Creato da: meninasallospecchio il 28/04/2012
un concept blog (non so che voglia dire, ma mi sembra figo)

Cerca in questo Blog

  Trova
 

Ultime visite al Blog

LiledeLumiLcassetta2LSDtripnonsolonumerisparusolagiovanni80_7Triven19Mabelle22Ld.SignoreNero00sogno00monellaccio19orchideapois0surfinia60patrizia112ossimora
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 43
 

 

 
« Quelli che leggono il blogAmori infelici »

Accudimento

Post n°222 pubblicato il 23 Luglio 2013 da meninasallospecchio

Poco tempo dopo che era morta mia nonna, un giorno la famiglia si riunì in casa di mio nonno, quella dove vivo ora. Per l'occasione mia madre fece i tajarin, ovviamente come le aveva insegnato la madre defunta. Mentre li mangiava, mio nonno si mise a piangere.

- Sono proprio come quelli che faceva quella donna - disse in dialetto.

Anni dopo, mentre raccontavo questo episodio, un'amica mi interruppe:

- Piangeva per la moglie o per i tajarin?

- Non c'è nessuna differenza - risposi.

Nel mondo dei nostri nonni amare una donna e i suoi tajarin era tutt'uno. Forse non usavano nemmeno il verbo amare, non in Piemonte almeno, in dialetto non esiste. Però una donna era degna di essere amata per come faceva i tajarin o cuciva o teneva la casa. E un uomo per come e quanto lavorava, accudiva o macellava le bestie, proteggeva la famiglia. Non c'è niente di deprecabile in questo, anzi. Era un mondo in cui il bello e l'utile erano una cosa sola. Il matrimonio era un sodalizio, una società che metteva in comune gli elementi fondamentali dell'esistenza: il lavoro, l'abitazione, la sicurezza economica e materiale, l'accudimento e la prosecuzione della famiglia. La gente non aveva molti altri interessi o fisime al di fuori di questi.

Il venir meno dello stato di necessità per molti di questi aspetti ha determinato per le generazioni successive la separazione fra bello e utile. Anzi, noi viviamo il concetto stesso di utile con un certo disagio, come se implicasse una inferiorità morale. Ma le generazioni precedenti guardano a noi come moralmente esecrabili. Epoche come la nostra sono state definite "decadenti". 

In realtà le epoche decadenti sono sempre stati momenti di splendore e  benessere, periodi in cui si amministrava la raggiunta stabilità, seguiti ad altri in cui, a prezzo di guerre e sacrifici, si era generata la prosperità. Così per l'età augustea, per la Firenze di Lorenzo de' Medici, e, più vicino a noi, per l'epoca del liberty o art nouveau. Fino alla nostra, di epoca, che è iniziata negli anni '80, con quello che allora fu ironicamente definito "edonismo reaganiano".  Tutti periodi di fioritura delle arti e del design, perché quando gli esseri umani non hanno da preoccuparsi delle esigenze materiali primarie, si dedicano al culto del piacere e della bellezza.

E separano il bello dall'utile, nelle arti come nelle relazioni umane. Oppure ridefiniscono il concetto di utile dandogli un significato molto meno materiale. Così, quando diciamo che i veri amici si vedono nel momento del bisogno, non ci aspettiamo tanto (o soltanto) che ci prestino soldi quando siamo senza lavoro o che ci assistano in ospedale, ma piuttosto che ascoltino le nostre disavventure sentimentali o ci diano un consiglio o sorreggano la nostra autostima.

E così fatichiamo a capire che per le generazioni passate l'affetto prenda ancora la forma dell'accudimento materiale. Mia madre si è profusa in ringraziamenti perché l'ho accompagnata a fare la spesa al discount; lei non guida più da parecchi anni e da sola non potrebbe andare. Ovviamente non ne ha nessun bisogno, può tranquillamente comprare al supermercato sotto casa fottendosene del prezzo, ma per lei sembra essere una questione di vita o di morte. A me pare assurdo che preferisca passare un'ora con me fra gli scaffali di un brutto supermercato, piuttosto che a chiacchierare, ma tant'è. 

Allo stesso modo per lei come per altre persone anziane la massima dimostrazione di affetto è farti da mangiare, nutrirti. In teoria questo potrei farlo anch'io, ma avrebbe un significato diverso. Cioè per me sarebbe lo stesso che andare in un ristorante o a una sagra a mangiare qualcosa di particolare che mi piace condividere. Il cibo come condivisione del piacere, non come accudimento.

Mi sforzo di capire un punto di vista che non mi appartiene e soprattutto, che considero superato. Lo posso ricordare con simpatia pensando al mondo dei miei nonni, lo accetto con tolleranza nelle vecchie abitudini di mia madre, lo capisco in certe durezze degli immigrati. Ma non riesco a guardarlo con affetto. Mi sembra appartenere a un mondo eticamente inferiore. Sono troppo snob forse, troppo decadente.

Non so nemmeno fare i tajarin.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
Vai alla Home Page del blog

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963