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Il figlio di Vetro

Post n°60 pubblicato il 05 Marzo 2007 da eltosco

C’è chi sostiene che i libri possano essere divisi in due categorie: quelli un po’ingarbugliati, difficili da leggere quando si è stanchi, e quelli che invece vanno lisci come l’olio, con le pagine che scivolano velocemente tra le dita. “Figlio di Vetro”, del siciliano Giacomo Cacciatore, stupisce e a volte stordisce per lo slalom tra le due categorie (libri per stanchi, libri che scivolano) a cui il lettore è costretto man mano che il racconto va avanti. E così pagine leggibili si alternano a farraginose costruzioni stilistiche che sembrano quasi decise a tavolino e che finiscono per complicare il tutto, e semplici pensieri di un bambino – il protagonista del libro – finiscono per cedere a riflessioni sul sistema mafioso che sarebbe più logico trovare in bocca ad un adulto, ad un attento conoscitore del fenomeno mafioso, che sa interpretare le cose che il siciliano dice o, molto più spesso, non dice. E’questo il punto però, e cioè che il protagonista del libro non si chiama Leoluca Orlando, non è un adulto, non è un professionista dell’antimafia, ma si chiama Giovanni, e ha solo dieci anni. E la cosa disorienta.

Stona. Fa ridere. Il culto del camillerismo, che ha portato in ogni angolo del paese un pezzettino di quella Sicilia sospesa tra passato e presente in cui si muove Montalbano, ha avuto come conseguenza una ventata di “sicilianismo letterario” che ha creato molti figli, geni ribelli, mostri, tutti uniti in nome di un desiderio forte: raccontare l’isola, i suoi gesti, i suoi silenzi, le facce che annuiscono con la coppola in testa, le mani che volano in aria con le dita unite per dare un comando a qualche picciotto. Chi è affascinato da questo mondo sarà contento nel leggere il “Figlio di Vetro”, perché troverà tutto questo. Manca solo, forse, un Mastroianni che muove l’angolo della bocca verso l’esterno, sbiascicando uno schiocco di lingua sui denti. E manca una lupara, anche quella non c’è, sostituita da una più continentale pistola tenuta nella fondina “sotto l’ascella”, come Charles Bronson. Quel che è certo è che il romanzo è una storia di mafia in cui però la parola mafia “è scritta una sola volta”, pur respirandosi ovunque, pur dominando la scena dalla prima all’ultima riga, quando ci accorgiamo che il racconto, iniziato nel 1977, è lentamente arrivato fino al 1992, quindici anni dopo, con la sua strage di Capaci, l’attacco allo stato, Falcone e Borsellino, il passaggio da un’era storica ad un’altra. Forse. Per le prime cinquanta, cento pagine, il lettore si trova spaesato e non riesce ad individuare chiaramente né il protagonista, né il luogo della vicenda, né che cosa abbia spinto l’autore a raccontarci proprio questa storia invece di un’altra. Poi il libro decolla. Certo, il volo a tratti è difficile, il racconto a volte è inzeppato di citazioni di film e telefilm anni Settanta che sanno molto di Amarcord, però l’autore dimostra quasi subito il gusto dei colpi di scena. Tanti, troppi. Sono loro a tenere banco fino all’ultima pagina, la cento-sessanta-tre-esima. Sono loro che ti fanno pensare, se proprio hai la voglia e la pazienza di andare avanti, “voglio proprio vedere cosa succede, cosa si è inventato, non è possibile che vada a finire così”. E infatti così non va a finire, ogni pagina ribalta le certezze costruite fino a quel momento, nulla è scontato, l’assassino non è il maggiordomo e tutto è scritto tra le righe. Se non ti gira la testa, forse lo scopri.

Simone Toscano per Il Foglio

 
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