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Berlino-Napoli via Verona

Post n°400 pubblicato il 12 Giugno 2019 da sblog

Per ora blocco il post n. 400 per celebrare quest'altro regalo.

Perché il pensiero resta il regalo che preferisco, in assoluto.

 
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Temperature crescenti

Post n°399 pubblicato il 08 Giugno 2019 da sblog

Siamo nei fatidici 3-4 giorni nei quali, ogni anno, si assiste al definitivo passaggio alla stagione "balneare". Si tratta di un periodo di tempo di alcuni mesi, il cui inizio e la cui fine variano come date da un anno all'altro, durante il quale, non sapendo bene dove andare o cosa fare, molte persone decidono di riversarsi sui litorali, per qualunque esigenza. Vuoi andare a correre stamattina? Vai sul lungomare. Più tardi ti devi vedere con uno per un aperitivo? C'è quel bar dove inizia il lungomare. Nel pomeriggio vuoi leggerti qualche pagina di un bel libro? Ti puoi sedere sul muretto che delimita il lungomare. E poi stasera vuoi mangiare la pizza? Non lo dico proprio in quale pizzeria andrai.

Tutto ciò, attenzione, senza ancora andare al mare a fare il bagno, cosa che accade tipicamente un paio di settimane dopo l'inizio della stagione "balneare". A me sembra che è come se le molte persone sopra citate non attendessero altro che uno start per partire con una fase quasi tradizionalmente attesa ogni anno (e quest'anno hanno atteso decisamente più del solito). In effetti non c'è niente di strano, ma a me colpisce lo stesso questo fenomeno, diciamo sociale, e quindi, a scopo di ricerca, me ne vado sul lungomare. :)

 
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Lotta alla povertà

Post n°398 pubblicato il 20 Maggio 2019 da sblog

Stamattina in metro era tutto un commentare gli importi accreditati sulle tessere ottenute da chi aveva fatto richiesta del Reddito di cittadinanza. Osservare alcuni bambini che, nonostante sia lunedì, andavano a scuola più sorridenti del solito, probabilmente perché percepivano dalle mani delle relative madri vibrazioni decisamente più positive, devo dire che mi ha fatto bene. La domanda più frequente era dove si può spendere la cifra (per alcuni MAI percepita tutta insieme in una stessa data) e cosa si può comprare. La paura è perdere un diritto finalmente riconosciuto, magari solo per una sciocca ed involontaria leggerezza. E molti non vedono l'ora di essere contattati dai Centri per l'impiego, per provare a lavorare senza l'intermediazione dell'amico dell'amico che ti mette in contatto con un classico "donatore di lavoro" (sempre a nero) delle mie parti (conosco il genere avendo cominciato anch'io a lavorare davvero dal basso).

Ultima osservazione. Quando ci saranno gli abusi, perché è ovvio che ce ne saranno, non si pensi subito a levare tutto a tutti. Sarebbe come dire che per un imprenditore che non paga correttamente le tasse che deve allo Stato (e ce ne sono molti) chiudiamo tutte le imprese. Pensateci, magari anche domenica, quando si vota per le Europee.

Felice settimana a tutti!

 
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Feste ed invitati

Post n°397 pubblicato il 15 Maggio 2019 da sblog

Quando mi è capitato nella vita di organizzare una festa nelle occasioni che lo meritavano (ognuno ha il suo metro per dire quali meritino una festa) il mio primo pensiero è sempre andato più agli invitati che al/alla/ai festeggiato/a/i. Esempio. Se a me non pesa tornare a casa alle 2 di notte, in un giorno infrasettimanale, dopo un'ora di guida (dopo la festa), ma so che per la maggioranza degli invitati sarebbe un problema per vari motivi, ovviamente non mi ostinerò a scegliere quel posto lontanuccio, o dovrò in subordine pensare ad un pranzo invece che ad una cena. No? Oppure se a me piacciono le lumache di terra preparate in qualunque modo, ma so che si tratta di una tipologia di cibo diciamo quanto meno di nicchia, non mi ostinerò a pretendere un intero menu per tutti gli invitati a base di lumache per la mia festa e me le andrò a mangiare da solo, appena càpita.

Si capisce che sono un vero e proprio reduce da una festa dove i festeggiati hanno pensato solo a loro stessi e se ne sono fregati degli invitati? Immagino che per alcune persone gli invitati siano solo una scenografia che serve a far venire meglio le foto, che oggi staranno già viaggiando da un server all'altro e da cui non sarà possibile comprendere quale era il vero stato d'animo (diciamo almeno quello medio) di chi sorride col calice in mano.

Alla prossima? Mi sa di no.

 
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Il secondo quadrato

Post n°396 pubblicato il 06 Maggio 2019 da sblog

Eccomi, eccomi. Qua uno non si può allontanare un attimo che subito lo ri-chiamano ai suoi doveri. Allora. Il mio lato misura 10 cm e quindi racchiudo dentro di me, giusto giusto, il cerchio di raggio 5 cm. La mia area? Facile: 100 cm2. Perché sono importante per l'autore di questo (ridicolo) blog? Perché su di me ha costruito la sua teoria del c...ubo. Se infatti da uno dei miei 4 vertici parte un segmento ortogonale al mio piano, di lunghezza pari anch'esso proprio a 10 cm, ecco il cubo di volume (ellealcubo) pari a 1 dm3, un litro, se preferite immaginare il cubo come un contenitore di liquido. Ma anche in terza dimensione il problema dell'irrazionale emerge. Se infatti nel cubo si inserisce una sfera di raggio 5 cm, contenuta giusta giusta, come il cerchio nel quadrato, ecco che il calcolo del volume della sfera chiama nuovamente in gioco il pi greco (4/3 per pi greco per 5 al cubo, che è abbastanza meno di un litro, ma non sappiamo quanto...).

Cosa emerge di nuovo in questo post? Che al crescere delle dimensioni in una rappresentazione geometrica succede una cosa strana: da 1 a 2 dimensioni, cioè dalla lunghezza staccata su una retta all'area in un piano, compare pi greco (visto nel precedente post), mentre nel passare da 2 a 3 dimensioni (dall'area in un piano al volume nello spazio) il pi greco non prende alcun esponente. Mica è poco, oh!

 
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Un cerchio e due quadrati

Post n°395 pubblicato il 24 Aprile 2019 da sblog

Si disegni una circonferenza di raggio 5 centimetri. Se ne tracci il suo diametro orizzontale e quello verticale (che saranno quindi lunghi ciascuno 10 centimetri, il doppio di 5) e si costruisca un quadrato di lato pari anch'esso a 5 centimetri, utilizzando per la sua costruzione una coppia a piacere di semi-diametri (cioè due raggi che appartengono ai diametri già disegnati). Sul foglio ci sarà quindi un bel cerchio ed un quadrato nettamente più piccolo, attraversato da 1/4 della circonferenza iniziale.

Per verificare di quanto "è più piccolo" il quadrato rispetto al cerchio, provo a confrontarne le aree. Quadrato: 25 centimetri quadrati, semplice, 5 per 5 fa 25. Cerchio: pi greco per 5 per 5, che fa? Boh. Alle scuole medie insegnano che pi greco vale 3,14. Ma pi greco non è un numero semplice: è un numero "irrazionale", così dice la Matematica, peraltro aggiungendo che è della famiglia dei numeri "trascendenti", giusto per dare un tocco di magia alla non razionalità di pi greco. In pratica è un numero che non sappiamo definire con precisione, per le sue infinite cifre dopo la virgola, e lo tronchiamo un po' dove ci pare. 3,14 o poco di più, per esempio 3,14159, convinti come siamo che in fondo non ci interessa conoscere molto precisamente quanto è estesa la superficie coperta dal cerchio e quindi quanto è più piccola l'area del quadrato rispetto ad essa.

Poi mi viene voglia di misurare la lunghezza di quell'arco che "taglia" in due parti diseguali il quadrato di lato pari al raggio della circonferenza, per vedere quanto è più lungo di 5 centimetri. Dato che la circonferenza sarà lunga 2 volte il prodotto tra pi greco e 5, e dato che l'arco che mi interessa è 1/4 della circonferenza, il risultato sarà 2,5 per pi greco, e ci risiamo. Alle scuole medie sarebbe 2,5 per 3,14. Ma sappiamo che è un po' di più, ma quanto precisamente di più, in fondo, ci convinciamo che non ci interessa, perché il numero "irrazionale" ci costringe immediatamente ad arrenderci, da millenni, di fronte alla sua "trascendenza". Sappiamo misurare precisamente area e perimetro di un quadrato, ma non la lunghezza di un pezzo di circonferenza o l'area di un cerchio. Stiamo messi proprio bene!

Visto il titolo ci si aspetta che entri in scena il secondo quadrato, ma mi dicono che ha fatto un lunghissimo "ponte" ed è previsto il suo rientro in sede addirittura il 6 maggio. Chissà dove se ne è andato!

 
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Il cubo

Post n°394 pubblicato il 06 Aprile 2019 da sblog

Penso che con gli anni la mia struttura mentale si sia evoluta abbastanza (anche se c'è ancora molto da fare, ovvio). Lo dimostrano, secondo me, principalmente le mie reazioni alle sollecitazioni esterne che mi arrivano nei vari contesti in cui mi muovo. Che si tratti di fatti familiari, o lavorativi, o anche solo di svago o sportivi (una partita a tennis, per dire), mi accorgo talvolta di essere stato messo in difficoltà da un fatto imprevisto. Succede come se il mio sistema di equilibrio generale si sentisse a rischio di caduta come su un versante molto pendente creatosi improvvisamente quando il piano "orizzontale" su cui mi trovavo ha cominciato ad inclinarsi pericolosamente, magari proprio per un intervento esterno che non mi aspettavo.

Cosa mi succede oggi come reazione? Diciamo nulla, non come un tempo, quando temevo molto di cadere e rotolare chissà dove. Potrebbe essere come se il mio Io si sentisse come se fosse un cubo, appoggiato normalmente su una delle sue 6 basi, quadrate ed uguali, ma in grado di ritrovare immediatamente stabilità (e non finire chissà dove) anche dopo un clamoroso ribaltamento, ri-appoggiandosi senza problemi su di un'altra delle sue 6 basi, comunque si inclini il piano su cui metaforicamente si sta svolgendo una qualunque mia attività.

Altro vantaggio. Ora calcolo il mio volume in modo semplicissimo: ellealcubo. ;)

 
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Il ruggito della gattina nera

Post n°393 pubblicato il 31 Marzo 2019 da sblog

Torno con questo post al racconto inerente il "parco scenico". Tutto nasce per una delle classiche contrapposizioni tra periferia e centro del "parco" in cui lavoro, con la conseguente, e direi logica, quasi classica, raccolta di firme di cui mi ero fatto promotore. Come da sempre faccio in questi casi, procedo con una sorta di porta a porta per poter da un lato spiegare meglio ciò che si firma, ovviamente se uno vuole, e d'altro canto evitare la confusione di una riunione aperta a tutti i potenziali firmatari, con conseguenze spesso imprevedibili e comunque l'inevitabile allontanamento dal tema iniziale, che mai come in questo caso mi stava molto a cuore.

Miracolosamente avevo ottenuto in pochi passaggi già quasi tutte le firme (dalla pantera alla tigre maschio, dal mastino ai due pagliacci, e così via) e mi ero recato dalle gattine, in realtà senza preavviso, con una buona speranza di convincerle ad unirsi alla nostra legittima richiesta di chiarimenti in merito a nuovi, delicati passaggi procedurali che finiscono col mettere a rischio la nostra condotta, quella di tutti, che deve essere sempre ineccepibile per evitarci eventuali problemi futuri. Già dalle prime battute avevo notato uno strano nervosismo negli occhi, verdissimi, della nera, che aveva farfugliato cose tipo "Non è il momento", "Ma tanto non serve a nulla", fino addirittura al "Fammi almeno andare un attimo in bagno a pisciare e poi ne parliamo". A questa brusca richiesta, a dir poco insolita per una tipa comunque abbastanza riservata da non farla in quel modo, mi insospettisco e non mi sfugge che con gli occhi già cercava il telefono, che normalmente mette in carica da qualche parte quando è nella sua stanza. Quando mi accorgo che, alla sua maniera, davvero fulminea da felino in gran forma, va a prenderlo dal caricatore per poi, ufficialmente, andarsene in bagno, con le mie maniere, la fermo e le dico "Ma chi vuoi prendere in giro?". Apriti cielo. Urla pazzesche, da far accorrere tutti in un attimo, parole irripetibili in un blog per Signore/i come questo, lineamenti del musetto completamente stravolti, pelo arruffato (penso anche lì, sì, anche lì), schiumetta alla bocca, insomma tutto l'armamentario delle zuffe. Addestrato all'autocontrollo totale come sono, ho comunque ascoltato attentamente i contenuti che la gattina provava a trasmettermi ed in sintesi li riassumerei in un "Non mi fido di te, né di nessuno di voi".

In questi giorni ho pensato molto all'accaduto. La conclusione che ho tirato fuori dalla mia zucca, mettendo in relazione molti altri dati che qui non posso divulgare, è semplice: la gattina nera era/è un'infiltrata e non ha avuto il tempo di chiedere il permesso di firmare il testo che avevo preparato, come sicuramente le avrebbero detto di fare i suoi referenti superiori, per non "bruciarsi" come utilissima talpa. Da oggi in poi la sua vita sarà MOLTO più dura. Domani organizzo un bel pesce d'aprile, tanto per cominciare...

 
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Alcuni nuovi blog

Post n°392 pubblicato il 25 Marzo 2019 da sblog

La cosa divertente è che vengono inaugurati davvero con la convinzione, da parte dell'autore, di potersi rinnovare scrivendo altrove, con un altro nick, a cui si fa corrispondere un'altra età o, per i più disinibiti, l'altro sesso. Che ideona! Dopo i primi tentativi, dipende dal singolo autore cosa si intende per "primi", gli schemi tipici della dialettica personale cominciano a ripetersi inesorabilmente (talvolta anche i post, quando non si sa bene come aggiornare le nuove pagine) ed emerge la verità: la colpa dei problemi da cui si prova a fuggire, o meglio le colpe, non risiedono mai interamente negli altri e convincersi di potersi autoassolvere in toto è solo un'altra colpa, neanche la più grave in realtà.

Se poi nei nuovi giri si dovesse incontrare un lettore con un minimo di memoria, magari dotato di un nuovo nick creato ad hoc per l'hoc-casione (questa mi è venuta così, non ci fate caso), anche i duetti potranno riprendere, almeno fino a quando non diventeranno duelli ed allora sarà meglio smettere ed aprire un nuovo blog. In gergo informatico si chiamerebbe "loop" e l'obiettivo più logico dovrebbe essere quello di uscirne al più presto, per non dissipare inutilmente le proprie preziose energie. L'uscita potrebbe essere smettere di scappare e tornare al proprio nick, almeno a quello abbandonato di recente se non è più possibile tornare a quello originario da cui il loop era partito tanti, troppi anni fa.

 
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A mio padre

Post n°391 pubblicato il 19 Marzo 2019 da sblog

Cielo terso, azzurro
Campi appena arati, di un marrone vivo
Il profumo intenso della tua terra
Il silenzio asciutto tutto intorno

Gli alberi spogli piegati dal manesco vento
Il vero padrone di questi bei luoghi
Oggi è quel giorno, quello mio più triste
Già otto anni dopo, ancora troppo poco

 
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La classe non è acqua

Post n°390 pubblicato il 13 Marzo 2019 da sblog

Ho sempre pensato alle persone eccezionali come a quelle che risolvono una situazione difficile in modo allo stesso tempo semplice e spettacolare. Le azioni semplici diventano infatti difficilissime quando aumenta la pressione su chi deve eseguirle e la capacità di resistere a pressioni molto elevate fa lo spettacolo ed è la caratteristica che accomuna tutte le persone eccezionali. Poi mi è venuto in mente che la pressione è data da una forza fratto una superficie e forse allora quello che fa sembrare una persona capace di resistere ad una forte pressione potrebbe derivare dal fatto che in realtà la pressione è attenuata dalla disponibilità di una superficie maggiore a cui far assorbire il carico crescente delle situazioni difficili. Infine penso che quelle particolari superfici che consentono di attenuare il valore delle pressioni e che quindi rendono possibile per una persona di superare certe prove stiano dentro di noi e dobbiamo essere capaci di ampliarle puntando ad individuare i nostri punti deboli per eliminarli (o quasi) ed i nostri pregi per farli maturare al meglio tutti (o quasi). In definitiva è una persona eccezionale chi lavora moltissimo su sé stesso per migliorarsi. Ho detto.

 
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Offese

Post n°389 pubblicato il 07 Marzo 2019 da sblog

Sostantivo o voce del verbo? Dipende da come si presentano le scuse.

Il non presentarle proprio? Presenta dei rischi, in genere.

 
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L'angolo del caffè

Post n°388 pubblicato il 01 Marzo 2019 da sblog

2 marzo 2019 - ore 9

Di mattina presto, qui al centro della zona commerciale del parco scenico, è tradizione andare a prendere il caffè quando si arriva al lavoro. Comincia quindi una sorta di staffetta tra chi è arrivato prima e chi arriva man mano dopo, ma non mancano le sovrapposizioni tra colleghi quando la casuale "adiacenza" tra gli arrivi mette subito in contatto all'angolo del caffè chi si sarebbe comunque cercato poco dopo, con una scusa o l'altra.

Così succede che si cominci immediatamente a parlare di lavoro quando il neo-arrivato era atteso per completare un atto (ed io non mi diverto) o che ci si scambi apprezzamenti o battute su come si è vestiti o truccate tra chi ha la confidenza per poterlo fare (ed io mi diverto tantissimo). La cosa che notavo in questi giorni è che non sempre chi è ironico risulta anche auto-ironico. Ora, premesso che la cosa non mi riguarda direttamente perché non sono io il tipo che si mette a fare battute sul fisico o la calvizie di alcuno (né alcuno ha il coraggio di farne a me), mi stupisce che il primo che comincia a fare commenti (tipicamente il clown sarcastico) metta poi il broncio per un'intera giornata perché un altro (la tigre maschio o il levriero) ha ovviamente risposto per le rime.

Secondo me le persone ironiche, diciamo pure le più simpatiche, partono sempre mettendo in ridicolo sé stesse e poi, se del caso, allargano il discorso generando ilarità in tutti i presenti. Solo così non finisce male. O mi sbaglio?

 

4 marzo 2019 - ore 5

Di certo la meno simpatica, la gattina bianca resta la più loquace delle femmine al mattino. Forse sarà un fatto solo metabolico, ma noto che le altre la subiscono parecchio quando la beccano al caffè in vena di parlare del suo più recente shopping, effettuato magari macinando centinaia di chilometri di sabato o di domenica, accompagnata non si mai bene da chi (lei non guida fuori città). La frase chiave quando vuol parlar bene di un negozio dove ha comprato l'ultimo suo vestito per la prossima festa è la seguente "... ha belle cose ...". Quando pronuncia queste tre paroline magiche vuol dire che ha comprato lì, è sicuro, e le altre vorrebbero assolutamente scoprire cosa. Ovviamente lo si saprà davvero SOLO quando sarà troppo tardi per copiarne in qualche modo la scelta e comunque, diciamolo, a parità di vestito, la taglia della gattina nera sarebbe un po' maggiore, quella della pantera un altro po' e la leonessa, in certi abiti fascianti (i preferiti dalla gattina bianca quando vuole "colpire"), sembrerebbe un tricheco di un improbabile colore vivace.


5 marzo 2019 - ore 8

Ma il massimo è quando arriva il mastino, cosa che accade di rado perché ha la pressione alta e non può esagerare col caffè. Ho già accennato al fatto che non ci frequentiamo più di tanto, ma qualcosina di lui la conosco comunque. Culturalmente è uno preparato e che, a suo tempo, ha studiato pure molto (ha raggiunto un titolo accademico di tutto rispetto, anche se non proprio a tempo di record). Il suo problema resta però da sempre la lingua italiana, e non so bene il perché. Tira fuori delle "vongole" davvero spettacolari e, dato che ne è in parte consapevole, ha sviluppato una tecnica che io chiamerei di "mimetizzazione della vongola" aggiungendo, il più spesso possibile, errori voluti di Grammatica a quelli che commette in certe costruzioni minimamente più complesse in cui si imbatte (sono sempre gli stessi errori che non è mai stato capace di correggere, anche se sogna di riuscirci prima o poi). Fatto sta che un po' per gli errori chiamiamoli "congeniti" ed un po' per quelli con cui volutamente infarcisce i suoi monologhi, NUN SE PO SENTI'. La gattina bianca, che come detto è quella più precisina e che ha fatto pure il Classico, tanto per capirci come genere, è stranamente divertita da questa ripetuta scenetta del mastino, direi quasi attratta da questo continuo atto di sottomissione al suo giudizio, e quindi bacchetta con molto vigore chi sbaglia un congiuntivo e chi si permette di dire al mastino che è un ignorante in Grammatica, dimostrandosi in fondo lei stessa un'ignorante in Dinamica delle relazioni umane complesse sviluppatesi in contesti ambigui e limitati, materia che, evidentemente, non è per tutti (al Classico non la insegnano e non danno le basi minime per provare a studiarla da grandi).

 
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Con siderazioni

Post n°387 pubblicato il 25 Febbraio 2019 da sblog

Premessa: ipotizzando che l'età dell'universo sia pari a 13,82 miliardi di anni (cioè 13mila820 milioni di anni), la scala della mia linea del tempo prevede che 1 metro corrisponda ad 1 miliardo di anni e sarà quindi lunga 13,820 metri (13 metri e 820 millimetri). Semplice, direi. Quando osservo questa linea color rosso fuoco, disegnata da me anni fa sul bel tappeto blu elettrico dell'ala Est, al centro di uno dei lunghi corridoi della mia residenza, mi diverto molto a percorrerla con lo sguardo. Un bel pallino giallo l'ho posizionato, bello grande, sulla linea rossa nel punto in cui cominciano gli ultimi 4 metri e mezzo. Questo giusto per ricordarmi facilmente che prima di quel periodo il nostro sistema solare manco esisteva. Poi c'è anche un piccolo dinosauro, molto carino, alla progressiva m 13,600 (chissà perché proprio lì), quindi a poco più di 20 centimetri da oggi, diciamo così.

Va poi subito precisato che se si vuole arrivare al momento della comparsa dell'uomo sulla Terra i 4,5 metri finali vanno percorsi praticamente tutti, tenendo conto del fatto che, nella scala di rappresentazione scelta, 1 milione di anni = 1 millesimo di un miliardo di anni = 1 millesimo di metro = 1 millimetro. In pratica nei 13,820 metri totali della linea rossa, la storia dell'uomo sul nostro pianeta si trova tutta nell'ambito del centimetro finale, in particolare da m 13,810 a m 13,820. Serve quindi aggiungere il dettaglio dei millimetri almeno nell'ultimo mezzo centimetro, alla progressiva 13,815 per provare a distinguere le varie fasi, diciamo da un po' prima della nascita di Lucy in poi.

Ma in quei pochissimi ultimi millimetri (ogni millimetro vale un milione di anni) noi che siamo abituati a ragionare di storia dell'uomo all'interno di pochi millenni, avremmo bisogno di distinguere solo gli ultimi 3 o 4 millesimi dell'ultimo millimetro della linea, da m 13,819997 (3mila anni fa), passando per m 13,819998 (2mila anni fa) ed m 13,819999 (più o meno l'anno 1000 d.C.), dettaglio visivo notoriamente non coperto dall'occhio umano (ogni millennio equivale in scala ad un millesimo di millimetro, cioè ad un micro-metro, ed ogni nostro anno, anche se per noi importantissimo, solo ad un millesimo di micrometro, cioè un nano-metro, con la parolina "nano" che la dice lunga sulla sua reale importanza anche all'interno di un già micro millennio). Mi sa che in una visione solo materialistica della nostra vita siamo davvero irrilevanti per il resto dell'universo ed il senso di solitudine di ciascuno potrebbe raggiungere vette notevoli, se solo ci si mettesse realmente a pensare alla rappresentazione grafica sopra descritta.

Per fortuna ci soccorre l'ovvietà che non basta una singolare linea del tempo a descrivere l'universo, visto peraltro che la scala scelta fa riferimento alla sola vita sulla Terra (l'anno è banalmente il tempo che impiega la Terra a girare intorno al Sole, fenomeno molto poco rilevante su scala universale). Serve per forza una visione diversa per capire che non siamo soli, ma solo per chi è capace di sentirla.

Sì, ma le siderazioni che sono?

 
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La pantera nera

Post n°386 pubblicato il 19 Febbraio 2019 da sblog

Doveva aver lasciato la spiaggia da poco quando mi è venuta incontro, proprio davanti al portone del Palazzo di governo del parco. Aveva ancora le zampe un po' sporche di sabbia, infatti. La scusa ufficiale per parlarmi è stata quella di aver saputo che la mia assenza da certi giri è stata notata dai nostri comuni vertici, che vorrebbero conoscerne i motivi.

Avendo avuto a che fare con la pantera da più di 30 anni (ci conoscemmo ben prima di lavorare insieme, ad una festa di una ricca neo-diciottenne al Vomero verso la fine degli anni '80), figuriamoci se potevo fidarmi di lei. Incredibile, ancora ci provano quelli che la usano e me la mandano incontro (un po' allo sbaraglio, diciamolo) per sondare un qualunque terreno stia loro a cuore in un certo momento storico. E lei, dopo anni e anni, manco ancora si rende conto di quanto sia strumentalizzata. Mah.

Fatto sta che, con un po' di mestiere, ho risposto senza rispondere alle sue goffe domande ed ho respinto senza problemi la ricerca di contatto dei suoi padrini, regalandole a mia volta qualche domandina da porsi quando è sola, cioè quasi sempre, ed ha un minimo di voglia di auto-analizzarsi, cioè quasi mai. Ogni tanto mettersi in discussione aiuterebbe a capire, e vale per tutti.

A questo proposito, del dubitare del corretto operare di sé stessi, divago. Se mi viene detto da una persona che stimo di aver sbagliato una qualunque valutazione, in genere, mi sto, come diciamo dalle mie parti, nel senso che non mi va di contro-replicare in modo sterile. Nell'accettare la possibilità di aver sbagliato, però, continuo a guardarmi attorno nell'ambito in cui sarebbe capitato l'errore. Torno, metaforicamente, a ri-percorrere i ragionamenti effettuati. Così ho fatto anche ieri, ed in serata è puntualmente ricomparso/a tra dei cespugli un giocherellone che si diverte molto a presentarsi sotto mentite spoglie. Come se il mio pensiero calamitasse nuove azioni da poter ri-valutare. E la domanda che mi è tornata in mente è sempre la solita (by Matrix): coincidenza o conseguenza?

 
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La zona commerciale del parco

Post n°385 pubblicato il 13 Febbraio 2019 da sblog

Più o meno al centro del parco vi è una frequentatissima zona commerciale. Per semplicità descrittiva la dividerei schematicamente qui in due parti: una molto elegante dedicata all'abbigliamento ed ai suoi tanti accessori, gestita da due gattine vere esperte del settore, e l'altra chiamiamola enogastronomica, con un giovane levriero affiancato per il lavoro più duro al maturo mastino napoletano titolare delle competenze specifiche in materia di cibo e dintorni.

Partiamo dalle gattine, una bianca e una nera, tanto per cominciare. La prima è tutta precisina, parla varie lingue, arriva la mattina con acconciature impegnative, che richiedono molta cura personale. Diciamo che è una che, secondo me, la mattina si pettina pure la figa, tanto per essere fini, ma nasconde un aspetto dark da non sottovalutare. Per caso, in un tardo pomeriggio estivo in cui credeva di essere rimasta da sola nel parco, le sentii raccontare al telefono dei dettagli pesantucci su come preferiva essere trattata in certi momenti dal fidanzato dell'epoca (ne cambia uno al mese). Da allora, visto che poi si accorse di essere stata ascoltata involontariamente anche da me, mi saluta a stento e abbassa lo sguardo ogni volta che potrebbe incrociarsi col mio. Brutto essere testimoni di fatti anche solo "strani" diciamo così, specie se poi si resta più o meno nello stesso ambiente. Ho provato varie volte a salutarla in modo decente, ma niente, sorride un attimo e se ne scappa sul suo albero preferito.  

La gattina nera. Una tosta, la definirei, in tutti i sensi. Molto concreta, parla veloce, risolve, cammina da un corner all'altro della sua sala continuamente. Si dà da fare, insomma, e pure con dei risultati. Fisicamente non all'altezza della collega, ha però dalla sua una sorta di quel fascino di chi sa come si fa, diciamo così, o almeno di chi sa come muoversi su tacchi notevoli. Forse per questo i due clown a cui ho accennato nel precedente post sbavano più per lei che per l'altra gattina. Non si è mai realmente capito chi delle due la dà a chi dei due (del resto, come detto, quasi indistinguibili), ma qualcosa di notte nel parco succede di sicuro, ci metterei la mano sul fuoco. Nei miei confronti è molto più cordiale dell'amica, forse anzi, a pensarci, è quella che mi tratta meglio rispetto a tutti quelli che lavorano con me. Chissà perché. Dal canto mio non mi dispiace ogni tanto prendermi una piccola pausa e parlarle di qualcosa di numerico, che anche chi mi legge qui sa quanto mi appassiona. Le piacciono le mie schematizzazioni di comportamenti umani secondo equazioni, ovviamente non lineari, che servono a prevedere un po' di futuro, in fondo. Lei almeno dice così.

Passo alla zona enogastro, ed in particolare parto dal levriero. Grande efficienza, grande gentilezza, grande intelligenza, del tipo umile, la migliore. Capace di scovare quello che serve e portarlo al posto giusto al momento giusto, come un bravo cane da caccia (forse non tutti sanno che il levriero è nato da selezioni di razza finalizzate all'accompagnare l'uomo di migliaia di anni fa nelle sue battute di caccia, appunto, e che la velocità dei suoi spostamenti che arriva fino ai 70 km/h è stata più un effetto collaterale della sua evoluzione successiva che altro). Da come lo apprezzano le femmine deduco che deve essere un bel ragazzo, ma non saprei dire bene il perché. Del resto è cosa nota che per un eterrimo (superlativo di etero) come me risultano come trasparenti delle doti che non sfuggono a chi è attratto dai maschi. Ultimamente sta con una tipa un po' più grande di lui, che secondo me se lo spupazza parecchio e che si offese quando le dissi che somigliava ad una nota cantante italiana, mah. Lasciamo perdere.

Chiudo col mastino, il senior del levriero. Tipo particolarissimo, con cui non amo avere a che fare per cui ho anche più difficoltà a parlarne. Direi che di sicuro è un tipo ombroso. E sempre di sicuro potrei aggiungere che si mette in competizione troppo spesso con i due clown per non essere interessato alle gattine. Non ci sono infatti sovrapposizioni o confini nelle rispettive attività specifiche che giustificherebbero certi agonismi spinti. L'unica è quindi la ricerca di attenzioni che sul lavoro spesso nasce da tentativi di sembrare più interessanti al sesso da cui si è attratti (in questo caso sicuramente quello femminile essendo lui un altro eterrimo dichiarato), quando si possono escludere con certezza fatti economici.

 
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Il parco scenico

Post n°384 pubblicato il 07 Febbraio 2019 da sblog

Il posto in cui lavoro non è un parco, ma a me viene di immaginarlo così. La zona del parco in cui normalmente mi trovo è piuttosto periferica e molto frequentata, un po' centro commerciale con tanto di area food e un po' circo, tra animali (molto tristi) in gabbia e (finti) sorrisi disegnati su volti di irriconoscibili clown.

Talvolta però sono chiamato a raggiungere la zona "dirigenziale" del parco, tra residenze lussuose e vialetti vari, che mi costringono sempre a lunghi giri prima di trovare le persone che cerco, quelle che periodicamente mi ordinano di riferire rispetto a qualcosa di grave (secondo loro) accaduto ai bordi del parco. In quei casi mi sento in uno di quei film di Fantozzi (pur non somigliandogli affatto né per aspetto né per atteggiamenti, ci tengo a dirlo) e, già quando leggo i cognomi sulle targhette davanti alle porte a cui sono costretto a bussare, ammetto che mi vengono i brividi. Più che cognomi, in Italiano, sono vere e proprie serie di aggettivi che identificano le peggiori "qualità" umane, ma tutti scritti con l'iniziale maiuscola (e quindi so' proprio cognomi, oh) dopo titoli professional/nobiliari ed improbabili nomi, più che altro legati ai fasti degli antichi imperi. Una volta dentro certe stanze, le facce sono tiratissime, con gli occhi stretti e i nasi affilati. Maschi o femmine che siano (non uomini e donne, sia chiaro), si tratta sempre di persone curatissime, e pure profumate al punto giusto, niente da dire, ma con un aspetto molto poco rassicurante, specie quando passano in un istante dal sorriso dei saluti iniziali ad espressioni facciali severe, inquisitive e violente, non so come dire, non appena si comincia ad affrontare un qualunque tema serio. Praticamente la scena ideale per un horror. Lavoro in un parco scenico, appunto.

Ma andiamo con ordine, e torniamo alla periferia.

L'accesso principale all'area in cui normalmente mi trovo è ovviamente presidiato, e ci mancherebbe... A fare da filtro all'ingresso sono state collocate due vere e proprie belve, una tigre maschio (il grande Mike avrebbe detto "un tigre") ed una fiera leonessa. In particolare l'uno filtra gli atti tecnici e l'altra le persone che vorrebbero avventurarsi lungo uno dei sentieri che portano alla mia dimora. Già il loro aspetto incute un certo timore, ma il peggio viene quando spalancano le fauci (quando parlano). C'è infatti chi ancora si ostina a chiedere una sorta di ricevuta di quanto consegnato, addirittura per vedere certificata la data in cui la consegna avviene. Ebbene è in quei casi che sento i ruggiti delle belve fin dall'altura da cui osservo costantemente il mio territorio. Si percepisce chiaramente, tra suoni indescrivibili, il richiamo alla normativa vigente, al divieto assoluto di favorire la circolazione di documenti cartacei (le "cartacce" di cui si è detto in altri momenti in questo blog), alla possibilità di usare la posta elettronica certificata se proprio si necessita di ricevuta di consegna, che a quel punto sarà digitale e segnerà pure l'ora, il minuto e il secondo in cui il passaggio documentale avviene. Ed è proprio alla parolina "pec", che schiocca ed echeggia nella vallata tra le urla, che capisco che il filtro sta funzionando bene. Se poi, nonostante tutto, a qualcuno, giunto magari da lontano, venisse in mente di chiedere alla leonessa se addirittura è ancora possibile salutarmi di persona, be', è lì che quel qualcuno rischia proprio la vita. Per la leonessa io sono sempre impegnatissimo, già in riunione, all'estero, in videoconferenza, o almeno al telefono. Così le hanno detto di dire i miei Capi della zona dirigenziale, che cercano in tutti i modi di isolarmi dai contatti umani con chi è estraneo al nostro piccolo mondo antico. Ed è così che, secondo loro, starebbe andando. Solo, a leggere e scrivere. Così dovrei vivere, sempre secondo loro.

Ma, in realtà, esiste il modo di raggiungermi saltando il filtro tigre-leonessa: basta arrivare dal mare, con una piccola imbarcazione. Meglio se di notte, anche se serve più coraggio per poi scalare al buio il roccioso versante acclive che consente di guadagnare quota fino ad un pianoro, in mezzo alla vegetazione. Poi basterà chiamarmi non più di un paio di volte per farmi  affacciare dalla mia camera, a qualunque ora, e quindi essere accolti calorosamente.

Un paio di settimane fa è accaduto. Alcuni miei amici siciliani, che non vedevo da una vita, ce l'hanno fatta ed è stato davvero un piacere trascorrere con loro qualche giorno. Il loro regalo più grande è stato quello di potermi fornire un quadro aggiornato e dettagliato del parco scenico visto dal mare, avendo dovuto transitare varie volte a breve distanza dalla costa per aspettare il momento ideale per l'approdo. Mi hanno confermato (e ne avevo già il sospetto) che sulla spiaggia più grande del parco, chiusa tra imponenti ed invalicabili speroni di roccia, staziona quasi sempre un'enorme pantera nera, che scruta l'orizzonte e riferisce tutto ciò che vede al Gran Capo (accarezzando di continuo il suo telefono cellulare). A darle da bere e da mangiare sono i due clown dallo stesso nome, vestiti e truccati in modo identico, e che quindi un estraneo non saprebbe riconoscere più se li incontrasse altrove. Per me, invece, sarebbe un gioco da ragazzi  e forse lo sarà, quando uno dei due prima o poi busserà piangendo alla mia porta (ma questo è un altro post). Tornando agli amici siciliani, il peggio lo hanno dovuto vivere a circa metà della salita a piedi che li ha condotti da me. Un incontro davvero inatteso con un animalone tipo ippopotamo apparentemente mansueto, dal peso di un paio di tonnellate, che bloccava con la sua mole il sentiero e che hanno dovuto narcotizzare con varie dosi sparate dai provvidenziali fucili che si erano prudentemente portati dietro (leggasi soggetto sui generis messo in confusione grazie a pacchi di tavole ufficialmente da allegare ad un progetto già depositato). Quando lo avevano scavalcato già da un pezzo e lo hanno sentito risvegliarsi si sono letteralmente cacati sotto. Altro che mansueto, era diventato un mostro e li stava inseguendo correndo per il sentiero. Per fortuna è rimasto bloccato, quasi incastrato, nella strettoia tra i massi in cui bisogna infilarsi poco prima di arrivare al pianoro. Meglio così.

 
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Le ternità

Post n°383 pubblicato il 01 Febbraio 2019 da sblog

 

Ore 10 del 01.02.2019.

Tutto ciò che ci circonda è schematizzabile come un insieme di punti dello spazio. Che sia un tavolo in una stanza o una stella di una galassia lontanissima, lo schema è analogo. Un insieme di punti. C'è da dire che ci sono punti significativi per determinare un ingombro in una stanza, per esempio i vertici dei vari parallelepipedi che costituiscono un tavolo, e punti meno significativi per la descrizione sommaria dello stesso. C'è anche da dire che in scale di rappresentazione completamente diverse, e con origine del sistema di riferimento diversa, una stella intera può essere rappresentata da un singolo punto (il cosiddetto punto materiale) dello spazio, e quindi figuriamoci un tavolo.

Detto ciò, passo alle terne di numeri (o ternità, parola che non esiste eppure mi piace di più, come la parola realtà, o anche verità, tutte parole identiche a sé stesse nel passaggio dal singolare al plurale), terne che individuano ogni singolo punto. Poiché tutto ciò che c'è nello spazio è riportabile su 3 piani ortogonali tra loro, un piano orizzontale (su cui si può disegnare la cosiddetta "pianta" dell'oggetto di interesse), un piano verticale (su cui si può disegnare un prospetto) ed un piano laterale (per l'altro prospetto ortogonale ai primi 2 dei 3 disegni schiacciati su 2 dimensioni), ne consegue che ogni punto ha bisogno di 3 coordinate spaziali per essere univocamente determinato, che normalmente vengono chiamate x, y e z, rispetto ad un'origine detta O di coordinate x=0, y=0 e z=0.


Ore 18 del 01.02.2019.

Il passaggio successivo, direi abbastanza logico, è quello di poter descrivere gli spostamenti dei punti definiti con le terne (o ternità che dir si voglia) di numeri, indicate genericamente con la simbologia (x, y, z). Se il tavolo viene spostato e, per esempio, accostato ad un muro della cucina per un qualunque motivo, si passerà da una configurazione 1 ad una configurazione 2 con una terna iniziale per ognuno dei suoi vertici (x1, y1, z1) ed una successiva (x2, y2, z2). Lo stesso potrà dirsi per il punto materiale che rappresenta una stella nel suo percorso (apparente) visibile ogni notte dalla Terra o per quello (reale) rispetto ad un riferimento estraneo alla sua galassia. Ci sarà sempre una terna iniziale (xs1, ys1, zs1) ed una successiva (xs2, ys2, zs2), con il pedice s scelto semplicemente come iniziale della parola stella.

Viene poi subito da pensare, direi umanamente, a quanto tempo sia trascorso nel passaggio dalla configurazione 1 a quella 2.  Siamo infatti spinti ad affiancare un certo numero di secondi, minuti, ore (o anche più) ad ogni variazione di stato che ci circonda o ci interessa. Ne consegue, direi sempre umanamente, il calcolo di una velocità di ogni spostamento, del tavolo nella stanza o della stella in cielo cambia poco. Cosa è una velocità? Banalmente uno spostamento fratto il tempo trascorso per ottenerlo. Ma direi che per oggi basta così.


Ore 09 del 05.02.2019.

Il problema nasce quando le velocità in gioco crescono. Il passaggio da una configurazione 1 (tempo zero) alla 2 (tempo successivo) comincia a risentire della scelta dell'origine del riferimento. In particolare, se l'origine del riferimento è solidale allo spostamento non vi sarà una variazione di configurazione (si pensi a degli oggetti collocati all'interno di un vagone di un treno: sembreranno fermi rispetto ai passeggeri). Invece, se l'origine del riferimento è collocata all'esterno, e magari sufficientemente distante da ciò che si muove, vi sarà ovviamente variazione di configurazione (gli stessi oggetti nel vagone sfrecceranno velocissimi, se guardati dall'esterno attraverso un finestrino) e le terne con pedice 1 e pedice 2 saranno molto diverse per ogni punto "seguìto" dall'osservazione sperimentale. Queste banali considerazioni, credo tutto sommato abbastanza intuitive, portano ad un bel paradosso man mano che le velocità in gioco si avvicinano a quella della luce, sia all'interno (facile da realizzare accendendo la luce nel vagone e considerando il movimento della radiazione elettromagnetica prodotta ed il tempo che impiega a raggiungere tutte le parti interne del vagone: in pratica diciamo un solo istante) che all'esterno del vagone in corsa (cosa in realtà NON sperimentabile e quindi solo intuibile a livello teorico). Dalle equazioni che reggono il sistema, il tempo risulta dilatarsi fino al poter rendere eterno anche un solo secondo. Le terne davvero diventano ternità. So' cos'e pazz'... :)

Per maggiore chiarezza, si fa per dire, riporto in corsivo un mio post piuttosto datato (il n. 40 di questo blog) che il lettore curioso potrebbe confrontare con quanto facilmente riscontrabile in rete inserendo in un qualunque motore di ricerca le paroline magiche "Einstein istante eterno". Si precisa che gli "aiutini" che la scienza, secondo alcuni, potrebbe aver dato alle religioni sono solo fuorvianti. Qualunque religione non ha bisogno della scienza, e viceversa (ma il viceversa appare più ovvio a chi vede la vita terrena come l'unica che ci appartiene, senza riuscire a notare altro).

"Siamo nella carrozza di un treno, di quelle senza scompartimenti, con i sedili rivolti a casaccio nelle due possibili direzioni di marcia. Io sono seduto in modo da viaggiare verso avanti ad una delle estremità della carrozza e di fronte, all'altra estremità distante alcune decine di metri ci sei tu, possiamo guardarci in faccia e siamo entrambi vicino ai finestrini. Al centro della carrozza c'è l'unica fonte di luce funzionante, sufficientemente potente da riuscire ad illuminare tutto il vagone ogni volta che si accende, poco prima di entrare in galleria.

Il viaggio sarà a velocità crescente, ci hanno detto, fino a valori mai raggiunti prima da un treno. Speriamo bene. All'approssimarsi della prima galleria, a velocità ancora bassissima (entro i 1000 km/h), si accende la luce, che percorre nello stesso identico tempo, diciamo pari a un istante, lo spazio pari a mezza carrozza ed illumina quindi il mio viso ed il tuo nello stesso momento, come pare sia successo di vedere anche al nostro amico che ci guarda dalla cima di una montagna lontana, con un binocolo che inquadra il nostro vagone e gli consente di vedere la nostra faccia dai finestrini.

La velocità nel frattempo è cresciuta, molto. Siamo in prossimità di un'altra galleria e la luce si riaccende nel vagone. All'interno non cambia nulla e la luce impiega sempre lo stesso istante a raggiungere me e te. Dall'esterno invece risulta evidente che io sia illuminato prima di te, perchè viaggio verso avanti e quindi verso la luce che mi viene incontro, mentre a te diciamo che la luce ti deve raggiungere mentre viaggi ad una velocità notevole (prossima ai 100mila m/s) e quindi quello che all'interno è un istante dall'esterno diventa un tempo più lungo.

Passiamo all'istante eterno, titolo un po' impegnativo del post. La velocità del treno è pari ormai a quella della luce (300mila km/s). La luce si accende e, come al solito, dentro al treno non cambia nulla, a parte qualche vibrazioncina in più, ma è poca roba. Per chi ci guarda dall'esterno, invece, cambia tutto. Il mio viso viene illuminato sempre in un istante, mentre il tuo non viene mai più illuminato perchè la luce non ti raggiungerà mai, rimanendo sempre distante mezza carrozza da te ora che il treno viaggia alla stessa velocità della luce. Quello che all'interno è un istante da fuori è per sempre. L'istante eterno.

Due osservazioni finali. Il sistema in cui siamo ci colloca nella impossibilità di viaggiare a velocità prossime a quelle della luce, ma all'interno della nostra stessa materia quelle sono velocità ordinarie. La seconda è che viaggiare verso la luce conviene. Sempre."

 
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Leggerezza

Post n°382 pubblicato il 01 Gennaio 2019 da sblog

Non so bene il perché, ma stamattina mi sento più leggero.

Regola n. 1/2019: prossimo post tra un mese. :)

 
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L'essenza del premio

Post n°381 pubblicato il 30 Dicembre 2018 da sblog

Come accennavo in un mio commento di un paio di giorni fa, ecco il premio a chi ha avuto la pazienza di seguirmi in una delle mie piccole follie da blog ed ha indovinato la regola di pubblicazione di post che mi ero dato per questo ultimo mese del 2018 (e che oggi, proprio con questo ultimo mio post dell'anno, viene a trovare pieno compimento). Si tratta della riproposizione di una storiella pubblicata da arw3n63 poco più di un anno fa e parla della vera essenza, che in pochi hanno la capacità di scovare tra le apparenze che ci confondono, in tutti i campi, nascondendo ciò che cerchiamo e vorremmo a tutti i costi trovare.


ll Duca disse al suo servo: “Tu ormai sei vecchio. Sceglimi fra i tuoi figli e nipoti qualcuno che potrebbe occuparsi della selezione dei cavalli”.

ll servo rispose: “Un buon cavallo si riconosce dall’aspetto, dai muscoli e dalle ossa. Ma il cavallo di qualità superiore è come se si nascondesse, e non c'è modo di scoprirlo. Quando galoppa è veloce come una freccia; non solleva polvere né lascia impronte. I miei figli non hanno un talento eccezionale. Si può insegnare loro a distinguere un buon cavallo, ma non sono in grado di imparare a scoprire un cavallo di qualità superiore. Ho un amico di nome Gao. Con lui ho fatto legno e trasportato provviste. ln fatto di cavalli, il suo talento non è affatto inferiore al mio. Ti chiedo di concedergli udienza".

ll Duca concesse udienza a Gao e gli affidò la missione di trovargli un cavallo di qualità superiore. Dopo tre mesi Gao tornò e riferì al Duca: “Ho trovato il cavallo". ll Duca gli domandò di che razza fosse ed egli rispose: “E' una giumenta nera". La mandò a prendere, ma si rivelò uno stallone bianco. ll Duca, seccato, chiamò il suo servo e gli disse: “Che cantonata terribile! ll tuo esperto di cavalli non sa nemmeno distinguere il colore né il sesso dell'animale. Non saprà mai trovare un cavallo di qualità superiore”.

ll servo trasse un profondo sospiro e disse al Duca: “Quant'è arrivato lontano! Ecco la prova che il suo talento supera di gran lunga il mio. Gao osserva direttamente la natura di tutti gli esseri; afferra la loro essenza e lascia perdere le cose accessorie, arriva al fondo e trascura le apparenze. Vede solo ciò che deve vedere e non vede ciò che non deve vedere. Osserva ciò che deve osservare e ignora ciò che non deve osservare. Questo e il metodo di valutazione di Gao ed è di gran lunga più importante della semplice arte di scoprire buoni cavalli”.

ll cavallo arrivò, ed effettivamente era un cavallo di qualità superiore.

 

Adesso però serve una precisazione, perché questa ri-pubblicazione possa realmente sembrare gratificante oltre che per me almeno ANCHE per la premiata blogger (in questo periodo peraltro collocatasi a riposo a tempo indeterminato), sennò che premio è? Nel titolo ho infatti scritto "L'essenza del premio" pensando che un premio è tale non tanto per la sua apparente importanza, che ovviamente una pubblicazione in questo blog non ha, ma per quanto grande è la riconoscenza in chi lo offre a chi lo merita. E la mia è enorme per chi mi dedica attenzione e tempo, se e quando ne ha.

Felice, sereno, buono, ottimo (vedete voi) 2019 a tutti!


 
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