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La genesi della paura

Post n°2788 pubblicato il 22 Luglio 2021 da paperino61to

La nebbia avvolge l’intero paese, strade, sentieri, case, e anche il castello di Hunedoara è avvolto in questa gelida notte. Ogni abitante è rinchiuso in casa a pregare il proprio Dio, solo uno stolto potrebbe aggirarsi per il paese in questa notte maledetta.

Gli occhi della gente è puntata sul castello e su quello che sta accadendo al suo interno, a chi vi abita e prega per la loro vita di costoro.

 

Una figura si erge sulla scalinata che porta alle stanze superiori del castello.

E’ alto, imponente, i capelli sono brizzolati, il naso leggermente aquilino e gli occhi sono scuri come il colore della sua anima. Scrutano, penetrano dentro alle persone che hanno la sventura di incontrarlo.

E’ vestito in modo impeccabile, anche se ai giorni nostri sembrerebbe demodé andarsene in giro in quel modo; camicia di pizzo, gilè grigio scuro, un lungo mantello che arriva fin quasi alle caviglie e le scarpe di color nero.

 

La voce è suadente, ha qualcosa che si potrebbe definire ipnotica, non ha esitazioni nel parlare né tantomeno dimostra incertezza o paura. La voce sembra provenire da lontano, sembra non appartenere a questo mondo terreno.

Il sorriso è appena accennato alla fine di ogni frase, un sorriso che mette a disagio, che procura angoscia, un’angoscia che ti sale fino all’interno del cervello mentre cerchi di scacciare quell’immagine dell’uomo che ti sorride.

Le persone che osservano l’alta figura si trovano in fondo della scalinata. Sono un uomo e una donna, abbracciati tra loro con i volti solcati dalla paura, da un terrore folle.

Frasi sconnesse escono dalla loro bocca, ogni frase è intervallata da pianti, dallo chiedere perdono alla figura che lentamente sta scendendo verso loro.

Cercano di rialzarsi per scappare ma non ne hanno le forze, è come se la loro volontà fosse soggiogata da una misteriosa entità che gli blocca ogni movimento.

La donna si prostra ai piedi della misteriosa figura, bacia le sue scarpe e chiede la grazia per lei, urla che non gli importa se gli uccide il marito, che farà ogni cosa per avere salva la vita, anche servirlo in tutto e per tutto.

Una risata avvolge il castello in un abbraccio mortale.

L’uomo striscia ai piedi della moglie, l’abbraccia, le chiede di morire con dignità.

L’imponente figura è divertita da questo scambio di parole tra loro, ancora una volta nota come gli esseri umani quando sono in difficoltà o stanno per morire, si accusano a vicenda pur di avere salva la vita, e farebbero di tutto, compreso l’uccidersi l’uno con l’altro.

Vorrebbe indurli a un duello tra loro, facendogli balenare la salvezza a chi vince, sapendo bene, che chi sopravvivrebbe sarebbe ugualmente morto, così ha deciso da tempo, essi non meritano di vivere, hanno tradito la sua fiducia e per questo non esiste altra condanna se non la morte.

L’ombra di lui si proietta sugli sventurati, un vento forte apre le finestre mentre un tuono fragoroso manda in frantumi tutti i vetri del castello. Il cielo è nero solcato solo da fulmini.

Le due persone chinano la testa, non aprono bocca, sanno che non servirebbe a nulla, la loro sorte è segnata, sperano solo che sia veloce e indolore, ma soprattutto che non diventino parte di quegli esseri che infestano le strade al calar del buio.

Le urla arrivano fino al paese, fin dentro alle case e a chi ci abita, molti di loro si fanno il segno della croce sapendo che non potrà salvarli se non la porteranno sempre con sé.

Il volto dell’essere è una maschera di odio e di bramosia, i suoi occhi sono di color rosso fuoco come il fuoco dell’inferno da cui arriva. Con il mantello si pulisce le labbra, poi lentamente si alza e apre al cielo le braccia come a ringraziarlo. Osserva i corpi senza vita sul pavimento, la donna nell’ultimo istante ha tentato la carta della seduzione alzandosi la gonna.

Ride e la sua risata non ha nulla di umano, forse una volta lo è stato, ma è passato tanto tempo, lentamente si volta, poi come per magia si trasforma in un grosso pipistrello e vola verso l’aria gelida della notte. Sorvola il paese un paio di volte come a far capire agli abitanti che è lui che decide chi deve vivere o morire, e loro lo devono sempre tenere a mente.

Scompare nella notte scura mentre i tuoni e lampi continuano la loro sinfonia, una sinfonia di morte che durerà fino all’alba, perché per tutta la gente il suo nome è sinonimo di terrore, il suo nome è: Dracula!

             

                                              Fine