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CINEMA, UNA MOSTRA CELEBRA IL NEOREALISMO ITALIANO

Post n°186 pubblicato il 06 Giugno 2015 da tikii
 
Tag: SHE 75
Foto di tikii

 

 

 

 

 

Al Museo nazionale della Mole antonelliana, fino al 29 novembre, «Roma città aperta»: una rassegna che, a 70 anni dal capolavoro di Rossellini racconta (con 180 fra foto e documenti, 15 manifesti, otto interviste e innumerevoli sequenze da 55 film) la stagione della cinematografia italiana che più influenzò la settima arte

«Lo splendore del vero nell'Italia del dopoguerra»: è il sottotitolo che illustra perfettamente il senso di una mostra unica, per ricchezza di materiale e ampiezza, su quella felicissima stagione del cinema italiano che fu il neorealismo.

Al Museo nazionale, dall'Aula del Tempio della Mole Antonelliana di Torino, fino al 29 novembre, l'esposizione si sviluppa con oltre 180 fra fotografie e documenti, 15 manifesti, 23 monitor che ripropongono sequenze tratte da 55 film intervallate da otto interviste esclusive ad altrettanti registi che raccontano il loro rapporto con il neorealismo: Davide Ferrario, Marco Bellocchio, Martin Scorsese, Bernardo Bertolucci, Bernard Tavernier, Edgar Reitz, Abderrhamane Sissako, Robert Guediguaian. Perché il valore culturale e artistico del neorealismo si misura anche con il grande numero di persone che decisero di dedicarsi al cinema proprio dopo aver visto i film realizzati dai registi protagonisti di quella stagione

Presentata dal direttore del Museo nazionale del Cinema, Alberto Barbera, che l'ha curata con la collaborazione di Grazia Paganelli e Fabio Pezzetti Tonion, la mostra racconta, in occasione dei 70 anni di un film emblema di quella corrente cinematografica, «Roma città aperta», una stagione che rivoluzionò il modo di fare cinema. Su tre monitor le voci di intellettuali e scrittori famosi, da Alberto Moravia a Jean-Luc Godard a Pier Paolo Pasolini, che spiegano la loro idea di cinema neorealista.

L'esposizione si snoda attraverso sezioni che scorrono come fotogrammi di un'unica pellicola: Rossellini, Visconti e De Sica, poi Lizzani, De Santis e Lattuada fino agli anni Cinquanta e Sessanta e a quanti raccolsero quell'eredità come Rosi, Germi, Maselli, Castellani. Trovano spazio, i prodromi, quale il «Renoir» di Torino e i film di De Robertis o l'esperienza dei documentari con Antonioni che nel '39 iniziò a girare «Gente del Po». E trovano spazio gli sceneggiatori che più hanno contribuito a delineare i canoni della scrittura filmica di quegli anni: Zavattini, Amidei, Suso Cecchi D'Amico.

«Quando bambino chiesi a mio padre che cos'è il neorealismo - ha ricordato oggi Renzo Rossellini - lui mi disse: esiste un'estetica del bello, noi cerchiamo quella dell'utile agli esseri umani». Con lui, a presentare l'evento, altri figli di big: Emi De Sica con il marito Sergio Nicolosi, Silvia D'Amico.

Rivoluzione non solo estetica, dunque, ma anche etica. Il cinema metteva sul grande schermo l'Italia, ancora sofferente, del dopoguerra urlando la voglia di liberazione che ormai non era solo dal fascismo, ma dalla povertà, dall'emarginazione e dall'ignoranza.

Un'Italia che voleva sognare con «Bellissima» e che denunciava le ingiustizie sociali di «Ladri di biciclette» e «Miracolo a Milano» con le sue bidonville di periferia. Una storia quella del neorealismo - ha osservato Barbera - che ancora ci parla, ha influenzato e ancora influenza i linguaggi artistici». Non solo in Italia ma in tutto il mondo, dato che ancora oggi registi e attori europei ma anche americani (del Nord e del Sud), australiani e asiatici sottolineano l'importanza che hanno avuto nella loro formazione artistica i film dei «mostri sacri» del neorealismo.

Tag: museo nazionale del cinematorinomole antonelliananeorealismorosselliniroma città apertade sicavisconti

Redazione - Giornale / Cultura: Mostra

 
 
 

ARIA DI PRIMAVERA, IN 20 BELLE FOTO DI FIORI

Post n°185 pubblicato il 08 Aprile 2015 da tikii
Foto di tikii

 

 

 

 

Il risveglio della natura che annuncia la fine della stagione fredda, in una selezione di scatti coloratissimi

Photo Department

Prati e alberi in fiore, api che svolazzano da un bocciolo all'altro, passeggiate nei parchi rinverditi... in 20 scatti scelti tra i migliori delle ultime settimane, ecco un po' di "aria di primavera", al Canton Ticino ai Royal Botanical Gardens i Londra, dalla Tour Eiffel di Parigi a Kreuzberg, Berlino...

Panorama Foto: Foto Più Belle Aria di primavera, in 20 belle foto di fiori


 
 
 

LEONARDO A MILANO, CHAGALL A BRUXELLES

Post n°184 pubblicato il 27 Marzo 2015 da tikii
Foto di tikii

 

 

 

 

 

DIECI MOSTRE (PIÙ UNA) DA NON PERDERE

 

E ancora: Donatello (e la sua eredità) a Padova, Tamara de Lempicka a Torino


L’eredità di Donatello a Padova

 

Padova, Musei Civici Eremitani e Palazzo Zuckermann

«Donatello svelato» e «Donatello e la sua lezione»

 

Il decennale soggiorno di Donatello in terra patavina, attorno alla metà del Quattrocento, è lo spunto di questa rassegna (non è la sola a Padova), che si snoda tra i Musei Civici Eremitani e il vicino Palazzo Zuckermann e evidenzia l’influsso delle opere padovane di Donatello (la Pietà con Angeli e le Marie o il monumento a Gattamelata) sui risultati raggiunti dai successori, tra cui Bartolomeo Bellano e Andrea Briosco (nella foto). Sculture in bronzo e terracotta degli artisti che continuarono e svilupparono la sua rivoluzione nell’ambito della Serenissima a Palazzo Zuckermann, mentre agli Eremitani l’eccezionale presentazione al pubblico del Crocifisso dei Servi.

di Roberta Scorranese

Corriere della Sera.it / Cultura: IDEE WEEK END

 

 
 
 

ISLANDA, LE GROTTE SPETTACOLARI DEL GHIACCIAIO VATNAJÍKULL

Post n°183 pubblicato il 20 Marzo 2015 da tikii
Foto di tikii

 

 

 

 

Un viaggio per immagini tra incredibili blu nelle viscere dell'immensa cappa di ghiaccio

 

Photo Department

 

Einar Runar Sigurosson, 46 anni, guida locale, organizza ogni inverno dei tour per fotografi esperti all'interno delle spettacolari grotte situate all'estremo meridionale del ghiacciaio di Vatnajökull, nell'Islanda sud-orientale, il più grande d'Europa per volume e il secondo per estensione, che ricopre l'8% del suolo islandese.

In questi suoi scatti, realizzati nel febbraio scorso, possiamo ammirare le meravigliose tavolozze di blu cangianti, in continua evoluzione in base alla luce e alle condizioni atmosferiche, che si offrono alla vista dei pochissimi visitatori che si avventurano in queste cave di ghiaccio.

 

Panorama / Foto / Foto Più Belle / Islanda, le grotte spettacolari del ghiacciaio Vatnajökull

 
 
 

IL CANTO MAGICO DI UN PITTORE ERRANTE DELLE MARCHE

Post n°182 pubblicato il 09 Marzo 2015 da tikii
Foto di tikii

 

 

 

 

Il giovane abruzzese Pier Franco Brandimarte (premio Calvino esordienti) dedica un visionario romanzo-inchiesta all'artista Osvaldo Licini

Osvaldo Licini (1894-1958) è un soggetto affascinante per un romanzo. Il pittore marchigiano, ma anche parigino e viaggiatore nel Nord dell'Europa da dove veniva la moglie, si definì in un suo scritto «errante, erotico, eretico».

Attraversò le avanguardie della prima metà del secolo scorso senza mai lasciarsi irretire o scadere in dogmi ideologici. Lesse precocemente Dino Campana, errante e visionario per eccellenza, amò Leopardi suo conterraneo, e colse quella scia di luce lunare che corre attraverso i suoi Canti . Visse una vita, anche sentimentale, indipendente da ogni conformismo. E fu un pittore che seppe dare all'astrattismo una dimensione lirica, approdando infine a una poetica visionaria e surreale, non priva di una sua laica metafisica. Questo basta a renderlo caro a ogni spirito libero.

Pier Franco Brandimarte, marchigiano anche lui, 29 anni, vincitore del Premio Calvino per esordienti, dedica a Osvaldo Licini un libro ( L'Amalassunta , Giunti editore, pagg. 240, euro 14) che è una ricostruzione della sua vita e della sua opera per frammenti ora narrativi, ora saggistici, ora persino lirici. Non cerchi il lettore una vera e propria biografia. E neppure il romanzesco. Quello di Brandimarte è un libro preoccupato principalmente della scrittura. Se mai le epigrafi vogliono dire qualcosa sul libro che segue, quella scelta da Brandimarte, tratta da Zanzotto, lo dice: il poeta di Pieve di Soligo parla in un verso di «vertigini infidamente divinatrici». E vertigini visionarie presiedono a tante pagine di L'Amalassunta : infide perché l'autore le costruisce con una consapevolezza letteraria e stilistica che serve a depistare e a disorientare il lettore avido di narrazione. Alla storia di Licini si sovrappone a quella del personaggio-scrittore che indaga su di lui.

Come il pittore del secolo scorso, così lo scrittore di oggi è marchigiano, e lascia una grande città, in questo caso Torino, per tornare al paese natale. Il suo difficile rapporto con Nina si sviluppa tra la Torino del Valentino e la costa marchigiana e abruzzese marcata dai suoi «trabocchi», le piccole palafitte per i pescatori su cui Brandimarte spende osservazioni tra le più acute, sul piano linguistico ed ermeneutico, dell'intero libro. Licini compare evocato da una sua visione. «Ecco lo vedo»: le prime parole del libro. Il pittore pulisce il pennello alla pezza, soffia sul foglio, ha un sigaro in bocca, i capelli bianchi, zoppica.

Questa sua immagine da vecchio svanisce già al secondo capoverso. E da quel momento seguiamo in una fuga rapsodica Licini giovane a Bologna, con Morandi e Vespignani a fare i matti a Piazza Maggiore, in una esilarante parodia di San Martino del povero Carducci, e poi a Parigi in più riprese, dove sta la sua famiglia e dove entra in contatto con Modigliani, che si presenta con l'aria di un poeta e di un teppista insieme: «qualcosa di tragico e di fatale», pronto a diventare un mito. Poi vediamo Lucini nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, e nell'ospedale di Firenze, dove si consuma la sua breve storia d'amore con Beatrice, l'infermiera, tratteggiata con una sorta di pudore che oggi spesso riscontro in autori molto giovani. E il ritorno con la moglie svedese Nanny Hellstrom al paese marchigiano, in una casa di antica agiatezza, dove vecchie signore che l'hanno conosciuto lo dipingono come un artista nelle nuvole: «che cavolo so che facèa, parlava alle nuvole», e si prolunga la fama sulfurea che lo faceva chiamare Momò, «u diavulu».

Il pittore però fu anche per una decina d'anni sindaco del paese, ma questa esperienza viene appena sfiorata nel libro. L'ultima grande fase del lavoro di Licini si incentra sulle Amalassunte. E l'autore insegue, rende profondo e quasi insondabile il mistero di queste figure.

Al suo fedele critico Giuseppe Marchiori, Licini scrive: «Amalassunta è la Luna nostra bella, garantita d'argento per l'eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco»: parole bellissime, come sono bellissimi i quadri, in cui si avverte l'eco del leopardiano Canto notturno di un pastore errante dell'Asia e di un Virgilio citato da Borges. Brandimarte ampia il raggio delle definizioni: e vede nell'Amalassunta l'elmo di un guerriero senza corpo, un pesce cieco, un totem, un mostro-sirena, la figlia di Teodorico, un graffito preistorico, un uccello rapace, il fumo di un cannone, fosforo, borotalco, vapore illuminato, in un vero tour de force virtuosistico, il segno della scuola Holden.

Giuseppe Conte

ilGiornale.it / Cultura

 
 
 
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