'art.48 della Carta: "Sono elettori...tutti i cittadini...". Sono, perciò, i cittadini i veri protagonisti, gli attori, della Repubblica, e tra quest'ultima e i cittadini vi è una corrispondenza biunivoca, indissolubile. I cittadini esistono perché esiste lo Stato (la Repubblica) che li "crea" e li fa agire mediante i diritti e i doveri. Diversamente, perciò, dal Popolo, che, come detto, può anche esistere senza uno Stato. Ciò chiarito, e ritornando al tema (identificando, nello svolgimento che segue, tutti i cittadini con il Popolo, pur ferme le differenze concettuali), occorre ora sottolineare che le deliberazioni dello stato di guerra così come previsto dai richiamati artt.78 e 87, seppur risultino essere conformi alla vigente costituzione, tuttavia presentano un evidente deficit democratico. La Costituzione, come detto, prescrive che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino» (art.52) ma non vi è dubbio che in caso di guerra ad essere coinvolto sia l'intero Popolo perciò non sembra rispecchiare i fondamenti della "democrazia" la deliberazione che tenga fuori il Popolo-sovrano. La "culla della democrazia" (che non è certamente l'America, né la Francia, o l'Inghilterra, come spesso si azzarda a sostenere con immotivata enfasi), ossia la Grecia del V-IV sec. a.C., prevedeva la partecipazione diretta del Popolo all'Assemblea convocata nell'agorà per deliberare la guerra. Tucidide, ne la Guerra del Peloponneso, racconta che  la deliberazione di dichiarare la guerra (e ciò sia a Sparta che ad Atene) avveniva mediante la convocazione dell'Assemblea nella quale gli oratori, pro e contro, si susseguivano nel sostenere le proprie tesi. Dopodichè l'Assemblea votava, con tutte le conseguenze della decisione. Per quanto precede, perciò, può senz'altro ritenersi che la deliberazione "ristretta", ossia riservata ai soli parlamentari (generalmente definiti come "rappresentanti del Popolo", che tuttavia la Costituzione non qualifica come tali), dovrebbe essere ricondotta nell'alveo della "democrazia", dando prevalenza a quest'ultima rispetto alle suddette "decisioni istituzionali", anche perché sarà poi il Popolo (soprattutto la parte "proletaria") a dover combattere al fronte. È perciò certamente democratico che una decisione come quella sulla guerra, che ora potrebbe essere nucleare, preveda che il Popolo sia direttamente coinvolto. E ciò soprattutto in questa fase storico-politica in cui l'Italia sembra che si stia allontanando dai suoi principi e valori degli artt.11 e 52 della Costituzione. Ecco, allora, perché, alla luce delle iniziative in atto di alcune riforme costituzionali, si reputa più che necessario intervenire anche sull'art.78 prescrivendo l'approvazione da parte del Popolo (un referendum consultivo con effetti vincolanti, o altro rimedio) della delibera dello stato di guerra del Parlamento, prima di conferire al Governo i poteri necessari e alla dichiarazione dello stato di guerra del Presidente della Repubblica; inoltre, poiché si sta verificando che molte decisioni, ammantate dal pretesto della "necessità e dell'urgenza", esprimano la sola volontà della maggioranza politica del governo, occorrerà che la legislazione preveda che il Popolo si pronunci anche su qualsiasi Risoluzione o deliberazione sia parlamentare che governativa (in particolare, sui "famigerati" DPCM), anche se siano dichiarate in attuazione dell'art.5 del Trattato della NATO o delle Risoluzioni del C.d.S dell'ONU, affinchè esse siano in linea con il principio inviolabile del "ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" e siano, altresì, necessarie per assicurare anche "la pace e la giustizia fra le Nazioni".