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VIAGGI NEL TEMPO

Post n°240 pubblicato il 09 Febbraio 2014 da longu
 

LA  MORETTA

 

 

Il vento gelato del nord si è portato via tutte le nuvole nere gonfie d’acqua e neve.

Fa freddo. Il cielo è terso, l’aria limpida.

San Ciriaco da Ancona veglia sull’Adriatico e sui capannoni in crisi della Fincantieri.

E già la crisi….la crisi perfetta.

Sociale ed economica, ambientale e finanziaria, politica e democratica.

Morde più profondamente di quanto dicano le statistiche sui redditi e sulla disoccupazione.

Aggredisce la volontà, la voglia di vivere, la speranza.

Crea una società depressa, abulica, cattiva, che ha la tentazione di fuggire altrove,  

anche se la globalizzazione non regala altrove promettenti.

La sinistra italiana che abbiamo conosciuto è morta.

Possiamo pure consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione,

ma le mobilitazioni da tempo non si trasformano più in forza contrattuale.

Così che la sinistra della quercia rotta, della margherita secca o dell' ulivo senza tronco è fuori scena.

Non è più una alternanza e neppure una opposizione, né tantomeno una alternativa.

Ha raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra,

ma al suo punto di vista e alla sua mentalità sul piano interno e internazionale.  

Non credo che lo facciano solo per opportunismo o che ciò sia imputabile solo a singoli dirigenti.

Da anni, da molti anni, ha perso la sua collocazione storica e i suoi riferimenti ideali e culturali.

E così, semplicemente, è andata ad abitare dall'altra parte della strada.

Ma ci sono case che una volta abbandonate non si ritrovano più.

I suoi capi vogliono amministrare e governare

e pensano che questo dipenda solo dalle relazioni con i gruppi dominanti.

A vedere sempre gli stessi panorami però ci si stufa.

Poi è deprimente un lungomare dove non si vede quasi mai il mare,

ma solo capannoni, bar, pizzerie e locali chiusi e abbandonati.

È deprimente come il modello turistico che chi ci governa ha in testa.

Un modello senza geografia e senza storia dell’arte, materie abolite nelle scuole superiori.

I territori, le loro specificità, le loro culture e le loro storie: tutto abolito.

Basta Google Maps o un navigatore satellitare!

Cambio percorso ai miei tremilametri quotidiani. Voglio vedere il mare.

Dal parcheggio della stazione alla punta del nuovo molo,

andata e ritorno, sono anche più di tremilametri, il dottore sarà contento.

Dal comignolo del casotto degli AMICI DEL MOLO esce fumo.

Dentro Marcello e Sandro armeggiano con la stufa a carbone.

Marcello è un perito industriale genovese in pensione.

Lavorava alla Sit Siemens di Milano negli anni ’70.

È un romantico rompicazzo che sa di aver fatto parte dell’ultima generazione rivoluzionaria del Novecento.

Pensa un po', avvitare due bulloni e il terzo no…..

O il salto della scocca…. Un montaggio non effettuato su di un pezzo in transito.

Poi lo sciopero a gatto selvaggio…. senza preavviso, brevemente, a casaccio, imballando tutta la fabbrica.

Erano vere e proprie forme di sabotaggio della produzione.

Fu tra i primi ad essere licenziato nelle grandi ristrutturazioni degli anni ’80

E si trasferì qua nella città di sua moglie.

Vedi Guido, mio nonno è stato al congresso di Livorno,

fondò il PCI insieme a Gramsci e Terracini.

Per questo ho sempre avuto la tessera del PCI,

ma facevo politica con Lotta Continua e votavo Democrazia Proletaria.

Il ring della palestra di pugilato e il vecchio peschereccio del padre,

invece, erano i luoghi dove Sandro passava la maggior parte del suo tempo.

Poi a metà degli anni ’60 la chiamata della grande fabbrica.

Finalmente uno stipendio sicuro tutti i mesi.

Ristrutturazione della vecchia casa, matrimonio, tre figlie.

Ma della seconda un giorno seppe che si drogava.

Decise allora di licenziarsi, di comprarsi una barca per la piccola pesca costiera con tramagli e nasse,

e di imbarcare come aiutante sua figlia. Fu così che la strappò all’ eroina.

Le insegnò a pescare e a lottare contro la raffineria che inquinava il mare

e contro la pesca indiscriminata che lo impoveriva.

Così, quando i dottori gli dissero che la grande fabbrica gli aveva preso un polmone,

andò in pensione e sua figlia divenne il capitano e va ancora a pescare in mare.

Dai, mi urla Marcello, vieni a farti una MORETTA insieme ai rompicoglioni,

insieme a quelli che si rifiutano di capire come va il mondo.

Tecnicamente LA MORETTA è un punch fatto con caffè bollente

a cui si aggiunge cognac, rum e anice e una scorza di limone.

Il segreto sta nel dosaggio e nelle quantità e qualità dei tre liquori.

I marinai di Fano e Senigallia se la sparano nello stomaco a notte fonda prima di andare in mare.

La sua gradazione oscilla tra i 25 e i 35 gradi.

Sulla porta del casotto si affaccia il sindaco.

è venuto a controllare la sua barca in questi giorni di mare mosso.

rivoluzionari della domenica c’è una moretta anche per me?

No! Per te no!

Poi è meglio essere rivoluzionari la domenica che amministratori stronzi di tutti i giorni...

Se ne va scuotendo la testa, mentre ridacchiamo di cuore.

A proposito di morette, mi fa Marcello con la sua aria da eterno provocatore,

che faresti in macchina con la Boldrini?

Assolutamente niente. Scenderei. Va in una direzione dove non voglio andare.

 
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VIAGGI NEL TEMPO

TREMILAMETRI

 

 

Dal sottopasso delle Portelle che porta al lungomare all’ Hotel Diana un kilometro e mezzo.

Andata e ritorno, tremilametri. E già, tremilametri.

Li dovrai fare tutti i giorni, per tutta la vita che ti rimane.

E se piove? Ti bagni!

Allora mi sono attrezzato, è tempo di saldi del resto.

Tuta nuova, racchette, cappello di lana nera, calzamaglia, occhiali scuri e scarpe da tennis:

scarpe da trekking urbano mi sussurra la commessa con un’aria molto professionale. 

Il termine trekking deriva dal verbo inglese to trek,

che significa camminare lentamente, ma anche fare un lungo viaggio.

Una volta, infatti, si viaggiava a piedi e tutti i viaggi erano lunghi.

Ed proprio un lungo viaggio quello che mi appresto a fare.

Un viaggio fatto di tanti tremilametri.

Ma non è, o non è solo, un viaggio nello spazio, è anche e soprattutto un viaggio nel tempo.

Questa vita dovrò viverla ancora una volta e forse innumerevoli altre volte,

ma non ci sarà più niente di nuovo e non più ci sarà dato di fuggire dalle nostre vite.

L'eterna clessidra dell'esistenza viene di nuovo capovolta ed io con essa.

La domanda di grazia è stata respinta e sono stato condannato a vivere.

Solo le mie nipotine e l’orto riescono ancora a destare in me meraviglia e curiosità.

Questo non è il mio tempo. Il mio tempo è un altro tempo.

Altri mari e altre spiagge. Altre immagini. Altre parole, altre nature, altri popoli.

Non è facile guardare al proprio passato e ritrovare la voce e l’innocenza del bambino.

Innocenza che non è altro che non-conoscenza di ciò che gli adulti sanno.

Non è facile fare lo spoglio dei ricordi e distinguere tra quelli veri e quelli ricostruiti.

Tremilametri, un’ora e un quarto.

Ci sono storie che abbiamo abitato e che ancora non si sono perse del tutto nel vento.

Tremilametri, un’ora e un quarto.

Ascoli Piceno, 1964, secondo ginnasio, squadra di atletica.

Maria Elena secondogenita di una ricca famiglia di agrari, la famigerata borghesia nera di Ascoli.

Esile, bella, aggraziata nella corsa, una figlia del vento.

Mi allenavo insieme a lei, biondina del primo ginnasio, molto più brava di me.

Io correvo goffamente i tremilametri, la distanza più lunga delle gare degli allievi,

in quasi dieci minuti, secondo più, secondo meno,

un buon tempo per il professor Ciuffo di educazione fisica, ex nazionale di Rugby.

Arrivo quarto ai campionati studenteschi, sono troppo grosso per la mia età.

Maria Elena invece vinse, solo il vento riusciva a starle dietro.

Mi abbracciò a fine gara, mi ringraziò con un gran bacio.

Ma la sua famiglia non approva. Anzi è proprio contraria all’atletica, sport per poveri.

La vorrebbero ottima tennista da esibire, tra un drink e un aperitivo, al circolo del tennis.

Non approvano nemmeno la mia compagnia.

Suo fratello più grande, piccolo e cattivo come quei mostriciattoli dei film fantasy,

una sera ai giardinetti mi affronta mentre la riaccompagno a casa.

La devi lasciar perdere, mi intima, dandomi dei colpetti provocatori sul petto.

Non vogliamo che Maria Elena esca con te. E continua con i colpetti.

E poi sappiamo chi è tuo padre, dice il bullo con fare vagamente minaccioso.

Mi vengono in mente allora le urla del professor Ciuffo.

Usa la testa! il Rugby non è una esibizione di forza. Usa la testa!

La testata partì violenta, il mostriciattolo cadde a terra sanguinante, bestemmiando col naso rotto.

Per mesi non vidi più Maria Elena, il padre l’accompagnava a scuola tutti i giorni.

Poi a giugno quando stavo lasciando Ascoli per sempre, alla stazione apparve Maria Elena.

Mi abbracciò forte e mi fece promettere che sarei tornato a prenderla e a portarla via.

Non mantenni la promessa. Dopo anni appresi della sua morte per overdose.

 

 

 
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IL WESTERN E LA DEMOCRAZIA

Post n°238 pubblicato il 29 Novembre 2013 da longu
 

In TV c'era "Servizio Pubblico"

sulla decadenza di Berlusconi,

ma ho guardato "C'era una volta il West".

Santoro i cattivi li intervista.

Nel western invece i cattivi li ammazzano

sempre alla fine.

 

 

 

 
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VIAGGI NEL TEMPO

Post n°237 pubblicato il 06 Novembre 2013 da longu
 

LA  CHIESA   DEL  PARTIGIANO

L’Ape, il più glorioso triciclo da combattimento della storia nazionale,

va, ansima, tira di prima, s'infila tra faggi tenebrosi, arriva col fiatone a quasi a quota mille,

poi giù in una discesa acrobatica,

visto che Aulo abita dall’altra parte della valle, sotto il Vettore, a Borgo di Arquata.

Borgo appoggiato in cima ad un colle come la schiuma del mare sulla sommità di un frangente.

E in mare, in effetti, ho davvero l'impressione di viaggiare.

Il trabiccolo ogni tanto emerge sulla vetta di una gigantesca onda anomala e per un attimo,

prima di sprofondare nuovamente, si può guardare lontano.

Nessuna pianura può darti un brivido simile.

Gran vista. A nord il Vettore e i Monti Sibillini, ad ovest le piramidi della Laga,

a Sud il corno del Gran Sasso, ad est le gole del Tronto solcate dalla via Salaria.

La strada s'impenna, devia,” s'intorcica” su se stessa e non capisci mai bene verso dove.

Sauro deve vedermi preoccupato perche ad un certo punto mi fa:

tranquillo ci protegge Santa Liggia! E chi è Santa Liggia!

La protettrice dei ciucci, degli asini, e l’Ape e un somaro un po’ più veloce.

Oltre alle buche, la strada ha improvvisi cedimenti,

l’ Ape smotta come un aereo nelle turbolenze, lasciandoti in bocca una nausea leggera.

Ma Sauro non deve essersi raccomandato molto bene alla santa equina,

l'Ape ad certo punto non va, tossisce, fatica a ripartire.

Ha le batterie scariche, dice Sauro mentre si tuffa in quel motore arcano,

armeggia e mi spiega che la dinamo non ricarica e si rischia di restare col culo per terra.

Diavolo! chi si ricordava della dinamo.

E' un marchingegno estinto, oggi c'è l'alternatore.

Dinamo! Un altro nome di una volta.

Contiene un mondo perduto, muscolare, privo microchip.

Evoca antiche squadre di calcio ex comuniste, di Kiev e di Zagabria.

Evoca la meccanica del ferro, la corazzata Potemkin,  Marinetti, CCCP,

le acciaierie di Nowa Huta e il sol dell'avvenir.

Alla fine mi sono arreso agli eventi, ho capito che quest'incertezza è un lusso raro,

la madre di tutti gli imprevisti, il sale del viaggio.

Che noia sigillarsi in una scatola climatizzata,

un involucro che non sente le stagioni, i profumi e le voci degli uomini.

Aulo è del ’24, penultimo di cinque fratelli tutti nati di marzo,

da bravi figli di transumanti, uomini che rientravano a casa in giugno,

pronti a ingravidare le mogli dopo aver svernato sul Agro Romano.

Da qualche anno Aulo ha lasciato San Martino

e vive con la sorella più piccola nella vecchia casa di famiglia.

Tuo padre arrivò qui giovanissimo nell’inverno del ’42.

Portava uno zaino pieno di libri.

Ma lo sai qual era il più bel regalo per un montanaro? Un libro.

Era istruito e con quell’occhio solo ci sembrava proprio

che Annibale fosse tornato per farci vincere in battaglia.

La nostra azione più importante fu l’assalto alla prigione di Visso,

liberammo diversi compagni prigionieri, anche ebrei e slavi.

Da allora ci diedero la caccia, pagammo quell’attacco con cinquanta morti.

Aulo, dopo pranzo, mi porta sotto una tettoia davanti a una pesante slitta da erba o da neve.

Con questa tregghia ho portato le pietre per fare la chiesa.

E indica, poco lontano, una cappella di dieci metri con tanto di campanile

e una finestrella rotonda sopra l'ingresso.

Le pietre hanno mille anni, vengono da una chiesa medievale crollata.

Ti piace? L'ho costruita per sposarmi. Nel 1942.

Un momento. Aulo s'è costruito una chiesa da sé.

Ha scelto il posto e vi ha portato una per una le vecchie pietre. Sono senza parole.

Qui mi volevo sposare con Rosalba, ma i fascisti me l’hanno ammazzata in un rastrellamento.

Gli chiedo chi l'ha disegnata questa chiesa.

Lui mi guarda strano, come se gli avessi fatto una domanda trabocchetto: Li muratori!

Chiedo anche a che santo è dedicata.

A Marone! risponde e smette di sorridere, come se nominasse qualcosa di molto importante.

La chiesa antica era dedicata a San Marone e io non ho cambiato nome al santo.

Marone? Il libanese fondatore della chiesa maronita? Si, Marone proprio lui.

Ma li preti non vollero consacrarla perché sono partigiano e comunista.

Colgo l'occasione al volo. Che ne pensi dei preti, Aulo?

Io mi fido solo dei santi, fa lui scansando la polemica.

San Marone, conta solo lui. I preti passano, le cose sacre rimangono.

Il sacro segna da migliaia di anni la topografia di questa terra di picchi e sorgenti.

Fin che c'è Aulo mangiapreti, Dio abiterà a Borgo di Arquata

 

 
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VIAGGI NEL TEMPO

Post n°236 pubblicato il 04 Novembre 2013 da longu
 

ELEFANTI  E  BALENE,   ORSI  E  PANTERE... E  UN’APE

Otto di mattina, tempo chiuso, nuvole basse si alzano dalla valle. Un po’ di nebbia, ma non piove.

Il campanile della chiesa trasmette con altoparlanti il canto di un prete, pare il richiamo di un muezzin.

Emma è in piedi da un pezzo, il caffè è già pronto.

Mi offre anche una mela  di quelle della grande famiglia delle mele appenniniche,

lucide, verdi con una bella guanciotta rossa.

Gusto aspro, ogni morso un assaggio di bosco e una piccola scossa di adrenalina.

Stamattina è quello che ci vuole.

Sauro è piccolo e basso, tosto come un tronco di un castagno di queste parti.

Carnagione scura, mediterranea, come i libanesi di Beirut o di Tiro.

La sua età la si può solo immaginare: 70, 80, 90?

Fa  la guardia forestale da volontario per la provincia di Ascoli,

gli danno, si e no, solo i rimborsi per la benzina.

Il grande Saurus, racconta, era l’ultimo elefante di Annibale.

Morì sul sentiero del Gorzano, che dall’Abruzzo porta ad Amatrice e alla strada per Roma.

Saurus morì nel pantano del sentiero delle Cascatelle, sotto la pioggia.

Di tutti gli spostamenti di Annibale, il valico degli Appennini fu il più penoso.

Peggio dei Pirenei e delle Alpi.

Gli Appennini sono un brutto affare. Non hanno strade di cresta.

Non sono fatti per essere percorsi, ma solo per essere traversati in diagonale.

Vie del sale, di pellegrinaggio o di commerci, strade per gli eserciti, piste di bracconieri:

tutto passa trasversalmente e niente in longitudine.

Saurus morì di stenti dopo quattro giorni di cammino ininterrotto nel fango, senza riposare un attimo.

Così almeno narra la leggenda. Leggenda?

Forse. Fino a quando, tanti anni fa, non fu ritrovato un osso fossile di mastodonte.

I cartai di San Martino lo collegarono immediatamente al passaggio Annibale (Nibalo).

Questi montanari amano il grande generale, nemico di quella Roma che li ha sottomessi.

Qui tutto è fenicio. Sulla facciata di una antica casa ad Amatrice c’è una pietra con una svastica,

il segno fenicio del sole, datata 212 avanti Cristo, stessi anni di Annibale in Italia.

Questa terra è al confine coi sanniti, nemici storici di Roma.

E qui, dopo Canne, i cartaginesi decisero di sciogliersi e mettere radici.

Le loro tracce? Tutte nei nomi dei luoghi.

Pescara, Pescolanciano, Pescasseroli, non c'entrano niente con la pesca,

vengono da "PESQ", in fenicio "roccia".

E poi sui monti della Laga ci sono un centinaio di sorgenti dal nome punico.

Fonte Matta, da Mawt (Dio),  fonte Bara  da Barak (benedetta), fonte Catella da Kadesc (sacra). 

Fonte Maura. Mauri, il nome con cui  i romani chiamavano i fenici.

Noi montanari di qui siamo come i sanniti. Mai sconfitti in battaglia, ma egualmente vinti.

Poi mi parla della balena. Le ossa di una balena appenninica,

sospesa con i suoi costoloni vecchi di milioni di anni

proprio sui calanchi qua vicino, tra fossili di pesci quaternari.

Lo sai? Le nostre vigne traggono sapore da un immenso cimitero marino.

C’era un mare qua oppure un lago, anzi un lago femmina (Laga) da dove è nata la vita.

Dopo l'elefante, ecco un altro gigante uscito dal tempo per arenarsi in questo mondo misterioso.

Qui è pieno di animali. Orsi, cervi, daini, istrici e poi cinghiali, a migliaia, ovunque.

E tanti lupi, di passaggio verso nord.

Racconta, sul Pizzo di Sevo qualche anno fa ho visto pure una pantera, nera come l'inferno,

fuggita da una villa di milionari imbecilli. 

Manca un solo animale: l'uomo.

I sentieri, che formicolavano di tagliaboschi, pellegrini, mercanti,

mulattieri, emigranti, pastori, contadini e soldati, oggi sono quasi deserti.

L'uomo pare estinto come l'elefante di Annibale.

Mio padre, morto nel '33, per anni aveva fatto il domatore di orsi.

Ecco ci mancava l'orso, dopo la balena, la pantera e l'elefante, la giornata dei giganti appenninici è completa.

L'orso, che lui guidava a piedi fino in Polonia e che faceva ballare fin nelle steppe della Russia,

gli aveva amputato un dito. E ce ne erano altri poveracci come lui.

Non facevano soldi, puzzavano, la gente gli rovesciava pitali di piscio dalle finestre,

dormivano vicino alla bestia ed erano pieni di pidocchi

e tornavano a casa più poveri di quando erano partiti.

Dio quanta fame c'era, quanta fatica, quanto lavoro dei nostri emigranti.

Siamo partiti così giovani che non abbiamo fatto in tempo a fare i partigiani.

Nel '43 eravamo già inglesi o da americani sbarcavamo in Normandia.

Alcuni finirono a El Alamein a sparare contro i compaesani, per la guerra voluta da un idiota.

Mi fa male ricordare, ho il cuore debole.

E poi mi fanno tenerezza 'ste rumene, 'ste ucraine che vengono qui,

magari sono laureate e puliscono il culo a noi vecchi.

Basta prendersela con i forestieri! Dicono che sono ladri, ma noi cosa eravamo?

Chi se la prende con gli immigrati non ha memoria.

Lo starei a sentire per ore. Mi rammarico per non avere con me un registratore.

Sauro andiamo è tardi, prendiamo la mia macchina.

Al parcheggio della piazzetta guarda la mia macchina e ride

Vo’  ì  cu’ issa! (vuoi andare con quella). Prendiamo l’Ape che è meglio.

Rido anch’io. La vecchia Ape mi riporta all'Italia di prima del miracolo economico.

Mi riporta ai grammofoni 78 giri, a prima di "Lascia o Raddoppia", della Seicento, delle autostrade e degli autogrill.

 

 

 

 

 

 
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VIAGGI NEL TEMPO

Post n°235 pubblicato il 03 Novembre 2013 da longu
 

EMMA

 

Finito di cucinare Emma si leva la parannanza, si rassetta i capelli,

lascia la cucina e ci raggiunge in sala portando i frittelletti con l’uva passa.

Parla piano, Emma, gli occhi color dell’autunno, la voce dolce e lo sguardo sereno.

Ha un’aria mite che lascia trasparire una tenacia silenziosa e un temperamento da combattente.

Si siede vicino a me, sembra felice di raccontarsi.

Emma, un nome normale finalmente!

Sono di Cosenza e vengo dalla Sila. La Sila da bambina, la Laga da adulta.

In mezzo una parentesi di sette anni in Germania.

Giusto il tempo per vedere come funzionava il mondo, assaporare l’aria delle grandi fabbriche,

conoscere Nibalo e tornare al paese di lui per mettere su famiglia in questo luogo fuori dal mondo.

A San Martino Emma ci arrivò un giorno di primavera del 1964 a bordo della Fiat 1100 di Nibalo,

carica all’inverosimile di tutto, ma soprattutto di speranze.

Non si arrivava mai, una strada di terra e sassi, intorno solo montagne e boschi.

Mi sembrava di andare alla fine del mondo, che dopo non c’era più niente.

Cosenza in confronto sembrava un mondo di raffinatezza ed emancipazione.

A San Martino le donne zappavano, giocavano alle carte

e la sera andavano all’osteria, fumavano, bevevano e bestemmiavano.

Il trasferimento in Germania da ragazza era stato meno traumatico.

Per fortuna c’era la montagna dove avevo ritrovato il grande fratello Appennino

con i suoi boschi impervi ricchi di funghi.

I funghi sono una cosa che hai dentro, mamma mi aveva insegnato a riconoscerli da bambina,

poi non te li dimentichi più.

Da queste parti nemmeno li raccoglievano, anzi ti guardavano male.

Il fungo era roba da stregoni.

Se è vero che il mangiare è un mezzo per fissare i luoghi della memoria,

da oggi i Monti della Laga saranno per sempre le tagliatelle ai funghi di Emma.

Funghi, olio d’oliva e un po’ di sale. Una pasta di materia soda, acqua, farina e poche uova.

Niente cipolla, aglio, pepe e parmigiano che alterano l’integrità del sapore del bosco.

Con queste basi l’osteria per Emma fu una scelta quasi obbligata.

Emma parla dell’ abbandono delle montagne. Così l’Italia rinnega se stessa.

Così rimane solo il cemento e i morti non parlano più ai vivi.

Viaggio in uno spazio ancestrale e arcano. Queste non sono montagne-bomboniera.

Niente alberghi a cinque stelle, niente gerani alle finestre.

Solo locande anni Cinquanta con la foto di Bartali,

il manifesto dell'assemblea dei cacciatori e qualcosa di balcanico nell'aria.

I tornanti dal fiume fin su al paese sono l'ascensione nei meandri del tempo.

Il bosco lo spazio arcano del fauno e di antiche divinità pagane alla macchia,

l'altopiano, dove tira aria da tutti i lati e nulla ti protegge

è la Mancia di Don Chisciotte e dei mulini a vento.

Notte senza luce, il caldo vento che viene dal mare rimesta temporali. Aria di pioggia.

Domattina mi aspetta Sauro, mi accompagnerà da Aulo.

 
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VIAGGI NEL TEMPO

Post n°234 pubblicato il 01 Novembre 2013 da longu
 

CI  SONO  STRADE  CHE  DIVENTANO  MEMORIA

I Monti della Laga sono arcane piramidi di arenaria nera

in mezzo alle bianche dolomie del Gran Sasso e dei Sibillini.

Il versante ascolano è il più impervio.

Il Castellano, il fiume dove giocavo da bambino, nelle cascate del quale ho imparato a nuotare,

che nel centro di Ascoli si ricongiunge col suo fratello maggiore Tronto,

crea dirupi, forre e strapiombi.

Roba da contrabbandieri, da briganti, da partigiani.

Questa è terra di frontiera.

Sembra un controsenso, siamo nel bel mezzo del Centritalia,

ma il ponte sul Castellano, un fiume sconosciuto ai più, divide o unisce due mondi,

come a Mostar la Neretva.

Il Castellano è stato per secoli un confine tra i più longevi d’Europa.

Tra Romani e Sanniti, tra Goti e Bizantini, tra Longobardi e Carolingi,

poi tra l’immobile e ordinato Stato Pontificio e lo scombinato e fantasioso Regno delle Due Sicilie.

Qua i centocinquant’anni di unità d’Italia non si sentono mica tanto.

Di qua siamo ancora “i papalini”, di la sono ancora “i regnicoli”.

Dopo Acquasanta la strada sembra perdere qualsiasi direzione e smarrirsi in un mare di curve irregolari.

La strada è deserta, un vuoto umano totale, nemmeno una luce.

San Martino è incastrata proprio su una curva del Castellano.

Nove abitanti, nove cristiani come li chiamano qui.

Quattro  case, una chiesa e un cane enorme in mezzo alla strada

vegliano su un traffico di cercatori di funghi, pescatori di trote e cacciatori di cinghiali.

Le vecchie pietre del “maniero dei briganti” che sovrasta il paese

appaiono come sull'orlo di una scarpata dantesca.

Al tempo del censimento del 1951 al paese abitavano quasi trecento persone e tremila nel comprensorio. Oggi nove in paese e meno di cento nel comprensorio.

Ora però  quelle pietre hanno ripreso vita,

c'è una locanda, che è anche bar, alimentari, farmacia, giornalaio, emporio, internet point,

con stanze per gli ospiti sistemate nelle vecchie case restaurate.

 

Al bar ci aspetta Zobeide, figlia della locandiera.

Poi sbuca suo fratello Radames con pizzetto da fauno. Troppe, due stranezze in una volta.

Ma come, non lo sa? questo è il territorio dai nomi più pazzi d'Italia.

Mi presenta quattro che giocano a briscola.

Brunaldo, Flora, Guelfo e Pluvio.

E dove li avete pescati questi nomi?

Dai libri! Da dove altrimenti?

I nostri avi erano anche cartai e il paese era pieno di libri destinati al macero.

Però, prima di immergerli nell’acqua del fiume, li leggevano.

Lì, dentro i libri, c’erano gli eroi che hanno acceso la fantasia di generazioni.

Il problema era solo convincere i preti a fare il battesimo con quei nomi senza santi in paradiso.

I marchigiani sono incalliti giocatori di carte.

Non c'è locanda, pergolato o stazione dove non ne abbia visti all'opera:

alacremente, scientificamente, passionalmente impegnati. Con qualsiasi tempo.

Quando capiscono che me ne intendo si sciolgono e non la smettono più di chiacchierare.

Così dico loro che sono venuto a conoscere Aulo (altro nome non comune),

faceva il partigiano con mio padre e credo che sia l’ultimo sopravvissuto.

No! C’è anche Drago, ma non è qui. Lui è Jugoslavo. È venuto tre anni fa.

C’è qualcuno che mi aiuta a trovare la casa di Aulo?

A nu cristianu non si nega mai aiuto.

"Cristiano", qui, non è un marchio religioso: è sinonimo di forestiero.

I marchigiani chiamerebbero così anche un arabo, cristianesimo e ospitalità sono la stessa cosa.

Viva le Marche, allora, dove Dio è uno straniero.

Bossi e Fini sono lontani come la Luna.

 

 

 

 

 
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QUELLI CHE LA SINISTRA…

Post n°233 pubblicato il 29 Ottobre 2013 da longu
 

Forse è colpa di questo innaturale caldo d’ottobre. Il mio vecchio computer si è rotto per l’ennesima volta così mi sono dedicato all’orto, alla raccolta delle olive e a molte riunioni. Il congresso di Rifondazione, le elezioni europee e comunali che si avvicinano, le primarie del PD. Non so perché ancora continuano ad invitarmi eppure sanno come la penso…naturalmente non parlo di politica su questo blog, sono vecchio e preferisco ancora guardare negli occhi chi parla con me. non credo alla politica dei clik. Solo impressioni e pensieri sparsi.

Quelli che…. così fanno tutti.

Quelli che…. che nessun altro è meglio di loro.

Quelli che…. che evadono le tasse e vivono momenti di intensa gioia se un giorno vedono che la vicina di casa butta una bottiglia di plastica nell’umido, perché questa è la prova del loro essere migliori.

Quelli che…. si considerano molto intelligenti.

Quelli che…. non sanno distinguere l’intelligenza dalla furbizia.

Quelli che… amano frasi tipo “vedere tappeto pagare cammello” e in ufficio hanno spesso appesa al muro la storiella del leone e della gazzella che per sopravvivere la mattina devono correre più forte l’uno dell’altra.

Quelli che…  il fine giustifica i mezzi.

Quelli che…del non facciamo le verginelle.

Quelli che… disprezzano i “buonisti”.

Quelli che… detestano quasi tutti i politici, a meno che loro stessi non facciano parte della categoria….cosa tutt’altro che rara.

Quelli che… sono del management.

Quelli che… che il loro unico compito è produrre utili per gli azionisti.

Quelli che… lo Spread, i mercati, la responsabilità…

Quelli che…contano i tuoi “globuli rossi” per vedere se sei un vero comunista.

Quelli che…studiano Gramsci e Bordiga e dicono che ci vuole il tango.

Quelli che…vanno in India per capire quanto sono stronzi.

Quelli che…votano per il politico più furbo e però se cade in disgrazia o viene arrestato, molto se ne felicitano, perché per loro è un’altra prova che così fanno tutti.

Quelli che… non si stupiscono di nulla e di nulla s’indignano: anzi, considerano stupore e indignazione stati d’animo ingenui e infantili.

Quelli che… fingono di non avere ambizioni, ma manovrano molto, e molto cinicamente, per sentirsi ancora più appagati dalla loro condizione sociale.

Quelli che… non hanno mai scritto una lettera d’amore, ma se per caso da ragazzi l’hanno fatto, ora se ne vergognano.

Quelli che… tutti hanno un prezzo.

Quelli che… sono convinti che il mondo non si possa migliorare, e lo dicono perché in fondo a loro va bene così com’è.

Quelli che… Siamo realisti, ci basta il possibile. Anzi ci basta sopravvivere.

Quelli che… sono molto cool, molto easy.

Quelli che… molto hipster, molto new lab, molto free, molto all you can eat.

Quelli che… uguaglianza, beni comuni, socialità, quella roba lì insomma, sono tutti concetti da rottamare.

Quelli che… sono i saltatori professionisti sul carro vincente, i contrattatori di assessorati di peso, i sacerdoti del pragmatismo più spinto.

Quelli che… capiscono sempre dove tira il vento e non possono morire e fanno morire gli altri, cioè i giovani.

Quelli che…stanno in maggioranza in servizio permanente effettivo. 

Quelli che…in giacca di velluto difendono il mondo del lavoro senza aver mai lavorato in vita propria e quando parte “Contessa” gli scappa anche una lacrima.

Quelli che…come Vendola sanno usare benissimo gli aggettivi, un po' meno i sostantivi e sono sempre pronti alle scissioni, per unire la sinistra, naturalmente.

Quelli che…votano alle primarie Matteo Renzi perché hanno capito come va il mondo. Il soldellavvenire sta nella lenta, graduale e adesso completa soppressione di una vasta e popolare cultura di sinistra e nella contemporanea accettazione dell’eversione berlusconiana.

Quelli che…votano alle primarie occhionicelesti Gianni Cuperlo. Tutto chiaro, la storia siamo noi. Pci è Pds, Pds è Ds, Ds è Pd. Pd è……boh! 

Quelli che…votano alle primarie Pippo Civati che quando l’ascolti e dici cazzo ma è proprio così e per un attimo ti sembra che tutto torni, che forse una speranza c’è, che dai crediamoci che tutti uniti possiamo riscoprire la lotta…. No aspetta, la lotta no!

Quelli che…votano alle primarie Gianni Pittella….chi cazzo è? (mi scuso per l’uso reiterato della parola “cazzo”. Ma ci sta bene). 

Quelli che…come mio figlio che votano per Grillo e poi mi impediscono di regalare un giocattolo a mia nipote. Versagli il valore del regalo sul suo conto! Vaffa...

 

 
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LETTERA A MIA FIGLIA

Post n°232 pubblicato il 18 Ottobre 2013 da longu
 

“Le fatiche della montagna sono ora dietro di noi,

ora davanti a noi abbiamo quelle più dure della pianura”

 (Bertold Brecht)

Mia cara, amore mio, la senti anche tu la rabbia che brucia.

Stai partendo per Roma

insieme a chi ha staccato di lavorare adesso sputando sangue

dentro un magazzino, alle casse di un supermarket, davanti a un monitor,

davanti ai fornelli, a chi a lavorare non ci è andato perché è disoccupato

e a tutti i precari e le precarie che spengono il PC in questo momento

ed escono per andare a guadagnare 6 euro all'ora lavorando per tutta la notte.

Sappi che non è più tempo di compromessi sociali come negli anni '60,

di nuove politiche espansive, di conquiste sociali e politiche.

La borghesia finanziaria, si osserva bene in Grecia, non fa prigionieri.

Solo la lotta può inceppare i meccanismi dello sfruttamento.

Assedia i palazzi della vergogna.

La speranza è una cosa infame, inventata da chi comanda.

Devi sgombrare il campo dalle narrazioni tossiche e diversive.

Andare al nocciolo del conflitto,

mostrare che tutte le lotte sono la stessa lotta.

Per mettere in crisi il gioco delle banche e dei governi,

ora serve la piazza, il corteo, il fumo,  non aver paura!

L'unica paura è quella di non riuscire a prendersi le proprie vite e la libertà di scelta.

Dignità, coraggio, solidarietà…..e portatevi una botte di Verdicchio, come Alarico.

 

70 MILIARDI DI CORRUZIONE POLITICA

180 MILIARDI  DI EVASIONE FISCALE

8 MILIARDI REGALATI AL VATICANO

150 MILIARDI FATTURATO DELLA MAFIA

180 MILIARDI FONDI NERI NASCOSTI SOLO IN SVIZZERA SENZA CONTARE GLI ALTRI PARADISI FISCALI

24 MILIARDI SOLO PER MANTENERE UN’ELEFANTIACA CASTA POLITICA

45 MILIARDI PER GLI F35 E SIMILI

MAZZETTE CHE GENERANO UN SOVRAPPREZZO DEL 40% SUI COSTI DELLE OPERE GRANDI E INUTILI

SIAMO GIÀ A PIÙ DI 650 MILIARDI, PIÙ DI 30 FINANZIARIE.

LA DOMANDA “DOVE TROVIAMO I SOLDI?”

NON È PIÙ SOPPORTABILE E DIMOSTRA SOLO UNA IPOCRISIA INFINITA.

 

 

 

 

 
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