Creato da socialismoesinistra il 28/06/2008
Rivista di approfondimento culturale e politico dell'Associazione SocialismoeSinistra
 

 

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L'egemonia culturale

Post n°177 pubblicato il 29 Maggio 2009 da socialismoesinistra

 

 

 

In un mio recente intervento in un’assemblea pubblica sottolineavo come l’egemonia culturale del liberismo capitalistico avesse intriso talmente il senso comune da farci considerare come “naturali” fatti che, al contrario, sono connaturati  al modo di produzione esistente.

            Sostenevo cioè due fatti: il primo che non è affatto vero che la cultura egemone sia esente da “ideologia” (parola magica che appena pronunciata azzera l’antitesi del contestatore), ma che anzi essa sia talmente innervata nel pensiero dominante da non essere riconosciuta come tale; i fatti cioè non sono ritenuti essere (come invece al contrario lo sono) interpretati attraverso un filtro ideologico ma sono ritenuti essere  pragmaticamente interpretati come fatti naturali. Il secondo elemento è che la cultura dominante è diventata in modo profondo “senso comune”  se non “pensiero unico” per cui non abbiamo neppure più la capacità di critica che ritrovi nel fatto la componente sociale distinta da quella naturale.

            Ne discende che la critica dialettica soffre di scarsa capacità di analisi proprio perché il bagaglio culturale di cui è fornito il “senso comune” è completamente succube dell’ideologia (nascosta) dominante.

            Le cause della crisi della sinistra sta dunque in questa affievolita, se non deperita capacità di analisi critica, la crisi è crisi dell’intellettualità.

            Come esempio alla mia osservazione portavo la convinzione che risiede in ciascuno di noi che sia “naturale” che quando c’è una crisi, come quella che stiamo attraversando, i lavoratori siano scacciati dai posti di lavoro ed aumenti la disoccupazione.

            La reazione della cultura dominante è quella di mettere in azione “ammortizzatori sociali” che attutiscano queste sofferenze “naturali” che conseguono alla crisi. Un mix di paura da “perdita di coesione sociale” (Marcegaglia) e di carità cristiana (Card. Tettamanzi).

            A questa mia osservazione un giovane contestando il fatto che non fosse “naturale” che di fronte alla crisi fossero alla fine i lavoratori ad essere espulsi dal mondo del lavoro, mi sfidava a trovare esempi in cui non si verificasse questa “naturalità”.

            Gli portai tre esempi.

            Il primo è addirittura paradossale ma conta come esempio di come la crisi non ricadesse, nel modo di produzione schiavistico, sugli schiavi ma sui loro padroni.

            Nel modo di produzione schiavistico il padrone è proprietario dello schiavo e che questi lavori o meno ha l’obbligo di mantenerlo (male) e dargli un tetto. Se sopravviene una crisi e non c’è lavoro per il padrone che quindi non può far lavorare gli schiavi, l’obbligo di manutenzione e di alloggio esiste comunque. Il padrone per disfarsi dello schiavo deve venderlo ad un altro padrone che si obbliga a mantenerlo ed alloggiarlo. Lo schiavo se può, lavora il meno possibile, infatti lo schiavo sa che qualunque sia la sua intensità di lavoro ha comunque diritto a cibo e alloggio. Per aumentarne la produttività il lavoro salariato spinge il lavoratore a lavorare volontariamente di più per guadagnare di più, lo schiavo invece non ha nessun interesse a lavorare di più, se non le frustate del suo padrone. Ma quando il lavoro non c’è il capitalista espelle dai suoi costi l’operaio, mentre lo schiavista è costretto ugualmente a mantenere i suoi schiavi.

            Non stiamo certamente indicando il ritorno allo schiavismo, stiamo solo dimostrando la non “naturalità”, ma la sua dipendenza dal modo di produzione capitalistico, del fatto che in presenza di crisi i lavoratori siano espulsi dai posti di lavoro.

            Un secondo esempio è il modo di produzione cooperativistico. In una cooperativa di produzione e lavoro composta di soli soci le sofferenze portate dalla crisi economica sono ripartite equamente su tutti i soci lavoratori.

Certo il modello cooperativistico è oggi molto mutato rispetto al suo modello ideale. Molto spesso i soci assumono manovalanza non socia ed in caso di crisi i lavoratori non soci sono anch’essi espulsi dal loro posto di lavoro.

In molte altre circostanze la cooperativa è un’invenzione del datore di lavoro che promuove questo tipo societario per responsabilizzare i lavoratori e soprattutto per rendere variabile una spesa che sarebbe altrimenti fissa. I flussi della produzione vengono scaricati sulla struttura cooperativa evitando quindi quelle rigidità connesse con l’assunzione di personale in proprio.

Tutto ciò tuttavia non mina l’affermazione per cui nel modo di produzione cooperativistico non sia affatto “naturale” che la crisi ricada sui lavoratori che vengono espulsi “naturalmente” dal posto di lavoro. Questa caratteristica è propria del modo di produzione capitalistico, ma ha una determinazione di “naturalità” proprio grazie all’ideologia egemone.

Il terzo ed ultimo esempio è il modo di produzione monastico, quello dei monasteri e delle comunità, in genere religiose (ma anche anarchiche – ricordiamo ad esempio David Lazzaretti e la sua comunità dell’Amiata), dove esiste una cassa comune di tutti i membri della comunità e dove quindi gli effetti di una crisi non discriminano tra padrone ed operaio ma colpiscono in modo eguale tutti i membri.

Una specie di comunismo primitivo, che tuttavia serve a dimostrare l’assunto che sostenevo all’inizio.

Penso quindi di aver chiarito, con esempi, i due concetti iniziali. Non esiste “naturalità” nei fatti sociali ma essi sono dipendenti dal modo di produzione, e in secondo luogo se non si supera questo “ideologico”  condizionamento, la nostra critica analitica rimane senza nerbo e senza strumenti adatti.

Qualcuno si stupirà che non abbia portato ad esempio il modo di produzione socialista. L’ho fatto coscientemente perché sarebbe stato troppo facile accusarmi di ideologismo.

 

Renato Gatti        

 
 
 
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